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Alcune ipotesi contro-fattuali sulla presente crisi[1]
Luigi Pasinetti
Investimenti, profitti, crescita e distribuzione dei redditi
In un ormai famoso articolo nella «Review of Economic Studies» del 1956, Nicholas Kaldor aveva presentato una rassegna delle teorie della distribuzione del reddito.
Cominciava dai classici (Adam Smith e soprattutto David Ricardo), per poi proseguire con Marx, e quindi arrivare ai marginalisti neoclassici (con una lunga sintesi che includeva Walras/Wicksell/Mar-shall/Wicksteed). Ci si sarebbe aspettato che terminasse qui. Ma Kaldor aggiunse a questo punto anche una teoria kaleckiana basata sul grado di monopolio e soprattutto, a se stante e con inaspettata evidenza, una teoria «keynesiana» della distribuzione del reddito. Ciò destò sorpresa, perché nella Teoria Generale di Keynes (1936) non si trova alcuna esplicita formulazione di una teoria della distribuzione del reddito. In effetti, Kaldor aveva concepito una teoria di stampo keynesiano sì, ma nuova ed originale, che combinava e legava il concetto classico della «domanda effettiva», dovuta per la verità a Malthus più che a Ricardo, con le esigenze delle condizioni per il conseguimento della piena occupazione, cioè coi temi di cui si era essenzialmente occupato Keynes.
Il ragionamento di Kaldor era molto semplice, ma ricolmo di radicali conseguenze. Metteva in relazione la distribuzione del reddito tra profitti e salari con le esigenze della effettuazione di quegli investimenti che – incorporando il progresso tecnico e la disponibilità dell’aumento della popolazione lavoratrice – sono necessari per mantenere la piena occupazione in un processo di crescita economica: con questo, introduceva la distribuzione del reddito all’interno di un contesto teorico «keynesiano».
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Le radici sociali della crisi economica
V. Parlato intervista Giorgio Lunghini
Negli ultimi decenni c'è stato un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito dai salari ai profitti e alle rendite, che ha prodotto insufficienza di domanda effettiva e disoccupazione crescente
Rispetto all'intervista a Ciocca, apparsa sul manifesto di domenica 22 maggio aggiungeresti qualcosa? A quali aspetti daresti più importanza?Sono d'accordo su tutto quanto ha scritto Pierluigi Ciocca, ma circa le cause della crisi attuale del capitalismo occidentale, versione italiana compresa, io insisto soprattutto sulla stretta e inscindibile interconnessione, in un sistema capitalistico, tra gli elementi reali e gli elementi monetari. Un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale tra lavoratori, capitalisti e rentier fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di «sovrapproduzione» rispetto alla capacità d'acquisto; e se e soltanto se moneta, banca e finanza fossero al servizio del processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.
Negli ultimi anni (decenni) si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite, e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D'altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c'è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco.
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Il debito estero come strumento di dipendenza: l'Italia prima e dopo l'euro*
Rivista Indipendenza
Il processo di unificazione europea (con significativo sbocco nell’introduzione dell’euro), è tra i responsabili primari dell’impennata del debito/credito pubblico e sta favorendo la preoccupante crescita del debito estero. Veri beneficiari, le oligarchie finanziarie statunitensi ed il sistema capitalistico statunitense nel suo insieme.
Si proverà a spiegare cosa realmente sia il debito pubblico e le origini delle sue ingenti dimensioni, per comprendere anche come la questione debito pubblico sia la spia di una subordinazione nazionale sempre più pervasiva.
Nonostante gli effetti incidano profondamente sulle condizioni materiali della maggioranza della popolazione, manca una corretta individuazione delle sue cause.
1. Dall'integrazione monetaria all'indebitamento estero
Fin dai primi anni Novanta, il debito pubblico è il principale pretesto addotto per giustificare i tagli alla spesa sociale ed agli investimenti pubblici, l’aumento della pressione fiscale nonché lo smantellamento - attraverso le privatizzazioni– del sistema delle partecipazioni statali. Le cause addotte: corruzione e ingordigia del ceto politico democristiano e socialista spazzato via da "Mani Pulite" [scenari a tinte fosche se non si fosse proceduto in tal senso, con accento puntato in particolare per le generazioni future].
Da qui l’enfasi all’intervento salvifico del Trattato di Maastricht: i suoi disciplinanti vincoli per il risanamento dei conti pubblici indispensabili per evitare la “bancarotta” del paese. Le privatizzazioni, peraltro imposte da accordi europei come quello Andreatta-Van Miert del 1993, avrebbero consentito di incamerare risorse vitali.
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Benvenuti nel mondo violento del signor Belle Speranze
John Pilger
Quando la Gran Bretagna perse il controllo dell'Egitto nel 1956, il primo ministro Anthony Eden disse che voleva il presidente nazionalista Gamal Abdel Nasser "distrutto [...] ammazzato [...] non m’importa niente se c'è anarchia e caos in Egitto". Quegli arabi insolenti dovevano essere ricacciati "nei bassifondi da cui non sarebbero mai dovuti uscire", aveva invece già sostenuto Winston Churchill nel 1951.
