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Il Califfato non esiste...

Spigolature geopolitiche (2.0)

di rk

zumdfxbesmc6kuz8kijllwE tutti lo sanno. È il segreto di Pulcinella, il non detto dell’attuale situazione geopolitica in Medio Oriente che è, insieme, quella di un caos inarrestabile ma anche di una leggibilità cristallina. Partiamo dal cuore della questione, per i principianti.

Un anno fa ad Obama non era riuscito il bombardamento aereo della Siria come passaggio decisivo per un regime change a Damasco. Non era riuscito per l’opposizione russa in primis ma anche per il nullo consenso nell’opinione pubblica occidentale. E ne aveva ricevuto la riprovazione al limite dell’insulto da parte della tacita alleanza tra petrolmonarchie e Israele, già scosse dalla sollevazione araba del 2011 prima contenuta e poi rovesciata sì, ma con una certa fatica.

Oggi? Obama sta facendo esattamente quello che non gli era riuscito allora: bombarda il territorio siriano distruggendone il residuo di infrastrutture e soprattutto stringendo come un avvoltoio il cerchio intorno al vero obiettivo, il regime di Assad. E lo fa non solo con l’appoggio militare-logistico dei suddetti ma anche con il consenso o l’acquiescenza passiva del pubblico occidentale bombardato anche lui dalla caterva di news incontrollabili intorno al rinnovato refrain della guerra al terrorismo.

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megachip

Lati nascosti imperiali e subimperiali

di Piotr

Proprio quando occorrerebbe aiutare gli USA a deimperializzarsi senza collassi verticali, vanno ovunque al governo i bauscia, i fascisti e altri disastri

news 206002Il lato nascosto di Bausciolandia

Il 40% al PD di Matteo Renzi mi ha abbastanza sorpreso ma non sconcertato.

Tuttavia conta anche il sempre più forte calo dell'affluenza alle urne, così che il 40% del 58,6% fa meno del 24%. Ovviamente è un discorso che vale per tutti.

Il 40% a Renzi è il 18 aprile del PD. Ma con una differenza rispetto all'alba della DC. Mentre nel 1948 la Democrazia Cristiana aveva dalla sua il dopoguerra, la ricostruzione e le prime avvisaglie di quello che verrà chiamato il ventennio d'oro del capitalismo, Renzi ha contro la resa dei conti di una drammatica crisi sistemica. Certo, il fiorentino cerca di usare le stesse tecniche propagandistiche ma si capisce da lontano che è un "bauscia". Non è solo una questione di stile personale o di gorgia fiorentina. Chiunque al suo posto, con la sua missione da compiere, non potrebbe essere altro che un bauscia. Diciamo che forse è il bauscia giusto al monumento giusto.

Povero Renzi, se la DC dei tempi d'oro - composta per nulla da bauscia ma da gente molto seria, democristiana ma seria - poteva giustamente mostrare al "popolo sovrano" mezza pagnotta italiana e mezza pagnotta americana, perché era nell'ordine degli eventi che l'altra mezza pagnotta venisse dalla sponda opposta dell'Atlantico, oggi le cose sono capovolte e Obama ha fatto capire chiaramente che lui ha solo mezza pagnotta e il resto glielo devono dare i suoi alleati, ad esempio tramite il "Transatlantic Trade and Investment Partnership", il famigerato TTIP.

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clarissa

La strategia di Obama: separare la Russia dall'Europa

di Gaetano Colonna

presidentsNei giorni immediatamente precedenti la celebrazione dei settant'anni dallo sbarco alleato in Normandia, la Casa Bianca ha assunto delle posizioni ufficiali sulla situazione nell'Est europeo che meriterebbero molta maggiore attenzione di quella che l'Europa, concentrata sui risultati elettorali e sulla perdurante crisi economica, gli ha riservato.

