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“La dottrina della precarietà espansiva è la nuova illusione europea”

L. Sappino intervista Emiliano Brancaccio

Non gliene passa una l’economista critico Emiliano Brancaccio a Matteo Renzi. La riforma del lavoro, «sarà un buco nell’acqua», perché è dimostrato «che più precarizzazione non vuol dire più occupazione». Anzi, «la scommessa sulla corsa al ribasso salariale può portare l’intera unione alla deflazione, e la deflazione rischia di aggravare la crisi del debito». Brancaccio però è sicuro che Renzi terrà fede alle sue promesse, nonostante le rassicurazioni date ad Angela Merkel sui vincoli del debito, a cominciare dagli ottanta euro in busta paga. «Sforando di qualche decimale», però, il vincolo che pubblicamente ha assicurato di rispettare, perché quello che «si stia profilando è lo scambio tra un po’ meno austerità e un po’ più riforme del lavoro».


Le riforme immaginate da Renzi, lavoro in cima, hanno convinto la Germania. E’ questo il cuore del vertice, non più una revisione dell’austerità?


«Mi sembra che in realtà si stia profilando lo scenario che avevamo previsto nel “monito degli economisti”, pubblicato lo scorso settembre sul Financial Times. La dottrina della “austerità espansiva”, secondo cui l’austerità dovrebbe assicurare la crescita, viene messa almeno temporaneamente ai margini della discussione. Non a caso Merkel non si è concentrata molto sui vincoli di bilancio. Piuttosto ha insistito su una nuova dottrina, che potremmo chiamare della “precarietà espansiva”: l’idea è che attraverso ulteriori dosi di precarizzazione del lavoro si dovrebbe generare crescita dei redditi e dell’occupazione».

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I gatekeeper 3.0 sul Viale del tramonto

di Alberto Bagnai

Non ho mai nascosto la mia non eccessiva stima per i padri nobili in generale, e per Guido Viale in particolare. Se ne è parlato in questo blog, e non credo di dover spiegare per l'ennesima volta per quale motivo chi pensa di poter fare la filiera corta con la valuta forte non merita nemmeno di essere considerato come interlocutore. Occorre certo confrontarsi, oggi più che mai, ma dato che il tempo è poco mi permetto sommessamente di far notare che non vale la pena di farlo con chi è ortogonale rispetto a quel minimo di logica elementare che rende il confronto fruttuoso. Per questo tipo di "interlocutori", quelli che non si arrendono nemmeno all'evidenza, c'è la tanto accogliente quanto (di questi tempi) vorace pattumiera della SStoria. È lì, a bocca aperta, e non vede l'ora di inghiottire quei personaggi che ancora pensano di poter campare di rendita in nome di non si sa bene quale glorioso passato.

L'ultima uscita di Viale, quella nella quale ha confessato che la Lista Tsipras ha come scopo quello di intercettare il dissenso nei riguardi dell'euro, è un gigantesco QED del quale non avevamo bisogno, e anche un colossale errore politico, per due motivi.

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Crimea e Diritto Internazionale

Jacques Sapir

Da Sapir una analisi della difficile situazione Ucraina dal punto di vista del diritto internazionale. Anche qui, i nostri governanti si muovono con assoluta incompetenza e  con una tracotanza che ci mette tutti a rischi

Gli eventi hanno subito un'accelerazione in seguito alla decisione dell'Assemblea della Repubblica Autonoma di Crimea di chiedere il ricongiungimento con la Russia. Le autorità russe sono chiaramente imbarazzate da questa proposta, che potrebbe metterle in contrasto con la comunità internazionale. D'altra parte, è chiaro che questa proposta gioca sulla corda emotiva della solidarietà con le popolazioni. Venerdì 7 marzo a Mosca si è tenuta una manifestazione a sostegno della Crimea "russa" che ha raccolto più di 60.000 persone. Questo è esattamente il genere di situazioni che sarebbe stato meglio evitare. Oggi ormai c'è da temere che il genio sia già uscito dalla lampada e potrebbe essere molto difficile farcelo rientrare. E nemmeno la posizione dei governi occidentali, nonostante le spacconate di alcuni, è molto sicura.

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Muos, il silenzio è d’oro: ecco perché i giornali tacciono

di Giorgio Cattaneo

Il silenzio è d’oro: meno si parla di missili, droni e Muos, più l’imprenditoria finanziaria italiana – collegata alla grande stampa – farà affari col Pentagono. Ecco perché «la Sicilia è diventata una capitale mondiale dei droni, ma questo non è assolutamente argomento all’ordine del giorno a livello politico e mediatico nel nostro paese», accusa Antonio Mazzeo, da sempre in prima linea contro gli abusi dell’industria degli armamenti. Il nuovo sistema bellico targato Usa di stanza in Italia è un progetto che va ben oltre la semplice trasmissione di informazioni: oltre agli effetti devastanti sul territorio, l’ambiente e la salute delle popolazioni, la stazione Muos sarà un punto di riferimento fondamentale per i droni, sempre più usati in Medio Oriente per la “lotta al terrorismo” e nel nel cuore del Mediterraneo per l’individuazione e il “respingimento” dei barconi coi migranti. Tutto questo nel silenzio quasi totale dei media, nonostante le proteste No-Muos per l’installazione definitiva delle tre enormi parabole a Niscemi.