Il linguaggio del colonialismo avrà subito modifiche, ma lo spirito e l’ipocrisia sono identici. Come risposta mirata alle sommosse arabe iniziate a gennaio che hanno sbigottito Washington e l’Europa - causando un panico come se fossero stati cacciati dall'Eden -, sta emergendo una nuova fase imperialista. Perdere il tiranno egiziano Mubarak è stato doloroso, ma non fatale. Una contro-rivoluzione, sostenuta dagli americani, è tuttora in corso, dato che il regime militare del Cairo è sedotto da una nuova corruzione e dallo spostamento di potere dal basso ai gruppi politici che non hanno partecipato alla rivoluzione. L’obiettivo dell’Occidente, come sempre, è quello di bloccare la democrazia autentica e di riprendere il controllo.
La Libia è arrivata al momento propizio. L’attacco della Nato alla Libia con il pretestuoso mandato della “no-fly zone” assegnato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per “proteggere i civili” è singolarmente simile alla definitiva distruzione della Jugoslavia nel 1999. Non c’era un avallo vero e proprio delle Nazioni Unite per bombardare la Serbia e per “salvare” il Kossovo, eppure quella propaganda echeggia ancora. Al pari di Slobodan Milosevic, Muammar Gheddafi è dipinto come “un nuovo Hitler” che ordisce il “genocidio” della sua stessa gente. Di questo non c’è alcuna prova, come non c’era alcuna prova del genocidio in Kossovo. In Libia c’è una guerra tribale civile, e la rivolta armata contro Gheddafi è stata da tempo pianificata da americani, francesi e inglesi con i loro aerei che attaccano la zona residenziale di Tripoli usando missili all’uranio e col sommergibile HMS Triumph che spara missili Tomahawk, ripetendo la tattica “shock and awe”, “sconvolgi e terrorizza”, usata in Iraq, che ha causato migliaia di morti e mutilati tra la popolazione civile.
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Noi – come sempre – ricordiamo tutto
Militant
«Noi siamo l’impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà. E mentre voi state studiando questa realtà, giudiziosamente, noi agiremo ancora, creando altre nuove realtà, che voi potrete soltanto studiare, e nient’altro».
Karl Rove, consigliere di G.W.Bush (2004)
L’arresto del generale serbo Ratko Mladic ha rigenerato, sui media italiani, quello stucchevole e scontato clima di concordia e visione unica del mondo e della storia che intossica la nostra percezione della realtà. Sono ormai decenni che la sinistra europea ha abbandonato l’idea che la storia e le vicende umane possano leggersi sotto un’altra lente, con altri occhi, interpretando diversamente ciò che l’informazione unificata ci propina ogni giorno come unica verità possibile.
Il giochetto andato di moda in questi anni è stato quello del male assoluto, del nemico dell’umanità: Saddam Hussein, Gheddafi, Ahmadinejad, Milosevic, e via dicendo. Oggi, Ratko Mladic. E, ogni volta, una sinistra succube culturalmente e politicamente segue il carrozzone mediatico senza proporre alternative interpretative, cedendo di continuo sul piano culturale e sociale in nome di qualche vago insieme di valori condivisi. Male assoluto contro cui tutti dovremmo unirci abbattendo le divisioni politiche che dividono la società.
Oggi è il caso di Ratko Mladic, che in pochi giorni ha oscurato Hitler&co come persona più orrida sulla terra, l’antiuomo contro il quale non esistono differenze politiche ma un’unica battaglia da combattere in nome dei diritti umani. Questo è il gioco portato avanti da sempre dalla storia “ufficiale”: de-contestualizzare e de-storicizzare ogni avvenimento storico, ogni fatto accaduto, per reinterpretare gli avvenimenti secondo i fini politici del momento.
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Essere se stessi con un po’ meno di fatica
di Christian Raimo
Ci sono degli eventi che hanno delle somiglianze. L’arresto per stupro di Strauss-Kahn, la vicenda di Don Seppia, la tragedia del padre di Teramo che lascia la figlia sotto il sole. Tre persone – tre maschi, diciamolo subito – che pensavamo affidabili, molto affidabili, si rivelano un disastro. Addirittura dei mostri per alcuni, indifendibili per la maggior parte (tranne le mogli – notiamo subito anche questo – nei casi di DSK e del padre). Eppure, evidentemente non sono tre episodi isolati. Voglio dire: 1) il Time della settimana scorsa ci ha addirittura fatto la copertina sugli uomini di potere che si comportano come maiali; Strauss-Kahn, Schwarzenegger, Tiger Woods, John Edwards, Charlie Sheen… sono soltanto l’ultima avanguardia di un esercito ben in forze; 2) la questione della pedofilia nella chiesa è diventata di rilevanza sociologica (tanto che l’associazione prete-pedofilo è purtroppo una di quelle che facciamo sempre più spesso, quasi un luogo comune); 3) queste tragedie dei bambini dimenticati in macchina sotto il sole si ripetono ogni tanto (due negli ultimi dieci giorni, Teramo, Perugia), e sono probabilmente l’emersione più tragica di una “distrazione di massa” – è una cosa che poteva capitare a chiunque, come ha detto non senza verità la moglie difendendo in lacrime il padre della piccola Elena.