Il 3 giugno scorso, infatti, è stata ufficialmente lanciata la European Reassurance Initiative, con la quale il presidente americano ha richiesto al Congresso degli Stati Uniti un miliardo di dollari, da iscrivere nel bilancio della difesa statunitense 2015 tra le Overseas Contingency Operations (OCO), per finanziare una serie di misure di carattere militare che il governo Usa intende adottare. Intensificazione, utilizzando a rotazione truppe americane, di addestramento ed esercitazioni congiunte nel territorio degli alleati europei di più recente accessione; pianificazioni congiunte con gli stessi Paesi, per accrescere la loro capacità di programmazione di quelle attività; potenziamento delle capacità di risposta degli Usa a supporto della NATO, mediante la predisposizione di strutture di pre-posizionamento di equipaggiamenti e truppe; aumento della partecipazione della flotta Usa alle attività NATO, per potenziarne la presenza nel Mar Baltico e nel Mar Nero; crescita della capacità di Paesi "stretti alleati" ex-sovietici, come Georgia, Moldova e Ucraina, di collaborare con gli Stati Uniti e la NATO, e di sviluppare le proprie forze di difesa.

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Al cuore della Terra e ritorno

Comprendere la crisi sistemica

di Redazione

Pubblichiamo in formato PDF scaricabile liberamente il monumentale libro in due tomi di Piero Pagliani: "Al cuore della Terra e ritorno".  L'opera, divisa in due parti, idealmente è la continuazione, dieci anni dopo, del volume «Alla conquista del cuore della Terra. Gli USA dall'egemonia sul "mondo libero" al dominio sull'Eurasia» (Punto Rosso, Milano, 2003).

Dieci anni fa l'autore cercava di comprendere i motivi più profondi della ripresa di iniziativa imperiale degli Stati Uniti dopo l'11/9, senza fermarsi alle prime facili considerazioni legate al neo-colonialismo e rifuggendo da popolari formulazioni che giudicava sciagurate, come la nota "guerre delle multinazionali". La ricerca fu guidata dall'ipotesi di Giovanni Arrighi di essere in presenza della crisi sistemica del rapporto di scambio politico tra il Potere del Denaro e il Potere del Territorio che sotto il segno degli Stati Uniti aveva dominato la scena a partire dalla fine della II Guerra Mondiale. Una crisi che induceva gli USA a intraprendere quella che Pagliani definì una politica di "imperialismo preventivo", cioè in previsione di un futuro scontro con le grandi potenze emergenti, in particolare la Cina.

Oggi l'autore, che è un frequente collaboratore della nostra testata, rilegge i dieci anni trascorsi come un susseguirsi di tentativi inizialmente riusciti ma alla fine falliti, di gestire una crisi sistemica iniziata circa quarantacinque anni fa e che affonda le sue radici nella grande espansione materiale del dopoguerra.

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Il grande gioco ai tempi della Rete

Intervista a Massimiliano Guareschi

Per capire qualcosa in più dopo il caso Snowden e l'emergere dell'entità dell'attività dell'Nsa, abbiamo rivolto alcune domande a Massimiliano Guareschi, docente all'università di Genova e già animatore della rivista «Conflitti Globali»

