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intelligence for the people

Due anni di conflitto ucraino: la sconfitta dell’Europa

di Roberto Iannuzzi

La prospettiva di un’Europa teatro di una nuova guerra fredda con la Russia, sebbene al prezzo di diventare più insicura e impoverita, è quanto si augurano gli strateghi americani

93cf8cd3 768e 4961 ba7c 3a1ca2404fa5 3000x2001Mentre si chiude il secondo anno di guerra in Ucraina, l’apparente stallo che caratterizza questo sfibrante conflitto di logoramento nasconde cambiamenti decisivi sul campo di battaglia e nel panorama internazionale.

Mosca ha riorganizzato le proprie forze, mobilitato nuovi uomini e mezzi, e preme su diversi punti del fronte. Dopo un estenuante assedio, la cittadina di Avdeevka, nell’oblast di Donetsk, è caduta in mani russe. Gli ucraini, fiaccati dalla carenza di soldati e munizioni, sono ormai nettamente sulla difensiva.

Nel frattempo, il fardello del sostegno economico e militare all’Ucraina è passato dagli Stati Uniti all’Europa. Tra aiuti finanziari e fornitura di armi, il contributo europeo è ormai il doppio di quello americano.

Complessivamente, però, l’appoggio occidentale mostra evidenti crepe. Chiare divisioni sono emerse nell’establishment statunitense, ma anche fra i diversi stati europei, e nel governo di Kiev.

Dopo mesi, il Congresso USA non ha ancora approvato il promesso pacchetto di 60 miliardi di dollari in aiuti militari. E in ogni caso, l’industria occidentale della difesa non è in grado di tenere il passo con l’intensità dello scontro bellico in Ucraina.

Da Washington giungono chiaramente pressioni, dirette e indirette, verso l’Europa affinché si assuma responsabilità ancora maggiori nella guerra, dando ossigeno finanziario a Kiev e aumentando le spese militari.

La zavorra del conflitto, e della riconfigurazione degli scambi commerciali e delle fonti di approvvigionamento energetico, dovuta alla rottura dei rapporti con Mosca, ha tuttavia inciso pesantemente sulle economie europee, in evidente difficoltà.

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sinistra

Palestina–Ucraina: il realismo imperialista e le assurdità di certe compagnerie a sinistra

di Algamica*

Schermata 2023 09 25 alle 09.46.35Diviene necessario dover affrontare alcune questioni teoriche e politiche con la dovuta chiarezza con risvolti che sembreranno come pugni nello stomaco a chi aspira a una alternativa di sistema ideale attraverso i fantasmi ideologici di quel che rimane della sinistra occidentale incapace di considerare i processi materiali reali e il saldo della storia. Non tenerne conto – a essere buoni – porta lì dove non si pensa di arrivare.

Proprio perché la storia è il vero giudice inappellabile siamo obbligati a cercare di separare il grano dal loglio, o la farina dalla crusca, in modo particolare in una fase come quella attuale, cioè di crisi generale del modo di produzione capitalistico, mostrando la pericolosità di certe posizioni teorico-politiche nella prospettiva di una decomposizione generale del modo di produzione capitalistico.

È buona abitudine chiamare a testimoniare sempre i fatti per essere credibili e ci riferiamo, perciò, a chi usa lo stesso metodo nel campo avverso, cioè non di parlare a vuoto o di mestare in ideologia, per capire in che direzione si sta andando. Ci riferiamo a quanto sta accadendo in Palestina e in Ucraina ultimamente.

Chiediamo perciò pazienza al lettore se citiamo anche lunghi strali di quello che scriveva il 19 febbraio 2024 Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera in modo schietto e chiaro come lui sa fare.

«[…] una merce sempre assai rara è il realismo: cioè la conoscenza dei fatti e della loro storia, l’analisi obiettiva degli interessi in gioco» prendano bene nota le varie compagnerie «la valutazione delle soluzioni concretamente possibili fondata sui due fattori ora detti.

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machina

La porta delle lacrime, le risa del capitale e l'inflazione. Riflessioni amare sulla crisi del Mar Rosso

di Andrea Pannone

Nel testo odierno, Andrea Pannone riflette sulle conseguenze economiche del conflitto in Medio Oriente e delle azioni del gruppo yemenita Houthi.

