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L'India nello scacchiere geopolitico attuale
di Paolo Arigotti
La collocazione dell’India nello scacchiere geopolitico internazionale è estremamente interessante per la posizione che il subcontinente occupa rispetto ai diversi attori: oggi ci concentreremo, in particolare, sui rapporti con la Cina.
Al pari della Repubblica Popolare, l’India è uno dei paesi fondatori dei BRICS, dopo essere stata a lungo, nel periodo della guerra fredda, uno dei leader del fronte dei cosiddetti non allineati, fatto che non le impedì di intessere rapporti molto stretti con l’allora Unione Sovietica; inoltre, assieme a Cina, Russia e altri sei stati è membro dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai (SCO).
Allo stesso tempo, l’India ha siglato, anche recentemente, importanti accordi politici e militari con gli Stati Uniti, dopo che nel 2017 le due nazioni – assieme a Giappone e Australia – avevano dato vita al Dialogo quadrilaterale di sicurezza (Quadrilateral Security Dialogue, QUAD), un patto strategico informale per contenere l'espansionismo cinese nell'Indo-Pacifico; Delhi, inoltre, fa parte dell’ulteriore iniziativa multilaterale dell’IPEF, Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity e della I2U2, con USA, Israele ed Emirati.
Il comune denominatore che caratterizza molte di queste iniziative, a cominciare dal QUAD, nessuna delle quali mai elevata al rango di alleanza militare vera e propria, affonda le radici nella comune consapevolezza che nessuna nazione, da sola, sarebbe mai stata in grado di fronteggiare la crescente potenza militare cinese, consentendo agli americani di riunire attorno a sé diversi paesi amici che l’aiutino a presidiare una regione sempre più strategica, oltre a fungere da strumento di deterrenza per quegli stati che si fossero mostrati disponibili ad accogliere le offerte d collaborazione di Pechino, vuoi perché timorosi della sua forza o semplicemente perché attratti dagli investimenti promessi dal Dragone.
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Riflessioni su Guerra, Politica e Pace: un’analisi critica
di Alberto Bradanini
Il linguaggio politico è progettato per far sembrare vera la bugia, rispettabile l’omicidio e dare una parvenza di solidità al puro vento (G. Orwell)
Possiamo anche non occuparci della guerra, ma è la guerra che si occupa di noi. A seconda dei criteri di riferimento, le guerre possono classificarsi in giuste, opportune e legali, o anche in un intreccio di tali aggettivazioni.
Il criterio della giustizia dipende dall’ideologia o etica di chi lo invoca, possiede un forte contenuto di soggettività e ad esso fa ricorso in chiave giustificativa chi usa la forza militare per combattere una presunta ingiustizia (termine questo anch’esso aperto a un labirinto d’interpretazioni). Il criterio dell’opportunità si caratterizza invece per una forte valenza politica: a un certo punto, secondo il ragionare di alcuni, la guerra emergerebbe come sola risoluzione di contenzioni altrimenti irrisolvibili. Il criterio della legalità, infine, sulla carta appare il meno incerto, il solo che possieda i contorni di una qualche riferibilità oggettiva: per il diritto internazionale, infatti, la guerra diventa legittima in due casi: a) quando è autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (evento invero assai raro); b) in caso di legittima difesa, ai sensi dell’art. 51 della Carta delle N.U., nel qual caso, per restare nel recinto della legittimità, la reazione deve rispettare i principi di moderazione e proporzionalità.
Sui teatri di guerra, alla violenza militare codificata dal diritto s’accompagna spesso un’altra pratica, il cosiddetto terrorismo, una pratica la cui nozione condivisa è tuttora assente tra le norme internazionali.