Prima di tutto una premessa, ovvia quanto necessaria. Non sono un esperto di intelligence e non dispongo di rivelazioni particolari, magari provenienti da fonti confidenziali, in grado di sciogliere gli arcani incomprensibili per i comuni mortali. Di conseguenza, mi limiterò ad avanzare alcune congetture a partire dall’idea che mi sono fatto circa le dinamiche istituzionali che caratterizzano quei mondi. Certo, il campo dell’intelligence presenta una serie di caratteristiche che lo rendono assai sfuggente. Del resto, i servizi segreti, se non operassero nel segreto, non sarebbero tali. Di conseguenza, su una serie di questioni, specie legate all’attualità più immediata, non si possono che formulare ipotesi. Tuttavia, non tutto è segreto e misterioso. Specie per quanto riguarda gli Stati uniti, non manca una certa trasparenza. Su vicende del passato si dispone di un’ampia messe di documenti declassificati, disponibili su siti come quello della Cia o della Nsa che peraltro consiglio a tutti di visitare. In essi si possono trovare tantissime cose interessanti: analisi di scenario, saggi storici, esperimenti futurologici, dibattiti su che cosa ha funzionato e che cosa no nel recente passato. Certo, chi cercasse rivelazioni sensazionali su complotti vari o la prova che gli extraterrestri sono fra noi non può che restare deluso. Diversamente, se uno vuole farsi un’idea circa le dinamiche istituzionali, le retoriche, le rappresentazioni e i conflitti che caratterizzano quei mondi il materiale offerto risulta decisamente utile. Per chi fosse interessato, poi, c’è anche un’apposita subdirectory per chiedere lavoro: si può scegliere fra varie tipologie di impiego, dall’analista all’agente sotto copertura…

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Datagate: ipocrisia europea ed egemonia statunitense

di Gaetano Colonna

Nella storia dei rapporti transatlantici vi sono state numerose pagine percorse da un sottile umorismo, ma nessuna è pari a quanto si sta leggendo e ascoltando in questi giorni sullo "scandalo" Datagate.

Chiunque abbia una pur vaga idea di come l'intelligence rappresenti storicamente una delle basi portanti della potenza delle grandi Nazioni imperialiste dell'Occidente europeo, fin dal Settecento, per la cui strategia navalista era imprescindibile la costante acquisizione di informazioni tattiche e strategiche su scala planetaria, non può che considerare estremamente ipocrita l'apparente scandalizzarsi delle classi dirigenti europee, dalla Germania, alla Francia, all'Italia.

Nel giugno 1948, proprio quando aveva appena avuto inizio la Guerra Fredda, con l'accordo UKUSA, USA, Gran Bretagna, Canada, Australia, Nuova Zelanda, i cosiddetti "Five Eyes", mettevano a punto quella vasta rete planetaria di attività spionistiche l'ultima manifestazione della quale sarebbe stata quella rete Echelon di cui si ebbe notizia negli anni Novanta: anche in questo caso si sprecarono articoli sui giornali, inchieste dell'Unione Europea e più o meno tiepide contrizioni da parte di qualche alto ufficiale americano, senza per altro che si sia mai andati a fondo sul da farsi - nonostante fosse già allora risultato evidente il poderoso ruolo della NSA nell'organizzare e gestire lo spionaggio elettronico con una onnipervasività planetaria totale. Quella avrebbe dovuta essere l'occasione ultima per affrontare tempestivamente tutte le implicazioni politiche dell'evidente capacità americana di "intercettare il mondo".

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L'industria della menzogna, parte integrante della macchina di guerra dell'imperialismo

di Domenico Losurdo

Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.


1. I cadaveri mutilati


Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:

«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime.

Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.

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Dalla crisi dei Brics all’esplosione dell’euro: problemi e prospettive

Intervista a Christian Marazzi

Partiamo da quelle che possiamo definire le lotte nei Brics. Il primo elemento con cui ci dobbiamo confrontare è la situazione per certi versi rovesciata rispetto ad Europa e Nord America: in questo caso parliamo infatti di società non in recessione ma in crescita, dove più che di politiche di austerity è necessario parlare di promesse di progresso ed espansione, più che di assenza di futuro ci sono aspettative che aumentano esponenzialmente e vengono bloccate. E tuttavia, situazioni così differenziate producono movimenti con composizioni e pratiche simili. Forse, è proprio attraverso questo “ciclo” di lotte nella crisi che possiamo vedere i tratti comuni e l’eterogeneità della crisi globale. A partire da qui, come è possibile sviluppare il compito di quella che tu hai definito una nostra geopolitica?