È un testo molto utile perché spiega i maggiori beneficiari delle tensioni belliche, gli interessi materiali sul campo e dunque le contraddizioni tra gli attori della guerra

Schermata del 2024 02 21 10 47 28.pngLa guerra nello stretto e le conseguenze sul commercio mondiale

Come ci ricorda il National Geographic Magazine, Bab el-Mandeb, in arabo la Porta delle lacrime, è una piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso che ha un'influenza enorme sull’economia mondiale: è un punto chiave per il controllo di quasi tutte le spedizioni tra l'Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez[1]. Da lì, come ormai noto, passa quasi il 15% del commercio marittimo globale, compreso l’8% del commercio mondiale di cereali, il 12% del petrolio commercializzato via mare e l’8% del commercio totale di gas naturale liquefatto.

Da circa due mesi alcune navi che transitano in quel tratto sono prese di mira dai droni e dai missili del movimento yemenita Houthi, da anni sostenuto dall’Iran. Alcune navi, non tutte però. Solo le navi mercantili che navigano al largo delle coste dello Yemen e che hanno collegamenti con Israele. Gli stessi Houthi presentano gli attacchi come una risposta alla mancata condanna da parte dell’occidente al massacro che il governo di Netanyahu sta compiendo a Gaza. In realtà, si potrebbe a buon diritto sostenere (come fa ad esempio Emiliano Brancaccio nell’articolo Lo stretto necessario, il Manifesto, 23 gennaio 2024) che le azioni degli Houthi, sicuramente ben note a Teheran, vadano a vantaggio di un progetto antitetico a quello dell’Occidente che mira a contrastare, anche con l’imposizione di barriere commerciali e finanziarie, la crescente sfida dei competitor cinesi e russi al dominio economico degli Stati Uniti e al loro storico ruolo guida delle relazioni geopolitiche.

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sollevazione2

Terza guerra mondiale

di Leonardo Mazzei

linee del fronte.jpgParlare di “Terza Guerra Mondiale” è impegnativo, ma necessario. E’ impegnativo perché può sembrare esagerato, è necessario perché è l’immagine che meglio rende l’attuale situazione.

In questo inizio 2024 c’è in giro una pericolosa illusione. Secondo molti la guerra d’Ucraina starebbe per finire, o quantomeno per spegnersi per poi congelarsi magari in una “soluzione” alla coreana. Secondo questa visione, qualcosa del genere dovrebbe accadere pure in Medio Oriente, con l’allentarsi della presa di Israele su Gaza, cui seguirebbe non si sa bene che cosa.

Sfortunatamente le cose sono molto, ma molto più complicate.

 

Cosa vuol dire “Terza Guerra Mondiale”?

Questo articolo non ha lo scopo di affrontare l’insieme delle questioni geopolitiche che si stanno avviluppando davanti ai nostri occhi. Quel che qui ci interessa è fissare un dirimente punto di analisi. La “Guerra Grande” (copyright Lucio Caracciolo) ha la sua origine nella scelta occidentale, dunque in buona sostanza americana, di non cedere l’attuale supremazia su scala planetaria. Una supremazia messa in discussione dall’emergere della Cina, dallo sviluppo dei Brics, dal minor peso economico dell’Occidente complessivo, dall’evidente tendenza generale al multipolarismo, dall’insostenibilità di un sistema monetario dollaro-centrico.

A Washington hanno da tempo deciso di lottare per impedire il passaggio dal “nuovo secolo americano”, teorizzato venti anni fa, a un sistema policentrico in cui dover ricontrattare i nuovi equilibri di potenza.

