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L’Europa fra Trump e Merkel
Intervista a Raffaele Sciortino
Riprendiamo dall'Istant book sull'Unione Europea a cura della nostra redazione l'intervista a Raffaele Sciortino
Le dinamiche dei rapporti transatlantici sono fondamentali per tracciare il futuro della Ue. Partiamo dai nuovi scenari: dopo la Brexit, cosa comporta l’avvento di Trump nel rapporto con l’Ue ‐ ed in particolare con la Germania?
Partiamo da quest’ultima. È ancora presto per individuare la direzione precisa che la dinamica Usa‐Germania prenderà, se si aprirà cioè un vero e proprio corso di collisione e dove porterà, ma per intanto è importante che il rapporto si stia mostrando apertamente per quello che è: sempre meno un rapporto, per quanto asimmetrico, tra alleati e sempre più una relazione a rischio di esplosione tra portatori di interessi divergenti, immediati e strategici. Trump sta facendo saltare il tavolo dell’ipocrita “unità dell’Occidente” che nella sua lettura nazional‐populista è diventata troppo costosa se non insostenibile per gli Usa, sul piano militare ed economico, e troppo conveniente per i partner, in primo luogo per la Germania. Il perché di questa svolta “imprevista” (per i più) abbiamo cercato di sondarlo nei mesi scorsi analizzando le ragioni profonde del fenomeno Trump1: gli States sono decisamente in difficoltà sia sul piano geopolitico che su quello economico e sociale interno nonostante la decantata “ripresa” obamiana (ma l’hanno vista solo i circuiti finanziari e poco altro). La risposta del neopresidente, che trova riscontri in una parte dell’establishment e fa leva sui leftbehind della globalizzazione, non può che comportare un profondo rimescolamento di carte nelle relazioni economiche e geopolitiche internazionali.
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Le contraddizioni sociali del capitalismo
di Nancy Fraser
Pubblichiamo un estratto da La fine della cura (Mimesis)
Come il regime liberale prima di esso, così anche l’ordine statal-capitalistico si dissolse nel corso di una crisi prolungata. A partire dagli anni Ottanta, gli osservatori lungimiranti potevano vedere emergere i lineamenti di un nuovo regime, destinato a diventare il capitalismo finanziario dell’epoca presente.
Globale e neoliberale, sta promuovendo tagli pubblici e privati del welfare nello stesso momento in cui recluta le donne nella forza lavoro salariata. Sta dunque scaricando il peso del lavoro di cura sulle famiglie e sulle comunità, mentre diminuisce la loro capacità di svolgerlo. Il risultato è una nuova organizzazione dualistica della riproduzione sociale, mercificata per coloro che possono permettersela e privatizzata per quanti non possono farlo, visto che alcune componenti della seconda categoria forniscono lavoro di cura per coloro che appartengono alla prima in cambio di (bassi) stipendi. Nel frattempo, la combinazione della critica femminista e della deindustrializzazione ha definitivamente privato il “salario familiare” di ogni credibilità.
Quell’ideale ha fatto così posto all’attuale e più moderno principio del “doppio reddito familiare”.
Il vettore principale di tali sviluppi e la caratteristica distintiva di questo regime è l’inedita centralità del debito.
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Semiotica e Moneta
di Carlo Sini
Denaro e informazione sono entrambi segni della civilizzazione umana. La loro connessione con il linguaggio è evidente. Il loro valore si basa sulla fiducia nella creatività del lavoro umano. La minaccia odierna è di ridurre denaro e informazione a mera merce

In una celebre pagina della Ricchezza delle nazioni Adam Smith si chiede se la tendenza umana a trafficare, a barattare, a scambiare una cosa con un’altra non sia se non la conseguenza della facoltà della ragione e della parola. Vi sarebbe dunque un nesso profondo tra economia e linguaggio, denaro e parola, e in effetti denaro e linguaggio sono due sistemi di segni che caratterizzano in modo eminente l’umano. Uno scambio semiotico come questo non ha riscontro nel mondo animale, se non per cenni embrionali in ogni senso incomparabili.
Che cosa è segno ricordiamolo qui in forma molto sintetica: segno, diceva Peirce, è qualcosa che sta al posto di qualcos’altro; quindi è qualcosa che rappresenta qualcos’altro sulla base dell’uso sociale, ovvero delle risposte comuni. Stando «al posto di», il segno favorisce dunque lo scambio, fornisce una cosa per un’altra o che vale come rappresentante di quell’altra, e ciò fondamentalmente in vista dello scambio di beni e di informazioni. Cioè del possesso di qualcosa e dell’acquisto di conoscenze. È interessante osservare che beni e informazioni si possono scambiare le parti; infatti anche il possesso di un bene informa: se vado in giro su una Ferrari, implicitamente informo che non sono un poveraccio. Se invece so come vanno le cose in luoghi difficilmente accessibili ma per me significativi, è evidente che il possesso di queste informazioni riveste per me la natura di un bene.
