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C'è una logica nella crisi. Vale la pena rileggere Marx
di Alberto Burgio
In libreria una raccolta di scritti marxiani, in parte inediti, curati da Vladimiro Giacché
«Come sempre, con la prosperità si sviluppò molto rapidamente la speculazione. La speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell'osservatore superficiale come causa della crisi».
«Il fatto che, laddove l'intero processo poggia sul credito, non appena il credito viene improvvisamente a mancare e ogni pagamento può essere effettuato solo in contanti debbano subentrare una crisi creditizia e la mancanza di mezzi di pagamento - è ovvio, come lo è il fatto che la crisi nel suo complesso debba presentarsi prima facie come crisi creditizia e monetaria. Ma in realtà non si tratta unicamente della "convertibilità" delle cambiali in denaro. Un'enorme massa di queste cambiali non rappresenta nulla più che transazioni truffaldine, che ora sono scoppiate e vengono alla luce del sole; esse rappresentano speculazioni andate male e fatte con il denaro altrui. È proprio bello che i capitalisti, che gridano tanto contro il "diritto al lavoro", ora pretendano dappertutto "pubblico appoggio" dai governi e facciano insomma valere il "diritto al profitto" a spese della comunità».
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Il Ponte è un esempio di keynesismo alla rovescia
Antonello Mangano
Ivan Cicconi, massimo esperto italiano di lavori pubblici, svela la vera essenza del modello Ponte: «E’ keynesismo al contrario, si usa la ricchezza sociale per trasferirla a pochi soggetti privati». Secondo lo schema già sperimentato con la Tav. Un articolo da Terrelibere.org
«Sono politiche keynesiane alla rovescia. In precedenza si prendeva la ricchezza prodotta per redistribuirla, oggi si danno soldi a chi è già ricco. Sono costi che pagheremo per diversi decenni». Lo dice a terrelibere.org Ivan Cicconi, uno dei maggiori esperti di infrastrutture e lavori pubblici, commentando l’annuncio del governo della prima pietra del Ponte sullo Stretto. «La varianti come quella di Cannitello sono ad hoc per il Ponte, si tratta di opere funzionali al progetto». Cicconi, ha denunciato già molti anni fa le storture dell’Alta velocità. Profitti privati, costi per tutta la collettività, cantieri lumaca. Oggi ravvisa nel Ponte lo stesso modello. Il keynesimo alla rovescia, Robin Hood al contrario: la ricchezza sociale che finisce nella tasche dei soliti noti: i grandi contractors, con Impregilo sempre in testa.
Esattamente quanto sostenuto nel libro «Ponte sullo Stretto e mucche da mungere»: è «l’economia basata sulle partnership tra pubblico e privato che mungono attività senza rischio. Al primo soggetto spettano i costi, al secondo i benefici. E’ l’economia delle infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte al territorio. E’ l’economia dei disastri e delle guerre».
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La CGIL che vogliamo.
Allo stato attuale di elaborazione, il documento della commissione politica non corrisponde al congresso di svolta che le firmatarie e i firmatari di questo testo ritengono necessario. Con esso si intende contribuire al lavoro della commissione politica, al fine di verificare convergenze e divergenze. (...)
La CGIL che vogliamo rinnova ogni giorno il suo impegno per la difesa e l’estensione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, degli e delle aspiranti ad un lavoro, dei pensionati e delle pensionate.
La CGIL che vogliamo si batte per la democrazia e per la pace, nel pieno rispetto dell’art. 11 della Costituzione.
E’ così che la storia, il presente, la realtà economica, sociale e produttiva non impone le sue regole ma viene attraversata dalle nostre priorità, viene letta dalla nostra ottica, viene conosciuta e modificata dalle nostre battaglie.
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Coincidenze parallele
Teo Lorini
Molte riflessioni si stanno dipanando in queste ore dal complicato garbuglio di omissioni e ricatti, video apparsi e scomparsi, smentite e ammissioni che ha per protagonista il presidente PD della regione Lazio, Pietro Marrazzo.