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lantidiplomatico

Ampliare il conflitto dal Mar Rosso? Le strategie imperialistiche per il controllo del Medioriente

di Maurizio Brignoli

720x410c50kiuhbvfdew.jpgAnsarallah e l’attacco a Israele nel Mar Rosso

Nello Yemen nel 2011 scoppiava la rivolta degli al-Huthiyyun, meglio noti come huthi (per quanto il termine non sia gradito agli stessi), sciiti raggruppati nella formazione di Ansarallah (Partigiani di Dio), il movimento prende il nome da Hussein Badr al-Din al-Huthi un capo politico e religioso dello sciismo zaydita ucciso dalle forze governative nel corso di un’insurrezione nel 2004, che portava alla caduta del regime filosaudita artefice dell’inserimento dello Yemen nel mercato mondiale in stretta relazione con il capitale anglo-statunitense interessato allo sfruttamento delle risorse delle regioni centromeridionali e a una politica di privatizzazioni delle imprese statali a beneficio di Usa e petromonarchie. Per fronteggiare l’insurrezione – alla quale, a conferma che le contrapposizioni religiose fungono da paravento, partecipano anche sunniti, socialisti e formazioni del nazionalismo arabo – Usa e sauditi utilizzano prima l’infiltrazione jihadista con al-Qaida nella Penisola arabica (Aqpa), cui si aggiungeranno uomini dell’Isis per tramite degli Eau[1], e poi dal 2015 l’intervento militare diretto, giustificato con l’accusa ad Ansarallah di essere una quinta colonna iraniana (Ansarallah in realtà è riuscita a resistere grazie al sostegno popolare di cui gode nel paese)[2], con una coalizione composta da Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrein, Eau, Giordania, Egitto, Marocco, Oman e Sudan con supervisione militare e interventi diretti di Usa, Regno Unito e Francia. Un’altra buona occasione per l’apparato militare-industriale statunitense che, dall’inizio del conflitto fino al 2020, ha venduto ai sauditi armi per oltre 60 miliardi di dollari.

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sinistra

“La lobby israeliana è potente come sempre”

di John Mearsheimer

Lo studioso americano di relazioni internazionali parla delle guerre a Gaza e in Ucraina e della competizione per il potere in Medio Oriente, i9ntervistato da Gavin Jacobson

10 Febbraio 2024. Da The New Statesman. Traduzione di Antonio Gisoldi.

hyfgvbbhj.jpegGavin Jacobson: Iniziamo con l'Ucraina. Cosa ne pensi del pacchetto di aiuti dell'Unione Europea di 50 miliardi di euro a Kiev? Farà una differenza sostanziale nella guerra contro la Russia?

John Mearsheimer: No, penso che quei soldi siano essenzialmente destinati a mantenere a galla il governo ucraino. Ciò di cui gli ucraini hanno bisogno sono armi, e quei soldi dall'UE non sono destinati ad aiutarli a comprare armi. Il denaro non è davvero il problema per quanto riguarda ciò che sta accadendo sul campo di battaglia. Quello di cui gli ucraini hanno bisogno sono un sacco di armi - artiglieria, carri armati, munizioni - e l'Occidente semplicemente non ha abbastanza armamenti da dare agli ucraini per consentire loro di stare al passo con tutto il materiale che i russi stanno costruendo e fornendo alle loro truppe. C'è sempre stato uno squilibrio nelle armi tra Ucraina e Russia, e soprattutto uno squilibrio nell'artiglieria, che conta molto in una guerra d’attrito. Ma tale squilibrio sta crescendo col passare del tempo. La radice del problema non è il denaro, ma il fatto che l'Occidente non abbia le armi disponibili da dare agli ucraini ora, o in un futuro prossimo, o nei prossimi anni.

 

GJ: Puoi commentare sulle divisioni ai vertici del governo ucraino? Visto da lontano, pensi che Volodymyr Zelensky sarà in grado di mantenere le cose sotto controllo?

JM: Non c'è dubbio che Zelensky sia stato gravemente indebolito. E ai fini del proseguimento della lotta al fronte, non può che essere dannoso avere questa lotta titanica in corso tra il leader politico e il comandante in capo Valery Zaluzhny. Come ciò sarà risolto è difficile da dire.

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La giungla contro il giardino. A proposito di “La guerra capitalista”

di Giorgio Gattei

guerra capitalista giungla.jpg1) Mi sembra doveroso partire dalla preoccupata constatazione di Papa Bergoglio, espressa il 10.3.2023 in occasione del decimo anniversario del suo pontificato, che «in poco più di cent’anni ci sono state tre guerre mondali: 1914-1918, 1939-1945, e la nostra; che è anch’essa una guerra mondiale. È cominciata a pezzetti ma adesso nessuno può dire che non è mondiale. Le grandi potenze vi sono tutte invischiate. Il campo di battaglia è l’Ucraina, ma lì lottano tutti».