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Dal diario di un impaziente
Note sparse su sinistra, Europa, sovranità
di Mimmo Porcaro
Schivare il concreto
E’ da quando ho compreso il nesso tra Unione europea, dominio di classe e crisi irredimibile della sinistra, è da quel difficile passaggio (dovuto alla dura esperienza del secondo governo Prodi, da me vissuta direttamente anche a livello comunitario, ad una rilettura dei classici e poi ai testi di Bagnai, Cesaratto, Barra Caracciolo, Giacché ed altri) che mi torna spesso in mente una frase di Elias Canetti: “Schivare il concreto è uno dei fenomeni più inquietanti dello spirito umano”. Schivare il concreto, per la sinistra, significa per esempio schivare il problema del potere, e quindi il problema dello stato. Da convinto marxista so bene che è caratteristica specifica del capitalismo quella di esercitare il dominio di classe attraverso i meccanismi apparentemente impersonali e neutri dell’economia (non altrettanto bene lo sanno coloro che continuano a dire che l’euro è “solo una moneta”…). Ma so anche che, perché questi meccanismi apparentemente solo economici funzionino è necessario, Marx dixit, l’intervento disciplinante dello stato. E so (da Giovanni Arrighi) che alle fasi di crescita in cui il dominio si esercita in forma prevalentemente economica (finanziarizzazione e globalizzazione) succedono le fasi di crisi in cui lo stato ritorna prepotentemente sulla scena, e diviene evidente che chi lo controlla decide se si esce dalla crisi in direzione progressiva, ossia col socialismo, oppure con la guerra e con una nuova forma di capitalismo.
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Col cadavere in bocca. Sul quarantennale del '77
di Il Lato Cattivo
«Ultimo mohicano / sampietrino in mano
solo qui nella via / e la barricata
dove l'han portata? / Non c'è proprio più.»
(Gianfranco Manfredi)
In questo inizio d'anno punteggiato di commemorazioni molto interessate e poco interessanti (vedi «C17» et similia) tocca sorbirsi anche il quarantennale del movimento del '77. E così sia. Allora largo al ricordo su ordinazione, alla parola di chi c'era e vuole raccontare, al pianto rituale degli offesi e dei caduti. In fondo, perché no? A nulla vale deprecare l'operazione memorialistica, che è vecchia – se non proprio quanto il mondo – almeno quanto il massacro dei comunardi, commemorati a scadenza ormai annuale presso il Mur des Fédérés. Le celebrazioni per l’anniversario del '77 italiano cadono ogni decina d'anni: frequenza tutto sommato ragionevole. Basta solo non chiedere ciò che è impossibile avere. A quale veglia è d'uso esprimere critiche o riserve sul morto in onore del quale ci si riunisce? Tutti sanno che anche l'individuo più mediocre passa per un grand'uomo il giorno del suo funerale, finanche sulla bocca di chi in vita ne diceva peste e corna.
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Wolfgang Streeck, “Come sarà la nostra società nei prossimi anni?”
di Alessandro Visalli
In questo articolo, pubblicato da Sinistrainrete, e tradotto da Franco Senia, Wolfgang Streeck torna sul tema della previsione, compiendo uno dei più organici e radicali esercizi di pessimismo che si possano leggere sulla letteratura internazionale.
Già in “Come finirà il capitalismo ”, del 2014 (su New Left Review) aveva pronosticato l’esaurimento del capitalismo, nella forma che conosciamo, per effetto di un insostenibile stress, disancorante la legittimazione di sistema. Uno stress riferibile ai tre fenomeni sinergici della fine della crescita economica, dell’aumento dell’indebitamento e della crescita delle ineguaglianze. Non è difficile vedere come siano tre etichette dello stesso fenomeno. In sostanza, rifiutando la visione neoclassica (di derivazione dalla fisica dell’ordine dell’ottocento) di un sistema che tende naturalmente, prima o poi, all’equilibrio, Streeck crede che il degrado continuerà fino ad un crollo complessivo, graduale ma irresistibile, a termine del quale, dopo un certo tempo caotico, emergerà qualcosa di nuovo che oggi non può essere previsto (in tono più ottimista è anche l’opinione di Paul Mason in “Postcapitalismo”).
Questo è il punto cruciale.
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Quattro “campi” per l’identità di Eurostop
di Eurostop
Domenica 26 marzo a Roma ci sarà una assemblea nazionale di Eurostop (ore 10.00 via Galilei 53) per discutere intorno al percorso costituente e al programma di azione. Qui di seguito uno dei documenti per la discussione nell'assemblea del 26 marzo
Oggi ad inizio 2017 siamo di fronte ad una ripresa dell’intervento di Eurostop, impostato nell’assemblea del 28 Gennaio, che non si vuole limitare alla promozione di pur importanti iniziative ma costruire uno strumento politico unitario credibile e stabile nel contesto nazionale. Un obiettivo che non sappiamo ancora che forme e che esiti potrà avere ma che è un risultato del nostro lavoro collettivo svolto nella fase referendaria con le mobilitazioni del 21 e 22 Ottobre ma soprattutto con l’esito referendario che ha avallato appieno la nostra analisi e posizione sul No Sociale.