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La retorica del potere. Critica dell’universalismo europeo
Immanuel Wallerstein
Sociologo statunitense con cattedra a Yale ma appartenente alla sinistra radicale, Immanuel Wallerstein è stato tra i primi in America a recepire e poi attualizzare la lezione di Braudel (come fondatore e direttore del Ferdinand Braudel Center alla State University di New York): i suoi lavori di sociologia economica e di storia delle idee applicano il concetto di lunga-durata ai processi del capitalismo, ed introducono definitivamente nelle scienze sociali la categoria di sistema-mondo1.
Quello di Wallerstein è dunque un sano storicismo metodologico: non consiste nell’immettere e così sciogliere tutti gli eventi nel flusso del tempo, ma nel fornire una visione sistemica e di lungo periodo dei processi culturali, economici, sociali e politici, in una parola della struttura storica della civiltà occidentale (cfr. p. 108: “tutti i sistemi sono storici e tutta la storia è sistemica”); ciò gli consente di avere uno sguardo critico analogo a quello di un altro grande sociologo di sinistra, Pierre Bourdieu, uno sguardo capace di decostruire riflessivamente i valori della nostra civiltà, di cogliere l’insufficienza o meglio l’obsolescenza delle vecchie categorie della politica europea e americana2 , e di comprendere che ci troviamo in una fase di transizione, di passaggio da un sistema-mondo ad un altro, i cui tratti non sono ancora definiti ma dipenderanno sicuramente dalle nostre scelte culturali, economiche e politiche.
Tale storicizzazione radicale permette inoltre a Wallerstein di affermare che ogni universalismo, ed in particolare quello elaborato dalla moderna civiltà occidentale, nasconde un particolarismo. In Chi ha il diritto a intervenire? Valori universali contro barbarie, prima delle tre conferenze tenute alla British Columbia University nel 2004 e qui raccolte in volume con l’aggiunta di un saggio conclusivo, egli va alla radice del problema per eccellenza, generato dalla costituzione concettualmente e concretamente ‘universalistica’ del sistema-mondo moderno a partire dalle scoperte geografiche del XVI secolo: lo statuto giuridico (quindi etico, politico, ontologico, problematicamente umano) dell’‘altro’3 .
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Per una critica dell'immaterialismo storico
Mario Tronti
Ce n’è per tutti, in questo libro di voluta e bentornata «polemica ideologica, al limite del pamphlet», come si esprime lo stesso autore: Carlo Formenti, Felici e sfruttati. Capitalismo digitale ed eclissi del lavoro. I lettori di «alfabeta2» ne hanno già saggiato un brano nel numero precedente. Ce n’è per tutti i novatori, che sono una tribù, accampata nei deserti dell’Occidente, comunicatori di un senso comune intellettuale di massa, con i suoi riti e miti, le sue credenze, i suoi tecnologici fondamentalismi. Sono gli utopisti, in buona e cattiva fede della rivoluzione digitale, «evangelisti del software libero, teorici dell’economia di rete come “economia del dono”, entusiasti del Web 2.0 come strumento di “democratizzazione” di imprese, istituzioni e mercati», oltre che, naturalmente, profeti di una paradisiaca liberazione dal lavoro materiale.
Colpiti dal fuoco, niente affatto amico, di Formenti, sono qui i novatori della struttura, più sopportabili, certo, degli insopportabili novatori della sovrastruttura. I primi infatti sognano la fine del lavoro sans phrase, in virtù dell’avvento dell’immateriale nel mondo e in attesa – si tratta di pazientare solo qualche giorno – della fine del capitale, qui e ora. I secondi, non sognano, vedono un’economia finalmente libera da lacci e lacciuoli della politica, una società finalmente libera dalle ingerenze dello Stato, e cittadini finalmente liberi dalle tutele dei partiti. Un altro mondo finalmente non possibile, ma reale: meraviglioso intreccio – si dice qui – di neoliberismo e di «taylorismo digitale».
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Molto rigore per nulla
Vivere al di sotto delle proprie possibilità
Angelo Locatelli
“Primo saignare, deinde purgare, postea clysterium donare”. Così rispondeva sistematicamente l'austero Argante molièriano alla commissione esaminante.
Il paziente non dà a vedere alcun segnale di miglioramento? “Resaignare, repurgare, reclysterare!”.
La parola d'ordine che da qualche tempo a questa parte ha investito le economie dei Paesi avanzati, sia di qua che di là dall'Atlantico, come noto, è: “Austerità!”.
Un insieme di misure improntate a tutt'altro che immaginari sacrifici, anche parecchio invasivi, a cui i governanti di (quasi) tutti i Paesi stanno assoggettando tutti (o quasi) i connazionali (in particolare quelli appartenenti alle fasce meno abbienti). Il tutto finalizzato al ripristino di una maggior sostenibilità dei debiti pubblici e della correlata preservazione di un minimo grado di solvibilità dei sistemi finanziari.
Trattasi indubitabilmente di una sorta di indirizzo terapeutico che nell'immediato presenta evidenti spiacevoli inconvenienti collaterali di difficile accettazione (prova ne siano i tentativi di rigetto che si sono avuti dapprima in Grecia e quindi in Portogallo; o anche la indisponibilità dei contribuenti islandesi ad assumersi gli impegni risarcitori derivanti dal dissesto del loro sistema bancario).