Bisogna partire da una constatazione: all’interno di alcuni paesi emergenti si sono date in questi ultimi anni le situazioni di resistenza e di movimento più interessanti. Viene così invertito un vecchio principio del primo operaismo, secondo cui le lotte dovevano colpire l’anello più forte della divisione internazionale del lavoro e del capitalismo mondiale, in particolare nei suoi rapporti con il sottosviluppo, cioè dovevano colpire in Europa e negli Stati Uniti.

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L'accordo economico transatlantico (TTIP) e il potere dell'economia

di Gaetano Colonna

Nonostante siano sotto gli occhi di tutti i risultati del liberismo assoluto che ha dominato l'economia globale nel corso degli ultimi decenni, Stati Uniti ed Unione Europea stanno mettendo a punto il nuovo strumento giuridico che consentirà alle grandi compagnie multinazionali di influire sulle scelte sociali e politiche dei singoli Stati europei, allo scopo di affrontare da posizioni rafforzate la competizione globale per l'egemonia sull'economia-mondo del XXI secolo.

Lo scorso luglio infatti, a Washington, si sono ufficialmente aperte le trattative sulla Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP), un'ipotesi di accordo economico globale tra Usa e UE che potrebbe stabilire i principi della riorganizzazione economica dell'Occidente nel pieno di una crisi che sempre più dimostra di essere strutturale e non congiunturale. Unione Europea e Stati Uniti, infatti, rappresentano insieme quasi metà del Prodotto Interno Lordo del pianeta ed un terzo del commercio mondiale: ogni giorno tra le due sponde dell'Atlantico vengono scambiati beni e servizi per 2 miliardi di euro, mentre gli investimenti reciproci toccano quasi i 3.000 miliardi di euro. Si tratta quindi non solo dell'area che ha dato storicamente vita al capitalismo occidentale, ma soprattutto della principale concentrazione economico-finanziaria del capitalismo internazionale odierno.

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Il Datagate, l’Europa e il rimosso della sinistra

di Raffaele Sciortino

L’affare Snowden sta facendo da rilevatore di dinamiche geopolitiche cruciali che la crisi globale catalizza e rende sempre meno gestibili. Dunque gli States, cuore della finanza transnazionale, sono il centro di una rete globale di controllo. (Del resto la finanza non è fatta solo di click nello spazio virtuale, ha bisogno di complessi apparati territorializzati, economici politici militari, di consenso ecc.). Ma controllo, attenzione, non solo su nemici e avversari bensì su gran parte degli stessi alleati.

La questione va ben oltre la libertà della rete, questa macchina delle macchine che con tutte le sue ambivalenze appalesa un dispositivo di comando, tutt’altro che piatto come si vede, che sembra sfidare le più fosche distopie. Né è liquidabile - secondo la linea di difesa prontamente assunta sulla scorta di Obama dai filoatlantici europei - con l’argomento “così fan tutti” (i governi: pur vero, tralaltro molte delle “vittime”, o suoi apparati, sono al tempo stesso consapevoli collaboratori del big boss) o “tanto si sapeva” (vedi già il caso Echelon). Perché è cambiato il contesto complessivo - segnato oggi, nella crisi, dagli effetti destrutturanti per il sistema di questo concentrato di potenza - e con esso il grado dei contrasti tra gli attori, a tutti i livelli, e non da ultimo è mutata l’attenzione e la percezione da parte delle “plebi” su quanto sta accadendo.

Tre le questioni geo/politiche più rilevanti dell’affaire che qui è possibile solo sfiorare.

Innanzitutto, il colpo subito dal soft power statunitense: spiare le vite degli altri prima o poi ha un costo.