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Il 7 ottobre e la “crisi di nervi” di Israele
di Giacomo Gabellini
Uno degli obiettivi cruciali perseguiti da Hamas attraverso l’operazione al-Aqsa Flood sferrata lo scorso 7 ottobre consisteva con ogni probabilità nel produrre una radicale destabilizzazione psicologica della società israeliana, in modo da disintegrare molte di quelle che i comuni cittadini israeliani consideravano alla stregua di certezze granitiche, a partire dall’infallibilità delle forze armate e dell’intelligence israeliana, nelle sue articolazioni del Mossad, dello Shin Beth e dell’Aman. La visione dei carri armati in fiamme, delle decine di mezzi caduti può considerarsi raggiunto, se è vero – come è vero – che con il suo operato da elefante in una cristalleria la classe dirigente di Tel Aviv sta guastando in sotto il controllo delle brigate al-Qassam, di migliaia di coloni in fuga o catturati e brutalizzati e/o assassinati hanno fatto pericolosamente vacillare il mito della invincibilità israeliana.
Sul quale va peraltro proiettandosi un’ombra, se possibile, ancor più inquietante, che emerge da alcune inchieste realizzate da «Haaretz» sulla base di testimonianze dirette rese da cittadini israeliani coinvolti nella vicenda. Tuval Escapa, un membro della squadra di sicurezza del kibbutz Be’eri che aveva istituito una linea di comunicazione diretta con l’esercito israeliano, ha dichiarato al quotidiano israeliano che, nel momento in cui le brigate al-Qassam sono dilagate nei territori limitrofi alla Striscia di Gaza, «i comandanti sul campo hanno preso decisioni difficili, tra cui quella di bombardare gli edifici occupati dai terroristi, che avevano tuttavia portato con sé decine di ostaggi». Secondo «Haaretz», l’esercito è stato in grado di ripristinare il controllo su Be’eri solo dopo aver ammesso di aver “bombardato” le abitazioni degli israeliani che erano stati fatti prigionieri. «Il prezzo – riporta il quotidiano – è stato terribile: almeno 112 residenti di Be’eri sono stati uccisi».
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Venti giorni di tempesta
di Enrico Tomaselli
Una analisi politica e militare dell’operazione al-Aqsa Flood, condotta dalla resistenza palestinese, che non solo rimette al centro la Palestina, ma ricolloca il baricentro dello scontro globale in atto, riportandolo in Medio Oriente – regione fondamentale non solo per il petrolio, ma per la sua collocazione geopolitica e la sua storia. È qui, allo snodo del continente euroasiatico e del Mediterraneo, dove si incrociano culture (e interessi) diversi, che si gioca il nuovo match.
* * * *
Credevamo – a ragione – che il conflitto ucraino rappresentasse un punto di svolta importante, forse decisivo, nel processo di trasformazione geopolitica globale, che sta transitando il mondo verso un’era multipolare. Ne avevamo colto sia, appunto, il fatto che segnasse un giro di boa, sia come fungesse allo stesso tempo da acceleratore del processo che portava alla luce. Una accelerazione riscontrabile – ad esempio – negli avvenimenti che hanno attraversato l’Africa sub-sahariana, o nella crescente saldatura tra i grandi nemici dell’impero americano, Russia Cina Iran e Corea del Nord – che invece il disegno strategico di Washington voleva dividere e colpire separatamente.
Ma quanto accaduto il 7 ottobre ha segnato una scossa ancora più forte, più profonda. E che l’attacco sferrato dalle Brigate al-Qassam contro l’occupante israeliano sia un momento importante dello scontro in atto, è testimoniato proprio dalla portata delle reazioni. L’Ucraina, già data comunque per sconfitta, è stata prontamente relegata nel dimenticatoio, gli Stati Uniti si sono immediatamente mobilitati – con una poderosa dimostrazione di potenza – nel sostenere in prima persona l’alleato strategico nel Medio Oriente, e in occidente è scattata ancor più forte e stringente che mai la negazione-repressione del dissenso. La posta in gioco è alta.
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L’escalation non può essere fermata, la Casa Bianca è in allarme: il rischio di un conflitto è sempre più reale
di Alastair Crooke - strategic-culture.su
La necessità della guerra sta facendosi strada nella coscienza del mondo arabo e islamico
Giovedi scorso, dalle pagine del New York Times Tom Friedman ha lanciato il suo terribile avvertimento:
“Credo che, se ora Israele entrerà [unilateralmente] con la forza a Gaza per distruggere Hamas, commetterà un grave errore che sarà devastante per gli interessi israeliani e americani”.