L’ultimo libro di Mazzeo, “Il MUOStro di Niscemi. Per le guerre globali del XXI secolo”, offre un’analisi meticolosa e dettagliata su questo sistema di controllo e comunicazioni satellitare della Marina degli Stati Uniti. Il Muos, dice Mazzeo a Stefano Nanni e Anna Toro di “Osservatorio Iraq” in un’intervista ripresa da “Micromega”, sarà «uno strumento di guerra che a livello mondiale contribuirà a modificare radicalmente la gestione dei conflitti».

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Padoan, un pasdaran dell’austerity

di Emiliano Brancaccio

Pier Carlo Padoan, neo ministro dell'Economia, fu uno dei miei professori durante i corsi del master in Economia del Coripe Piemonte, presso il Collegio Carlo Alberto. Sebbene fosse un master rigorosamente “mainstream”, ricordo che le lezioni di alcuni docenti, come Luigi Montrucchio e Giancarlo Gandolfo, suscitavano il nostro vivo interesse e alimentavano le discussioni. Tra i docenti c’era pure Elsa Fornero, che nel ruolo di professoressa rendeva indubbiamente molto meglio che in quello successivo di ministra. Rammento che invece non eravamo particolarmente entusiasti delle lezioni di Padoan. Forse a causa degli alti incarichi che all’epoca già ricopriva, in aula appariva un po’ distratto, vagamente annoiato, non particolarmente persuaso dai grafici che egli stesso tracciava sulla lavagna. Di una cosa tuttavia il nostro pareva convinto: la sostenibilità futura della nascente moneta unica europea era da ritenersi un fatto ovvio, fuori discussione.

Era il 1999, data di nascita dell’euro, e Padoan guarda caso teneva il corso di Economia dell’Unione europea. Una volta gli chiesi cosa pensasse delle tesi di quegli economisti, tra cui Augusto Graziani, che esprimevano dubbi sulla tenuta dell’eurozona; domandai, in particolare, quale fosse la sua valutazione di quegli studi che già all’epoca criticavano l’idea che gli squilibri tra i paesi membri dell’Unione potessero essere risolti a colpi di austerità fiscale e ribassi salariali. A quella domanda Padoan non rispose: si limitò a scrollare le spalle e a sorridere, con un po’ di sufficienza.

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Giochi piccoli, grandi giochi: lo spodestatore spodestato

di RK

Dunque, contro Napolitano e pro-Renzi le manovre avanzano, serve un cambio di passo. Già, ma a chi serve? E per cosa?

Lo scoop del Corsera sul passaggio di consegne nel 2011 da Berlusca a Monti di per sé non contiene nulla di nuovo se non forse sul ruolo del finanziere De Benedetti e di Prodi. La novità è invece lo spodestamento di fatto dello stesso re Giorgio fin qui primo garante della stabilità di governo per il rispetto degli impegni finanziari internazionali e interni. (Non c’è più riconoscenza a questo mondo).

Nessuno in alto vuole andare al voto. Troppa incertezza, e non solo perché l’anomalia grillina, piaccia o non piaccia, resiste e a volte sa piazzare colpi che fanno male, come nella vicenda del regalo alle banche. Renzi, dopo aver letteralmente rimesso in campo un gongolante cavaliere con il disegno di riforma elettorale - che rivela la dabbenaggine veltronista del ragazzone: ci fai o ci sei? - teme ora che neppure la blindatura bipolarista potrebbe bastare, il clima sociale del paese è peggiorato, neanche le minime aspettative che il voto potrebbe sollevare van bene. Meglio allora limitarsi all’investitura delle primarie da parte di un popolo della sinistra sempre più scompaginato e rincoglionito in basso e con l’acqua alla gola in alto (v. la corsa a ostacoli reciproci tra Camusso e Landini per saltare sul carro del vincitore).

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Da dove viene questo bel regalo a Napolitano?

di Aldo Giannuli

Cappuccino, brioche e intelligence n°43


Un famoso giornalista americano, che scrive per il più prestigioso quotidiano finanziario inglese (“Il Financial Times”) scrive un libro nel quale, fra l’altro, rivela che il Presidente Giorgio Napolitano, sin dall’estate 2011, aveva avviato consultazioni informali per sostituire il governo Berlusconi ancora in carica. Un’anticipazione del libro viene fatta da “Financial Time” che gli riserva una pagina intera con richiamo in prima. Il periodo dei fatti è tre anni fa, quando Sarkozy e la Merkel si scambiavano sorrisini di commiserazione se, in una conferenza stampa, qualcuno faceva il nome di Berlusconi e quando la stessa Merkel scavalcava il Presidente del Consiglio e telefonava direttamente al Presidente della Repubblica.

La notizia, incartata nel libro, viene fuori solo ora, a distanza di qualche mese da quando il M5s ha annunciato di voler presentare richiesta di messa in stato d’accusa di Napolitano e di un paio di settimane da quando effettivamente l’ha presentata. E’ solo un caso?

Ragioniamoci un po’ su. La rivelazione sembra fatta a taglio per spingere Forza Italia e la destra a pronunciarsi per il deferimento di Napolitano davanti all’Alta corte. Se questo accadesse, per Napolitano non ci sarebbe altra strada che le dimissioni; certo, in Parlamento potrebbe contare sui voti di Pd, Centristi e, probabilmente Sel, che gli garantirebbero il proscioglimento, ma un Presidente non può accontentarsi di un proscioglimento a maggioranza, magari risicata e, se tre forze politiche (M5s, Forza Italia e Lega) ne chiedono la messa in stato d’accusa, non gli resta altro fa fare che constatare la fine della sua funzione arbitrale e rassegnare le dimissioni.

