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Va’ dove ti porta il popolo! Ma con calma…

di Sebastiano Isaia

Ho appena letto la riflessione «a botta calda» sulle elezioni politiche del 4 marzo di Carlo Formenti, simpatizzante (pentito?) di Potere al Popolo, e subito mi è balenata in testa il classico “aforisma” andreottiano: «Il potere logora chi non ce l’ha». Oppure, nello specifico, le elezioni logorano chi non riesce a intercettare sufficienti voti. La quantità di voti considerata sufficiente dal soggetto politico che concorre alle elezioni dipende da molti fattori che qui sarebbe troppo lungo e ozioso elencare. Certamente l’investimento in termini di entusiasmo e di speranze (più o meno illusorie) ha una parte molto importante in tutto ciò, soprattutto per quei soggetti considerati degli outsider dall’establishment politico, e che per la prima volta tentano di entrare nei Palazzi della democrazia capitalistica, magari per inventare un nuovo “parlamentarismo rivoluzionario”.

Scrive Formenti: «In attesa di approfondire le riflessioni che quanto è appena successo mi suggerisce, non posso tuttavia esimermi da una prima reazione a botta calda. Troppa è l’irritazione che mi suscitano le reazioni di tutti quei compagni che, di fronte alla duplice schiacciante vittoria di Cinque Stelle e Lega, sanno solo insultare gli elettori italiani accusandoli di essere populisti, qualunquisti, fascisti, razzisti, sessuofobi, xenofobi e quant’altro.

Per tutti costoro vale la seguente battuta di J-M. Naulot, riportata in esergo da Luca Ricolfi nel suo libro Sinistra e popolo: “Populista: aggettivo usato dalla sinistra per designare il popolo quando questo comincia a sfuggirle”. Così come vale la definizione di “negazionisti” che il giornalista americano Spannaus ha appioppato alle sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra». Per dimostrare la mia assoluta estraneità alla sinistra comunque considerata, citerò quanto scrissi dopo le elezioni tedesche del settembre 2017, anche perché in qualche modo quella riflessione riguarda, mutatis mutandis, la società italiana:

«L’analisi del voto tedesco ha confermato ciò che anche la scienza sociale “ufficiale” ha sempre saputo: il disagio sociale vota. Come spiegare altrimenti il paradosso per cui Alternative für Deutschland, che pure ha incentrato la sua campagna elettorale praticamente solo sull’avversione alla politica d’immigrazione adottata dal governo tedesco nel 2015, ha raccolto più consensi proprio nelle zone del Paese dove più bassa è la presenza dei migranti? La risposta è abbastanza semplice: perché la paura dello straniero che viene dall’Africa ha fatto tracimare paure e frustrazioni che niente a che fare hanno con il razzismo, con la xenofobia e altro ancora. È come se chi in Germania occupa i gradini più bassi della scala sociale avesse detto a Mamma Angela: “Ma come, invece di pensare ai nostri bassi salari, alle nostre povere pensioni, a un welfare tutt’altro che irreprensibile; insomma invece di prenderti cura dei nostri problemi tu pensi agli stranieri? Vogliamo il pane e tu ci dai da mangiare la solidarietà con il diverso, che peraltro viene a rubarci quel poco che abbiamo e a minacciare la nostra sicurezza: hai dimenticato il terrorismo Jihadista? Prima la Germania, prima i tedeschi, non gli stranieri!”. Il Presidente Donald Trump ha dunque fatto scuola? Diciamo che il nostro sa come gira il pessimo mondo. Anche i sinistri della Linke hanno più volte cercato di fare l’occhiolino al razzismo e alla xenofobia del proletariato più disagiato dell’Est, per intercettarne il voto, ma i loro concorrenti di destra sono stati evidentemente più credibili su questo escrementizio terreno, e infatti l’AfD ha rubato un po’ di elettorato anche al partito degli ultra sinistrati, che adesso è costretto a fare “autocritica”». Come sempre mi scuso con i lettori per le antipatiche autocitazioni, ma spesso l’economia di pensiero reclame i propri diritti.

