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L’area della rivoluzione nell’Italia degli anni Settanta
di Diego Giachetti
Il biennio ‘68-69 liberò una nuova e potenziale domanda di partecipazione politica connotata però da una critica radicale degli istituti della politica tradizionale, in primo luogo partiti e sindacati. Si creò una situazione caratterizzata da diversi elementi contraddittori e conflittuali. Da un lato mai come allora si manifestò una discrepanza fra l’offerta politica e la domanda di centinaia, forse migliaia di quadri prodotti dal movimento, domanda alla quale corrispondeva: «una dissennata politica di chiusura “a riccio” da parte delle organizzazioni politiche istituzionali della sinistra […] Così mille e mille “piccoli Lenin” si trovarono chiuso ogni sbocco, sia politico che professionale. La FGCI, tradizionale serbatoio e luogo di promozione dei nuovi quadri del PCI, si trovò ridotta (letteralmente) ai figli dei dirigenti del PCI proprio negli anni della massima produzione di quadri giovanili da parte del movimento»1. Non solo la sinistra istituzionale si chiuse a riccio nei confronti del movimento e delle sue istanze politiche, ma procedette all’emarginazione di quei quadri giovani simpatizzanti del movimento, all’espulsione di una serie di quadri giovanili comunisti in odore di trotskismo alla vigilia del ’68 e, infine, alla radiazione del gruppo che faceva capo alla rivista Il Manifesto. D’altro canto però quella domanda politica, proprio alla luce della critica profonda alla quale il movimento aveva sottoposto la politica stessa, difficilmente avrebbe potuto incanalarsi negli istituti partitici e sindacali tradizionali.
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I desideri e le masse. Una riflessione sul presente*
di Guido Mazzoni
Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio
in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.
(Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo)
Ringrazio gli organizzatori del convegno per l’invito, che accolgo molto volentieri. L’occasione di oggi mi costringe a dar forma ad alcune cose che penso confusamente da molto tempo e che forse non ho ancora pensato fino in fondo. Proverò a esporle nello stato in cui si trovano, approfittando del diritto alla semplificazione che le tavole rotonde consentono.
Negli ultimi quarantacinque anni la vita psichica delle masse occidentali ha subito una metamorfosi senza precedenti; noi tutti ne siamo stati trasformati e travolti. Fedele a un’idea eroica e maschile dell’accadere e dell’esperienza, all’idea che le rotture epocali si manifestino sotto forma di guerre e rivoluzioni, una parte della cultura contemporanea continua a sottovalutare la portata di quanto è avvenuto. E’ una miopia che si manifesta talvolta in forma esplicita e più spesso in forma implicita, come accade ogni volta che applichiamo alla nostra epoca concetti, parole e miti che non reggono più. Molte delle categorie con cui giudichiamo il presente, con cui prendiamo una posizione etico-politica sui problemi della nostra epoca, danno l’impressione di scivolare sulla realtà senza afferrarla, o perché fanno riferimento a un futuro che, non rimandando più a un progetto politico, rappresenta solo la proiezione di un desiderio, o perché fanno riferimento a un passato che non ritornerà. Quali sono i tratti più vistosi della metamorfosi? Che cosa è accaduto?
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Marc Bloch oltre la nouvelle histoire
Prospettive teoriche da riscoprire*
Adriana Garroni
Con questo articolo si ripercorrere una tappa fondamentale della storia della storiografia moderna: la reazione contro il positivismo del tardo XIX sec. fino all’elaborazione di nuovi metodi e nuovi oggetti della ricerca storica novecentesca. Si propone un’analisi del dibattito storiografico francese novecentesco, dalla storia totale di Marc Bloch e Lucien Febvre alle riflessioni di Le Goff e altri storici sulla antropologia storica e sulla, tanto celebrata quanto criticata, dilatazione dell’ambito della ricerca storica. Si sostiene la necessità di riscoprire quegli strumenti intellettuali di analisi e di sintesi, ravvisabili certamente nell’opera di Bloch, coi quali elaborare non solo nuove sintesi della conoscenza storica, ma anche una interpretazione complessiva delle nostre società, che è condizione necessaria per il loro miglioramento.
Gli ultimi decenni del XIX sec. furono caratterizzati da una vera e propria “rivolta contro il positivismo”;1 come ha scritto lo studioso italiano Angelo D’Orsi, dall’«avvento di una nuova epistéme, ossia l’insieme delle concezioni e dei modi di considerare e organizzare i processi della conoscenza»,2 ponendo così le basi per il salto qualitativo della storiografia novecentesca.