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Bankitalia: i 100 miliardi che gli italiani rischiano di perdere

Intervista a Claudio Borghi Aquilini

Un putiferio normativo, un vuoto legislativo, e un rischio da brividi. Nella grande complicazione e confusione del decreto legge del Governo, sulla rivalutazione delle quote di Bankitalia e mini-Imu, si può notare soprattutto questo pasticcio illogico. Claudio Borghi Aquilini, professore di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università Cattolica, analizza il decreto e lo definisce sospetto. E non nasconde le sue preoccupazioni. Dice Borghi Aquilini: «Il Movimento 5 Stelle ha fatto una dura lotta contro il decreto che conteneva la rivalutazione delle quote di Bankitalia curiosamente “infilato” nel provvedimento legato all’Imu. Ha fatto bene. Peccato che a giudicare da quanto hanno detto i grillini, temo che non abbiano capito che cosa sia il vero rischio di questa manovra e abbiano pensato che la rivalutazione del capitale di Banca d’Italia a 7,5 miliardi veniva fatta con soldi pubblici che vengono messi in Bankitalia e regalati alle banche. Il problema non sta in questi termini».


In altre parole, per far comprendere la questione, non è che si è staccato un assegno di oltre sette miliardi a favore delle banche?

No, quella è stata una rivalutazione, un’operazione contabile. Anzi le banche ci pagheranno anche le tasse. Il punto non è la rivalutazione fatta sul capitale fissato nel 1936.

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Bella, ciao

di Stefano G. Azzarà

Lo spettacolo osceno dei parlamentari del PD e di Siderurgia & Aperitivo che evirano la democrazia parlamentare cantando Bella Ciao conferma che abbiamo perso definitivamente un’altra casamatta. E ci dice che l’uso della retorica dell’antifascismo non è più che il canto funebre dell’antifascismo stesso, un’esperienza storica di emancipazione che nel nostro Paese va oggi morendo assieme alla Costituzione repubblicana e alla democrazia nella sua accezione moderna.

Negli anni Venti e Trenta del XX secolo, intrecciata al conflitto politico-sociale, si è svolta una lotta egemonica furibonda per il significato delle parole. Volk, Arbeiter, Sozialismus…: ancora forte della fame, della spinta ascendente dei propri miti rivoluzionari e alla testa di un processo storico impetuoso che abbracciava tutta la Terra, il movimento operaio e democratico è riuscito a respingere l’ultimo colpo di coda del vecchio ordine e – pur avendo subito in Europa delle gravi sconfitte - a difendere il significato che queste parole avevano assunto dal 1848 in avanti.

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Dal Porcellum al Cotechinum

di Alessandra Daniele

Fuori dal governo, fuori dal parlamento, Berlusconi sembrava in difficoltà. Niente paura però, come tutte le altre volte, gli è bastato schiacciare il pulsante del suo Salvamilculo Beghelli, perché il segretario del PD si precipitasse in suo soccorso.

La biscaggina di salvataggio è sempre la stessa: la riforma della legge elettorale (ex Porcellum). Dopo D’Alema e Veltroni, ora la pilota Renzi.

Ripescare Berlusconi è il principale compito del segretario del PD. Ed è anche l’unico che riesca a svolgere con successo.

Il segretario del PD è tradizionalmente un completo fallimento in qualsiasi altro campo, ma a salvare Berlusconi è bravissimo.

Perfino Bersani a modo suo c’è riuscito, nel 2011, rinunciando a elezioni che rischiava di vincere contro un PdL allo sbando, per obbedire ciecamente all’ordine BCE di grosso-coalizzarcisi, e sostenere Monti.

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fatto quotidiano

La ricchezza nelle mani di 85 persone

Indovina con chi sta la sinistra

di Alessandro Robecchi

Ottantacinque. Non 85.000 (ottantacinquemila), né 8.500 (ottomilacinquecento), e nemmeno 850 (ottocentocinquanta), che già sarebbe spaventoso. No, no, proprio 85. Ottantacinque persone su questo affascinante e confortevole (per loro di sicuro) pianetino posseggono una ricchezza pari a quella di 3 miliardi e mezzo di persone, cioè lo 0-virgola-moltissimi-zeri-virgola-uno della popolazione ha un reddito pari a quello del 50 per cento più povero. La cifra, diffusa dall’Oxfam, è al di là di ogni immaginazione, provoca una specie di vertigine. In ogni paese del mondo c’è un grafico con due linee ben distinte: uno schizza verso l’alto, ed è la quota di ricchezza dei pochissimi super-ricchi, l’altra precipita verso il basso, ed è l’aumento della povertà dei moltissimi più poveri. Negli ultimi trent’anni la parte di ricchezza detenuta da pochi è aumentata ovunque e la quota di povertà distribuita tra gli altri è aumentata anche quella. Ovunque.

La lotta di classe esiste, insomma, non si ferma un attimo, non dà tregua, e i miliardari hanno vinto quattro a zero, coppa, giro di campo e champagne negli spogliatoi. Come sia stato possibile non è un mistero.

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La triste fine della sinistra in Italia, la dialettica della storia e il “progresso”

di Stefano G. Azzarà

Nei momenti più convulsi della politica, come quello che stiamo vivendo, è possibile scrutare quasi come in laboratorio il movimento dialettico della storia e quelle sue brusche accelerazioni che rovesciano l’accumulazione quantitativa di fatti e di segni in una nuova qualità.

Il nuovo barbaro Renzi depone l’antico Signore baffuto disarcionandone lo scudiero glabro e dà una sferzata alla ridefinizione in fieri della sinistra italiana inoculandole il programma che fino a questo momento aveva la destra. E cioè – la legge elettorale, la giustizia, l’incompetenza simpatica al potere, il realytismo, l’estetica del silicone e della semplificazione comunicativa e quant’altro - un programma in più diretta sintonia con lo Zeitgeist postdemocratico.