Per fare un reale passo in avanti è però necessario riflettere sulle dinamiche generali che ci hanno portato fin qui in quanto ci fornisce una corretta chiave di lettura di una traiettoria politica iniziata nel nostro paese almeno sei anni fa. Il primo passaggio è stato quello delle crisi del debito nel sud Europa quando il condizionamento delle politiche nazionali da parte dell’UE appariva sempre più evidente, anche se in quella fase la “vittima” fu Silvio Berlusconi. La sinistra di “movimento”, incluso il PRC, tentò di abbozzare una risposta unitaria con la costituzione del Comitato NO Debito nel 2011 il quale fu di fatto una comitato di scopo che non poteva durare oltre alcune iniziative che pure riuscirono, come l’assemblea del 1° Ottobre tenuta all’Ambra Jovinelli di Roma, a cui parteciparono oltre mille persone, ed il NO Monti Day. Ad un certo punto di quel percorso apparve evidente l’inadeguatezza della base politica di un comitato di scopo di fronte all’aggressività delle istituzioni europee.
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La Cina nel processo di globalizzazione
di Spartaco A. Puttini
Sotto la guida di Reagan e della Thatcher, Stati Uniti e Gran Bretagna vararono nel corso degli anni Ottanta una serie di politiche che contribuirono a ristrutturare le società dell’Occidente (e non solo dell’Occidente) e l’ordine internazionale. Il processo di globalizzazione neoliberista [1] che ha plasmato il mondo negli ultimi decenni ha il proprio epicentro proprio nella Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
Su quest’onda si impose un nuovo ordine mondiale caratterizzato dal “Washington Consensus”.
Oggi, invece, il presidente USA, Donald Trump e la premier britannica Theresa May puntano esplicitamente a sottrarsi, in termini e modalità pur differenti, alla morsa dell’interdipendenza sempre crescente tra le varie regioni del globo che è stata un tratto caratteristico del processo di globalizzazione. Il nuovo presidente statunitense, in particolare, arriva a mettere in discussione alcune delle stelle cardinali seguite dalla politica americana negli ultimi decenni. Lo fa sul dossier messicano, principalmente per porre fine ai processi migratori che scavalcano il Rio Grande, incorrendo nella seria conseguenza di mandare in malora il NAFTA, l’area integrata di libero scambio che riunisce USA, Canada e Messico e che riveste un’importanza strategica essenziale nella politica estera statunitense.
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Direi di no
di Andrea Cavazzini
Enrico Donaggio, Direi di no. Desideri di migliori libertà, Milano, Feltrinelli, 2016, pp. 160
Il libro di Enrico Donaggio è un libro da leggere, e non si presta ad un riassunto “oggettivo”. Ricco di riferimenti e di allusioni, privo di apparati eruditi e parsimonioso nelle citazioni – nel confronto con autori classici o contemporanei privilegia il discorso indiretto libero e la parafrasi –, dall’andatura apparentemente divagante e discontinua, il lavoro di Donaggio si presenta come una meditazione che occorre seguire in funzione dei propri interrogativi, e da cui prelevare domande e risposte, sollecitazioni e ispirazioni.
Un libro di filosofia denso dunque, ma pressoché privo di acrobazie verbali e di terminologie esoteriche, che “stona” quindi (fortunatamente) con il diluvio di gerghi ridondanti e di macro-concetti spesso autoreferenziali da cui la letteratura filosofica è sommersa in Italia da quando ha lavato i panni heideggeriani degli anni Ottanta e Novanta nelle acque variopinte della cosiddetta “French Theory”. Un libro di teoria critica nel senso di Adorno – quale poteva essere letto e compreso negli anni Cinquanta, all’epoca della traduzione di Minima moralia – che discute direttamente nei termini “minimalisti” delle forme elementari della soggettività contemporanea, dei suoi affetti e delle sue scissioni e che pone il problema di cosa sia possibile fare oggi, per noi quali siamo tutti dopo la fine del “secolo breve”. Una fine che sembra sancire la fine di «un’idea di uomo» e cristallizzare un presente «sempre più sterile e triste», dominato «da un’impotenza generale e da una disponibilità ad accontentarsi di poco, se non di niente» (p. 10).
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Spunti per la discussione di Eurostop
Ugo Boghetta, Mimmo Porcaro
1
E’ comprensibile che all’interno di Eurostop si ponga un problema di identità. I sacrosanti “tre no”, all’Unione europea, all’euro ed alla Nato, non dicono, ovviamente, nulla di “positivo”: noi diamo per scontato che essi siano un mezzo per attuare i nostri scopi generali, e ciò è indiscutibile, ma la presenza di altre forze che, in un modo o nell’altro, propongono in tutto o in parte gli stessi “no” ci impone di definire meglio i nostri scopi e i nostri mezzi. Oltretutto Eurostop si trova, obiettivamente e per scelta, al centro di una rete di relazioni tra forze eterogenee che vanno, per intenderci, dall’area dell’antagonismo al costituzionalismo moderato. La cosa è assolutamente positiva, è un indizio del fatto che abbiamo individuato problemi reali e avvertiti da molti: ma anch’essa impone una chiarificazione, alla quale, qui sotto, cerchiamo di contribuire, alternando spunti politici e teorici.