La nuova storia si proponeva di accogliere i migliori risultati della storiografia positivista e le innovazioni metodologiche e interpretative apportate dalle altre scienze sociali. Influenzati dal marxismo, gli storici statunitensi furono i primi a parlare di new history3 e a dare nuova enfasi ai fattori socio-economici nella spiegazione storica. Cominciarono a occuparsi di intellectual history e respinsero le divisioni disciplinari per concentrarsi sui legami che le diverse attività umane intrattengono con la storia delle società. E così, nel corso del Novecento si affermò in Europa e negli Stati Uniti l’attenzione verso la storia della cultura in senso generale, delle idee e delle abitudini mentali degli uomini in una data epoca e in un dato ambiente. Si trattò di una trasformazione complessiva della scienza storica, dei suoi oggetti e del suo metodo, che avrà esiti diversi nei diversi ambienti intellettuali. A questo proposito D'Orsi ha osservato che:
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Il Movimento 5 Stelle
Una rivolta nella postdemocrazia e le ossessioni della (ex) sinistra italiana
di Michele Nobile
Demonizzazione e captatio benevolentiae verso il M5S
È da tempo che la crisi di legittimità della casta partitico-statale italiana si esprime nella crescita dell’astensionismo: che è il fenomeno politico maggiormente in crescita di cui poco si parla o se ne parla per liquidarlo come primitivismo antiparlamentare o «qualunquismo». Come forma di protesta politica l’astensionismo cresce perché ha profonde e diffuse motivazioni sociali, alle quali né il centrosinistra né il centrodestra sono in grado di rispondere in modo credibile e accettabile.
Con le recenti elezioni la crisi di legittimità si è trasferita anche all’interno dell’istituzione parlamentare, in conseguenza del successo elettorale del Movimento cinque stelle (M5S): piaccia o no, di fronte ai partiti che da vent’anni governano il paese è il M5S che costituisce il terzo polo, quello della protesta.
È questo che spiega l’ambivalenza dell’atteggiamento di politici e commentatori nei confronti del M5S, che oscilla tra la demonizzazione e la captatio benevolentiae: in questo secondo caso ci si aspetta che Grillo «il demagogo» e i parlamentari della cosiddetta «antipolitica» sappiano anche mostrarsi ragionevoli e costruttivi, consentendo in tal modo la formazione di un governo, possibilmente di centrosinistra.
Tuttavia il M5S rifiuta, certamente non senza tensioni, di giungere ad accordi con il Pd: accordi che in altre circostanze si sarebbero spregiativamente bollati come consociativi e che costituirebbero il definitivo colpo di grazia alla ventennale retorica circa l’alternanza bipartitica (colpo, in effetti, già sferrato dal consenso bipartitico al governo Monti).
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Questioni di filosofia, di verità, di storia, di comunità
Saša Hrnjez intervista Costanzo Preve
Il testo di questa intervista è stato pubblicato in lingua serba nella rivista Stvar/Thing – Journal for Theoretical Practices (No.3/2012, pp. 286-309) a cura del circolo filosofico Gerusija di Novi Sad (http://gerusija.com/stvar/ e http://www.facebook.com/casopisstvar) e in lingua italiana su Koinè, Periodico culturale – Anno XIX – NN° 1-4 Gennaio-Dicembre 2012, Petite Plaisance Editrice.
La fine della filosofia, Heidegger, paradigma dello spazio e temporalità storica
SAŠA HRNJEZ: Comincerei da un tema abbastanza trattato nel corso del Novecento. È il tema della “fine della filosofia”. Basta pensare a Heidegger, ma non solo. Mi interessa come ti rapporti con questo problema. Ed inoltre pongo la questione della autocontraddizione dell’annuncio filosofico della fine della filosofia, in quanto questa stessa affermazione rimane ancora nell’orizzonte della filosofia. É la questione che lateralmente apre un altro problema: il problema dell’autoriflessione della filosofia stessa.
COSTANZO PREVE: In primo luogo io penso che Heidegger non possa essere ridotto all’annunciatore della fine della filosofia. Più esattamente lui è un annunciatore della fine della metafisica che egli ritiene risolta integralmente nella tecnica planetaria, perché il termine tedesco Gestell vuol dire dispositivo anonimo ed impersonale.
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Massimo Recalcati, L'uomo senza inconscio
Eleonora de Conciliis
1. Non è esagerato affermare che, con questo suo nuovo libro*, Massimo Recalcati (che abbiamo già avuto l’onore di ospitare nel settimo numero e poi nel terzo annuario della rivista Kainos dedicato al tema Fame/sazietà) tenti di formulare un’interpretazione complessiva, e filosoficamente assai interessante, del cosiddetto postmoderno o dell’ipermodernità – com’egli preferisce definire il nostro presente per indicarne il carattere convulso, “smarrito” e compulsivo verso il godimento d’oggetto. Si tratta di un testo in cui il riferimento, magistralmente esposto, alla pratica clinica, costituisce il pungolo imprescindibile e non solo il pretesto per un ripensamento radicale della teoria freudiana delle pulsioni e di quella lacaniana dell’inconscio come linguaggio e luogo del desiderio dell’Altro: lasciandosi inquietare dall’emergenza di inedite forme di disagio (non solo quelle che cura ormai da decenni, ovvero la bulimia e l’anoressia, ma anche altre sempre più epidemiche, come gli attacchi di panico, la depressione e gli stati-limite), ovvero dai nuovi sintomi psicotici che la società contemporanea produce in individui ormai disancorati – in termini lacaniani – da qualunque struttura significante in grado di tenere insieme Legge e desiderio, l’autore cerca di capire cosa stia diventando la psicoanalisi nell’epoca dell’evaporazione del Padre e nel vuoto lasciato dalla mancata soggettivazione compiuta in suo Nome (su ciò cfr. pp. 36 e sg.).