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Strauss-Kahn: ecco la verità
di Giancarlo Marcotti
Sulla vicenda che ha portato in carcere l’ex DG del Fmi, Dominique Strauss-Kahn, ho già pubblicato due articoli.
Nel primo mi limitavo a mettere in dubbio la veridicità della ricostruzione degli avvenimenti, così come riportata da tutti i media mondiali (ma proprio tutti!!!), in altre parole mi chiedevo se Strauss-Kahn da “carnefice” non risultasse esso stesso la vittima predestinata di un perfido complotto.
Nel secondo toglievo ogni punto interrogativo in quanto l’evidenza degli eventi era tale che qualunque persona dotata di un cervello, anche minimamente funzionante, era in grado di giungere alla conclusione che Strauss-Kahn fosse stato fatto oggetto di una delle più barbare azioni persecutorie per motivi che, scrivevamo, “a noi risultano sconosciuti”.
Ora ritorniamo sull’argomento per dissipare anche questi ultimi dubbi: il movente c’è, eccome!
E’ sufficiente leggere l’articolo pubblicato sul giornale inglese Guardian lo scorso 10 febbraio, ecco il link che si riferiva ad un intervento dell’ex DG del Fmi ad un convegno tenutosi a Washington il giorno precedente.
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Riepilogando sulla Libia
Dopo il Forum del 17 maggio 2011 a Cologno Monzese.
di Ennio Abate

[E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce]
(Giovanni, III, 19)
Mi auguro che una coscienza sempre più precisa
di quel che succede al mondo e al nostro paese
costringa un numero sempre più grande di uomini e di donne
a unirsi per distruggere il potere degli assassini,
degli sfruttatori, dei pubblici mentitori
e per spezzare le armi dei loro complici.
Non voglio dire nemmeno una parola
per confermarvi in quello che già sapete.
È agli altri, a quelli che non sanno, che bisogna parlare.
Bisogna parlare a quelli che fingono di non sapere.
E parlare sapendo bene che gli uomini non si muovono
né con le parole né con l'esempio,
ma che solo di parole e di esempi possiamo disporre.
Quindi bisogna sapere bene che cosa dire e che cosa fare.
Saperlo assai meglio di quanto non lo si sia saputo in questi tre anni[1].
La rabbia non basta. La ragione non basta. La verità non basta.
Se bastassero, non ci sarebbe bisogno di politica.
E invece ce n'è sempre più bisogno.
Chi vuol salvarsi l'anima la perderà.
E invece è necessario prepararsi a non perdere più nulla;
che è il primo modo di vincere.
(F. Fortini, Per un comizio, in Un giorno o l’altro, p.434, Quodlibet, Macerata 2006)
1.
È dal 1991 (prima guerra del Golfo) che l’Italia - servile e ipocrita, di destra e di sinistra – ripudiando nei fatti la sua Costituzione, esteriormente omaggiata da tutti i leader politici, partecipa attivamente, con mezzi e uomini, alle guerre “postmoderne” (Kossovo, Afghanistan, Irak, e ora Libia). Eppure, adeguandosi al linguaggio dei padroni statunitensi, quasi tutti lo negano o chiamano tali guerre (con quante migliaia di vittime mai lo sapremo) “umanitarie”. L’ipocrisia sulla guerra è – chiariamolo – “senso comune democratico” diffuso in alto e in basso, sia nel ceto politico che nella “società civile”.
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Obama dopo Osama
di Raffaele Sciortino
Il discorso di Obama del 19 maggio sul Medio Oriente (1) - a due anni da quello programmatico del Cairo - è utile per fare il punto della politica estera statunitense all’indomani dell’eliminazione di Osama bin Laden e nel mezzo dell’aggressione alla Libia. Non solo ne esce consolidato il nuovo approccio dell’amministrazione rispetto alla primavera araba (2). Il discorso, letto alla luce dell’attuale passaggio della crisi e del riassetto geopolitico globale, fa luce sul tentativo degli States di riequilibrare l’intera visione strategica a medio-lungo termine e di concretizzare sul piano internazionale una exit strategy dal bushismo.
American revolution al Medio Oriente?
Il Wall Street Journal - non proprio la voce dei “progressisti” - ha ben sintetizzato il punto nodale scrivendo che di qui in avanti l’obiettivo americano è quello di “premiare” i fautori del cambiamento e non i difensori della stabilità (3). “Voglio parlare del change in corso - ha detto il presidente - delle forze che lo stanno guidando e di come possiamo formulare una risposta... la questione per noi è: quale ruolo può giocare l’America”. L’analisi non è banale nè scontata al di là della ovvia timidezza o reticenza su singoli punti (l’Arabia Saudita non è citata una volta se non indirettamente a proposito del Bahrein). Per una potenza che, come Obama ricorda ai critici interni ed esterni, nella regione mediorientale si è finora limitata ad una politica che sostanzialmente ha preservato lo status quo a scapito delle riforme incorrendo per questo nella sfiducia delle popolazioni arabe e nella perdita di credibilità, il rischio è di perdere un’opportunità storica.