Analogamente a quanto era accaduto con Bersani, il quale aveva già fatto un passettino in direzione di quel programma condividendo assieme a quella destra una pesante responsabilità di governo e lanciando personaggi televisivi improbabili e pronti a tradirlo.

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Ecco come Merkel e Draghi cuociono l’Italia e gli altri PIIGS

di Guido Iodice

La BCE «userà tutti gli strumenti a sua disposizione contro la deflazione». Così si è espresso Mario Draghi giovedì scorso nella conferenza stampa seguita alla riunione del board della Banca Centrale Europea. Una dichiarazione che ricalca da vicino il famoso «preserveremo l’euro con ogni mezzo necessario» pronunciato  il 26 luglio 2012. Da quel giorno gli spread dei paesi periferici dell’area euro (cioè la differenza tra gli interessi pagati sui titoli di stato rispetto a quelli pagati dal governo tedesco sui propri) si stanno riducendo costantemente. Il nostro paese è da alcuni giorni sotto quota 200 punti base (2% di differenza con gli interessi dei Bund decennali).

 Il tutto è avvenuto senza che Draghi attivasse gli strumenti annunciati in quell’occasione, chiamati OMT (Outright monetary transactions). E’ bastata la parola del presidente della BCE per convincere i mercati a ridurre le scommesse sull’uscita degli stati indebitati, una clamorosa conferma della dottrina keynesiana, secondo la quale la banca centrale decide i tassi di interesse. Sembra insomma che la “febbre” dell’euro sia sotto controllo. Ma le cose stanno davvero così?

LA PENTOLA DI MARIO E ANGELA – La situazione attuale dell’eurozona rassomiglia a quella di una cucina affollata e chiassosa. Sul fornello c’è una pentola a pressione che sta cuocendo un succulento brasato: i paesi periferici dell’UE, cioè Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna (in sigla: PIIGS, maiali). Dentro c’è un po’ di tutto: i lavoratori a cui vengono tolti i diritti attraverso le “riforme strutturali”, le piccole imprese che chiudono, le imprese più grandi in odore di acquisizione da parte dei capitali del “centro” dell’Unione europea.

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Diaz, il senso di giustizia dello Stato

di E. Everhard

La violenza di Stato durante il g8 del 2001 è impressa nella coscienza di milioni di uomini e donne, al di là delle sentenze dei tribunali: "Il punto è che Genova non è finita perché per Jimmy, Marina, Fagiolino e Luca non è ancora finita".

Già sono stati scritti fiumi d'inchiostro in questi giorni sulle condanne ai domiciliari, tredici anni dopo, dei super poliziotti Spartaco Mortola, Giovanni Luperi e Francesco Gratteri per la mattanza alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 a Genova.

Vale la pena ribadire alcune cose sottolineate in ordine sparso in questi giorni. Prima di tutto la mitezza della pena (non che siano le condanne in tribunale a scrivere la "sentenza" della storia e la coscienza diffusa sulle vicende del g8 genovese): otto mesi di domiciliari per Spartaco Mortola, da dirigente della Digos di Genova a questore dal pugno di ferro a Torino, un anno per Giovanni Luperi, ex dirigente Ucigos nel 2001 ora pensionato, nonché per Francesco Gratteri, terza carica della polizia italiana. Non può poi che balzare l'ennesima volta agli occhi la folgorante carriera di tutti gli uomini coinvolti nella gestione dell'ordine pubblico genovese, nonostante le inchieste e i giudizi di ogni tipo di organismo internazionale in difesa dei diritti umani. In ultimo le motivazioni della sentenza: i giudici hanno rifiutato le misure alternative a questi fedeli servitori dello Stato perché questi non si sono mai pentiti, non hanno mai risarcito, neanche parzialmente, le vittime massacrate di botte e torturate.

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“Lobby” versus “A Fra’, che te serve?”

Francesco Santoianni

Questa storia di Luigi Tivelli è ormai sulla bocca di tutti; ma, state pur certi che, tra non più di una settimana, soppiantata da qualche altro scandalo, finirà nel dimenticatoio. Meglio quindi affrettarsi a riepilogarla e tirarci su un paio di considerazioni. La storia nasce da un emendamento alla Legge di stabilità del capogruppo PD Roberto Speranza che proponeva un tetto al cumulo tra “pensioni d’oro” e stipendi sopra i 150.000 euro annui; un provvedimento – visti i tempi – che, certamente, sarebbe stato fatto proprio da tutta la “base” del PD, se qualcuno si fosse preso la briga di consultarla. Ma quel provvedimento non passa. Il perché ci viene spiegato da una telefonata (registrata con uno smartphone dagli – questa volta, ottimi- parlamentari Cinque Stelle) di un “lobbista”, tale Luigi Tivelli , il quale si vantava di essere riuscito, dopo aver lavorato “giorno e notte”, a bloccare il provvedimento su incarico di coloro – “una marea di gente” – che, evidentemente, sono i suoi clienti. Il potentissimo Tivelli (che pure in pubblico discetta di moralità), comunque, non è l’unico lobbista additato dai Cinque Stelle; c’era già stata – ad esempio – tale Roberta Romiti (un centinaio di milioni di euro fatti risparmiare alla Sorgenia di De Benedetti) o altri che erano riusciti ad annullare la rescissione dei fitti per i palazzi del Parlamento.