A cominciare dalla constatazione (ovvia ovunque tranne che in Italia) per cui è inammissibile che sia esposto a ricatti il titolare di una carica politica di quel livello e –a maggior ragione- il detentore di un ancor più importante incarico. Perché allora Marrazzo si sospende dalla carica e non lo fa invece il primo ministro che da mesi ha ammesso, con l'ardito eufemismo "non sono un santo", di essere un puttaniere e del quale sono, per di più, provati gli intensissimi rapporti con un corruttore sotto inchiesta per induzione alla prostituzione, ma anche per detenzione di cocaina a fini di spaccio?
Più a fondo ancora ci si potrebbe chiedere, come fa Piergiorgio Paterlini, se tutto si possa ridurre alle usurate categorie della 'debolezza', degli ormai logori vizi privati e delle sempre più implausibili pubbliche virtù o se invece non si debba almeno tentare un'esplorazione più ampia, nei campi ancora ostinatamente tabù "del desiderio, dell'identità, del sesso che si paga".
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Ecco Bersani: arretratezza, liberismo, Lega Coop e convivenza con la camorra
di Nique la police
La vittoria di Bersani alle primarie del PD non va letta secondo l'interpretazione diffusa da due riflessi condizionati. Il primo è quello che vuole la fine della strategia bipolarista del partito democratico, con un sistema all'inglese che avrebbe dovuto favorire una sorta di New Labour di originaria matrice democristano-piccista, mentre il secondo è quello che interpreta questo voto come una risposta "di sinistra" al conflitto politico interno al PD.
Intendiamoci, entrambi i riflessi condizionati contengono un granello di verità: prima di tutto infatti il PD adesso tenderà verso un genere di alleanze simili ma non identiche al quelle dell'ulivo di Prodi sapendo che per andare al governo è impensabile vampirizzare elettori e ceto politico di altre aree culturali. Poi, e questo è altrettanto vero, la mobilitazione dell'ex elettorato Ds è stata decisiva per spostare l'ago delle preferenze nel PD verso Bersani. Si intravede infatti in questa vittoria un desiderio di una politica di sinistra (e persino, in lontananza, del Pc)i che naturalmente è destinata a rimanere inevasa.
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Un brutto nodo
di Ida Dominijanni
Bene ha fatto Piero Marrazzo ad autosospendersi da governatore della Regione Lazio. Meglio avrebbe fatto a dimettersi: non ieri, dopo aver ammesso quello che l'altro ieri negava ostinatamente e incomprensibilmente, ma in quel di luglio, all'indomani degli ormai noti fatti, quando capì di essere sotto ricatto e, stando alle sue stesse dichiarazioni, pagò i ricattatori nel tentativo di mettere tutto a tacere. Tentativo vano, perché nell'epoca della riproducibilità tecnica di tutto vana è la speranza di mettere a tacere qualsivoglia cosa. Tentativo colpevole, perché un uomo di governo sotto ricatto ha l'obbligo di denunciare i ricattatori e, a meno che la causa del ricatto sia inesistente, non può fare l'uomo di governo. Non può fare nemmeno la vittima, o solo la vittima, come invece Marrazzo ha fatto nell'immediatezza dello scandalo.
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Calabria e Campania, qual è il vero problema
di Guido Viale
Da anni la Campania è sottoposta al potere di un commissario straordinario per l'emergenza rifiuti di nomina governativa; una figura introdotta più o meno nello stesso lasso di anni anche in Calabria, Sicilia, Puglia e ultimamente in Lazio, per far fronte al problema dei rifiuti solidi urbani. A quindici anni dalla sua istituzione è ormai chiaro che questa figura non è stata la soluzione ma il problema. I commissari che si sono succeduti nel tempo non hanno fatto altro che ostacolare l'unica soluzione del problema dei rifiuti urbani, che è la raccolta differenziata domiciliare.
Basta pensare che in meno di un anno e mezzo la città di Salerno, sottrattasi ai diktat del commissario, è riuscita a portare la raccolta differenziata da pochi punti percentuali al 72 per cento, piazzandosi al primo posto tra i comuni ricicloni e sfatando definitivamente la calunnia razzista secondo cui il disastro della Campania sarebbe colpa delle cattive abitudini delle sua popolazioni.