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Siria, un altro tassello del mosaico

Antiper

Per sviluppare una riflessione sulla situazione siriana è necessario collocarla all’interno del tentativo di ristrutturazione dell’egemonia nord-americana ed europea in atto da anni in Medio Oriente. Dobbiamo legare il particolare contesto siriano con il più generale quadro internazionale che si caratterizza, da un lato, per le cosiddette “rivolte arabe” e per i loro discutibili esiti attuali [1] e, dall'altro, per la crisi economica di lunga durata del modo di produzione capitalistico, vera forza motrice di questi avvenimenti.

Lungo la “linea immaginaria” che collega il Marocco al Pakistan (quello che alcuni hanno definito il “Grande Medio Oriente”), negli ultimi 20 anni si sono succedute senza soluzione di continuità guerre civili, guerre di aggressione imperialista o combinazioni di entrambe. Dalla guerra civile algerina a quella siriana, dalla guerra contro l'Iraq del 1991 a quella libica del 2011, è il conflitto permanente per la ristrutturazione delle sfere di egemonia dopo il crollo dell'URSS ciò che ha contraddistinto quest'area (come del resto anche altre aree).

Quella “linea immaginaria” pone idealmente l'uno di fronte all'altro l'imperialismo “atlantico”, egemone negli ultimi secoli, e le cosiddette “aree emergenti”. È una linea, si potrebbe dire, che divide il vecchio assetto otto-novecentesco guidato prima dall'impero inglese e poi da quello nord-americano dall'assetto che verrà, ancora il larga misura in pectore; è la linea di scontro tra il passato che non vuole morire e il futuro che cerca di nascere. E non è affatto scontato che da questo scontro debba uscire un solo vincitore. È anzi probabile che, almeno nel medio termine, possa determinarsi un equilibrio di tipo multipolare, ciò che gli USA stanno tentando in tutti i modi di scongiurare ricorrendo al principale “vantaggio competitivo” del quale dispongono: la potenza militare.

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Il debutto in società

di Elisabetta Teghil

La Jugoslavia, quando è stata aggredita, non aveva un ruolo strategicamente importante né con riferimento ai criteri del passato, cioè vantaggi militari, accesso al mare o ad un fiume navigabile, stretti, canali, alture……né a quelli odierni, cioè controllo di particolari ricchezze , petrolio, gas, carbone, ferro, acqua….

Per gli Stati Uniti, il Kosovo, che è stato il pretesto/occasione, non presentava e non presenta un interesse strategico nel senso passato e presente del termine.

Allora perché?

Per tre buoni motivi.

Il primo è la nuova legittimazione della Nato. Quest’ultima, concepita in funzione anti patto di Varsavia, una volta sciolto questo, non avrebbe avuto più motivo di esistere.L’aggressione alla Jugoslavia ha fornito agli Stati Uniti l’occasione per avviare il nuovo concetto strategico della Nato, e lo ha applicato alla nuora, la Jugoslavia, perché suocera intenda e cioè l’Europa, perché gli USA vogliono conservare ed accentuare la loro egemonia nel vecchio continente e non c’è spazio per un’organizzazione militare specifica dell’Europa occidentale.

Da qui, anche, la cooptazione nella Nato di paesi dell'Est europeo.

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sotto le bandiere

La Germania metterà in crisi la Nato?

di Michele Basso

Oggi, per chi non ha gli occhi ottenebrati dal nazionalismo, spesso inconsapevole, presente anche nell’estrema sinistra,  è possibile avere un quadro più chiaro degli sviluppi storici della nostra epoca. La crisi economica ha fatto crollare molti miti, ma dobbiamo vigilare perché ne possono subentrare altri. E’ svanita l’illusione che le borghesie dei diversi paesi possano superare i contrasti e dare vita a un lungo periodo di pace autentica, che non sia una tregua armata tra le guerre. Per la natura stessa del capitalismo la borghesia è costretta a rivoluzionare continuamente la produzione e la società, a cambiare i rapporti di forza, sia all’interno del paese, sia tra i diversi stati.