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Donne rivolta poesia stupri e morte ammazzate. Ayat al-Ghermezi
di Doriana Goracci
Non è un bel titolo quello che ho messo ma non è neanche una bella storia quella che mi è arrivata con un messaggio da Fernando Rossi su Facebook: ”Bahrain-MANAMA – Una poetessa del Bahrain nota per aver composto poemi contro il regime di Manama è stata uccisa dopo essere stata arrestata e violentata dai militari di Manama. La vittima si chiamava Ayat al-Ghermezi, 20 anni, che ha recitato le sue poesie contro il regime e il primo ministro del Bahrain Khalifah Ibn Salman al-Khalifah durante le proteste nella piazza della Perla nella capitale. Dopo la sua performance, la Ghermezi ha ricevuto una serie di lettere e di e-mail che la minacciavano di morte.”
C’è anche una seconda parte che non riporto, molto polemica e politica e non è che non la condivida ma vorrei concentrarmi su altro e su quest’ altro è difficile reperire qualcosa.
Il 20 aprile in rete trovo un video, solo questo e basta: Bahraini activists get death threats “However, Press TV has received a call from the Bahraini local sources that the news about the death of the poet Ayat al-Ghermezi is a sheer rumor and that it is an attempt by the Bahraini government to discredit media”.
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TAV in Val di Susa, l’incubo ritorna, più nero che mai
Marco Cedolin
Ci sono incubi che ti svegliano nel cuore della notte, lasciandoti con il respiro corto e madido di sudore, altri che svaniscono solo al mattino, portando con sé un ricordo evanescente, altri ancora che sono incatenati l’uno all’altro come scatole cinesi, facendo si che ogni risveglio rappresenti unicamente la riproposizione dello stesso incubo da una diversa prospettiva.
Lo scellerato progetto del TAV in Val di Susa appartiene a quest’ultima categoria e per quanto la cosa possa sembrare paradossale, i cittadini di una valle alpina che ospita all’incirca 60mila abitanti, sono costretti da ormai 20 anni a confrontarsi con una vera e propria macchina da guerra politica, mediatica e militare, decisa a distruggere il territorio in cui vivono, contro la loro volontà , una macchina da guerra determinata a raggiungere il proprio scopo con ogni mezzo.
Non sono bastati i giudizi di tanti economisti che hanno ribadito come l’opera in questione rappresenti un “vuoto a perdere” totalmente privo di qualunque prospettiva di ritorno economico.
Non sono bastate le valutazioni di tecnici ed esperti ambientali che hanno messo in evidenza come una grande opera di queste dimensioni sia assolutamente insostenibile per una valle alpina già pesantemente infrastrutturizzata attraverso un’autostrada, una linea ferroviaria internazionale a doppio binario, due statali e numerose provinciali, al punto che se la si guarda dall’alto il fondovalle già oggi somiglia ad un’unica colata di asfalto e cemento.
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E' l'Italia, non la Spagna, il vero elefante nel salotto dell'economia europea?
di Edward Hugh
Sfogliando gli ultimi dati sul PIL dell'UE, una cosa è sempre più evidente: quando si parla di future decisioni di politica monetaria della BCE, ed esattamente a quanti altri aumenti dei tassi di interesse andremo incontro, allora le prestazioni dell' economia italiana si rivelano critiche. Il modello di crescita è ormai abbastanza chiaro: la Germania e la Francia crescono a un ritmo vivace, mentre le cosiddette economie"periferiche" (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) o ristagnano, o strizzano l'occhio alla recessione. Esse sono sottoposte all'azione combinata della loro mancanza di competitività internazionale, del loro sovraindebitamento e degli effetti di contrazione dei loro programmi di austerità.
In questo senso, data la sua dimensione, l'Italia è in una posizione chiave per far pendere l'equilibrio tra centro e periferia in un modo o l'altro. E il fatto che la crescita dell'economia italiana sembra ancora una volta essere in blocco totale, non è una buona notizia in questo senso, con il tasso trimestrale di crescita in caduta, dallo 0,6% nel 2° trimestre 2010, allo 0,5% nel 3°, allo 0,1% nel 4° ° trimestre e ancora allo 0,1% nel 1° trimestre 2011.
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Il '68 e dopo, a scuola da Gramsci
Giuseppe Prestipino
Davvero il '68 ha preparato il neoliberismo? O piuttosto il neoliberismo si appropria di alcune parole d'ordine del '68 per rovesciarle? Un caso classico di "rivoluzione passiva" gramsciana
Ancor prima che il capitalismo come sistema economico riconquistasse tutto il mondo, facendosi globale a tutti gli effetti, il mondo fu conquistato da una ideologia, il neoliberismo, che poté egemonizzare il senso comune di massa, ben più di quanto non avessero potuto il catechismo sovietico (dal diamat al mito della pianificazione centralizzata) o l'eresia maoista (la rivoluzione permanente detta culturale), il molto meno rilevante terzomondismo patrocinato dall'autogestione titoista o la quasi irrilevante "terza via" eurocomunista.
Alcune parole d'ordine del '68 avevano, inconsapevolmente, preparato il terreno, tra le giovani generazioni, al nuovo corso neoliberista, come sostiene Luigi Cavallaro (il manifesto, 13 maggio 2011)? Si può dire, al contrario, che alcune parole della rivoluzione passiva neoliberista ricalcano parole sessantottesche, appropriandosi del loro contenuto "rivoluzionario" per rovesciarlo. La domanda può essere formulata con l'abusato paragone conviviale: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? O con un paragone militaresco: l'annessione delle speranze sessantottesche da parte della cultura neoliberista venne dalla debolezza del Sessantotto combattente o dalla forza dei nuovi eserciti neoliberisti?