E bravo il nostro Papa nel riconoscere che la guerra russo-ucraina non è affatto “locale”, come quelle precedenti in Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Siria o Libia, bensì planetaria!

Però bisognerebbe sforzarsi di indicare anche in maniera esplicita quali sono le effettive parti in lotta, che solo superficialmente sono la Russia e l’Ucraina. Infatti, tutti sappiamo che dietro l’Ucraina c’è la NATO a guida americana con l’Unione Europea al traino e che la Russia di Putin, nell’immaginario occidentale, altro non è se non la prosecuzione di quella Unione Sovietica che aveva dato del filo da torcere agli Stati Uniti lungo tutto il periodo della c.d. “guerra fredda”.

Per questo il conflitto in corso è “mondiale”, potendosi anche considerare come quel “finale caldo di partita” che finora era stato scansato per la minaccia di Mutua Distruzione Atomica Assicurata, ma che adesso potrebbe anche non essere più evitabile.

Proprio questo gli Stati Uniti ci vanno dentro con mano leggera senza inviare “scarponi sul terreno” (come hanno fatto in Vietnam, Afghanistan e Iraq) e senza applicare la “no fly zone” (come nel caso della Serbia e della Libia) per il pericolo che Putin finisca per utilizzare (come ha minacciato), se aggredito sul territorio nazionale, anche armi atomiche “tattiche”, dove però non si sa bene dove il “tattico” finisca.

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futurasocieta.png

La guerra mondiale e l’Europa

di Ascanio Bernardeschi e Alessandra Ciattini

bernardeschi ciattini guerra.jpgLe varie parti della “guerra mondiale a pezzi” hanno una logica comune e l’Europa, contro i propri stessi interessi, tollera questa logica. I comunisti devono invece appoggiare lo sforzo dei popoli che vogliono liberarsi dalla violenta supremazia occidentale.

Se alcuni mesi fa papa Bergoglio aveva parlato, con riferimento ai troppi conflitti in corso, di “guerra mondiale a pezzi”, ci pare che questi pezzi si stiano pericolosamente fondendo nell’ambito di un orientamento sistemico alla guerra da parte delle maggiori potenze occidentali e della Nato.

Il motivo fondamentale è che stanno crollando i vecchi equilibri di fronte all’emergere impetuoso di nuovi protagonisti, fino a poco tempo fa dominati dalla violenza, più che dall’egemonia, del cartello di nazioni “evolute” dominato dagli Usa.

È proprio la potenza americana che, nel disperato tentativo di salvaguardare il suo predominio – e il predominio della propria valuta che le consente di vivere ben al di sopra delle proprie capacità produttive –, ha scelto il terreno militare dello scontro, consapevole che su quello economico la sua supremazia sta vacillando. La logica della maggior parte delle guerre in atto si può spiegare solo tenendo presente questa premessa.

 

Ucraina

Sta fallendo il tentativo della Nato di sconfiggere la Russia in Ucraina.

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intelligence for the people

Nessuna de-escalation a Gaza e in Medio Oriente

di Roberto Iannuzzi

La guerra nella Striscia prosegue senza sosta, mentre l’inconcludente diplomazia USA nella regione consente di fatto a Israele di andare avanti con le operazioni militari

7d590beb 7f8a 4b80 81b3 19dca01842de 2400x1600Le ultime settimane sono state caratterizzate da una specie di sanguinoso limbo in Medio Oriente.

Le operazioni militari israeliane sono proseguite in tutta la loro violenza, provocando fra i 100 e i 200 morti al giorno a Gaza (sebbene il verdetto della Corte Internazionale di Giustizia avesse ordinato a Tel Aviv di adottare tutte le misure necessarie per prevenire un genocidio contro i palestinesi nella Striscia).

Ma un laborioso negoziato era sembrato decollare, sotto la spinta di Stati Uniti, Qatar ed Egitto, per giungere a un cessate il fuoco che portasse alla liberazione degli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas, e che potesse eventualmente trasformarsi in una tregua permanente.