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I generali della guerra del gas si preparano alla battaglia più dura
di Giulietto Chiesa
Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l'esecuzione.
Il “Nord Stream”, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l'ostacolo frapposto dall'Ucraina all'afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali. Che si tratti di un ostacolo Mosca l'ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko. “Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».
Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell'URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.
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Ripresa economica globale: la grande illusione
di Laurent Cordonnier *
Nonostante gli incantesimi dei maghi della politica
L'economia mondiale, che alterna cadute e condoni, barcolla a metà del guado. Ma già due traiettorie divergono. Quella degli acrobati della finanza, che passano dall'altra parte senza bagnarsi e ritrovano la felicità dei bonus, e quella dei lavoratori stipendiati, sommersi dalle nere acque della recessione. A un anno dal crollo della banca Lehman Brothers, né gli uni né gli altri credono più agli annunci della «regolamentazione». Il capitalismo, lasciato libero dai poteri politici, riprende la sua folle corsa. Come se non fosse successo niente.
Proprio mentre la crisi economica e finanziaria, diventata spettacolare a partire dall'autunno 2008, continua a diffondere i suoi misfatti, la primavera del 2009 ha visto sbocciare tutti gli incantesimi immaginabili in vista di un rapido recupero dell'oggetto del desiderio: lo sviluppo.
Nessun segno del destino è stato trascurato: il borbottìo (precario) degli indici di borsa; la risalita (barcollante) del corso delle materie prime e delle energie fossili; la decelerazione delle soppressioni di posti di lavoro negli Stati uniti e le previsioni di crescita incoraggianti della Riserva federale (Fed); l'aggiornamento (di + 0,1 punto!) delle previsioni della Banque de France riguardante il prodotto interno lordo (Pil) del paese nel 2009;
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Ecco come morimmo
di Paolo Barnard
Il processo iniziò il 23 agosto del 1971 nella sale della Camera di Commercio degli Stati Uniti d’America, e arrivò alla sentenza il 31 maggio del 1975 nell’assemblea plenaria della Commissione Trilaterale a Kyoto. In quattro anni di dibattimento i Padroni della nostra vita decisero che l’imputato doveva morire. L’imputato si chiamava Sinistra, cioè diritti, cioè democrazia partecipativa dei cittadini comuni, cioè pace, tolleranza, interesse collettivo, amore libero e libero pensiero, cioè Un Mondo Migliore per ogni uomo o donna di questo pianeta, cioè il mondo che avremmo voluto avere e che oggi non abbiamo. Negli anni ’70 quel mondo appariva sul punto di realizzarsi, sospinto dallo straordinario vento di progressismo che aveva spazzato il mondo occidentale nella decade precedente. La sentenza decretò che l’imputato era colpevole, e ne dettò le modalità di esecuzione capitale. Oggi quello che vi appare come il Potere - dalle multinazionali alle guerre economiche, la P2, le mafie, il mostro mediatico commerciale, la Casta politica e le altre Caste, le lobby dell’attacco alle Costituzioni, l’impero dei consumi – non lo è. Queste manifestazioni aberranti sono solo il risultato di quella sentenza. Il Potere è la cupola dei mandanti di allora e di oggi, quella è l’origine di tutto.
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E' sempre Goldman Sachs. L'Impero sta vincendo?
di Simone Santini
Doveva essere la crisi finale del capitalismo ma i colossi di Wall Street, dopo alcuni scossoni, tornano a fare la voce grossa. I dati del secondo trimestre del 2009 dicono che la banca (ex) d'affari Goldman Sachs, una delle regine del mercato che ha superato indenne l'anno terribile, incamera ora profitti record e promette bonus milionari a dipendenti e dirigenti: forse la crisi finanziaria non è ancora finita, ma per alcuni banchieri pare proprio di sì.
