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Le piccole verità e la tirannia del Vero

di Francesco Coniglione

Aedo e pubblicoVi sono parole che, quando vengono scritte con la maiuscola, cominciano a emanare una luce sospetta. Verità. Giustizia. Bene. Umanità. Sembrano innalzarsi sopra il fango delle opinioni, sottrarsi alla rissa del mondo, occupare un cielo terso dove tutto è finalmente limpido, ordinato, necessario. Ma proprio in quella maiuscola si annida spesso il primo pericolo: la pretesa che una parola umana, troppo umana, possa diventare il sigillo dell’assoluto.

Nel discorso comune, e talvolta anche nella pubblicistica colta, si ricorre con disinvoltura a queste categorie solenni. Si dice, per esempio, che «il cuore della giustizia è la verità»; e si potrebbe aggiungere, con tono ancora più edificante, che «la disponibilità a riconoscere il vero è la soglia della moralità». Frasi belle, perfette per essere scolpite sul frontone di un tribunale o incise nel marmo di una scuola civile. E tuttavia, come tutte le frasi troppo belle, chiedono di essere interrogate. Perché chi pronuncia la parola “verità” raramente la lascia nuda: quasi sempre la veste con i propri abiti, la educa nella propria lingua, la fa camminare secondo il ritmo della propria storia.

Il filosofo, poi, è particolarmente esposto a questa tentazione. Abituato a trafficare con l’universale, rischia più di altri di credersi non soltanto cercatore, ma interprete autorizzato del Vero; non soltanto amante della sapienza, ma suo notaio, suo araldo, suo funzionario plenipotenziario. Da qui nasce una delle forme più raffinate della superbia intellettuale: parlare in nome del Vero credendo di aver semplicemente deposto la propria voce, quando invece la si è soltanto amplificata e innalzata a misura delle cose.

Il problema, allora, non è soltanto distinguere il vero dal falso, come se la vita umana fosse un fascicolo processuale da riordinare, una disputa da chiudere ristabilendo finalmente “la verità dei fatti”. Certo, vi sono fatti da accertare, menzogne da smascherare, falsificazioni da correggere. Nessuna civiltà può sopravvivere se rinuncia alla differenza tra prova e invenzione, tra testimonianza e calunnia, tra memoria e propaganda. Ma il punto più sottile è un altro: gli esseri umani non abitano soltanto fatti; abitano mondi di senso.

E in quei mondi vi sono persone che, con assoluta sincerità, con trasporto, con disciplina interiore, credono in verità profondamente diverse da quelle credute da altri con pari sincerità, pari trasporto, pari disciplina.

È qui che l’appello alla Verità comincia a diventare ambiguo. Perché se esso significa: “riconosciamo che nessuna convivenza è possibile senza un minimo di lealtà verso i fatti”, allora è un appello necessario. Ma se significa: “la mia verità deve diventare anche la tua, e tu sarai morale soltanto quando l’avrai riconosciuta”, allora non siamo più nel regno della giustizia, ma nell’anticamera della coercizione. Non stiamo difendendo la verità: stiamo preparando una conversione.

Una umanità comprensiva e solidale non nasce dalla pretesa che tutti si inginocchino davanti allo stesso altare concettuale. Nasce, piuttosto, dal riconoscimento della pluralità delle piccole verità: quelle in cui le persone vivono, soffrono, sperano, pregano, sbagliano, amano. Piccole non perché siano meschine o trascurabili, ma perché non pretendono di occupare l’intero cielo. Piccole perché conoscono il proprio confine. Piccole perché non chiedono l’adorazione universale, ma soltanto il diritto di esistere senza essere immediatamente degradate a errore, superstizione o barbarie.

È precisamente questo che molte morali dell’universale faticano a comprendere. Quando si cerca di elaborare una morale valida per tutti, purissima nella forma, ineccepibile nella struttura, si corre il rischio di produrre un edificio magnifico e deserto. Kant ne è l’esempio più alto e, proprio per questo, più istruttivo: non perché la sua morale sia vuota, ma perché mostra quanto sia difficile tenere insieme l’universalità della legge morale e la carne concreta delle vite. la sua morale dell’imperativo categorico possiede una grandezza architettonica indiscutibile, ma la sua universalità può apparire, quando venga irrigidita in puro formalismo, incapace di custodire fino in fondo il calore concreto delle vite, la densità delle appartenenze, il peso delle storie. È una morale che parla all’uomo in quanto essere razionale; ma gli uomini, nella loro esistenza effettiva, non sono mai soltanto esseri razionali. Sono figli, padri, madri, credenti, scettici, feriti, popoli, memorie, lingue, paure, fedeltà. Le piccole verità, invece, non ambiscono a cancellare questa pluralità. Non dicono: “io sono il Vero”. Dicono: “io sono il vero nel quale qualcuno abita”. E questa differenza è decisiva. La prima formula fonda l’impero; la seconda consente la convivenza.