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La soggettività critica alla prova di un nuovo ciclo storico
Il ritratto politico della crisi e l’interpretazione scientifica del mondo
Mario Agostinelli
Provo ad esprimermi sulla portata e sulla profondità di un “nuovo ciclo storico”, che, per la densità delle parole usate, supera evidentemente le dimensioni della globalizzazione, dello strapotere della finanza o della riduzione degli spazi democratici fin qui considerati, mi concedo l’occasione per un intervento “irrituale”. Con una modalità inconsueta di esposizione, quasi provocatoria, provo a svolgere una riflessione su un aspetto forse sorprendente per alcuni, ma che a me sembra sottostare ad ogni approccio alla crisi in corso: la scienza moderna sta ridefinendo la rappresentazione della realtà che ci circonda, in base a concetti che si discostano totalmente dall’assolutezza e dal determinismo che la cultura tradizionale ha ereditato dai tre secoli che hanno percorso lo sviluppo industriale dell’Europa. Così, l’economia politica e l’ideologia del progresso illimitato sono andate in affanno quando – ad esempio – si è considerato che energia e materia sono sottoposte alle leggi della termodinamica e quindi riportate al tempo fisico.
L’ecologia diventa politica già a fine Novecento o, almeno, sarebbe dovuta essere riconosciuta tale, Ma c’è dell’altro in emersione, che è stato fin qui trascurato.
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Tutti i conti dell'Italexit: nessuna catastrofe se l'Italia esce dall'euro
di Enrico Grazzini
Il sistema dell'euro si sta sgretolando e anche l'Italia è a un bivio. E' possibile che in Francia Marine Le Pen, presidente del Front National – il partito popolar-populista, xenofobo e post-fascista –, vinca le elezioni per la presidenza. Se il Front National vincesse, l'euro si sbriciolerebbe immediatamente. Che cosa accadrebbe allora all'Italia? Il ritorno alla lira potrebbe produrre certamente una nuova crisi ma, se ben gestita, la crisi non provocherebbe un disastro irreparabile. Anzi: l'uscita dall'euro e la ritrovata sovranità monetaria potrebbero finalmente consentire all'economia italiana di riprendere a correre.
Il break-up dell'euro provocherebbe il caos nel breve periodo. Tuttavia – a meno che non si adotti la moneta fiscale, che ho più volte proposto ma della quale in questo articolo accennerò solamente[1] – uscire dall'euro potrebbe essere l'unica maniera di ridare ossigeno all'economia italiana ed evitare il disastro di una depressione prolungata all'infinito. Il vero e proprio terrorismo sull'Italexit e sul break-up dell'euro da parte dei media e di una classe politica nazionale che sembra in gran parte venduta agli interessi stranieri, non ha alcuna valida motivazione.
Se l'euro cadesse, il quadro sarebbe assai complesso sul piano valutario, finanziario e geopolitico. Ma una recente ricerca su 12 Paesi europei – probabilmente la più approfondita e analitica che sia stata compiuta finora - dell'autorevole Observatoire français des conjonctures économiques (OFCE), affiliato a Science Po, la prestigiosa Fondation nationale des sciences politiques, sulle conseguenze del break up dell'euro afferma che, in caso di Italexit, la crisi italiana potrebbe essere molto limitata e presto recuperabile[2].
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Sfatiamo i luoghi comuni più popolari sulla guerra moderna
The Saker
Come sarebbe una guerra fra Russia e Stati Uniti?
Questa è la domanda che mi sento fare più di frequente. Questa è anche la domanda a cui sento dare le risposte più bizzarre e sbagliate. Mi sono già occupato della questione in passato e chi fosse interessato all’argomento può fare riferimento ai seguenti articoli:
- Ricordando le importanti lezioni della guerra fredda
- Cercando di dare un senso al martello da un miliardo di dollari di Obama
- Perché l’equilibrio nucleare russo-americano è più solido che mai
- Un breve ripasso sulle armi nucleari russe e americane
- L’equilibrio russo-americano in fatto di armi convenzionali
Non avrebbe senso ripetere nuovamente tutto in questa sede, perciò cercherò di affrontare il problema da un punto di vista differente, ma raccomando comunque caldamente a chi fosse interessato di trovare il tempo di leggere questi articoli che, anche se scritti per la maggior parte nel 2014 e nel 2015, sono tuttavia fondamentalmente ancora validi, sopratutto nella metodologia usata per affrontare il problema. Ciò che mi propongo di fare oggi è sfatare alcuni stereotipi popolari sulla guerra moderna in generale. La mia speranza è che, smentendoli, vi possa fornire qualche strumento per andare oltre tutte quelle stupidaggini che i media corporativi amano presentare come “analisi”.
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Il bazooka di Draghi è un narcotico pericoloso
di Andrea Del Monaco*
Quando la cancelliera Merkel invoca il “multilateralismo”, invita il presidente Trump a ricordare le lezioni della storia e il tardivo intervento degli Usa nella Prima guerra mondiale, dovrebbe ricordare un altro precedente storico, il trattato di pace di Versailles del 1919. L’allora presidente francese Clemenceau impose alla Germania come paese sconfitto condizioni sui debiti di guerra vessatorie e impossibili da rispettare: esse causarono il revanscismo tedesco e l’avvento del nazismo. Lo intuì già nel 1919 John Maynard Keynes nel suo scritto “Le conseguenze economiche della pace“: qui Keynes dimostrò l’impossibilità per la Germania di pagare i debiti di guerra.