Sembrano lontani i tempi in cui i risparmiatori britannici facevano le file agli sportelli della Northern Rock, del tracollo di Bear Stearns, del crack di Lehman Brothers, dell'acquisizione di una boccheggiante Merrill Lynch da parte di Bank of America. E come dimenticare le decisioni di Morgan Stanley e proprio Goldman Sachs di cambiare statuto e trasformarsi da banche d'affari in banche commerciali (cosa avvenuta lo scorso autunno), sottostando così alla regolamentazione della Fed (la Banca Centrale americana) ma potendo anche accedere ai ricchi fondi statali, dunque pubblici, destinati agli enti finanziari in crisi.
A giudicare dai risultati fu una mossa brillante. Grazie a quella boccata d'ossigeno (tra l'altro più che sostanziosa, 10 miliardi di dollari) Goldman Sachs poteva continuare, dietro la foglia di fico di essere anche una banca commerciale, tutte quelle operazioni finanziarie che sole possono dare rendimenti stratosferici. I numeri parlano chiaro. Le attività di trading (ovvero la speculazione su indici azionari, materie prime, cambi valutari e quant'altro) hanno rappresentato per questo 2009 la gran parte (70-80%) degli utili della compagnia (più 33% rispetto lo scorso anno), mentre il nuovo settore, l'attività strettamente bancaria, per questo secondo trimestre ha segnato una perdita del 15% rispetto al precedente.
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Mentre l’economia soffre, le Borse brindano sul Titanic
Mauro Bottarelli
Ogni tanto è bello levarsi qualche soddisfazione. Il sottoscritto e quindi il sito su cui scrive, negli ultimi due giorni se ne sono tolte parecchie. Dopo settimane di silenzio, infatti, la grande stampa ha deciso di porre fine alla retorica della ripresa e ha deciso di guardare in faccia la realtà per quella che è: un disastro di irresponsabilità globale.
Il primo è stato Massimo Gaggi sul Corriere della Sera di domenica che in un bell'articolo faceva notare come l'ottimismo e i rialzi che regnano in Borsa sono completamente svincolati dai dati ancora pessimi dell'economia reale, soprattutto in Usa. Se infatti il Dow Jones ha raggiunto la soglia dei 10mila punti, sono i dati senza precedenti di deficit e disoccupazione Usa a rendere questo dato folle e non degno di un brindisi, visto che oltretutto quel dato depurato ai valori azionari correnti vedrebbe il Dow a quota 7600 e non 10mila come nel 2007.
Ieri, poi, è stata la volta di Corriere Economia, il dorso economico del lunedì del foglio di via Solferino, che dedicava apertura di prima pagina ed editoriale al ritorno in grande stile della minaccia dei derivati.
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Scie per il marxismo del XXI secolo
di Franco Soldani
Premessa
Il lettore troverà nei paragrafi che seguono alcune ipotesi teoriche, aventi in parte lo status di concetti definiti, in parte la forma d'un programma di ricerca, relative a una rilettura del pensiero di Marx. Esse costituiscono in pari tempo una critica di quella galassia concettuale universalmente conosciuta col nome di marxismo storicamente costituito, marxismo il più delle volte codificato in scuole di vario tipo, spesso reso accademico e persino identificato con singoli intellettuali. Tali eventi lo hanno ormai reso definitivamente sterile dal punto di vista cognitivo.
Questo variegato arcipelago teorico, la cui formazione d'altro canto è durata più d'un secolo (cosa che ne spiega la natura coriacea e l'attuale sopravvivenza qua e là in Europa e altrove), viene qui considerato morto e sepolto. Detta tradizione ha avuto nel passato una nobile e tragica storia e ha svolto una funzione determinante nel dare la sua forma odierna al mondo contemporaneo. Oggi però essa è irrimediabilmente superata e deve essere sostituita con una differente interpretazione della realtà sociale.
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E se l'Italia ricominciasse da sé?
Rosita Donnini e Valerio Selan
Un apparato produttivo troppo dipendente dalle esportazioni è esposto non solo all'avversa congiuntura mondiale, ma anche ai ricatti protezionistici dei paesi acquirenti. Il rilancio potrebbe puntare su una politica di riequilibrio della domanda interna, affidando alla politica fiscale e alle liberalizzazioni il compito di sostegno, ma ciò richiederebbe un drastico mutamento del sistema tributario e altre razionalizzazioni
Una serie di circostanze e di eventi ci spingono a qualche approfondimento sul modello di sviluppo post-crisi dell'economia italiana, già accennato in alcuni nostri scritti. Li ricordiamo brevemente.