“Potrebbe innescare una conflagrazione globale e far detonare l’intera struttura di alleanze filo-americane costruita dagli Stati Uniti… Sto parlando del trattato di pace di Camp David, degli accordi di pace di Oslo, degli accordi di Abraham e della possibile normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita. Tutto potrebbe andare in fumo.
“Purtroppo, ha detto l’alto funzionario statunitense, i leader militari israeliani sono, in realtà, ancora più guerrafondai dell’attuale primo ministro. Sono rossi di rabbia e determinati a sferrare ad Hamas un colpo che tutte le nazioni confinanti non dimenticheranno mai”.
Friedman sta parlando, ovviamente, del sistema di alleanze americano imperniato sull’idea dell’invincibilità della potenza militare di Israele – il paradigma della “piccola NATO” che dovrebbe fungere da substrato essenziale per la diffusione in Asia occidentale dell’Ordine delle Regole dettato dall’America.
È analogo al substrato dell’alleanza NATO, la cui pretesa “invincibilità” ha sostenuto gli interessi statunitensi in Europa (almeno fino alla guerra in Ucraina).
Un membro del gabinetto israeliano ha dichiarato al corrispondente israeliano anziano per la difesa, Ben Caspit, che Israele non può permettere che la sua deterrenza di lunga data venga ora messa in dubbio:
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Qualche amara riflessione sul conflitto in Medio Oriente: gli interessi degli attori coinvolti e dei popoli
di Paolo Arigotti
Quella di oggi sarà una sorta di riflessione a 360 gradi sul conflitto in corso in Medio Oriente e sulle sue possibili ripercussioni, tentando di dimostrare come, a nostro avviso, alcuni dei potenziali sviluppi potrebbero dipendente più da interessi politici, strategici e/o economici, che da altre questioni, come le preoccupazioni, pure da più parti espresse, per la sorte dei civili.
Naturalmente non c’è nessuna pretesa di esaustività: quello che ci proponiamo è di fornire alcuni spunti, con l’invito ad approfondire le varie questioni tramite le risorse che l’editoria e il web mettono a disposizione.
Partiamo con una descrizione degli asset di alcuni attori coinvolti, più o meno direttamente, nella regione e nella conflittualità in corso.
La Repubblica Popolare Cinese vanta molti interessi economici e strategici in Medio Oriente, una regione che rappresenta una sorta passaggio obbligato per la Nuova via della seta, quella dalla quale l’Italia ha deciso di ritirarsi; ricordiamo che nei giorni scorsi a Pechino - padrone di casa Xi Jinping, ospite d’onore Vladimir Putin – si è tenuta la terza edizione del Belt and Road Forum for International Cooperation, con la partecipazione di dirigenti aziendali e studiosi provenienti da tutto il mondo[1].
È proprio in funzione di questi interessi che si può inquadrare la mediazione di Pechino tra Iran e Arabia Saudita, che non solo ha consentito ai due paesi di riallacciare le relazioni diplomatiche, ma ha aperto loro le porte per l’ingresso nei BRICS (dal prossimo primo gennaio). Come di tutta evidenza, lo scopo della dirigenza cinese non era tanto quella di dirimere un contrasto che divideva da anni le due massima potenze regionali dell’area, quanto eliminare un ostacolo che si frapponeva coi suoi interessi commerciali (e gli ingenti investimenti) e più in generale con la sua strategia geopolitica ed economica, regalando al Dragone un indubbio prestigio per il successo diplomatico.
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Israele, Gaza e la guerra economica mondiale
di Emiliano Brancaccio
Commentando l’estensione dei fronti di guerra in Medio Oriente, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dichiarato: «Il mondo è cambiato in peggio, non a causa di un virus ma per sciagurati comportamenti umani». Vero, eppure non basta. Il problema, aggiungiamo noi, è capire quali grandi meccanismi stiano inducendo i comportamenti umani a inaugurare un nuovo tempo sciagurato, di ferro e di fuoco.