A sinistra, si reagisce  spesso a questi cambiamenti senza un’adeguata riflessione: militanti, che una volta bruciavano le bandiere americane, ora si scagliano, non solo contro la Merkel, di cui c’importa poco, ma in generale contro il popolo tedesco, senza distinguere tra lavoratori e borghesi.  Il nazionalismo scaccia l’internazionalismo proletario. Oggi, che gli interessi economici tedeschi confliggono con quelli dell’Italia, Grecia, Spagna, e, in maniera meno clamorosa, con la Francia, ritorna in voga tutta la retorica antitedesca, e si dimentica persino che, salvo qualche novantenne, la stragrande maggioranza dei tedeschi, se non altro per motivi cronologici, non ha mai avuto nessuna  funzione in epoca nazista.

Chiusi nell’orticello europeo, inoltre, finiamo col trascurare le gigantesche  trasformazioni che avvengono nel mondo, che hanno come primo attore ancora gli USA, e in cui la Germania ha un ruolo estremamente diverso da quello che le attribuiscono i luoghi comuni. Chi grida al lupo tedesco finisce col non capire la terribile guerra globale che la tigre americana sta combattendo.

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Monti alla corte di Putin, Putin alla corte del FMI

di Comidad

Mentre allo spread ed alle borse succedeva di tutto, un Mario Monti sempre più patetico volava in Russia per svolgere il ruolo di procuratore d'affari per conto dell'ENI, come già i suoi due predecessori alla Presidenza del Consiglio. Ma si tratta ormai di affari parecchio ridimensionati, poiché si sta parlando di un ENI azzoppato dalla perdita della Libia, che ha comportato non solo la chiusura del principale rubinetto di petrolio, ma anche della cassaforte finanziaria di tutte le multinazionali italiane.

Sino ad un anno e mezzo fa, Libia e Italia erano più che soci d'affari, costituivano un unico sistema economico-finanziario; e gli effetti della mutilazione oggi si avvertono. E pensare che appena nel febbraio dello scorso anno, l'ENI poteva permettersi di fare da guida e mallevadore per gli affari della multinazionale russa Gazprom in Libia. Chi trovasse in queste reminiscenze dei motivi per rimpiangere il governo precedente, si chieda anche perché mentre il Buffone di Arcore baciava la mano a Gheddafi, intanto i suoi giornali lo chiamavano beduino. [1]

Nel marzo dello scorso anno appariva ancora realistico ipotizzare per la crisi libica uno scenario di tipo kosovaro, con la secessione della Cirenaica. In effetti poi la NATO ha potuto avere in Libia un margine di manovra praticamente illimitato, che ha condotto ad uno scenario di tipo congolese, con uno Stato ed un governo puramente fittizi, e con il territorio direttamente spartito tra le principali multinazionali angloamericane. Anche il black-out informativo dalla Libia non ha precedenti, dato che passano solo i video-fiction della propaganda NATO.

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Le foglie del carciofo

di Elisabetta Teghil

Quando c’era l’URSS, una delle vulgate più ricorrenti nei media occidentali era che Stati Uniti ed Unione Sovietica si equivalevano e che l’esito di una eventuale guerra sarebbe stato incerto.

Bugia grande come una casa.


Si sapeva bene che la lotta sarebbe stata impari ed il risultato scontato. L’URSS sarebbe stata in grado di infliggere pesanti perdite alla controparte, ma questo non sarebbe bastato.


Oggi, venuta meno l’URSS, si sono inventati i Brics, come polo alternativo e antagonista alla potenza statunitense.


Perché allora e adesso si ricorre a questo stratagemma? Il principio è sempre quello di creare un nemico all’interno o all’esterno per compattare la nazione e tutti quelli che si rifanno a valori occidentali.

Si omette, a bella posta, che gli Stati Uniti hanno più di 300 basi militari in tutto il mondo, hanno accerchiato militarmente la Russia e la Cina ed hanno forze di pronto intervento in ogni area geografica, Africa compresa.