2
Dal punto di vista della nostra iniziativa il dato determinante di questa fase non è tanto il perdurare della crisi economica e nemmeno l’accentuarsi della deglobalizzazione.
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Per la ragionevolezza dell’utopia
Il progetto storico socialista
di Federico Repetto
1. Abbiamo bisogno di progetti economici ragionevoli per una egemonia alternativa a quella del neoliberalismo
L’economista Bruno Jossa, nel suo “Un socialismo possibile”, Il Mulino 2015, ci ricorda la classica distinzione tra razionalità e ragionevolezza (phronesis). “La prima consiste nel calcolare in base a valutazioni quantitative, ha a che fare col dimostrabile e da luogo a verità; la seconda consiste nel decidere in base ad argomenti pro e contro, ha a che fare con l’opinabile e da luogo a scelte controverse” (p.124). La ragione ragionevole obbedisce a molteplici criteri, incluso quello costi-benefici, che però deve essere sottoposto al “tribunale del ragionevole”.
Salvatore Biasco, nell’ultima parte del suo Regole, Stato, Eguaglianza (Luiss University Press 2016), di cui si discute in questo numero di Nuvole, propone appunto un programma di politica economica di medio periodo economicamente ragionevole, sulla base dei valori della socialdemocrazia. Esso però sembra destinato a impantanarsi nella palude del ceto politico socialista e democratico europeo. “Riforme indispensabili, ma forse impossibili”, il titolo di una Parte di Finanzcapitalismo di Gallino, si adatterebbe benissimo alla corposa parte propositiva di questo libro (la terza), che andrebbe letto in parallelo col libro di Colin Crouch Quanto capitalismo può sopportare la società, già recensito da “Nuvole”. La quantità di capitalismo incorporata dalla nostra società sta superando il limite del ragionevole, con grave danno per il legame sociale e per la convivenza civile.
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Metamorfosi del rapporto capitale-lavoro: l’ibridazione umano-macchina
di Andrea Fumagalli
L’attuale fase del capitalismo si fonda su tecnologie di linguaggio che necessitano un’attività relazionale e riproduttiva. La relazione linguistica è alla base delle economie di apprendimento e di rete e di riproduzione sociale. La produzione cosiddetta “immateriale” acquista sempre più peso. Non siamo più nel Postfordismo, termine oggi desueto ma utile negli anni Ottanta per designare i primi timidi tentativi di fuoriuscire dalla crisi del Fordismo, ma siamo nel pieno del capitalismo cognitivo e forse, addirittura, di fronte al suo superamento.
L’immaterialità della produzione non ha un modello omogeneo di organizzazione. Di conseguenza, abbiamo una flessibilità del lavoro di matrice doppia: trasversale e verticale. Trasversale: perché riguarda i diversi ambiti settoriale al cui interno il linguaggio e le sue modalità di trasmissione e codificazione dettano il tipo di organizzazione del lavoro. Verticale: perché il linguaggio implica una nuova forma di divisione del lavoro, che definiamo cognitiva, che si innesta, trasformandola, sulla classica divisione smithiana del lavoro.
A seconda del tipo di attività è possibile registrare diversi livelli di cooperazione sociale, a seconda del grado di autonomia della produzione.
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Gli anni Settanta sono ancora un nostro problema
di Militant
Dei tanti modi di ricordare l’anniversario del Settantasette, uno dei più “obliqui” è quello di procedere partendo da un libro decisamente minore, giornalistico, e che affronta le vicende di un gruppo della sinistra extraparlamentare di fatto dismesso l’anno prima. Eppure, questa storia di Lotta continua regge allo scorrere del tempo proprio perché fatta senza l’ambizione della rivalsa o della condanna. Cazzullo non ha certo gli strumenti culturali per interpretare gli anni Settanta, ma nella sua vera o apparente ingenuità ricostruisce un mondo, senza decisive pregiudiziali ideologiche, e proprio per questo capace di riflettere l’ansia di quegli anni, di quella generazione di rivoluzionari. Gli anni Settanta, col loro culmine nel ’77, segnano l’ultimo ciclo di lotte di classe rivoluzionarie nel nostro paese. Intendiamo, con questo, che nel tornante tra il ’77 e il ’78 si conclude, per la sinistra rivoluzionaria italiana, la questione del potere. Qualsiasi opinione si abbia delle scelte politiche della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, rimangono l’esperienza a noi più vicina dalla quale provare a ripartire. Ecco perché, nonostante la distanza temporale e politica, il problema suscitato in quel decennio è ancora un nostro problema, e l’enigma che li avvolge ancora tutto da decifrare.