Per svelare un tale arcano, non si può dire che i commentatori mainstream stiano aiutando. Più che occuparsi di comprensione dei fatti, i “geopolitici” di grido paiono affaccendati in una discutibile opera di persuasione, che consiste nel suscitare emozioni e riflessioni solo a partire da un punto del tempo scelto arbitrariamente. Essi ci esortano a inorridirci e a prender posizione, per esempio, solo a partire dalle violenze di Hamas del 7 ottobre 2023, mentre suggeriscono di spegnere sensi e cervelli sulla trasformazione israeliana di Gaza in un carcere a cielo aperto, o su altri crimini e misfatti compiuti dai vari attori in gioco e anteriori a quella data. Inoltre, come se non bastasse l’arbitrio del taglio temporale, ci propongono di esaminare i conflitti militari come fossero mera conseguenza di tensioni religiose, etniche, civili, ideali. Quasi mai come l’esito violento di dispute economiche.
Guerra a Gaza, mettere al centro gli interessi economici
Diciamo le cose come stanno. Se lo scopo è capire la dura realtà che ci circonda, il contributo di questi analisti non serve a nulla.
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In attesa della catastrofe: Gaza al centro del mondo
di Roberto Iannuzzi
Il “nuovo Medio Oriente” di Netanyahu. Israele e la rivalità con l’Iran. Gli USA tornano nella polveriera mediorientale
La tragica crisi di Gaza, evidentemente, non riguarda solo Hamas e Israele. Al contrario, dopo l’Ucraina Gaza sta divenendo un altro epicentro di un conflitto mondiale strisciante per la ridefinizione degli equilibri globali, in corso ormai da diversi anni.
Bakhmut, una cittadina di secondaria importanza nel Donbass, per una serie di fortuite coincidenze e ragioni strategiche non evidenti a prima vista, divenne un teatro chiave del conflitto russo-ucraino.
Analogamente, Gaza, un’esigua e povera lingua di terra, schiacciata fra Israele, il Mediterraneo e l’Egitto, si è trasformata in un focolaio di tensioni internazionali che ha la potenzialità di far divampare un esteso conflitto in una regione strategica come il Medio Oriente.
Naturalmente, le ragioni profonde della crisi sono locali, legate all’annosa questione israelo-palestinese (le ho indagate in un precedente articolo).
Ma la destabilizzazione mediorientale, spaventosamente accelerata dalle rivolte arabe del 2011, e i crescenti antagonismi fra le potenze dell’area, primo fra tutti quello fra Israele e Iran, hanno trasformato la crisi in un potenziale detonatore regionale e – in virtù della precarietà dell’ordine internazionale a guida americana – potenzialmente globale.
Il “nuovo Medio Oriente” di Netanyahu
A fine settembre, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva pronunciato il suo discorso di rito all’Assemblea generale dell’ONU.
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La censura militare israeliana vi nasconde la verità
di Thierry Meyssan
Era l’informazione più importante dell’operazione “Diluvio di Al Aqsa”, eppure ci è sfuggita. L’attacco a Israele non è stato sferrato dagli jihadisti di Hamas, ma da quattro formazioni armate. È la prima volta dopo cinquant’anni che i palestinesi di Gaza si uniscono.
Lo si voglia o no, i lunghi anni d’indifferenza occidentale alla sorte dei palestinesi finiscono. Si dovrà cominciare ad applicare il Diritto internazionale
Contrariamente a quanto ho scritto la scorsa settimana basandomi su dispacci di agenzia occidentali e arabi, filtrati dalla censura militare israeliana, l’attacco a Israele del 7 ottobre 2023 (operazione “Diluvio di Al Aqsa”) non è stato sferrato unicamente da Hamas. È stato deciso da un nucleo operativo unitario delle forze della Resistenza palestinese. Hamas, la formazione di gran lunga più rilevante, ha fornito la parte essenziale delle truppe, ma vi hanno partecipato altri tre gruppi:
• la Jihad islamica (sunnita e khomeinista);
• il Fronte popolare di liberazione della Palestina (marxista);
• il Fronte popolare di liberazione della Palestina-Comando generale (FPLP-CG).