L’iniziale decisione americana di rispondere in maniera relativamente contenuta a un attacco con droni, che il 28 gennaio aveva portato all’uccisione di tre soldati statunitensi in una base al confine tra Giordania e Siria, aveva spinto alcuni a ipotizzare che Washington intendesse non esacerbare le tensioni regionali, sperando nel successo di un negoziato che potenzialmente avrebbe aperto la strada alla fase successiva del suo aleatorio piano per la Palestina.

Quest’ultimo, in tutta la sua problematicità, era così articolato: riabilitare una delegittimata Autorità Nazionale Palestinese (ANP), imporre una nuova amministrazione palestinese da essa guidata a Gaza, eventualmente sotto il controllo di una missione araba capeggiata dai sauditi, i quali avrebbero accettato una riconciliazione con Israele in cambio di un accordo di sicurezza con gli USA e della creazione, in prospettiva, di uno Stato palestinese demilitarizzato, e sotto ogni aspetto fittizio.

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lantidiplomatico

La deriva dell’Occidente nell’intervista di Tucker Carlson a Vladimir Putin

di Giacomo Gabellini

1988745216Oggi, a mezzanotte (ora italiana; 18.00 a Washington, 2.00 di notte a Mosca), verrà diffusa l’intervista rilasciata nei giorni scorsi dal presidente russo Vladimir Putin a Tucker Carlson, popolarissimo giornalista licenziato mesi addietro da «Fox News» per via della sua incontrollabilità. La conversazione andrà in onda simultaneamente sul sito di Carlson e su Twitter/X, in seguito alla promessa strappata dal noto conduttore a Elon Musk, proprietario del social network, di non interrompere né censurare in alcun modo la trasmissione.

Che il noto conduttore si trovasse in Russia per questioni di lavoro era evidente, vista l’imponenza della squadra di tecnici e dell’equipaggiamento che aveva portato con sé, ma che si fosse recato a Mosca per intervistare un personaggio del calibro di Putin era tutt’altro che scontato, sia in virtù dell’elevatissima conflittualità internazionale tra Occidente e Russia, sia per le potenziali ripercussioni su Carlson stesso. Il quale è stato puntualmente bollato come “traditore” dall’ex deputato repubblicano Adam Kinzinger, e bersagliato dagli strali più o meno sarcastici di Bill Kristol, redattore della pubblicazione «The Bulwark» secondo cui «avremmo forse bisogno di un blocco totale e completo del rientro di Tucker Carlson negli Stati Uniti finché i dirigenti del nostro Paese non capiranno cosa sta succedendo».

Guy Verhofstadt, già primo ministro belga, ex presidente del Consiglio Europeo e attuale capogruppo dei Liberali al Parlamento Europeo, ha addirittura invocato l’intervento dell’Unione Europea, esortandola a valutare l’imposizione di restrizioni sui viaggi nel “vecchio continente” nei confronti di Carlson, definito come «un portavoce di Donald Trump e di Putin», sulla base della seguente argomentazione:

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lantidiplomatico

Intervista Putin-Carlson: tutti i punti salienti sintetizzati

di La Redazione de l'AntiDiplomatico

IMG 1096.jpegLa tanto attesa intervista di Tucker Carlson a Vladimir Putin è andata in onda nella mezzanotte italiana e nonostante i maldestri tentativi delle lobby mediatiche e politiche filo Nato di impedire la visione ai cittadini del mondo libero si sta diffondendo a una velocità incredibile.

Questi i principali temi toccati dal presidente della Federazione russa Vladimir Putin.

 

Storia della Russia e dell’Ucraina

All'inizio dell'intervista, Putin ha fornito "una breve panoramica storica" della creazione e dello sviluppo della Russia e dell'Ucraina e delle loro relazioni. Ha detto che la Russia ha iniziato a formarsi come Stato centralizzato nell'862 e successivamente si è sviluppata come uno Stato con due centri: uno a Kiev e l'altro a Novgorod.