A) L' approvazione del condono tombale sui reati societari, che dovrebbe garantire, anche con il riciclo di capitali di dubbia provenienza, un gettito provvidenziale per riempire le caselle vuote di una finanziaria fantasma. Ennesimo miraggio del genio di Aladino: la finanziaria-pagherò. La prossima ci verrà presentata con un balletto sulle punte.
B) Le cupe prospettive occupazionali, accompagnate però da segnali di ripresa sui mercati esteri e di ritrovata fiducia di una parte delle imprese italiane.
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Bagliori di una guerra segreta
di Simone Santini
Il 19 ottobre riprendono a Vienna i negoziati sul nucleare iraniano. Le schermaglie pubbliche non mancano: gli iraniani annunciano che senza accordo sull'arricchimento dell'uranio all'estero continueranno da soli; Hillary Clinton risponde che gli Usa non attenderanno oltre; Vladimir Putin sostiene che non ci sono le condizioni per un inasprimento delle sanzioni. Intanto segnali disparati fanno intendere che sono in corso scontri sotterranei, autentici bagliori di una guerra segreta.
Ne riportiamo alcuni, in ordine sparso, avvertendo che si tratta per lo più di notizie isolate ma che potrebbero anche essere (in tutto o in parte) tessere di un puzzle ordinato e profondamente interconnesso.
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L'errore del Governatore
di Felice Roberto Pizzuti
Il Governatore Draghi, partendo dai problemi posti dalla crisi, ha fatto due proposte: il potenziamento degli ammortizzatori sociali e l'aumento dell'età pensionabile. La prima è largamente condivisibile proprio a partire dai dati ricordati dallo stesso Governatore che confermano come la vera anomalia del nostro welfare sia la marcata inadeguatezza dei nostri ammortizzatori sociali che lasciano del tutto scoperti proprio i lavoratori maggiormente a rischio di disoccupazione, come i parasubordinati, e coloro che sono in cerca del primo impiego.
Attualmente, meno di un terzo dei disoccupati riceve un'indennità di disoccupazione, ma il basso tasso di attività indica che coloro che involontariamente non lavorano sono più di quanti appaiono nelle statistiche dei disoccupati poiché molti di essi, scoraggiati dalla possibilità di trovare un impiego, nemmeno figurano in cerca di lavoro. La crisi conferma (specialmente a chi l'aveva rimosso con teorie ottimistiche) che l'instabilità dei mercati è un dato strutturale e crescente, cosicché assicurare un reddito ai disoccupati non è solo un'esigenza sociale, ma anche economica perché sostiene la domanda in un momento di particolare bisogno.
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Perché il PD non attacca Berlusconi?
di Alberto Burgio
«Sarebbe sbagliato trarre conseguenze politiche dalla sentenza della Consulta». Tradotto: le vicende giudiziarie di Berlusconi non riguardano il governo, casualmente da lui presieduto. Quindi tutto deve filare liscio (si fa per dire) indipendentemente dalla bocciatura del lodo Alfano. Che questa sia la linea del governo, della maggioranza e della Confindustria si capisce. Ma perché la sostiene anche il principale partito dell’opposizione (le parole tra virgolette sono state pronunciate mercoledì 7 ottobre, a botta calda, da Massimo D’Alema e riflettono la posizione di tutto il gruppo dirigente democratico)? Perché il Pd non bastona il cane che affoga, approfittando del fatto che l’immagine di Berlusconi vacilla anche tra gli elettori del centrodestra, in gran parte ostili alle sue pretese di impunità?
Potrebbe trattarsi di un’astuzia tattica: un affondo precipitoso potrebbe paradossalmente attenuare i contraccolpi della bocciatura del lodo, meglio che Berlusconi rosoli a fuoco lento o si sotterri da solo, vittima del proprio incontrollato furore. Un’altra risposta è quella formulata da Andrea Fabozzi qualche giorno fa sul manifesto: il Pd sostiene il governo in attesa di tempi migliori perché, nonostante tutto, teme il responso delle urne in caso di elezioni anticipate. Forse però è possibile anche una terza ipotesi. Per argomentare la quale è necessario fare qualche passo indietro, ragionare su quanto è accaduto in Italia nei primi anni Novanta.