La stampa occidentale ha dato conto dei barbari crimini commessi da alcuni assalitori, ma non del rispetto di altri. La verifica ha dimostrato che le accuse di stupri e di decapitazione di neonati [1] sono propaganda di guerra. Un giornalismo miope e bugiardo che non deve più stupirci.
Questa precisazione modifica l’interpretazione dell’accaduto. Non è un’operazione jihadista dei Fratelli Mussulmani, ma un attacco unitario dei palestinesi di Gaza. Solo Al Fatah di Cisgiordania che si tiene a distanza dai gruppi citati e il cui presidente Mahmoud Abbas è gravemente malato non vi ha partecipato.
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Gaza sarà la tomba del progetto sionista israeliano?
di Giacomo Marchetti
La reazione israeliana all’operazione Diluvio d’Al-Aqsa, lanciata da Hamas ed appoggiata da tutte le forze della Resistenza palestinese, sta scatenando un conflitto su scala regionale dalle implicazioni internazionali e dagli esiti quanto mai incerti per Israele, proprio come fu nel 1948, nel 1967 e nel 1973.
La dirigenza israeliana che guida il nuovo Governo di Unità Nazionale e che sta attuando l’escalation, porta per intero sulle proprie spalle la responsabilità di un conflitto da cui potrebbe però uscire con le ossa rotte a livello interno, regionale e internazionale.
L’imperialismo euro-atlantico che in questi decenni – dalla firma degli Accordi di Oslo in poi – ha assecondato totalmente la politica dello Stato d’Israele è co-responsabile della situazione che si è creata, perché non ha neanche lontanamente prefigurato uno sbocco positivo alla questione palestinese, ma ha invece contribuito al suo “politicidio”, derubricandola a questione secondaria.
Ora influenti attori del mondo multipolare, come la Russia e la Cina, hanno rimesso sul tappeto l’ipotesi di una risoluzione comprendente la costituzione di uno Stato palestinese, secondo la formula dei “due Stati”.
La causa palestinese è oltretutto fortemente sostenuta dal nuovo “fronte del rifiuto” (Algeria, Iran, Iraq, Siria), pronto forse ad intervenire anche manu militari in questa nuova tappa del conflitto arabo-israeliano, a cominciare dall’Iran e dall’arco della forza della Resistenza della cosiddetta “Mezzaluna sciita”, Hezbollah in primis.
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Contro l’idea della vittoria
di Alfonso Gianni
"Deve essere sembrato a molti che in un convegno sulle prospettive del mondo di domani fosse almeno impertinente (…) chiedere la parola per ricordare ai convenuti che 'domani' il mondo, in quanto mondo culturale umano, può finire e che una qualsiasi risposta a come possa e debba essere “domani” il mondo comporta la domanda preliminare se 'domani' vi sarà un mondo e se oggi non vi sia il rischio che almeno certe forze cospirino alla sua fine”1
Con una modifica certamente non irrilevante, di parole e di senso, rispetto al sacro testo da cui è estrapolato,2 si potrebbe riproporre il celebre interrogativo: “Sentinella a che punto è la guerra?” e la risposta sarebbe “In stallo”. Naturalmente se si guarda il campo di battaglia. La pluriproclamata controffensiva ucraina ha dato scarsi e deboli segnali di sé e soprattutto nessun successo sostanzioso. D’altro canto l’avanzata russa si è fermata a consolidare le posizioni fin qui raggiunte. Naturalmente non tutte le narrazioni sono concordi, come sempre succede in tempo di guerra per ogni guerra. Il segretario della Nato Jens Stoltenberg non perde occasione di magnificare le possibilità di vittoria finale dell’Ucraina esaltando i passi in avanti fin qui fatti. In una visita improvvisata a Kiev lo scorso 28 settembre, parlando in una conferenza stampa congiunta con Volodymir Zelensky, ha affermato con enfasi che le forze ucraine starebbero “gradualmente guadagnando terreno … ogni metro che le forze ucraine guadagnano è un metro che la Russia perde”.3
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L’economia di guerra parziale russa “tiene”, mentre l’Eurozona rallenta e la Germania scende in recessione
di Andrea Vento*
Negli ultimi mesi Mosca sta evidenziando un ciclo economico in ripresa, ordinativi industriali in aumento e un regime di cambio controllato, al cospetto di una lieve ripresa dell’inflazione, un rialzo dei tassi e una riduzione del saldo commerciale.