Luigi Cavallaro conosce l'opera di Antonio Gramsci quanto me.
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Perchè Marx
Antonio Negri
Perché Marx? Perché il dialogo con Marx è essenziale per coloro che sviluppano lotta di classe al centro e/o nelle condizioni subalterne dell’impero capitalista e si propongono oggi una prospettiva comunista. L’insegnamento di e la discussione con Marx sono decisivi per tre ragioni.
La prima è politica. Il materialismo marxiano permette di demistificare ogni concezione progressiva e consensuale dello sviluppo capitalistico e, di contro, di affermarne il carattere antagonistico. Il capitale costituisce un rapporto sociale antagonista; la politica sovversiva si colloca “dentro” questo rapporto e vi immerge in ugual misura il proletario, il militante, il filosofo. Il Kampfplatz è “dentro e contro” il capitale.
La seconda ragione per la quale non possiamo rinunciare a Marx è critica. Marx situa la critica nell’ontologia storica, costruita e sempre attraversata dalla lotta di classe. La critica è dunque il “punto di vista” della classe oppressa in movimento e permette di seguire il ciclo capitalista, di coglierne la crisi e, di contro, di descrivere la “composizione tecnica” della classe oppressa ed, eventualmente, di organizzarne la “composizione politica” nella prospettiva della rivoluzione. L’autonomia del “punto di vista di classe” sta al centro della critica.
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Manifesto Politico della Rete dei Comunisti
Siamo alla fine di un lungo sonno. Dopo l’89 i reazionari avevano deciso che eravamo giunti alla fine della Storia. Gli ideologi del postmoderno s’erano rapidamente accodati, spiegando che i fatti erano in fondo solo opinioni, o che le contraddizioni materiali del sistema economico in cui tutto il mondo vive si stavano smussando in un grande impero progressista, senza lasciare troppi residui conflittuali. Il desiderio di ogni classe dominante – «resteremo qui per sempre» – veniva narrato come una realtà virtuale sotto gli occhi di tutti. Chi non la vedeva era pazzo, vecchio, «ideologico» e fuori dal mondo. La crisi ha strappato il velo: il re è nudo. E zoppica pure vistosamente.
E’ quindi possibile oggi – sul piano del pensiero teorico, ma soprattutto su quello dello scontro sociale e politico – mettere in moto nuove energie intellettuali e fisiche, innervare con pensiero lungimirante i processi sociali che pretendono un cambiamento radicale. E’ possibile riannodare i fili della riflessione critica e promuovere l’organizzazione ex novo di una soggettività antagonista capace di formulare risposte all’altezza dei tempi. Dopo venti anni di capitalismo vittorioso e pensiero unico trionfanti, la Storia ha ripreso a correre. Guai a chi cammina o resta fermo a giocare con le macerie.
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Street-Fightin’ Press?
Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe
di Paolo Mossetti
Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!
Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi.
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Sui costi della politica silenzio a sinistra
Maurizio Benetti
Dal Parlamento agli enti locali un fiume di denaro dei contribuenti mantiene – spesso lussuosamente – almeno un milione di persone. I confronti internazionali mostrano spese sideralmente più alte di qualsiasi altro paese comparabile e l’esame dei casi specifici rivela situazioni scandalose. Ma nei programmi della sinistra il problema viene ignorato
La recente discussione sul Documento Economia e Finanza (Def) ha evidenziato ancora una volta i due problemi dell’economia italiana: una crescita limitata e la necessità di risanamento dei conti pubblici. Si tratta di due temi strettamente intrecciati e a prima vista antitetici. Sono necessarie risorse per spingere lo sviluppo, ma l’equilibrio dei conti pubblici non consente che queste risorse provengano dalla spesa pubblica.
E’ questa la linea del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, riaffermata nel Def, ed evidenziata nel decreto sviluppo, caratterizzato da interventi tutti a costo zero. La stabilità e il miglioramento dei conti pubblici sono un obiettivo prioritario e, comunque, è quanto, secondo Tremonti, ci chiedono i mercati e ci impongono gli accordi europei.
L’indebitamento netto nel 2010 è stato pari al 4,6% del Pil (71 miliardi di euro) e dovrà scendere nel 2014, per rispettare gli impegni europei, allo 0,2% (4 miliardi di euro in base alle previsioni del governo sulla crescita del Pil). L’andamento tendenziale porterebbe l’indebitamento netto nel 2014 al 2,6% (circa 46 miliardi di euro). La moderata crescita economica ridurrebbe pertanto di circa 25 miliardi di euro l’indebitamento netto, i restanti 40 miliardi dovrebbero essere ottenuti da una manovra correttiva nel biennio 2013/14.
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USA: Ragionano come delle Lavatrici a 6 programmi...
Stefano Bassi
Negli USA il dibattito sulle origini della Grande Crisi ha raggiunto nuove e profonde svolte...