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L' Unione europea ad un bivio nel 2010: complice o vittima del crollo del dollaro?
Crisi sistemica globale
Comunicato pubblico GEAB N°38 (15 ottobre 2009)
Le grandi tendenze delle fasi 4 e 5 della crisi sistemica globale (fase di decantazione e fase di smembramento geopolitico mondiale) si rivelano ogni giorno un po' di più (1). Tutti ormai hanno capito che gli Stati Uniti sono trascinati in una spirale incontrollabile che associa insolvibilità generalizzata del paese ed incompetenza evidente delle elite US ad attuare le soluzioni necessarie
L’annunciata cessazione dei pagamenti degli Stati Uniti è in corso come illustrano la caduta del dollaro e la fuga dei capitali fuori dal paese: solo il nome del liquidatore ed il riconoscimento del fallimento sono ancora sconosciuti, ma ciò non può ritardare. E, parallelamente al suo leader, l'Occidente, da cui il Giappone si allontana un po' di più ogni giorno con l'attuazione dei suoi nuovi orientamenti politici, economici, finanziari e diplomatici (2), è già in piena deliquescenza l’immagine della NATO in Afganistan (3). Così, secondo LEAP/E2020, l' anno 2010 metterà l'Unione europea nel cuore di quattro vincoli strategici che gli imporranno scelte urgenti in un contesto di crollo accelerato del campo occidentale, che si potrebbe semplificare riassumendolo col destino del dollaro US.
Queste scelte definiranno durevolmente il ruolo degli europei nel mondo del dopo crisi. Sia se si affermeranno come attori-chiave della strutturazione del mondo di domani affermando la loro visione del futuro e cercando i partner ad hoc senza esclusione; sia se si accontenteranno di essere vittime che acconsentono al naufragio dell’Occidente seguendo ciecamente Washington nella sua discesa agli inferi.
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Genova G8: i colpevoli e gli “intoccabili”
di Emiliano Sbaraglia
L’assoluzione dell’allora capo della polizia Gianni De Gennaro (nel frattempo divenuto capo del coordinamento dei Servizi segreti) e dell’ex dirigente della Digos di Genova, Spartaco Mortola (nel frattempo promosso vice questore vicario di Torino), già di per sé aveva il sapore di una beffa per tutti coloro che in quelle maledette giornate di Genova c’erano, o che in questi anni hanno tentato di seguirne le vicende processuali, tra omissioni e disinformazioni.
Quando poi, a poche ore di distanza, sono arrivate le misure durissime della seconda sezione della Corte d’Appello del capoluogo ligure per dieci presunti black bloc (98 anni e 9 mesi di reclusione la somma totale richiesta), tutto appare, ancora una volta, irrimediabilmente lampante: per i fatti accaduti a Genova nei giorni tra il 19 e il 22 luglio del 2001, oltre al vergognoso strascico consumato nel carcere di Bolzaneto, non ci sarà mai verità e giustizia. Come non ci sarà mai verità e giustizia per la morte di Carlo Giuliani; basta rileggere i commenti soddisfatti di maggioranza e rappresentanti significativi dell’attuale opposizione all’assoluzione di De Gennaro, definito da Haidi Giuliani, la madre di Carlo, un “intoccabile”.
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Rifiuti di stato sotto il mare
di Andrea Palladino
La nave affondata nel mare di Calabria è carica di veleni. Lo si sa da almeno tre anni, molto prima che il magistrato di Paola prendesse in considerazione le parole del pentito Fonti. Lo dicono le analisi delle acque altamente inquinate da molte sostanze tossiche, in base alle quali è stato ordinato il divieto di pesca
Il relitto di Cetraro, lentamente, sta ritornando nel buio dei fondali. I 500 metri di profondità che lo hanno nascosto per diciassette anni si allungano, diventano inaccessibili. Il rischio del silenzio è dietro l'angolo. Eppure è lì. Eppure nessuno ha smentito la storia delle navi dei veleni. Anzi, man mano che gli archivi risalgono in superficie la lista delle conferme si allunga, si rinsalda.