Usiamo la figura retorica dell’analogia: l’austerità oggi è ostetrica di nuovi fascismi come lo fu il Trattato di Versailles del 1919. Questo è il titolo del prologo del mio libro “Sud Colonia Tedesca“. E l’assenza a sinistra di una proposta di riforma keynesiana dei Trattati Ue accelererà l’avanzata delle destre. Analogamente a quanto fece Keynes, oggi andrebbe analizzata la natura della politica monetaria prima di Jean Claude Trichet poi di Mario Draghi: essa ha generato un debito italiano di 435 miliardi con la Bce. Qualora eletti, cosa faranno Renzi, Berlusconi, Grasso, Salvini, Bonino, Meloni con questo debito?
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Provaci ancora, Stalin!
di Leo Essen
Quando, nel Novecento, diventa chiaro che l’uomo, oltre a essere stato assemblato a casaccio nella natura, pensa anch’egli a casaccio – dunque non secondo un piano, ma davvero sparando a caso – e che, di tutti i brillanti teoremi che vengono alla luce, non c’è un principio che li giustifichi, così come non c’è un piano divino dietro alla meraviglia del corpo umano, allora si iniziano a cercare teorie che spieghino il funzionamento dello spirito umano senza ricorrere all’intervento di un demiurgo, di un autore, di un soggetto: è qui che ha inizio la decostruzione del soggetto.
Sono prodotte montagne di studi che puntano a mostrare il funzionamento di sistemi complessi a-teleologici. La biologia è in prima linea, seguita dalla linguistica, dall’antropologia, dalla cibernetica, eccetera. Libri come La logica del vivente, Il caso e la necessità, La cibernetica: controllo e comunicazione nell’animale e nella macchina, Autopoiesi e cognizione, la realizzazione del vivente, Sistemi che osservano, Un’ecologia della mente, Saggi di linguistica generale, eccetera, diventano best sellers. Non mancano tentativi di estendere queste teorie ad altre discipline, persino al marxismo sovietico.
Se tutto si muove e tutto è collegato, come spiegare la stabilità relativa che sta alla base del riposo, e come strutturare l’interdipendenza universale se non è gerarchizzata? Se tutto, in primo luogo il pensiero, si organizza procedendo a casaccio, sparandole senza intenzione, come si arriva a una stazione di riposo e a un fermo immagine? Se il nuovo è emergente, il passato può veramente essere conservato nell’avvenire, o tutto è un deragliare continuo, un’erranza che non è nemmeno un errare o un errore?
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Morire di Caldo
Ugo Bardi

Questa immagine (da ScienceDaily) riassume i risultati di uno studio recente pubblicato sul PNAS. Sono le temperature che potrebbe raggiungere il pianeta in certe ipotesi - estreme ma non impossibili - se il riscaldamento globale continua. Le temperature sono "wet bulb", "a bulbo umido." Per un essere umano, è impossibile vivere a lungo a temperature a bulbo umido superiori a circa 36 °C. In questo scenario la maggior parte del pianeta diventerebbe inabitabile.
La cosiddetta "temperatura di bulbo umido" si misura con un termometro avvolto in una garza bagnata e sottoposto a un flusso d'aria. E' una indicazione di quanto una condizione di calore e umidità è accettabile per gli esseri umani. Il corpo umano ha una temperatura interna di circa 37 °C, quella della pelle è un paio di gradi inferiore. Sudando, si possono sopportare temperature anche alcuni gradi più alte di 36 °C, ma solo se l'aria è secca. Ma se la temperatura di bulbo umido è di 36 °C - o più alta - sudare non serve. E' una questione di termodinamica: non è possibile raffreddare un corpo per evaporazione al di sotto della temperatura di bulbo umido. Più di qualche ora in quelle condizioni e non c'è scampo. E' la morte per ipertermia.
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Violenza, classi e persone nel capitalismo crepuscolare
di Roberto Fineschi
Trascrizione leggermente rivista della conferenza tenutasi online il 3 maggio 2020 organizzata dalla Rete dei Comunisti. Video. Inedito
Lo sforzo di questo intervento è iniziare a pensare le dinamiche di classe, la configurazione dei soggetti che agiscono storicamente e politicamente in quella sottofase dello sviluppo del modo di produzione capitalistico che chiamo “capitalismo crepuscolare”; si vedrà come il nodo della violenza nasca intrinsecamente in seno a queste dinamiche e come la violenza ed il suo inasprimento siano un portato necessario dello sviluppo di strutturazioni sociali complesse.