* * * *
L’economia russa dopo la moderata, rispetto alle catastrofiche previsioni iniziali (-8,5%), recessione del -2,1% del 2022 e le prospettive di crescita per l’anno in corso dell’Outlook Fmi di luglio del 1,5% (tabella 1), grazie e non solo a un surplus commerciale positivo seppur in diminuzione (tabella 2), sembrerebbe evidenziare, benché non priva di criticità, una sostanziale tenuta, sia per l’anno in corso che nei due successivi.
Tabella 1: previsioni e dati definitivi in % anni 2022, 2023 e 2024 degli Word Economic Outlook Fmi
| Tipologia di dati | Previsioni 2022 | Previsioni 2022 | Definitivo 2022 | Previsioni 2023 | Previsioni 2023 | Previsioni 2023 | Previsioni 2024 |
| Economic Outlook Fmi emesso a: | Aprile 2022 | Ottobre 2022 | Luglio 2023 | Gennaio 2023 | Aprile 2023 | Luglio 2023 | Luglio 2023 |
| Economia mondiale | 3,6 | 3,2 | 3,5 | 2,9 | 2,8 | 3,0 | 3,0 |
| Russia | -8,5 | -3,4 | -2,1 | 0,3 | 0,7 | 1,5 | 1,3 |
| Stati Uniti | 3,7 | 1,6 | 2,1 | 1,4 | 1,6 | 1,8 | 1,0 |
| Germania | 2,1 | 1,5 | 1,8 | 0,1 | -0,1 | -0,3 | 1,3 |
| Italia | 2,3 | 3,2 | 3,7 | 0,6 | 0,7 | 1,1 | 0,9 |
| Cina | 4,4 | 3,2 | 3,0 | 5,2 | 5,2 | 5,2 | 4,5 |
| India | 8,2 | 6,8 | 7,2 | 6,1 | 5,7 | 6,1 | 6,3 |
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Tempesta sul Medio Oriente
di Enrico Tomaselli
Un primo tentativo di analisi del riaccendersi del conflitto in Palestina, pur nel pieno dell’azione ancora in corso, ed in particolare soffermandosi su tre aspetti: la mancata previsione dell’attacco, da parte dei servizi di sicurezza israeliani e statunitensi; la capacità palestinese di ottenere il fattore sorpresa al momento dell’attacco; il senso politico e militare dell’operazione in generale.
* * * *
Come un sasso in piccionaia, l’attacco portato dalle Brigate Ezzedin al-Qassam il 7 ottobre, ha sorpreso e sconvolto tutti, gli osservatori e – ovviamente – gli stakeholders. Essendo l’operazione al Aqsa Flood ancora in corso, non è al momento possibile farne una analisi chiara ed esaustiva; ciò nonostante, alcune riflessioni possono essere già fatte. E di alcune, anzi, si avverte decisamente l’urgenza.
In particolare, sono tre gli aspetti su cui soffermarsi. La mancata previsione dell’attacco, da parte dei servizi di sicurezza israeliani e statunitensi. La capacità palestinese di ottenere il fattore sorpresa al momento dell’attacco. Il senso politico e militare dell’operazione in generale.
Prima di entrare nel merito, ed esaminare specificamente questi tre aspetti, è importante aggiungere una ulteriore premessa, di ordine più generale. Purtroppo, talvolta anche in ambienti presumibilmente identificabili come alieni dalla propaganda mainstream, si insinua un pericoloso bias complottista, che tende a vedere – nelle varie articolazioni statuali del potere occidentale – una sorta di moloc invincibile, e che pertanto, quand’anche si ritrova dinanzi ad una palese sconfitta di questo potere, ai suoi clamorosi errori, rifiuta di farsene convinto, e tende a immaginare oscure manovre e occulti disegni, in base ai quali la realtà apparente sarebbe in effetti l’opposto di ciò che è fattualmente.