Dopo la frammentazione della Rus', iniziò a formarsi uno Stato centralizzato con capitale a Mosca, mentre i territori meridionali, che comprendevano Kiev, tendevano verso il centro dell'Europa, verso il Granducato di Lituania, che in seguito si unì al Regno di Polonia. “I polacchi esercitavano la loro influenza in questi territori meridionali e trattavano la popolazione con durezza”. Per questo motivo gli abitanti di queste terre iniziarono a lottare per i loro diritti e si rivolsero a Mosca per prenderli sotto il loro controllo. Nel corso della storia, i territori sulla riva sinistra del fiume Dnepr, compresa Kiev, divennero parte della Russia, mentre le terre sulla riva destra del Dnepr divennero parte dello Stato polacco. "Durante il regno di Caterina II, la Russia riconquistò tutte le sue terre storiche, comprese quelle a sud e a ovest", ha osservato Putin.

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laboratorio

Piano Mattei: cooperazione o neocolonialismo?

di Domenico Moro

Italia Africa.jpgTra il 28 e il 29 gennaio si è tenuto a Roma il vertice Italia-Africa che ha visto la presenza di 25 tra capi di governo e di stato africani e che ha posto le basi del cosiddetto Piano Mattei. Tra le iniziative politiche promosse dal governo Meloni in questa prima fase della legislatura, il Piano Mattei ricopre un ruolo importante, in quanto mira a ritagliare un ruolo specifico e di primo piano all’Italia nel rapporto tra Ue e Africa. Infatti, il continente africano ricopre una importanza fondamentale per la sua ricchezza di materie prime e per la sua demografia. Infatti, l’Africa nei prossimi decenni registrerà una crescita demografica consistente a fronte del calo demografico che caratterizza e caratterizzerà anche in futuro i paesi avanzati del cosiddetto Occidente collettivo, in particolare l’Europa occidentale e il Giappone.

Sul rapporto tra l’Europa e l’Africa, però, pesa come un macigno l’eredità di cinque secoli di storia in cui l’Europa ha esercitato sul continente nero un ferreo dominio coloniale. Tale dominio si è mantenuto anche più di recente in una forma nuova, neocoloniale appunto, dopo che tra gli anni Cinquanta e Settanta del secolo scorso i Paesi africani si erano liberati del dominio coloniale formale dei Paesi Europei, che era stato sostituito da una dipendenza diretta, sul piano economico, e indiretta, sul piano politico, da quelle stesse potenze ex coloniali, come ad esempio la Francia.

Per quanto riguarda l’Italia, l’iniziativa della Meloni si innesta in un Paese che è abituato a nascondere le parti scomode della sua storia sotto il tappeto.

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lafionda

La questione Taiwan, all’inizio del 2024

di Alberto Bradanini

Taiwan2024.jpgIn un incontro dell’American Enterprise Institute tenutosi il 2 novembre 2021 in Florida – alla presenza di personalità politiche del fronte trumpista, tra cui H. Brands, D. Blumenthal, G. Schmitt, M. Mazza, J. Bolton e altri – la destra repubblicana era giunta alla conclusione che la strategia cinese di riassorbimento dell’isola non ha nulla di eccentrico o ideologico. Persino un immaginario governo amico degli Stati Uniti metterebbe in cima all’agenda politica il recupero di Taiwan, territorio storicamente cinese, che però si scontra con la maggioranza dei taiwanesi, per ora contraria.

Per la dirigenza del paese, ça va sans dire, la via preferibile dovrebbe essere quella pacifica, consapevole che un ipotetico conflitto con Taiwan avrebbe pesanti riflessi sulla stabilità e la crescita economica, senza contare che le forze armate di Taipei (a prescindere dal possibile intervento americano) renderebbero assai costosa sotto ogni punto di vista un’ipotetica invasione dell’isola.

Le elezioni presidenziali tenutesi a Taiwan il 13 gennaio scorso hanno decretato la vittoria di Lai Ching-te (William Lai), vicepresidente uscente della Repubblica di Cina (è questa la denominazione ufficiale dell’isola). Lai, il cui insediamento è previsto per il 20 maggio, è oggi l’esponente di punta del Partito Democratico Progressista (DPP) che ha governato negli ultimi otto anni.