Lotta continua è un gruppo altamente simbolico di quegli anni. E’ l’organizzazione rivoluzionaria più ramificata e radicata, quella maggiormente attraversata da scontri tra posizioni politiche. E’, inoltre, quella che godrà del maggior apporto operaio, presente in fabbriche come la Fiat a Torino, la Om e la Pirelli a Milano, il Petrolchimico di Marghera, e decine di altre. Lc racchiude la confusione, l’impazienza, la generosità e la capacità conflittuale di quel decennio. Nell’affermare questo non vogliamo dire che le posizioni di Lc siano state condivisibili, che la sua organizzazione fosse “la migliore” tra le varie presenti in quegli anni, che oggi “servirebbe” una nuova Lotta continua, e cose del genere. Non è un revival nostalgico quello che proponiamo.
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Un Libro bianco, anzi bianchissimo
di Leonardo Mazzei
I Cinque scenari per il 2025 della Commissione Europea. Ma il sesto, che manca, è quello più probabile
Non sanno più cosa inventarsi. L'UE è in panne, ma non possono e non vogliono dirci il perché. Andare avanti però si deve, che ne va anche della loro poltrona. Ma come non si sa. E' così venuto fuori, quasi come un esercizio svolto giusto per ingannare il tempo, un curioso Libro bianco sul futuro dell'Europa redatto dalla Commissione come contributo ad un non meglio precisato «nuovo capitolo del progetto europeo».
Invitiamo tutti a leggerlo: lo sforzo richiesto è davvero modesto, mentre chi ancora si intestardisce a descrivere una UE che si rafforzerebbe proprio grazie alle sue crisi avrà forse qualche motivo per riflettere.
Per quelli invece che vanno di fretta, od hanno già le idee piuttosto chiare, possono bastare le noterelle che seguono.
Il Libro bianco è scritto in occasione del sessantesimo dei Trattati di Roma, dunque la retorica la fa da padrona, con il mito di Ventotene contrapposto al dramma di Verdun, con la descrizione di un'Europa in cui regnerebbero pace ed uguaglianza come mai nella storia, come mai in altri luoghi.
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Cose non dette. Provocazioni e piani per una guerra nucleare
Judith Deutsch
Nel momento in cui l’Amministrazione Trump vara un colossale aumento della spesa militare e per la repressione interna (+54 miliardi di dollari per il 2018, pari ad un incremento annuo poco sotto il 10%), e in parallelo un taglio brutale delle spese direttamente o indirettamente sociali, ci sembra utile far conoscere questo intervento di J. Deutsch, una psicoanalista canadese che è stata presidente di Science for Peace.
Le informazioni che dà sono di grande interesse perché fanno vedere quanto sia andata avanti, sotto l’amministrazione Obama, la ‘banalizzazione’ della guerra nucleare, anche – aggiungiamo noi – attraverso l’intensificazione della produzione delle mini-atomiche B-61-12 (4 volte più devastanti delle bombe scagliate su Hiroshima e Nagasaki), già dislocate anche in Italia. E quanto siano andati avanti i piani USA/NATO/Israele di accerchiamento militare di Russia, Cina e Iran.
Con la decisione di Trump la corsa agli armamenti, che aveva già coinvolto negli scorsi anni le monarchie del Golfo, la Cina, l’India e il Giappone, accelera decisamente. Unione Europea e Italia seguono a ruota con aumenti di spesa più o meno camuffati, ma reali e in prospettiva molto più marcati, e con il progetto di un vero e proprio esercito integrato europeo – sponsor, tra gli altri, proprio Gentiloni e Pinotti, oltre che, si capisce, Finmeccanica, Fincantieri, etc.
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Il Settantasette e poi… secondo Oreste Scalzone
di Giovanni Iozzoli
Oreste Scalzone, Pino Casamassima, ’77, e poi…, Mimesis, Milano – Udine, 2017, pp. 336, € 20,00
’77, e poi… è uno dei libri di riflessione sul movimento del Settantasette che riscuoterà più attenzioni, anche in ragione della grana umana e politica dell’autore: a Oreste Scalzone non piace la memorialistica autocelebrativa e si porta dentro, a differenza di altri protagonisti di quell’epoca, un’inquietudine irrisolta che lo colloca fuori dalla schiera paludata dei “testimoni” o dei tromboni da commemorazione.
La scrittura di Scalzone non è sempre agevole: procede rapsodica, tra rimandi, domande, parentesi che non si chiudono mai – come se l’autore cercasse continuamente di forzare il linguaggio editoriale tradizionale, troppo povero (rispetto alla ricchezza della narrazione orale) e inadeguato a raccontare quell’esplosione di vita e potenza che fu il ’77 italiano.