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Fine corsa

Dante Barontini

Il 27 novembre Berlusconi ci ha lasciato. Momento atteso, mitizzato, invocato, liberatorio. Nel pomeriggio il Senato ha votato per la sua decadenza da parlamentare, una (piccola) manifestazione del suo “popolo” sotto palazzo Grazioli ha cercato di dargli conforto nel momento triste, alla procura di Milano – e in altre - forse si preparano nuovi mandati di cattura. Questa volta non si risolleverà dal baratro.

“Lo vuole l'Europa”, più che la politica italiana. Lo vuole fuori dai piedi così come l'aveva accettato benvolentieri quando si trattava di demolire la credibilità internazionale di questo paese e del suo establishment, in modo da aprir meglio la strada allo svuotamento della Costituzione repubblicana, alla distruzione della “sinistra radicale” (sempre disponibile a farsi asservire dal centrosinistra in nome del “pericolo Caimano”), al prepotere della finanza continentale, e infine al governo della Troika. Spremuto il limone di quanto poteva utilmente dare, restava solo l'impresentabile macchietta porno-mafiosa, l'impresario che evade il fisco e tocca il sedere alle ballerine, che si fa scrivere le leggi dai suoi avvocati portati appositamente in Parlamento.

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Prefazione a “Utopie letali”

di Carlo Formenti

"Utopie Letali" è un titolo spiazzante, che suscita curiosità e perplessità. Questo perché si tratta in qualche modo di un ossimoro, visto che siamo soliti associare un significato positivo alla parola utopia, usandola come sinonimo di sogni, desideri e speranze in un mondo migliore. Perché dunque affiancarle quell’aggettivo: letali? Eppure sappiamo che, a volte, le utopie producono effetti imprevedibili, se non catastrofici.

Le destre, per esempio, ce lo ricordano continuamente, soprattutto dopo la caduta dei regimi socialisti dell’Est Europa: avete visto quanti orrori ha generato l’utopia comunista? Un ritornello che, in campagna elettorale, viene usato per proiettare un’ombra inquietante su una sinistra socialdemocratica che ha scontato da tempo i suoi peccati e che, della parola comunista, non ricorda nemmeno il significato, mentre, negli attacchi alle sinistre radicali, acquisisce il sapore di un esorcismo contro il vecchio spettro che non si decide sparire.

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Октябрь

di Nico Macce

In questi tempi di trasformismo osceno, dove l’onestà intellettuale non è meno bassa di quella morale, della Rivoluzione d’Ottobre nessuno ne parla. Nessuna forza politica che non si richiami direttamente al Comunismo.

Eppure in quell’Ottobre del 1917 (secondo il nostro calendario) si compiva un evento storico che avrebbe cambiato il mondo, aperto a nuove lotte di emancipazione sociale, a nuove visioni. Le classi popolari dell’epoca erano avvolte nell’analfabetismo e nell’ignoranza, in una vita dura e abbruttita, in ogni angolo d’un’Europa in cui lo sviluppo del capitalismo andava formando un proletariato insieme ai processi di industrializzazione e al formarsi dei paesi moderni.

La Rivoluzione d’Ottobre rappresentò tante cose. Ne voglio citare alcune. Fu l’apice di una straordinaria lotta dei movimenti socialisti dell’epoca a livello internazionale, che elevavano con la coscienza di sé milioni di operai e contadini. La cultura non era più appannaggio della borghesia e il mondo si poteva cambiare, lo potevano trasformare semplici manovali, sarte, minatori, braccianti, se solo si univano. Fu quindi la prima rivoluzione socialista e proletaria, della classi popolari subalterne che si compì. E da allora il mondo fu diverso.

Nei decenni successivi il socialismo, nel bene come nel male, rappresentò un contrappeso alle peggiori tendenze del capitalismo, alla predazione e allo sfruttamento, alla guerra, all’oppressione in genere. Il popolo sovietico diede un tributo di milioni di morti tra civili, partigiani e soldati dell’Armata Rossa contro il nazismo e il fascismo. Questa grande idea di affrancamento dalla schiavitù salariata e dal totalitarismo echeggiava giù per Monte Sole nei “viva Stalin” dei partigiani della Stella Rossa. E così era per i garibaldini della Valdossola, delle Langhe come per i maquis francesi, per i partigiani iugoslavi di Tito.

Il resto è storia.

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Notizie su Euridice

di Erri De Luca

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.

C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.

Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.

Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.

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Renzi, il cioccolataio estremo

Senza Soste

Prima di tutto va sciolto un equivoco: Matteo Renzi non è un leader moderato, o un innovatore che guarda sia a destra che a “sinistra”, ma un cioccolataio. Ovvero qualcuno che, per esibirsi nella comunicazione politica, non esita, in pochi mesi, a cambiare proposte politiche sul lavoro in modo anche imbarazzante. L’ha notato anche il solitamente quieto sbilanciamoci.info che ricorda come il Renzi del 2011, quello del contratto di lavoro alla Ichino, aveva lasciato il passo al Renzi della flexicurity, un modello comunque molto diverso, appena una decina di mesi dopo. Troppo poco per un ripensamento reale, abbastanza per capire che in materia di lavoro e di contratti Renzi procede scaricando le app disponibili nello store delle proposte, e delle cordate di potere, non per analisi politica. Estremo perché, essendosi proposto il Renzi come killer application della politica italiana, il cioccolataio in questione non nega soluzioni draconiane ottime per le apparizioni televisive: tracciabilità del contante praticamente fino agli spiccioli, creazione di una mega Equitalia (con altro nome s’intende...) e, audite audite, produrre lavoro precario con i soldi sottratti alle pensioni. Proposta nuova quanto la prima riforma delle pensioni (1995) e destinata, se mai vedesse la luce, a creare pensionati impoveriti, nuovi futuri disoccupati e un’altra voragine nei conti dello stato.Non manca il sottofondo di proposta di liquidazione degli asset pubblici, dall’Eni ai trasporti locali fino agli immobili, giusto per trasferire le risorse ai privati e all’estero. Ma anche nel centrosinistra ad uno così, non molti anni fa, al massimo avrebbero chiesto in quale ambulanza avrebbe preferito accomodarsi. Le renzinomics sono infatti il programma della liquidazione coatta delle risorse di un paese sotto il pretesto del rilancio, la resa ad ogni potere della finanza globale, e l’impoverimento supremo dell’Italia, sotto la retorica dell’innovazione.