Uno dei punti chiave di questa fase è la “crisi” del concetto di persona. Il concetto di persona è la chiave logica, istituzionale, giuridica del mondo borghese e per un largo periodo di tempo la sua rivendicazione è stata una lotta progressista; se si pensa al periodo rivoluzionario, conflittuale della classe borghese contro le forze dell'ancien régime, è proprio l'affermazione dell'universalità della persona, dell’uomo in generale come principio che ha carattere assolutamente positivo. Qui già emerge un punto chiave: la storicità di queste categorie; questa storicità implica che una categoria come quella di persona abbia una funzione storicamente progressiva in un determinato momento di sviluppo dei rapporti di forza e che possa averne una negativa, o diversa, in altre fasi. Perché nella teoria di Marx, che fa da orizzonte di riferimento in queste considerazioni, un concetto chiave è quello della storicità dei soggetti e dei modi di produzione; nel caso specifico ciò significa che, secondo Marx, l’uomo in generale non esiste, la persona astratta non esiste come dato naturale, è piuttosto essa stessa risultato di processi storici, di modificazioni dei modi di produzione che implicano esattamente che questo stesso concetto di uomo in generale si produca storicamente. Si tratta di un punto veramente chiave, perché tutta l’ideologia borghese si basa sul naturalismo della persona, cioè sul ritenere che uomo e persona siano la stessa cosa.
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La crisi economica: realtà e finzione
Intervista a Paul Mattick
L’ultimo libro di Paul Mattick jr “Business as Usual: The Economic Crisis and the Future of Capitalism” (Affari come al solito: la crisi economica e il futuro del capitalismo), è stato pubblicato dalla Reaktion Books. L’autore si è incontrato con John Clegg e Aaron Benanav del periodico “Endnotes”
RAIL: Notizie recenti lasciano intendere che l’economia è nuovamente in crescita. Il tasso di disoccupazione si sta stabilizzando e perfino riducendo e l’indice Dow Jones tende verso l’alto. Allora la crisi è stata davvero così grave ? Cosa ti fa pensare che non siamo ancora in vista della sua fine ?
PAUL MATTICK: Solo alcune osservazioni. La prima concerne le attuali difficoltà che il mondo nella sua totalità incontra riguardo la finanza pubblica e la disoccupazione. E’ un errore concentrare l’attenzione solo sugli Stati Uniti. Il problema è globale. In Europa si sono verificate una serie di crisi fiscali: in Portogallo e in una certa misura in Spagna. Il tentativo di padroneggiare la crisi ha prodotto in Gran Bretagna e in Grecia un peggioramento delle cause della depressione. Essa ha coinvolto anche la Cina, dove evidentemente alti tassi di crescita determinano analoga mente tassi di inflazione preoccupanti, esattamente come accadde nella falsa crescita degli anni 70, che produsse in occidente alti tassi di inflazione. Anche riguardo gli Stati Uniti non sarei così impressionato da provvedimenti che determinano oscillazioni nell’occupazione. In una certa misura ciò riflette il fatto che vi sono persone che escono dal mercato del lavoro. Ovviamente di mese in mese vi sono minime variazioni nel numero di persone che trovano lavoro. Ma nel complesso la situazione rimane estremamente precaria.
Inoltre è importante ricordare che il tasso di crescita dal PIL è un parametro artificiale.
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Il progetto eurasiatico si scontra con le politiche imperialiste della Triade
Samir Amin
1. L'attuale scenario globale è dominato dal tentativo dei centri storici dell'imperialismo (Usa, Europa centrale e occidentale, Giappone: successivamente definiti "la Triade") di mantenere un loro controllo esclusivo sul pianeta attraverso una combinazione di:
- le cosiddette politiche economiche neoliberali di globalizzazione, che permettono al capitale finanziario transnazionale della Triade di decidere autonomamente su ogni questione, nel suo esclusivo interesse;
- il controllo militare del pianeta da parte degli Usa e dei loro alleati subordinati (Nato e Giappone), in modo da annichilire ogni tentativo, di qualsiasi Paese non appartenente alla Triade, di muoversi fuori del suo giogo.
In questo senso, tutti gli Stati del mondo che non sono della Triade sono nemici o potenziali nemici, eccetto quelli che accettano una completa sottomissione alla strategia politica ed economica della Triade, come le due nuove "repubbliche democratiche" di Arabia saudita e Qatar! La cosiddetta "comunità internazionale", a cui i media occidentali si riferiscono in continuazione, è quindi ridotta al G7 più Arabia saudita e Qatar.
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La flessibilità del lavoro e la crisi dell’economia italiana
Pasquale Tridico

L’obiettivo di questo articolo[1] è dimostrare che l’attuale crisi economica mondiale, in cui anche l’Italia è precipitata nel 2008, rappresenta per il nostro Paese solo l’ultimo stadio di un lungo declino che ha avuto inizio negli anni 90, o per essere più precisi nel biennio 1992/1993. In particolare, sostengono che le ragioni che spiegano il declino italiano, e in parte anche la recessione di oggi, così come la mancata ripresa dalla crisi, si possono trovare nelle riforme del mercato del lavoro. In particolare, la flessibilità del lavoro introdotta negli ultimi 15 anni, insieme ad altre politiche introdotte in parallelo fin dal 1992/93, hanno avuto conseguenze cumulative negative sulla disuguaglianza, sui consumi, sulla domanda aggregata, sulla produttività del lavoro e sulla dinamica del PIL.