La prima notizia è pessima: i rifiuti pericolosi al largo di Cetraro ci sono. Due aree vicine alla zona del ritrovamento del relitto dello scorso 12 settembre - una un po' più a nord, l'altra più a est, vicina alla costa - sono contaminate da metalli pesanti: arsenico, cobalto, alluminio e cromo. Tutte sostanze che non possono provenire dalla costa, dove non esistono industrie. Tutte sostanze, quindi, che qualcuno ha gettato in mare.
Non si tratta di studi del governo arrivati in questo mese di attesa. L'individuazione dei residui è del 2006 ed è riportata in una ordinanza della Capitaneria di Porto di Cetraro, la 03/2007. Il documento indica due quadrilateri, vietando la pesca a strascico nelle zone contaminate. La Marina militare, dunque, sapeva dell'esistenza di rifiuti tossici al largo di Cetraro da almeno tre anni. Peccato che quando il procuratore di Paola chiese aiuto per individuare il relitto la risposta fu evasiva: non abbiamo navi da inviare.
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Il pensiero ermafrodita della scienza
di Franco Soldani
Estratti dalla Prefazione del libro
Il mondo contemporaneo e l’intero pianeta si trovano oggi in una drammatica fase di transizione ad un nuovo ordine internazionale. Iniziata nel corso degli anni ’90 del Novecento, tale fase ha trovato un suo primo punto di svolta nel disegno criminale concepito, organizzato e infine portato a compimento dalle classi dominanti statunitensi l’11 settembre 2001. (1) Questo processo si trova attualmente di fronte ad un bivio geo-politico ed economico-finanziario di portata globale in parte generato da quello stesso avvenimento cruciale. (2)
Se davvero il capitale finanziario USA riuscisse a far diventare realtà i suoi sogni di «full spectrum dominance» planetari (3) e ridisegnare l’architettura manifatturiera, bancaria e creditizia dell’intera economia mondiale, (4) sarebbe difficile rimanere spettatori passivi di fronte alle dimensioni di un tale tsunami sociale. D’altro canto, anche adesso, nelle condizioni date, nel mentre gli avvenimenti evolvono e maturano sotto i nostri occhi, non si può assistere, impassibili o partecipi, alla trasformazione della cartografia dell’impero e lasciare immutato il pensiero che dovrebbe spiegarla e che in ogni caso si troverà a dover fronteggiare.
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Nobel a Obama: disarmo impossibile se non chiude l'Impero
di Gian Carlo Caprino*
L'assegnazione del premio Nobel per la Pace a Barack Obama ha sorpreso tutti per due fondamentali motivi:
Barack Obama, al di là delle sue intenzioni buoniste enumerate nei suoi vari discorsi, non ha ancora compiuto alcun fatto concreto per la Pace mondiale. Si tratta quindi di una sorta di "cambiale in bianco" che la reale Accademia norvegese ha stipulato nei confronti del Presidente USA; Obama ha ereditato, dalla precedente amministrazione, due guerre non risolte (quella in Iraq e quella in Afghanistan), alle quali non sembra voler dare una soluzione in senso innovativo e pacifico. Addirittura, per l'Afghanistan, si ipotizza l'invio di altre decine di migliaia di soldati per battere il "terrorismo". Niente di nuovo, quindi, rispetto all'epoca di Bush.
Forse la ragione principale dell'assegnazione del Nobel risiede nella sua dichiarazione, approvata alla unanimità in sede di Consiglio di Sicurezza, sulla sua intenzione di dar luogo ad un processo politico-diplomatico che porti, nel tempo, al bando delle armi nucleari nel mondo intero.
In realtà si tratta di pie intenzioni, probabilmente dettate da una buona dose di demagogia, perché Obama sa benissimo che la distruzione degli arsenali nucleari è strettamente legata ad una profonda revisione e riduzione degli armamenti convenzionali (cioè, tutto ciò che non riguarda il nucleare), principalmente da parte degli USA..