Resta però una domanda: esiste, allora, una Verità unica, totale, irrefutabile? Forse; ma, se esiste, appartiene a un ordine che proprio per la sua assolutezza si sottrae all’uso ordinario della parola, della legge e del comando. Non è una verità disponibile per la politica, per il diritto, per la morale pubblica, per l’amministrazione delle coscienze. È la Verità a cui, secondo le grandi tradizioni spirituali, si può pervenire nell’ascesa mistica, nella contemplazione di Dio, dell’Uno, dell’Assoluto. Ma proprio questa Verità, se davvero è tale, è ineffabile. Non si lascia ridurre a manifesto, catechismo, codice penale, programma di governo. Può essere vissuta, forse; non può essere amministrata.

L’assoluto contemplato dal mistico non diventa automaticamente una norma intersoggettiva. Anzi, nel momento in cui qualcuno pretende di farsene interprete autorizzato, traduttore ufficiale, banditore pubblico, qualcosa si guasta. L’ineffabile viene trasformato in slogan; il mistero in regolamento; la contemplazione in disciplina collettiva. Ed è lì che si apre la strada al dispotismo più feroce: quello che non si accontenta di obbedienza esteriore, ma pretende di conquistare l’anima. Il fanatico non vuole soltanto che tu faccia ciò che dice; vuole che tu riconosca che egli parla in nome della Verità. Per questo è più pericoloso del tiranno ordinario: il tiranno vuole sudditi; il fanatico vuole convertiti.

L’appello alla verità, dunque, va rovesciato. Non deve significare inchinarsi alla maestà abbagliante del Vero, ma riconoscere l’esistenza di verità sinceramente vissute. Ciò che merita rispetto, innanzitutto, non è la sostanza veridica di ogni credenza — perché non tutte le credenze sono vere, né tutte sono innocue — ma la buona fede delle persone che vi aderiscono e la profondità esistenziale con cui esse vi si riconoscono. Rispettare una verità altrui non significa dichiararla equivalente alla propria, né rinunciare alla critica. Significa, più radicalmente, rifiutare l’atteggiamento liquidatorio: quello che squalifica l’altro prima ancora di averlo compreso, che lo considera arretrato, superstizioso, cieco, indegno, bisognoso di essere corretto o rieducato.

Il rispetto non è resa. È disciplina dello sguardo. È la capacità di distinguere tra la critica di una dottrina e il disprezzo per chi la vive; tra la confutazione di un’idea e l’umiliazione di una coscienza. Si può discutere, contestare, persino combattere una credenza quando produce violenza od oppressione. Ma altra cosa è negare in radice il diritto dell’altro ad avere il proprio mondo, la propria lingua del sacro, il proprio modo di ordinare il dolore e la speranza. La critica appartiene alla ragione; il disprezzo appartiene al dominio.

Per questo bisogna difendere la legittimità delle piccole verità. Non della Verità imposta a tutti da chi ritiene di averla conquistata con il duro lavoro del concetto, o ricevuta per grazia, rivelazione, elezione, destino storico. Le piccole verità sono fragili e perciò civili. Non chiedono roghi, non pretendono crociate, non convocano tribunali dell’anima. Sono verità domestiche, comunitarie, incarnate: vivono nei riti, nelle memorie, nei racconti, nelle consuetudini, nelle fedeltà quotidiane. Talvolta sono ingenue; talvolta sbagliano; talvolta devono essere messe alla prova dall’incontro con altre verità. Ma proprio perché non si proclamano assolute, possono dialogare.

La battaglia decisiva è allora contro una doppia hybris. La prima è quella dei singoli: uomini che si credono depositari della Verità, illuminati per infusione divina, interpreti infallibili della volontà di Dio, della Storia, della Ragione, della Scienza, del Popolo. Cambiano i nomi, non cambia la struttura. C’è sempre qualcuno che sa; e, di fronte a lui, una moltitudine che deve essere guidata, purificata, liberata da se stessa. Ogni fanatismo comincia così: con un eccesso di certezza e un difetto di pietà. La seconda hybris, ancora più devastante, è quella dei popoli, delle nazioni, delle civiltà quando si pensano come portatrici di una missione universale. Ogni tradizione religiosa o politica può conoscere questa tentazione: l’idea di essere eletti, incaricati, investiti di un compito superiore. Finché questa elezione resta coscienza di responsabilità, può persino generare disciplina morale. Ma quando diventa pretesa di superiorità, quando si traduce in diritto di imporre la propria legge agli altri, allora l’elezione degenera in dominio. Il sacro si fa frontiera armata.