Dalla flessibilità del lavoro al declino
Negli ultimi quindici anni il mercato del lavoro italiano ha conosciuto un profondo mutamento dal punto di vista legislativo, strutturale e sociale. L’origine di questo cambiamento può essere fatto risalire a quello che si è verificato dal 1993 in poi, ovvero da quando il Paese, successivamente alla recessione economica del 1992 e alla stipula del trattato di Maastricht decide di entrare fin da subito nell’Unione Economica e Monetaria. Questo voleva dire innanzitutto rispettare i criteri di Maastricht primo fra tutti la riduzione del tasso di inflazione, cosa che in Italia era particolarmente problematica. L’accordo del luglio 1993 voluto principalmente da Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, aveva esplicitamente come scopo la riduzione della spirale inflazionista attraverso una moderazione salariale e altri interventi come la politica dei redditi, la crescita degli investimenti innovativi, e l’aumento della produttività. Tuttavia, come molti economisti hanno dimostrato, questo accordo è stato in grande misura disatteso. Al contrario la politica di moderazione salariale e quindi la disinflazione ha avuto successo.
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Il liberalismo di Napolitano
Scritto da Diego Fusaro
La frase della settimana è indubbiamente quella pronunciata da Giorgio Napolitano: “non possiamo non dirci liberali”. Non è qui importante ragionare su chi l’ha pronunciata, su qual è il suo passato e quale la sua funzione presente. Occorre, invece, concentrarsi sulla cosa stessa. E la cosa stessa è presto identificata: nell’epoca schiusasi con la data-sineddoche del 1989 e con il trionfo della libertà pensata secondo il parametro aziendale libero-scambista, il pensiero liberale si è imposto come pensiero unico dominante.
Per questo, non passa giorno senza che esso accampi la sua arrogante pretesa di essere il solo modo legittimo di pensare, di esistere e di organizzare lo spazio sociale ridotto a teatro dell’economia divenuta il solo valore direttivo di riferimento. Oggi, in tutte le sue forme, in quelle più estremistiche come in quelle più temperate, il pensiero liberale che si autoproclama il solo giusto, valido e degno di essere praticato (“non possiamo non dirci liberali”) è sempre la funzione ideologica del capitale finanziario. Sbagliano quanti pensano che oggi “liberalismo” significhi ciò che significava ai tempi di Benedetto Croce: nel presente, esso è la pura e semplice sovrastruttura del nomos dell’economia, dello spread e della dittatura del mercato.
L’odierna epoca inauguratasi con l’inglorioso crollo dei comunismi storici assume come propria dimensione simbolica di riferimento il pensiero liberale e, insieme, si proclama come il tempo della fine delle ideologie.
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Riletture sulla globalizzazione: Stiglitz, Rodrik, Sassen, …
di Alessandro Visalli
Per ripercorrere alcuni nodi cruciali attraverso testi presentati nel blog nel corso del tempo potrà essere utile guardare agli interventi sulla “globalizzazione” di Joseph Stiglitz e di Dani Rodrik, ma anche alle classiche analisi di Saskia Sassen e a qualche altro intervento significativo, come il testo di Moretti.
Stiglitz era stato da poco Capo Economista della Banca Mondiale quando scrive, nel 2002, un aspro libretto sulla globalizzazione del “Washington Consensus”, un libro a ridosso dello schock delle crisi asiatiche e dell’ampia ondata di turbolenze finanziarie che precedono e seguono: “La globalizzazione e i suoi oppositori”.
Ma torna sul tema con un altro libro nel 2006, “La globalizzazione che funziona”, nel quale intravede la tempesta che si avvicina. Il punto di attacco, sul quale torna spesso (ad esempio nel recente articolo “Il lato sbagliato della globalizzazione”) è l’analisi di accordi commerciali iniqui e distorsivi guidati dalle aziende multinazionali.
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Paolo Leon sul capitalismo e lo stato*
di Roberto Romano
Nell’ultimo periodo sono apparsi molti libri e saggi che indagano la crisi intervenuta nel 2007. Alcuni di questi descrivono la crisi, altri analizzano le insufficienze delle politiche adottate, altri ancora denunciano l’inadeguatezza delle istituzioni europee come di quelle internazionali. Il tratto comune è quello di una crisi che affonda le sue radici nell’insufficienza della domanda, nei migliori dei casi, e nella struttura finanziaria che avrebbe contaminato la così detta economia reale. Ma la crisi del 2007 è l’inizio della fine di un paradigma, più precisamente del paradigma reaganiano-thacheriano che ha costruito un particolare equilibrio tra stato e capitale. Cosa si cela dietro l’esaurimento di questo particolare paradigma? Quali sono i fenomeni sociali, economici e ri-produttivi del capitale che l’hanno determinato? Occorre passare dall’analisi allo studio del fenomeno che stiamo vivendo. In “Il capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche” (edito da Castelvecchi, collana Le Navi, 27 euro), Paolo Leon indaga la crisi del 2007 partendo dagli economisti classici (Smith, Ricardo e Marx) sostenendo che “non conosco un altro metodo capace di indagare sulla specifica natura di ogni trasformazione del capitalismo…”. Sostanzialmente un libro da studiare, con la possibilità di aprire delle nuove e inedite riflessioni sui temi e sulle tesi suggerite.