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Lo Stato seduttore ha fretta

Miguel Martinez

I media ci raccontano che un centenario è morto, e cosa pensa a fare lo Stato? Una legge, certo, con “pene da uno a cinque anni“. Più galera per tutti!, la panacea universale.

La legge tocca farla di corsa, finché la notizia è calda e il cadavere calciabile.

Talmente di corsa che ieri si è cercato di far passare quella che chiamano una “legge contro il negazionismo” direttamente in commissione Giustizia.

Poi all’ultimo momento i senatori del Movimento Cinque Stelle hanno chiesto che la legge, che loro comunque sostengono a spada tratta, passi prima in aula. Anche a partire da oggi stesso, secondo loro. Che però significa perdere ventiquattr’ore di tempo-TV.

Questa insensibilità per i ritmi degli anchormen fa innervosire a tal punto una certa Monica Cirinnà, senatrice, che esclama ”Il Movimento 5 Stelle è arrivato al negazionismo”, mentre Anna Finocchiaro dice, “Non mi stupisce che la furia devastatrice dei Cinque Stelle si abbatta anche su provvedimenti di civiltà come il negazionismo dell’Olocausto.”

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Ma chi è il nemico della Costituzione?

Dante Barontini

Landini, Rodotà e Vendola avevano puntato molto sulla manifestazione di ieri. L'avevano indetta prima della crisi di governo poi risoltasi con la “fiducia” votata anche da Berlusconi. Avevano in fondo scommesso sulla rottura delle “larghe intese” e mirato a candidarsi come legittimi e “popolari” sostituti del centrodestra (magari spaccato in mille pezzi, alcuni dei quali “recuperabili”) in un esecutivo guidato dal PD con priorità un po' diverse da quelle attuali.

La loro “difesa della Costituzione” era totalmente e debolmente antiberlusconiana, ed è rimasta fortemente spiazzata dalla prosecuzione delle “larghe intese”. Che la Costituzione sia sotto pesante attacco, non c'è dubbio. Il problema è che Landini, Rodotà e Vendola non vogliono neppure chiedersi “chi” stia smantellando a colpi di maglio la Carta nata dalla Resistenza. Dovrebbero fare i nomi di Napolitano e Letta, quindi dell'intero Pd, oltre che citare ovviamente l'Unione Europea.

Chi è che ha trasformato il ruolo del Presidente della Repubblica in quello di “facitore dei governi” invece che di “custode delle regole costituzionali”?

Chi è che ha nominato un “comitato di saggi” che deve sfornare un progetto di “riforma” che poi questo Parlamento (di “nominati”, quasi per intero incompetente e disinteressati alle materie costituzionali) dovrà soltanto approvare?

Qual è il partito che con più zelo rappresenta la fedeltà assoluta ai diktat della Troika?

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Di cosa l'Italia deve proprio vergognarsi

di Manlio Dinucci

«Vergogna e orrore»: questi termini usa il presidente della repubblica Napolitano a proposito della tragedia di Lampedusa. Più propriamente dovrebbero essere usati per definire la politica dell’Italia nei confronti dell’Africa, in particolare della Libia da cui proveniva il barcone della morte. I governanti che oggi si battono il petto sono gli stessi che hanno contribuito a questa e ad altre tragedie dei migranti.

Prima il governo Prodi sottoscrive, il 29 dicembre 2007, l’Accordo con la Libia di Gheddafi per «il contrasto ai flussi migratori illegali». Poi, il 4 febbraio 2009, il governo Berlusconi lo perfeziona con un protocollo d'attuazione. L'accordo prevede pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche e la fornitura alla Libia, di concerto con l’Unione europea, di un sistema di controllo militare delle frontiere terrestri e marittime. Viene a tale scopo costituito un Comando operativo interforze italo-libico. La Libia di Gheddafi diviene così la frontiera avanzata dell’Italia e della Ue per bloccare i flussi migratori dall’Africa. Migliaia di migranti dell’Africa subsahariana, bloccati in Libia dall’accordo Roma-Tripoli, sono costretti a tornare indietro nel deserto, condannati molti a sicura morte. Senza che nessuno a Roma esprima vergogna e orrore.

Si passa quindi a una pagina ancora più vergognosa: quella della guerra contro la Libia.

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Cile

Piccolo vademecum su miti, errori, menzogne ed omissioni sull’11 settembre 1973

Gennaro Carotenuto

Mercoledì è il quarantesimo anniversario del colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973, un evento fondativo del mondo contemporaneo, come avrò modo di argomentare in un articolo che sarà pubblicato la mattina dell’11 su questo sito. Come studioso di storia del Cile, di Salvador Allende e nello specifico di quel golpe (in particolare intervistando la gran parte dei sopravvissuti della battaglia della Moneda per lavori pubblicati o in corso di pubblicazione), sento il bisogno di una serie di puntualizzazioni apparentemente banali eppure decisive nella narrazione e interpretazione di quei fatti. Ovviamente non mi illudo di essere creduto o dato credito e sono convinto che in questi giorni continueremo a sentir dire che Allende non si è suicidato o che il Cile era sull’orlo del caos, che non è provato il ruolo della CIA, eccetera. Pace.