La presidente uscente, Tsai Ing-wen, prima donna a vincere le elezioni, per di più per due volte consecutive (2016 e 2020), si era dimessa da presidente del partito lo scorso autunno dopo la sconfitta alle elezioni amministrative. La Tsai non era comunque rieleggibile per limiti di mandato.

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sinistra

Cosa attendersi da Hamas1

di Alessandro Mantovani

823023052Le voci di un imminente cessate il fuoco a Gaza e di uno scambio di prigionieri-ostaggi fra Hamas e Israele si rincorrono da giorni2 e, con le dichiarazioni di Londra e Washington di un possibile riconoscimento dello Stato palestinese, non si può escludere una prossima fine delle operazioni militari. Cosa avverrà dopo? Una parte di questa risposta si trova nella natura e nella storia dell’organizzazione che più delle altre ha lasciato il suo segno sullo storico attacco a Israele del 7 ottobre 2023: Hamas, che in arabo significa “zelo”, ed è l’acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (“Movimento di resistenza islamica”).

 

I Fratelli musulmani

Nel 1928 in Egitto, allora sotto mandato britannico, nasce un movimento islamista chiamato Fratellanza musulmana. Fondatore Hassan Al-Banna, il quale predica un ritorno all’Islam originario, non conseguibile senza fine del dominio straniero. Il rigorismo dei Fratelli musulmani respinge tanto il conservatorismo delle gerarchie quanto la secolarizzazione sul modello occidentale (per Al-Banna l’Islam contiene in sé la dimensione politica).

Inizialmente i “Fratelli” si limitano al terreno religioso e culturale. Presto Al-Banna realizza che per il suo progetto è necessario permeare la società. Si rivolge allora agli ulema, ai capi delle confraternite religiose, ai notabili, ai funzionari dello Stato, ma anche agli studenti, ai contadini, ai lavoratori. Mano mano che la “Fratellanza” cresce, e cresce rapidamente (siamo negli anni ‘20 del secolo scorso e l’Egitto è in ebollizione), essa non solo penetra nelle istituzioni caritative e di assistenza, bensì ne fonda e sviluppa una rete capillare. Prassi che diventerà il suo marchio distintivo. Dalla metà degli anni ‘30, pur non costituendo un partito, i Fratelli entrano anche nell’agone politico.

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La NATO guida il riarmo globale tra cyberwar e tecnologie quantistiche

di Antonio Mazzeo

standard compressed Seasparrow 1200x640.jpgAlea iacta est. Il dado è tratto. Ciò che disse Cesare prima di varcare il Rubicone e iniziare la guerra contro Pompeo, lo hanno ripetuto duemila anni dopo i Capi di Stato maggiore della difesa dei 31 paesi membri della NATO più la new entry di Svezia. Solo che stavolta sarà guerra totale e in ogni angolo del pianeta, prima contro Mosca e poi contro Pechino. E se sarà necessario, generali e ammiragli si dichiarano pronti a usare le più sofisticate tecnologie di distruzione di massa.

Il 17 e 18 febbraio i vertici delle forze armate dell’Alleanza si sono dati appuntamento a Bruxelles per il Military Committee NATO: all’ordine del giorno come accelerare il processo di trasformazione delle strategie e delle “capacità di combattimento” e come garantire l’implementazione immediata dei nuovi “piani di difesa” approvati al summit di Vilnius della scorsa estate. È in atto una spasmodica corsa verso il riarmo globale e la NATO si candida a divenire il motore della ricerca e dello sviluppo delle tecnologie di morte, possibilmente in partnership con le grandi holding del complesso militare-industriale e con un ampio numero di attori della società “civile” (università, centri di ricerca, start up, agenzie spaziali nazionali e internazionali, ecc.).

“Le regole su cui si basa l’ordine internazionale sono sotto un’immensa pressione”, ha esordito il vicesegretario generale della NATO, Mircea Geoană, all’apertura della sessione di lavoro del Military Committee dedicata alle “priorità della deterrenza”. Geoană è pure ricorso al minaccioso frasario dei tempi più bui della Guerra fredda, condendolo con suggestivi accenni geologici. “Le placche tettoniche del potere stanno cambiando”, ha enfatizzato il vicesegretario NATO.