Gli economisti più in auge, Nobel-Krugman in testa (del quale ho sempre condiviso le diagnosi e MAI le terapie proposte...), sono arrivati alla conclusione che la Grande Crisi non sarebbe stato un problema al livello delle BANCHE quanto piuttosto al livello del DEBITO delle FAMIGLIE...
Ullalà!....
And so the priority in financial policies should be helping to clear up the housing mess and helping arrange debt relief.
This is not the time to worry a lot about the banks — and especially not to worry about what bankers say.
Ed alcuni trai più lucidi blogger-economy hanno subito cantilenato: "io l'avevo dettoooo...io l'avevo detto subito che era un problema di debito delle famiglie....Perchè questi premi nobel ci hanno messo 2 anni, FED inclusa?"
Why was it so hard to see that the mortgage crisis did not start with the banks?
Io invece mi chiedo: ma come cazzo ragionano 'sti esperti economici americani?
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La cultura del '68 non è individualista
Guido Viale
Gli stereotipi sulla deriva narcisistica di quella esperienza sono vecchi di trent'anni. E scambiano un movimento enorme con la parabola di pochi. Nessuna esperienza storica è stata più pronta a recepire la cultura del limite elaborata dai teorici ambientalisti. Contro lo sviluppo a ogni costo
I trent'anni che la pubblicistica ha definito «gloriosi» erano stati caratterizzati in Occidente dall'egemonia del fordismo: la concentrazione dei lavoratori in grandi stabilimenti integrati, l'omogeneizzazione delle loro condizioni, la parcellizzazione e il degrado del loro lavoro, l'impiego a tempo indeterminato, la localizzazione degli stabilimenti nei paesi "sviluppati". Parallelamente all'organizzazione del lavoro fordista, la scolarizzazione di massa era stata proposta e vissuta come un "ascensore sociale" in grado di trasformare, nell'avvicendarsi delle generazioni, i contadini in lavoratori dell'industria, gli operai in impiegati e gli impiegati in quadri, manager o in o liberi i professionisti: per alcuni decenni era stata questa la risposta del sistema alle aspettative di emancipazione sociale delle classi sfruttate. Fabbrica, scuola e welfare avevano costruito nei paesi dell'Occidente un contesto di relativa stabilità e sicurezza per tutti. Ma i costi del welfare, la crescita dei salari e, soprattutto, la modificazione, "concertata" o conflittuale, dei rapporti di forza nelle fabbriche avevano finito per erodere i profitti delle imprese, mentre la saturazione dei posti qualificati offerti dall'organizzazione del lavoro aveva messo in crisi il mito della scuola come ascensore sociale, aprendo le porte a una conflittualità studentesca che dalla Cina agli Stati Uniti, dall'Europa all'America latina, aveva contrassegnato tutta la seconda metà degli anni Sessanta.
I trenta e più anni successivi hanno visto il sistematico frazionamento delle grandi unità produttive, la progressiva differenziazione dei rapporti di lavoro, la delocalizzazione di attività sia manifatturiere che terziarie, la precarizzazione non solo dell'impiego, ma di tutti gli aspetti dell'esistenza nel quadro di una crescente finanziarizzazione del capitale. Il meccanismo della concorrenza si è così progressivamente esteso dalle imprese, soggetto ormai unico della scena e dell'attenzione sociale, ai lavoratori, sia autonomi che dipendenti, in una lotta darwiniana di tutti contro tutti che ha trasformato i problemi creati dalla società in vicende biografiche da risolvere individualmente.
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Possiamo, quindi dobbiamo
Alain Badiou
[Questo testo è stato estratto dall'intervento pronunciato in occasione di una conferenza tenutasi a Londra nel maggio 2009 al Birbeck Institute, per iniziativa di Alain Badiou e Slavoj Žižek, dal titolo On the idea of Communism. Gli atti di questo incontro, che hanno visto la partecipazione di alcuni dei principali filosofi contemporanei, sono stati raccolti in un libro che ha visto la pubblicazione in Francia, Spagna e Inghilterra. In Italia, con il titolo L’idea di comunismo, lo stesso libro sarà disponibile nel mese di aprile nel catalogo delle edizioni DeriveApprodi. Segnaliamo che il testo qui riportato non rappresenta la versione integrale dell'intervento]
L’operazione «Idea del comunismo» richiede tre componenti originarie: una componente politica, una componente storica e una componente soggettiva. Cominciamo dalla componente politica. Ovvero da quel che chiamo una verità, una verità politica. A proposito della mia analisi della Rivoluzione culturale (verità politica per eccellenza), un commentatore del giornale britannico «The Observer», si è sentito in diritto di affermare che, alla sola constatazione del mio rapporto positivo con un simile episodio della storia cinese (che per lui, naturalmente, non è stato altro che un caos sinistro e omicida), c’era da congratularsi del fatto che la tradizione empirista inglese avesse «vaccinato [i lettori dell’“Observer”] contro ogni indulgenza verso il dispotismo dell’ideocrazia». Si congratulava, insomma, del fatto che l’imperativo dominante nel mondo odierno fosse «Vivi senza Idea». Per fargli piacere, comincerò quindi col dire che, dopotutto, si può descrivere in modo puramente empirico una verità politica: come una sequenza concreta e databile in cui sorgono, esistono e svaniscono una nuova pratica e un nuovo pensiero dell’emancipazione collettiva. Se ne possono anche fornire alcuni esempi: la Rivoluzione francese tra il 1792 e il 1794, la guerra popolare in Cina tra 1927 e il 1949, il bolscevismo in Russia tra il 1902 e il 1917 e – purtroppo per l’«Observer», anche se non credo che gli altri esempi gli risultino più graditi – la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, almeno tra il 1965 e il 1968. Ciò detto, dal punto di vista formale, cioè filosofico, stiamo parlando in questo caso di procedure di verità, nel senso che ho conferito a questo termine fin da L’essere e l’evento. Tornerò sull’argomento tra poco. Si noti per il momento che ogni procedura di verità prescrive un Soggetto di questa verità, un Soggetto che, anche dal punto di vista empirico, non è riducibile a un individuo.