La biografia dell’autore è il filo d’Arianna che attraversa un’intera stagione della nostra storia. Scalzone compie giovanissimo il viaggio che fu di molti, dalla sinistra tradizionale verso nuovi sconosciuti approdi: dalla FGCI ternana a Valle Giulia lo spazio geografico è poco ma il salto è epocale e generazionale. Il suo imprinting “ortodosso” non lascia molto spazio alle suggestioni dell’epoca: poco Foucault, poco Lacan, poco Reich, molta attenzione alla scoperta del comunismo critico, del consiliarismo tedesco e olandese, di tutti i marxismi eretici, così minoritari nella togliattiana provincia italiana – fino all’incontro decisivo con lo straordinario laboratorio operaista, nel pieno del suo fulgore teorico.
Il racconto rimbalza da una tappa all’altra di quella lunga stagione che comincia nel ’68 e culmina nel sequestro Moro. In un processo di accumulo di conflittualità che dura quasi un decennio, il Movimento non è rappresentabile in termini di esplosione quanto di necessario epilogo. E del resto, da dove far iniziare (convenzionalmente) una cronaca del ’77?
Scalzone sceglie la straordinaria giornata romana del 12 marzo: centomila in piazza di cui – sottolinea l’autore due volte in poche pagine – almeno 5000 armati.
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Chi controlla i controllori?
di Pierluigi Fagan
Tema caldo, di recente lanciato e rilanciato, è la prossima catastrofe nell’ambito del lavoro determinata dall’erosione della funzione umana da parte delle macchine. La retorica tecno-futurista induce a pensare che l’intelligenza artificiale stia per replicare l’umano ma piuttosto che replicare le funzioni superiori sono invece quelle inferiori, il calcolo, la elaborazione dei dati, la sequenza lineare di if…than ad essere replicate e visto che le macchine non hanno disturbi emotivi o limiti biologici, le svolgeranno senz’altro meglio degli umani stessi. Potremmo allora dire che più che scoprire quanto intelligenti stanno diventando le macchine, stiamo verificando quanto ancora è stupida ed alienante la routine di molti lavori umani. Senz’altro però, questa componente routinaria ed esecutiva che compone ancora la totalità o grande parte o piccola parte di molti lavori, vedrà l’implacabile sostituzione dell’umano con l’informatico-meccanico. Sebbene inizialmente molti lavori non saranno cancellati ma progressivamente mixati tra umano e info-maccanico, alla fine il saldo netto sarà in termini di posti di lavoro. Quello che giustamente preoccupa è la stretta relazione tra l’enorme quantità di ore lavoro umane sostituibili, l’incentivo del profitto che deriva dalla comparazione tra costo del lavoro umano e costo del lavoro info-meccanico e il tempo estremamente breve in cui tutto ciò sta accadendo. Ulteriore preoccupazione, sembra che gli esperti del problema prevedano a breve una sorta di salto quantico delle performance dei robot e dei software[2], una di quelle rivoluzioni stile “periodo Cambriano”[3] per le quali, ricombinandosi i fattori, il risultato è di molti gradi superiore alla somma delle parti[4].
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Nessuno è perfetto nella società delle norme
“Il soggetto delle norme” di Pierre Macherey
di Marco Ambra
Che cosa significa essere un soggetto della società delle norme? Quali sono le strutture che definiscono il modo in cui si diventa soggetto? A questi interrogativi prova a rispondere l’ultimo libro tradotto in Italia del filosofo Pierre Macherey
Nella prima stagione di The Leftovers il protagonista della serie, Kevin Garvey, capo della polizia della sperduta cittadina americana di Mapleton, cerca disperatamente di mettere in scena la propria routine quotidiana, nello stesso modo in cui si svolgeva prima che un inspiegabile e inquietante evento, la sparizione nel nulla del 2% della popolazione mondiale, sconvolgesse la vita di tutti. Così, rapiti come lui dall’angosciante sparizione di massa, vediamo Kevin indossare gli indumenti da runner per estenuanti sessioni di corsa mattutina, oppure ancora assistiamo ai suoi maldestri tentativi di addomesticare un cane randagio o di fare una ramanzina alla figlia adolescente. In altre parole chief Garvey tenta un nostalgico e impossibile ritorno alla normalità che precede la catastrofe. Cosa lo spinge, in un mondo in cui il senso della vita umana è stato fatto a brandelli da un avvenimento incomprensibile, a rifugiarsi nella propria divisa da poliziotto? Perché, ritornando al nostro contemporaneo, i movimenti centripeti della modernità, distruttori di Templi e Leggi, hanno lasciato sulla scena un’imprevisto bisogno di servitù volontaria?
È a questa e ad altre domande che cerca di rispondere Il soggetto delle norme, testo piacevole – cosa rara per la filosofia politica – di Pierre Macheray, pubblicato da ombre corte per la cura di Girolamo De Michele, voce anche di una conversazione con l’autore riportata a chiusura del libro.
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Può accadere di nuovo?