1) Salvador Allende indiscutibilmente si suicidò. I testimoni diretti, persone al di sopra di ogni sospetto, tra i quali il dottor Jirón e il GAP Pablo Zepeda, non lo mettono mai in dubbio. La leggenda dell’assassinio fu inventata e diffusa innanzitutto da Radio Mosca per motivi di propaganda. Buona parte dei motivi del successo di tale versione furono dovuti: a) a motivi culturali rispetto alla valenza del suicidio interpretabile come atto di vigliaccheria; b) al fatto che l’assassinio appariva come perfetta allegoria dell’infamia del golpe e della morte della democrazia; c) al dato che i testimoni diretti di parte democratica (che hanno sempre parlato del suicidio) furono uccisi o messi a lungo a tacere dalla dittatura. L’intero campo democratico, a partire da un famoso articolo molto romanzato di Gabriel García Márquez, preferì a lungo non credere al suicidio, forse uno dei pochi dettagli sul quale i golpisti non mentirono. Si veda in particolare il mio saggio su «Passato e Presente» in nota.

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Siria, il Papa sfida Obama

Digiuno contro la guerra

«Mai più guerra». Con un gesto clamoroso, la cui forma così esplicita e diretta ha pochi precedenti della storia, il Papa si schiera apertamente contro l’intervento militare in Siria. E assume virtualmente la leadeship politico-spirituale dell’Occidente, pronunciando parole inequivocabili dal balcone di piazza San Pietro durante l’Angelus della domenica mattina: «La comunità internazionale agisca sulla base del dialogo: il grido della pace si levi alto, perché tutti rimpongano le armi e si lascino guidare da un anelito di pace». Di più: il pontefice indice per il 7 settembre una grande manifestazione contro la guerra e annuncia un digiuno di preghiera per invocare la rinuncia all’uso della forza contro Damasco. E’ un monito di inaudita efficacia, rivolto direttamente a Barack Obama, che considera il raid inevitabile ma lo posticipa all’indomani del 9 settembre. Messaggio drammaticamente chiaro, quello del Vaticano: è ufficiale, il mondo è in pericolo.

«Condanno l’uso delle armi chimiche», esordisce Bergoglio, con il volto teso: «Vi dico che ho ancora fisse le terribili immagini dei giorni scorsi», quelle dei bambini siriani uccisi dai gas tossici sprigionati dai proiettili chimici. Per quell’orrore, «c’è un giudizio di Dio e della storia a cui non si può sfuggire». Ma, aggiunge il Papa, «non è mai l’uso della violenza che porta alla pace: guerra chiama guerra, violenza chiama violenza». Per cui: «Chiedo alle parti in conflitto di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro intraprendendo la via dell’incontro», perché oggi più che mai «l’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace». Parole che confermano appieno il timore di chi paventa l’innesco di una sorta di “terza guerra mondiale” dietro il possibile bombardamento missilistico della Siria.

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I giorni dello scolapasta

Augusto Illuminati

La campagna delle destre per restituire agibilità politica a Berlusconi è bizzarra, oltre che ossessiva. Se ne parla come se tale qualità fosse oggetto di concessione o contrattazione, dimenticando, che so, che Lenin l’aveva a pieno titolo nella sua capanna finlandese nel 1917 e che purtroppo D’Alema e Veltroni ne fanno cattivo uso standosene fuori del Parlamento.

Il vero problema è l’incandidabilità, cioè la difficoltà a presentarsi con nome e cognome in una campagna elettorale personalizzata e a tenere insieme il pittoresco zoo dei suoi colonnelli. Il vittimismo infuriato genera un pressing indecente sulla sinistra che, a sua volta, si erige in pose monumentali sulla sponda della legalità, con la grottesca immagine di Enrico Letta in trincea a Kabul, scolapasta in testa e giubbotto di kevlar antiproiettile. Scolapasta, ma in un giorno inopportuno, quando le sue comiche promesse di restare per molti anni a fianco del disgraziato Afghanistan (come se non bastassero i talebani) acquistano un senso ben più minaccioso alla vigilia di un probabile attacco Nato alla Siria, dove il buon nipote di Gianni dovrebbe emulare gli spiriti guerreschi di D’Alema ai tempi dell’aggressione al Kosovo. L’Enrico catafratto sarebbe il braccio armato di Napolitano, in una riedizione (molto, molto più complicata) della campagna libica. Sia il ruolo di alleato volenteroso sia quello più prudente e probabile di benevolo spettatore (cui spingono i berlusconiani filo-putiniani) allontanano oggettivamente la crisi di governo e per essi Letta appare molto più attrezzato e internazionalmente accredito del provinciale Renzi.