La modernità europea conosce bene questa malattia. L’ha conosciuta nella forma brutale del razzismo biologico, culminato nella tragedia nazista; ma l’ha conosciuta anche nella forma più elegante, più colta, più presentabile della superiorità spirituale. Non più soltanto il sangue, non più soltanto la razza, ma la civiltà: Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Leopardi, Manzoni. E poi la domanda, pronunciata con falsa innocenza e autentica arroganza: “Ma gli altri le hanno queste cose?”.

È una frase rivelatrice: non celebra semplicemente la grandezza dell’Occidente; la trasforma in misura dell’umano. Non dice: “questi sono i nostri tesori”; dice: “questi sono i tesori, e chi non li possiede è più povero di noi”. È il vecchio “fardello dell’uomo bianco” con abiti nuovi, la missione civilizzatrice che Rudyard Kipling cantò nel 1899 invitando gli Stati Uniti ad assumere il peso dell’impero. Naturalmente, ogni civiltà ama chiamare “fardello” il proprio dominio: così l’oppressione diventa sacrificio, la conquista diventa servizio, la violenza diventa pedagogia.

Contro questa ubriacatura dell’universale bisogna restituire dignità al plurale. Non per scivolare nel relativismo pigro secondo cui tutto si equivale, ma per riconoscere che nessuna verità umana può pretendere di saturare l’intero spazio dell’umano. Le nostre verità sono case, non cieli. Ci riparano, ci orientano, ci danno una forma; ma diventano prigioni quando pretendono di essere l’unica architettura possibile. Una casa può accogliere; un cielo imposto finisce sempre per schiacciare.

Forse la giustizia non nasce dal riconoscimento del Vero, ma da un gesto più modesto e più difficile: riconoscere che l’altro vive dentro una verità che non è la nostra, e che tuttavia non per questo è immediatamente menzogna, barbarie, errore da estirpare. La soglia della moralità non è la resa davanti alla Verità maiuscola; è la capacità di non trasformare la propria piccola verità in un’arma.

Perché la Verità, quando scende sulla terra in uniforme, ha sempre pessime maniere. Le piccole verità, invece, camminano a piedi. Hanno accenti diversi, portano cicatrici, esitano, si correggono, imparano. Non salvano il mondo con un decreto. Ma forse gli impediscono, almeno per un poco, di diventare un tribunale.


Breve curriculum
Francesco Coniglione, nato a Catania nel 1949, è stato professore ordinario di Storia della filosofia all’Università di Catania e Presidente della Società Filosofica Italiana (2017-2019), membro del Consiglio scientifico dell’Accademia Polacca delle Scienze di Varsavia (2015-2022), nonché Research Fellow al Social Science Research Center della Mississippi State University (USA). Si è interessato di storia della filosofia scientifica, con speciale riguardo per la scuola polacca, e ha anche condotto una ricerca sulla società della conoscenza all’interno del 7° Programma Quadro dell’EU (Through The Mirrors of Science, New Challenges for Knowledge-Based Societies, Ontos Verlag, Heusenstamm 2010). Tra le sue più recenti pubblicazioni v’è l’edizione italiana dei saggi dell’epistemologo polacco Ludwik Fleck (Stili di pensiero. La conoscenza scientifica come creazione sociale, Mimesis, Milano-Udine 2019), nonché i due volumi che esplorano il significato umano dell’itinerario spirituale di san Francesco d’Assisi (L’uomo venuto da un altro mondo. Francesco d’Assisi, Bonanno Editore, Acireale-Roma 2022; La perfetta Letizia. L’itinerario spirituale di Francesco d’Assisi, Tipheret, Acireale-Roma 2023). Ha recentemente pubblicato un’ampia ricostruzione del dibattito filosofico sulla scienza dal secondo dopoguerra a oggi (Lontano da Popper. L’epistemologia post-positivista e le metamorfosi della razionalità scientifica, ETS, Pisa 2025). Al suo pensiero e alla sua opera sono stati recentemente dedicati due volumi pubblicati dalla Brill (Leiden/Boston, 2026): From Scientific Philosophy to Myth: An Unquiet Philosophical Journey, a cura di G. Borbone e K. Brzechczyn.
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Nuno
Sunday, 21 June 2026 21:27
ottimo articolo, che apre la strada a molte valutazioni critiche sia sul piano individuale che politico
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