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Se gli Stati Uniti scaricano l’Ucraina sull’Europa
di Gianandrea Gaiani
Al vertice Ue di Granada il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha usato mezzi termini per definire l’attuale situazione. Preso atto dei “tornado politici” che scuotono un’America ormai travolta da una aspra campagna elettorale in vista delle presidenziali del novembre 2023, secondo Zelensky “l’Europa deve essere forte, non abbassare le vele in attesa della fine della tempesta” perché gli europei non possono permettersi il lusso della stanchezza, o di abbandonare l’Ucraina o di accettare un congelamento del conflitto con la Russia. Se lo facessimo secondo il presidente ucraino, saremmo tutti in pericolo poiché nel 2028 l’Europa rischia un altro “momento critico” con la Russia pronta ad attaccare altri obiettivi.
Si può esprimere qualche dubbio sul fatto che la Russia (dipinta in Occidente come una “potenza imperialista”) abbia davvero intenzione o interesse a invadere un pezzo di Europa tra cinque anni e non può certo stupire che Zelensky cerchi di scongiurare il rischio, sempre più concreto, che l’Occidente abbandoni la causa ucraina o rallenti decisamente il flusso dio aiuti. L’America lo farebbe per ragioni elettorali e perché tradizionalmente gli Stati Uniti, specie quando gli americani vengono chiamati al voto, decidono che i conflitti in cui sono invischiati non sono più “la loro guerra”.
L’Europa lo farebbe perché non ha più nulla da dare a Kiev in termini di armi e munizioni, perché tradizionalmente segue gli USA come un fedele vassallo nel coinvolgimento e nel disimpegno dai conflitti e poi anche perché la guerra che a dire di molti leader europei doveva logorare la Russia sta invece distruggendo la nostra economia e mina la nostra stabilità politica e sociale.
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L’Onu e il conflitto russo-ucraino: potenzialità inattuate
di Luca Benedini
Nella Carta (o Statuto) dell’Onu c’è una tendenziale contraddizione: da un lato, l’Onu è tenuta a difendere la pace internazionale, come emerge da articoli come in particolar modo il 24, il 37 e il 39, oltre all’1 e al 2 nei quali si trovano esposti i fini e i princìpi dell’Onu stessa; dall’altro lato, tale responsabilità viene attribuita principalmente – e con estrema chiarezza – al Consiglio di Sicurezza, ma quest’ultimo può essere totalmente bloccato nel suo agire se qualcuno dei suoi 5 membri permanenti (i governi di Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) esercita su una questione il proprio “diritto di veto” previsto nell’art. 27.
È una contraddizione che ha però uno spiraglio: in base agli articoli 10 e 12, l’Assemblea Generale ha la potestà di occuparsi praticamente di qualsiasi argomento, fatta eccezione per le problematiche internazionali (controversie, altre situazioni da cui la pace può essere minacciata, violazioni della pace) delle quali si sta già occupando esplicitamente il Consiglio di Sicurezza. In altre parole, quando quest’ultimo è bloccato da dei veti, così che di fatto non riesce ad occuparsi concretamente di una situazione, l’Assemblea Generale può in pratica surrogarlo.
L’Onu, il diritto internazionale e le rotture della pace: dagli anni ’50 agli anni ’80
Si tratta di una potestà che venne anche messa dettagliatamente “nero su bianco” nella risoluzione dell’Assemblea Generale n. 377 del 1950, nota col nome di Uniting for Peace, cioè “Unirsi per la pace” [1]. In pratica, l’Assemblea deliberò di poter – e, sostanzialmente, dover – assumere tutte le funzioni del Consiglio ogni volta che dei veti gli impedissero di affrontare adeguatamente gravi circostanze internazionali.
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