A differenza di Formenti chi scrive, oltre a non essere un sinistrorso, ossia un nipotino della tradizione “comunista/socialista” italiana, non è nemmeno un populista, e non avverte quindi l’irresistibile desiderio di andare là dove va il popolo, foss’anche il mattatoio bellico, i luoghi dove le masse scelgono democraticamente l’albero a cui impiccarsi, le piazze che inscenano “Primavere” che sorridono solo alle fazioni capitalistiche in reciproca e sanguinosa lotta per il potere, e altro ancora. Il Popolo non ha sempre ragione; anzi, quasi sempre esso ha torto, e questo semplicemente perché come diceva l’uomo con la barba l’ideologia dominante è quella delle classi dominanti. La stessa condizione sociale delle classi subalterne, in assenza di una seppur minima coscienza di classe e in presenza di una grave crisi economica, spinge quelle classi verso posizioni politiche ultrareazionarie, che certamente vanno comprese criticamente e non vanno aggredite con intenzione ideologica (l’ideologia come falsa coscienza: si veda la mia ventennale “battaglia culturale” contro gli antiberlusconiani e gli antileghisti “radical-chic”), ma altrettanto certamente vanno considerate per quel che sono, senza sminuirne la portata reazionaria. Invece di negare o in qualche modo sminuire il razzismo, il fascismo, la sessuofobia, la xenofobia delle e nelle masse, occorre piuttosto denunciare le condizioni sociali che fomentano quelle idee e quei sentimenti, demistificando tanto l’atteggiamento dei progressisti “radical-chic” «con la puzza sotto il naso», quanto il populismo, destrorso o sinistrorso che sia, che ama seguire la corrente “popolare” per catturare il consenso politico-elettorale dei socialmente disagiati.

Formenti disprezza, a ragione, «le sinistre che negavano appunto le radici popolari della vittoria di Trump negli Stati Uniti e della Brexit in Inghilterra»; ma in che senso egli parla di «radici popolari»? Le «radici popolari» richiamano concetti politici troppo vaghi e ambigui. Vogliamo forse negare «radici popolari» al Fascismo e al Nazismo? Vogliamo forse negare al populismo di destra (tipo Alba Dorata) solidissime «radici popolari»? Vogliamo negare che la Lega di Salvini è popolarissima soprattutto tra gli operai del Nord e i Pentastellati mietono consensi soprattutto nel proletariato meridionale assetato di assistenzialismo e di statalismo?

E infatti Formenti non lo nega, come abbiamo visto. E allora? Allora il problema si sposta sul terreno politico. Scrive il sociologo criticando – post festum – il progetto di Potere al Popolo: «Avevo detto 1) che in questo modo la chiarezza del nostro discorso contro Euro e Ue si sarebbe annacquata nell’ennesima operazione di restauro di formazioni neocomuniste incapaci di leggere il nostro tempo e sviluppare idee, obiettivi e linguaggi all’altezza della nuova realtà; 2) che così avremmo sprecato energie più utilmente investibili nella costruzione di un progetto internazionale in vista delle europee del ‘19 a fianco di Mélenchon, Podemos e altre forze populiste di sinistra, uscendo dall’asfittico minoritarismo delle vecchie sinistre radicali, 3) che qualsiasi alternativa credibile all’egemonia indiscutibile che 5 Stelle esercita oggi sulla rivolta anti-establishment delle masse popolari italiane avrebbe richiesto tempo, pazienza e fatica, 4) che tale impresa dovrebbe partire da una riflessione critica sulla necessità di costruire una sinistra nazional popolare che non abbia paura di affrontare il tema della sovranità come passaggio obbligato del rilancio della lotta di classe contro il capitalismo globale e i suoi reggicoda nostrani».

Ecco allora che le «radici popolari» di cui parla Formenti si riempiono di precisi contenuti politici, tutti rigorosamente ultrareazionari, come lascia trasparire con fin troppa chiarezza il progetto che sta al centro della sua riflessione polemica: la costruzione di «una sinistra nazional popolare». E perché non nazional socialista? Nazional Socialista, beninteso, nel senso venezuelano del concetto. Auguri!

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