Sono tre le tesi dominanti che, assieme, concorrono a costruire una ragnatela del sapere e saper fare ricerca economica.
La prima tesi “dominante” è legata al conflitto capitale-stato.
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Capitalismo 2016. L’anno più nero dal 20091
di Antonio Carlo
1) Tutto peggiora: a) PIL inadeguato; b) disoccupazione incurabile; c) banche sull’orlo del baratro; d) diseguaglianze ingovernabili; e) mercato e commercio mondiale in crisi; 2) Segue: f) gli scandali fiscali; g) la guerra dei tassi bancari; h) l’emigrazione; i) il fallimento del G20 cinese e la debolezza dei poteri forti (e occulti); 3) Gli USA verso la stagnazione; 4) Cina e Giappone: declino senza ritorno; 5) L’Europa e la Brexit. L’inizio della fine; 6) Italia: finisce la farsa del governo Renzi; 7) Crisi economica e crisi politica. Impotenza e dissoluzione delle democrazie occidentali. USA verso un’esplosione socio-politica?
1) Tutto peggiora: a) PIL inadeguato; b) disoccupazione incurabile; c) banche sull’orlo del baratro; d) diseguaglianze ingovernabili; e) mercato e commercio mondiale in crisi.
A) PIL inadeguato. L’anno scorso la signora Lagarde in un’intervista affermò che la crescita del PIL mondiale era mediocre e tale sarebbe rimasta fino al 2020, dopo non era dato sapere cosa sarebbe accaduto2. Quest’anno l’elegantissima signora ha espresso posizioni analoghe3, di rincalzo la capo economista dell’OCSE, signora Mann, ha detto che siamo prigionieri di una crescita bassa e per il 2016 la previsione è ridotta al 2,9% (precedente 3,1%)4. Non ci si azzarda a parlare di stagnazione secolare come fa Larry Summers (e non solo lui), ma il concetto è sostanzialmente simile, si cresce poco e male: la tabella che segue basata sui dati del FMI, evidenzia come i sette grandi (G7), che hanno nelle loro mani il grosso della produzione mondiale con una frazione modesta della popolazione, siano sostanzialmente al ristagno.
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Sul significato politico del Green Pass
di Andrea Zhok
Per intendere il significato della protesta contro l’imposizione del GP bisogna comprenderne la natura ibrida.
In questa protesta confluiscono due spinte differenti, anche se compatibili.
1) Il “dissenso cognitivo”
La prima linea di contestazione è quella legata a ciò che possiamo chiamare uno “scandalo epistemico”, cioè la percezione da parte di un limitato numero di cittadini della crassa inadeguatezza delle motivazioni che dovrebbero giustificare l’introduzione della certificazione verde. Questa inadeguatezza è saltata agli occhi ad alcuni sia sul piano delle motivazioni giuridiche che su quello delle motivazioni sanitarie. Di questo gruppo fanno parte prevalentemente persone che avevano ragioni professionali o personali per approfondire autonomamente la questione, ad esempio perché studiosi o perché chiamati a dover decidere della vaccinazione dei propri figli, ecc.
Qui a muovere il tutto era ed è la chiara percezione che la normativa confluita nell’istituzione del Green Pass fosse incongrua con gli effetti che dichiarava di voler ottenere, fosse sproporzionata e discriminatoria, alimentasse un tipo di intervento sanitario (“il vaccino è l’unica salvezza”) che era dimostrabilmente sbagliato e controproducente.
La controparte di questo gruppo è rappresentato da persone che si sono fidate e si fidano della lezione dei media mainstream e dei resoconti delle autorità scientifiche nazionali, nonostante le massive contraddizioni in cui sono incorse.
Per ovvie ragioni il numero dei “dissenzienti cognitivi” è una esigua minoranza: visto che ogni approfondimento richiede tempo e capacità, chi si affida alle voci ufficiali è strutturalmente maggioranza, da sempre.
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L'euro dei nazi e il nostro
di Giorgio Gattei
La storia si ripete perchè la si dimentica
Antonio De Viti De Marco
1.
È stato con intelligenza che la Rete dei Comunisti, quando Toni Negri si mise a profetare dopo il crollo dell'URSS l'avvento dell'Impero unipolare americano1, gli oppose invece il precipitare del mondo in una condizione di imperialismi in competizione globale tra loro2. E fu altrettanto acuto il riconoscimento, fin da subito, della natura imperialista della Unione Europea in via d'accelerata espansione dopo l'introduzione dell'euro3. Però adesso che la contrapposizione degli interessi geo-economico-politici tra USA ed UE è più o meno generalmente riconosciuta, bisogna andare oltre prendendo ad esaminare anche la costituzione interna del polo imperialistico europeo che non è affatto formato da un insieme di nazioni omogenee e convergenti verso gli Stati Uniti d'Europa. Al contrario: esso risulta organizzato dal "nocciolo duro" di Germania e suoi satelliti attorniato dalla "periferia" dei Paesi mediterranei cosiddetti "maiali" (PIGS = Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), mentre la Francia si presenta sospesa tra l'appartenenza al "nocciolo duro" (come ritenuto a suo tempo da Mitterand e Sarkozy) oppure alla "periferia", come invece cominciano a temere le agenzie internazionali di rating.