Il campo di battaglia per una rivoluzione teorica in economia
di Antonella Palumbo
Per la nostra serie ‘Experts on Trial’, Antonella Palumbo sostiene la necessità di liberarsi di trite parole d’ordine ‘scientifiche’ che mascherano in realtà scelte sociali e politiche
Sul blog dell’Institute for New Economic Thinking l’economista italiana Antonella Palumbo strappa al neoliberismo – posizione teorica oggi dominante – l’abusata veste di unico metodo scientifico utilizzabile per l’analisi economica. Al contrario, questo quadro teorico, con la sua fede cieca nel mercato e l’orrore ideologico per ogni intervento dello Stato – è solo uno dei tanti possibili che si sono avvicendati nella storia ed è caratterizzato non da una presunta oggettività scientifica, ma da precise scelte politiche e sociali. Se oggi si mostra al capolinea, per gli evidenti disastri che ha provocato e l’incapacità di rispondere ai problemi più urgenti e gravi che affliggono la società, significa che è ora di trovare un nuovo quadro teorico, anche riprendendo idee del passato che possono servire come basi per un pensiero nuovo.
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Banche pubbliche: da utopia politica ad esigenza imprescindibile
di Fulvio W. Bellini
Lo scontro tra la Banca Centrale Europea e la Germania
Nel precedente articolo sulla Industrie 4.0 si sottolineava come la Germania stia realizzando una sua politica industriale, ne abbiamo visto obiettivi e metodologia. Ci siamo poi soffermati sulla declinazione italiana di una possibile Industrie 4.0, chiudendo l’articolo sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena. In questo articolo analizzeremo infatti il ruolo imprescindibile che il sistema bancario debba svolgere nel quadro di una politica industriale in Italia.
Torniamo un attimo in Germania. Lo scorso anno abbiamo assistito varie volte allo scontro tra esponenti di primo piano dell’establishment tedesco (il ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, il governatore della Bundesbank Jens Weidmann) ed il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Il motivo del contendere è stato sovente quello dei bassi tassi d’interesse che negli ultimi mesi si sono tradotti in tassi negativi sui depositi delle banche presso la BCE. Ovviamente i mass media hanno fatto il loro solito mestiere teso a non far comprendere nulla all’opinione pubblica: nessun approfondimento e nessuna obiettività, ma tifo da stadio per Shaeuble se fossero stati media tedeschi e per Draghi se fossero stati media italiani. Proviamo a mettere in ordine degli elementi oggettivi, e proviamo a darci una nostro punto di vista.
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La vittoria del No e le riforme di cui ci sarebbe davvero bisogno
di Francesco Pallante
La schiacciante vittoria del No al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso dimostra, anzitutto, che negli ultimi decenni la classe politica si è data una priorità – la riforma della Costituzione – che non è sentita come tale dalla cittadinanza. Dopo il referendum del 2006, per la seconda volta in dieci anni il corpo elettorale ha largamente respinto un progetto di revisione, smentendo quanto gran parte degli esponenti politici hanno continuato a ripetere (ripetersi?) sulle riforme attese da trent’anni che questa volta non ci si può permettere di veder fallire. Evidentemente, lo smantellamento del sistema dei partiti ha reso i rappresentanti incapaci di percepire le reali priorità dei rappresentati. Solo così si può spiegare come Matteo Renzi abbia voluto cercare proprio sul terreno della revisione costituzionale la legittimazione elettorale che credeva gli mancasse e, soprattutto, come sia stato possibile che un partito che si dice di centrosinistra abbia inchiodato per mesi il Paese su un tema tanto avulso dalla gravissima crisi economica e sociale in atto.
L’analisi del voto non è semplice. Una lettura comune attribuisce la vittoria del No proprio al disagio sociale diffuso nel Paese. Il voto contrario alla riforma, in quest’ottica, sarebbe prevalso in quanto espressione dell’insoddisfazione per l’andamento generale delle cose.
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L’opportunità della crisi
di Sergio Bellucci
C’è un gigantesco spazio politico nuovo per la liberazione umana. Una opportunità che sembra oscurata dalla potenza della crisi, dalle minacce di guerra e che, invece, è lì, solo a osservare la realtà con occhi curiosi e un po’ ipermetropi.
Certo non lo si può mettere a fuoco nel sottile distinguo che divide, in maniera spesso poco comprensibile, la miriade di sigle che attraversano la galassia della politica. E non solo nel nostro paese. Destra e sinistra – che continuano ad esistere al di là della distribuzione degli eletti tra gli scranni dei parlamenti dell’Occidente – rispondono in maniera diversa alla trasformazione profonda che attraversa il mondo. Una crisi che è disvelamento dei limiti raggiunti dall’attuale modello di vita. Una struttura imposta all’umanità da processi economico-sociali che stanno mostrando tutti i loro limiti e infliggendo tutti i dolori possibili all’umanità intera, a tutta la sfera del vivente, all’ecosistema del pianeta.