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Una risposta dovuta
di Marino Badiale, Massimo Bontempelli
Qualche tempo fa è stato pubblicato in rete un articolo di Domenico Moro [qui e qui] in cui vengono criticati vari autori legati alle teorie della decrescita[1]. Fra gli altri, viene discusso e criticato il nostro scritto su “Marx e la decrescita”[2]. Le critiche che nascono da un autentico desiderio di confronto razionale sono sempre le benvenute, naturalmente, perché permettono di migliorare le proprie tesi, di correggere gli errori, di maturare. Purtroppo non è questo il caso dello scritto in questione. Esso non mostra il benché minimo desiderio di confronto razionale, limitandosi a dare una versione caricaturale della nostra impostazione, e a dileggiare questa versione da lui stesso creata.
Non ci interessa, ovviamente, rispondere a chi manifesta una simile personalità. Ci siamo però convinti che scrivere una risposta fosse un atto dovuto nei confronti di due categorie di possibili lettori: i gruppi ai quali si rivolge Moro, da una parte, e le persone che hanno dimostrato interesse e apprezzamento per il nostro lavoro, dall'altra. Per questi due gruppi di lettori sono utili, noi crediamo, due diversi tipi di considerazioni.
A chi si rivolge Moro? Come è chiaro dal tono del suo scritto, e dall'esame dei siti dove è apparso, egli si rivolge ad alcune delle nicchie comuniste rimaste in Italia (essenzialmente piccoli frammenti generati dalla dissoluzione di Rifondazione e del PdCI), e il suo scritto ha una valore di difesa ideologica di queste nicchie. Non si tratta di discutere razionalmente pregi e difetti di una proposta teorica come quella della decrescita, si tratta di difendere un proprio orticello ben recintato. Una nuova proposta teorica, che rischia di far saltare i recinti, deve essere svalutata in blocco.
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La fabbrica del falso e la guerra in Libia
di Vladimiro Giacché
“Attraverso la ripetizione, ciò che inizialmente appariva solo come accidentale e possibile, diventa qualcosa di reale e consolidato”
G.W.F. Hegel, Vorlesungen über die Philosophie del Geschichte, in Sämtliche Werke, Frommann, Stuttgart-Bad Cannstatt, 1971, Bd. 11, p. 403.
L’attacco della Nato contro la Libia iniziato il 19 marzo 2011 rappresenta un caso emblematico a più riguardi. In primo luogo, conferma in modo eclatante una verità più generale: nel mondo contemporaneo la propaganda, la guerra delle parole e delle immagini è ormai parte della guerra stessa. In secondo luogo, evidenzia la confusione che regna in una sinistra che – anche quando si pretende “radicale” e conseguente – in Italia come in tutti i paesi occidentali, ha dimostrato una sorprendente arrendevolezza e subalternità rispetto alla propaganda e all’informazione ufficiale. Si tratta di un fenomeno tanto più significativo in quanto anche in questo caso – come già era accaduto per l’Iraq – gli stessi Paesi aderenti alla Nato si sono presentati all’appuntamento divisi: l’astensione della Germania già in sede Onu si è trasformata in decisa presa di distanza dalle operazioni, e la stessa Turchia ha manifestato il proprio dissenso rispetto alla conduzione della guerra. Ma mentre ai tempi della guerra di Bush le divisioni nel campo imperialista avevano grandemente giovato al movimento per la pace, in questo caso nulla di questo è avvenuto. Lo stesso gruppo parlamentare della GUE al Parlamento Europeo si è spaccato, e nel nostro Paese si è assistito al grottesco spettacolo di un PD assai più guerrafondaio degli stessi partiti di governo, mentre SEL ha tenuto un atteggiamento inizialmente ondivago (con una parte della base favorevole all’intervento) e soltanto la Federazione della Sinistra ha avuto da subito posizioni intransigenti sull’argomento.
In questo articolo esaminerò i principali dispositivi che la fabbrica del falso ha posto in essere nel caso della guerra di Libia, e proverò ad individuare i motivi di fondo che hanno indotto molti, anche a sinistra, a cedere alla propaganda di guerra. Nel mio argomentare metterò in gioco lo schema interpretativo che ho esposto più diffusamente nel mio libro La fabbrica del falso. Strategie della menzogna nella politica contemporanea (DeriveApprodi, 20112). In questo testo proponevo un insieme di strategie di attacco alla verità non assimilabili alla menzogna pura e semplice. Vediamo come queste strategie sono entrate in gioco nel caso libico.
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