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La sinistra non capisce nulla

di Marino Badiale

Francesco  De Gregori, l'autore di tante bellissime canzoni che hanno segnato la nostra “educazione sentimentale”, ci ha fatto sapere alcune sue opinioni politiche in un'intervista al Corriere della Sera del 31 luglio. Si tratta di un documento interessante per capire la realtà del nostro paese, e in particolare di quella parte dell'opinione pubblica che qualifichiamo “sinistra”. De Gregori infatti è una persona colta e intelligente, sa parlare bene, non aggredisce e non insulta. Non è uno studioso, ma è sicuramente un rappresentante della parte migliore dell'opinione pubblica di sinistra. Ebbene, che cosa emerge da questa intervista? Emerge, per esempio, che De Gregori alle ultime elezioni ha votato Monti e Bersani e che nutre “un certo rispetto per il lavoro non facile di Letta e Alfano”. Opinioni rispettabilissime e condivise da molti. La cosa che turba leggermente la mia mente razionalistica è che De Gregori, dopo queste affermazioni, aggiunge

Sono convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli, gli immigrati, i giovani (..). Sono convinto che bisogna lavorare per rendere i poveri meno poveri, che la ricchezza debba essere redistribuita; anche se non credo che la ricchezza in quanto tale vada punita. E sono a favore della scuola pubblica (...)

Ora, il problema che si pone è ovvio: come fa una persona intelligente e onesta a tenere assieme le due cose? La risposta è abbastanza facile: De Gregori non ha capito nulla. Non ha la minima idea di quale sia la realtà sociale, economica e politica dell'Italia e del mondo. Ovviamente, questa affermazione deve essere presa cum grano salis.

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Soriano Ceccanti

di Elisabetta Teghil

Soriano Ceccanti, allora sedicenne, fu ferito dalla polizia fuori dal locale La Bussola a Viareggio, nella notte di capodanno del '68-'69, nel corso di una manifestazione indetta da Lotta Continua. Da allora vive su una sedia a rotelle.

Alcune considerazioni.

Questo è il prezzo pagato da un militante di Lotta Continua e questa è la misura dell'oscena e strumentale campagna di calunnie contro LC, prendendo a pretesto che qualcuno/a nel suo percorso personale si è sistemato/a.

Attraverso questa facile demagogia si sminuiscono i valori non solo di LC, ma di tutto il movimento del '68 e degli anni '70 e la generosità di quei/quelle militanti. Tanti/e uccisi/e, incarcerati/e o su una sedia a rotelle come Soriano Ceccanti e Sirio Paccino.

Colpisce sempre, allora come adesso, il silenzio omertoso delle prefiche della non violenza, le stesse che non denunciano le violenze poliziesche nei confronti dei valsusini/e, ma starnazzano di presunte violenze dei/delle resistenti della valle e, magari, dei/delle ristretti/e nei Cie e dipingono le/i solidali come violenti ed estremisti scrivendo così le sentenze delle loro condanne e creando, allora come adesso, le premesse della repressione violenta.

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La musica è finita

Antonio Pagliarone

Il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni,
il commercio di effetti negoziabili di ogni specie,
l’aggiotaggio: in una parola, ha fatto nascere il giuoco di
Borsa e la bancocrazia moderna.
Karl Marx

L’articolo di Michael Roberts “The failure of QE” prende in esame le conseguenze provocate dalla Fed americana di Ben Bernake in seguito alla sua politica economica di quantitative easing ossia l’iniezione di “liquidità” per portare i tassi di interesse a livelli irrisori. Tale intervento della banca centrale americana è stato salutato positivamente dal mainstream del “keynesismo finanziario” tanto da divenire una bandiera per osservatori economici di sinistra (e per qualche destrorso del tipo Tyler Cowan) spesso sostenitori di un marxismo rozzamente adattato ai tempi.

Naturalmente l’iniziativa della Fed americana ha dato seguito ad interventi analoghi della Banca di Inghilterra e della Banca del Giappone senza dimenticare la politica economica sullo stesso stile della Bank of China e della BCE del troppo mitizzato Mario Draghi. In tali condizioni i relativi governi hanno immediatamente cercato di sfruttare l’occasione per cambiare rotta e decretare la bancarotta dell’” austerità” ed intraprendere iniziative di spesa verso investimenti produttivi per “favorire la crescita” economica e l’occupazione grazie ai quali verrebbe alimentata una domanda ormai stagnante. In realtà l’unico effetto positivo prodotto dal quantitative easing è stato un nuovo boom delle Borse. Il grafico sottostante mostra la progressiva euforia borsistica cresciuta dall’autunno scorso fino al crollo dell’ultimo mese.

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I Tassi d'Interesse e la confusione che regna sovrana

Salvatore Perri

Il differenziale fra tassi d'interesse sui titoli di stato italiani e tedeschi e' balzato negli ultimi mesi agli onori della cronaca additato come indicatore del potenziale disastro economico imminente. La divaricazione dei tassi ha sicuramente implicazioni problematiche ma esse riguardano principalmente il razionamento del credito verso le imprese e non, come erroneamente si crede, una ipotetica impossibilita' di rifinanziare il debito.

Il ruolo del famigerato "spread" fra i tassi d'interesse sul debito e' diventato nell'opinione pubblica mutevole non meno delle personali sensazioni climatiche. Lo stesso e' passato dall'essere una variabile in grado di determinare la fine di un governo, all'essere un'invenzione della stampa. E' indiscutibile che un aumento dei tassi d'interessi sul debito pubblico (enorme come quello italiano) abbia implicazioni importanti sui conti dello stato, ignorarlo o far finta che non esista, come fosse l'incubo in cui si viene inseguiti dai fantasmi, non ne aiuta certamente la comprensione.

Tuttavia, alcuni degli effetti di un aumento dei tassi sono quotidianamente male interpretati, creando allarmismo immotivato verso il rifinanziamento del debito ed oscurando completamente i veri effetti negativi che riguardano fondamentalmente il settore privato e le proprie possibilita' di accedere finanziamento bancario.