C’è una politica che pensa sia possibile rimettere in sesto equilibri sociali o economici e che mai, in realtà, erano stati raggiunti o gradi di libertà indivi duali e collettivi mai realmente vissuti. Una politica che si affanna in quello che autodefinisco come “realismo”, “concretezza” ed è, in realtà, il più grande degli inganni e la più spettacolare delle illusioni.
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Una storia italiana
Dieci anni di Mps dall'acquisto di Antonveneta
di Luca Fantuzzi
Pare che - dopo qualche settimana di incomprensioni - finalmente la BCE abbia abbassato le proprie pretese su Montepaschi (ricapitalizzazione da 6 miliardi e mezzo invece che quasi 9) al fine di rendere l'intervento statale compatibile, secondo la visione della Commissione, con le norme sugli Aiuti di Stato. Siccome nulla è gratis, il minor apporto di risorse statali dovrebbe essere controbilanciato da una significativa riduzione degli attivi di Mps, riduzione che si traduce - ovviamente - anche nel ridimensionamento della rete e, dunque, del numero dei lavoratori.
I possibili esuberi sono stimati addirittura in 5.000.
Questa "cura dimagrante", tra l'altro, sarebbe funzionale alla successiva cessione del Monte dallo Stato ai privati (altro dogma della Commissione UE, soprattutto in caso di banche del Sud Europa), sia che del Monte si faccia uno spezzatino, sia che qualche grande player non ne acquisisca la totalità (cosa che, peraltro, a mio avviso, è assai poco probabile).
In ogni caso, cinquecento anni di storia di chiudono qui, dopo dieci anni di patimenti.
In Parlamento sono state presentate alcune proposte per la costituzione di una Commissione di inchiesta sul sistema bancario italiano in generale e su Mps in particolare. A mio avviso, c'è poco ancora da scoprire (a meno di non fra finta di non vedere).
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Le figure di Panzieri
Lettura di Sul primo numero di «Quaderni rossi» [Paesaggio con serpente, 1984]
di Filippo Grendene
L’esperienza dei Quaderni rossi rappresenta una tappa centrale nello sviluppo del movimento operaio italiano: i sei numeri, usciti fra 1961 e 1965, forniscono le basi per un’interpretazione rinnovata del panorama nazionale, mutato in seguito al picco di crescita degli ultimi anni Cinquanta e al conseguente ‘ammodernamento’ di apparato produttivo industriale e relazioni lavorative. L’analisi condotta dai Quaderni, ancorata soprattutto al piano teorico – la rilettura di Marx – e a una pratica – l’inchiesta operaia – rivestirà un’importanza centrale per tutto il ciclo di lotte che si apre nel 1962 con Piazza Statuto per chiudersi nel decennio successivo. In questo percorso Fortini assume un ruolo non secondario: attraverso il proprio intervento saggistico contribuisce ad aprire, assieme a coloro che intervengono sui «Quaderni» – «rossi» e, da un’altra prospettiva, «piacentini» – e sulle moltissime riviste nate nel corso degli anni Sessanta, uno spazio politico a sinistra del PCI, occupato da organizzazioni di vario stampo, orientamento, dimensione.
Raniero Panzieri, fondatore dei Quaderni rossi, muore nel 1964, all’età di 43 anni. Di formazione filosofica, intreccia per molti versi la propria esperienza intellettuale a quella di Franco Fortini, all’interno delle residue possibilità di movimento che, nel quinquennio 1956-1961, la posizione filosovietica del PCI e le aperture al centrosinistra del PSI lasciano agli intellettuali italiani:
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La scomparsa della sinistra in Europa
di Alessandro Visalli
Aldo Barba, Massimo Pivetti, “La scomparsa della sinistra in Europa”, Imprimatur, 2016
Qualche parola preliminare: il libro di Barba e Pivetti è di quelli che bisogna leggere. Nella sua bella recensione Sergio Cesaratto, un economista “eterodosso” sraffiano, lo chiama “di gran lunga la più importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni”, e sono d’accordo. Si può leggere insieme al lavoro di scavo profondo che compie Michéa, e di cui abbiamo appena cominciato a dire nella lettura di “I misteri della sinistra”. Ma anche il libro del 1986 di Paggi e d’Angelillo; altri esuli.
Una provocazione, dunque.
Un “pamphlet”, si sarebbe detto una volta, un genere letterario che tratta di un argomento di attualità (e quale più di questo), in modo ‘di parte’ e con intento polemico. Quindi con uno stile irriverente, espressione di una pulsione morale irresistibile davanti ad una situazione intollerabile; tale da far vedere l’acquiescenza, la pigrizia intellettuale e la cecità morale ed emotiva di chi, pur avendo per così dire ‘davanti agli occhi’ i fatti denunciati non se ne avvede. Elemento tipico del genere, e coerente nell’ambito dei suoi scopi, è anche l’invettiva personale. L’attacco condotto contro persone e posizioni, senza produrre in proposito accurate valutazioni di contesto, o scandagli dello sviluppo delle posizioni stesse, della loro articolazione, delle prove.
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