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Prometeo, il sapere o la finzione
di Bruno Accarino
Com'è noto, ci si può insediare a capo del Ministero dell'Università e della pubblica istruzione senza essere in grado di distinguere una tesi di laurea - anche già rilegata, e dunque agevolmente riconoscibile - da una giraffa o da un pianoforte, e non è detto che col tempo la capacità di orientarsi si accresca granché. Questo esordio disinvolto non impedisce di essere legislativamente efficaci, anzi micidiali, sia pur ottemperando pedissequamente agli imperativi del ministero dell'economia e propinando, insieme ai tagli di bilancio destinati a cancellare le strutture pubbliche della formazione in Italia, un po' di chiacchiere alla buona e alla rinfusa e qualche pistolotto parenetico sulla meritocrazia. Inutile contare i casi di promozione dell'incompetenza e dell'inesperienza e di formazione scapigliata della classe dirigente.
Ma è venuto il momento di spezzare una lancia a favore della Gelmini e di altri ministri che ne condividono il profilo: ci vuole molto altro per dirigere un ministero? A quale parametro standard si commisurano le capacità di chi è titolare di così significativi poteri decisionali?
Per molti decenni la risposta più diffusa è stata: il ministro è una figura decorativa, chi dispone, senza neanche proporre, è una fitta rete di poteri di sottogoverno e di burocrazia di Stato la cui prima caratteristica è quella di sopravvivere a qualsiasi spostamento, e perfino a qualsiasi terremoto, elettorale. Ci aspettavamo da La Russa che si appropriasse dei complicatissimi scenari dei war games della guerra fredda o che acquisisse una cultura polemologica del dopo-Clausewitz? Basta e avanza quel poco che riesce a farfugliare. Nella divisione sartoriale del lavoro, da una parte il politico ricuce il consenso, dall'altra il burocrate tesse la tela sottile della padronanza cognitiva dei fatti. A lui spetta la gestione delle cose vere, che ha anche il vantaggio di essere meno capricciosa, meno effimera, meno ruffiana. E più aderente ai fatti.
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La classe operaia ed il "blocco dei produttori" berlusconiano-leghista
Chi ha rapito Cipputi?
di Domenico Moro
1. La fase post elettorale, di solito, è orfana di sconfitti e figlia di molti vincitori. Nelle elezioni europee 2009 ci sono, però, due sconfitti evidenti. Uno è il Pd, ma questo era nelle aspettative. L’altro era meno prevedibile. Si tratta del Pdl e del suo padrone, Silvio Berlusconi.
PD e PDL sconfitti nelle elezioni europee
Confrontando i voti assoluti delle europee del 2009 con le politiche del 2008, se il Pd, dato quasi per spacciato e sulla via della spaccatura interna, perde il 28% (includendoni voti dei radicali, che nel 2008 si erano presentati nella stessa lista), pari a 3,3 milioni di voti, il Pdl non va molto meglio, perdendo il 21%, equivalente a 2,8 milioni di voti.
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Un premio di consolazione
di Atilio Borón*
Il Nobel della Pace a Obama
Con un’insolita decisione, il Comitato Nobel di Norvegia ha messo fine alla ricerca durata sette mesi tra i 250 pretendenti al Premio Nobel della Pace, conferendolo a Barack Obama. La decisione del Comitato norvegese ha provocato le più diverse reazioni a livello internazionale: dallo stupore ad una risata fragorosa. Le dichiarazioni del presidente di questo organismo, Thorbjorn Jagland, è stupefacente: “E’ importante per il Comitato dare un riconoscimento alle persone che lottano e idealiste, ma non possiamo fare questo tutti gli anni. Talvolta dobbiamo addentrarci nel regno della realpolitik. In fin dei conti è sempre un misto di idealismo e realpolitik ciò che può cambiare il mondo”. Il problema con Obama sta nel fatto che il suo idealismo si pone sul piano della retorica, dal momento che nel mondo della realpolitik le sue iniziative non potrebbero essere più in contrasto con la ricerca della pace.
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