E stata questa la conseguenza della nascita di un rapporto economico asimmetrico europeo imposto dal "nocciolo duro" (d'ora in poi il "centro") a danno della periferia. Questo rapporto di sfruttamento (perchè proprio di ciò si tratta) non ha tuttavia i caratteri classici del colonialismo con il centro che esporta manufatti in periferia ricevendone in cambio materieprime, perchè nella Zona Euro la periferia non arriva a coprire le proprie importazioni dal centro con esportazioni equivalenti (la sua bilancia commerciale infattiè in passivo, all'opposto di quella del centro che è in attivo), ma salda il disavanzo pagandolo nell'euro che è la moneta comune ad entrambi.
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«Meglio il materialismo storico piuttosto che la nuova teoria dell’effetto di sdoppiamento»
Andrea Catone
Caro RobertoIl ritardo con cui rispondo alle tue sollecitazioni a scrivere sul libro scritto da te e Costanzo Preve, Logica della storia e comunismo novecentesco - l’effetto di sdoppiamento, non è dovuto a cattiva volontà, ma a difficoltà reali nel misurarsi seriamente con una proposta di costruzione di una nuova teoria che si presenta dichiaratamente in alternativa al «materialismo storico “ortodosso”» (p. 59).
Certo, la definizione di cosa sia quest’ultimo è problematica, come osserva Preve nel complesso capitolo/saggio su “materialismo storico, storia universale del genere umano, valutazione del comunismo novecentesco”, proponendo di superare la dicotomia ortodossia/eresia. Tuttavia, mi sembra, in linea di massima, che il vostro bersaglio sia il marxismo sovietico, il materialismo storico e dialettico fino alle sue ultime versioni degli anni ‘80, come il libro I fondamenti di filosofia marxista-leninista di V. Afanas’ev. Bersaglio estremamente vulnerabile e facilissimo da colpire nel momento in cui afferma - a pochi anni dal rovescio del socialismo in URSS e dalla dissoluzione della stessa Unione sovietica - la “completa e definitiva” “vittoria del socialismo nell’URSS” (p. 63).
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Appunti (e spunti di riflessione) sulla maledizione pandemica
di Nicola Casale
Pubblichiamo questi “appunti” usciti su nucleocom.org, a nostro avviso particolarmente lucidi e preziosi. Se non mancano alcuni elementi di disaccordo, condividiamo appieno che l’«abbaglio micidiale» preso da buona parte degli antagonisti e dei rivoluzionari rispetto all’Emergenza da Covid-19 sia stata (e sia) – ancor più della «cretineria venduta come scienza» – la confusione tra “collettività” e Stato: cioè il nodo irrisolto delle disfatte rivoluzionarie del Novecento. Così come troviamo assai convincenti gli spunti di analisi sui modi e le ragioni della gestione cinese dell’epidemia (dal blocco alle cure ai vaccini) e del tutto condivisibili le annotazioni finali sulla mobilitazione contro il lasciapassare e l’obbligo vaccinale. Insomma, un po’ di aria fresca. Buona lettura.
Fin dal primo manifestarsi della pandemia una maledizione sembra aver colpito la gran parte della sinistra antagonista e di quella rivoluzionaria. Gli effetti più evidenti e grotteschi si vedono da quando sono iniziate le mobilitazioni di piazza contro il green pass e l’obbligo vaccinale, da cui il grosso di queste tendenze non solo si è tenuto rigorosamente a distanza, ma si è unito al coro governativo contro gli irresponsabili individualisti, negazionisti, no vax, fascisti, ecc.
Francamente non mi stupisco. Credo che queste reazioni fanno parte di una dinamica inevitabile che segue una situazione di sempre più profonda crisi del capitale, all’interno della quale le precedenti posture di classe proletaria e delle soggettività politiche che vi si sono sviluppate intorno sono destinate a subire un completo spiazzamento. L’epoca di cui si stanno definitivamente chiudendo anche gli strascichi è quella dello scontro tra proletariato e borghesia e quella che ora si manifesta con vigore (pur essendo da tempo iniziata) è quella tra capitalismo e comunismo.
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L’identità della sinistra come patologia politica
Andrea Zhok
1. Anamnesi
Il tema della perduta, fragile, confusa e smarrita identità della sinistra italiana rappresenta da tempo un luogo comune, del pensiero politico non meno che della satira. L’afasia politica del funzionario del PCI Michele Apicella in Palombella Rossa (1989) è attuale oggi quanto un quarto di secolo fa.
Per ribadire tale condizione patologica, divenuta oramai seconda natura, possiamo ricordare la recente riunione, tenutasi quasi clandestinamente tra i quattro partiti/movimenti che oggi si muovono alla sinistra del PD (Rifondazione Comunista, Sinistra Italiana, i civatiani di Possibile e SEL). Questi gruppi, riunitisi il 14 dicembre scorso per ‘trovare una sintesi’ in vista delle prossime elezioni amministrative, nella migliore tradizione della sinistra italiana non sono giunti ad alcun accordo. E per apprezzare appieno lo spirito tragicomico di questo fallimento è utile ricordare che questi quattro gruppi non rappresentano neppure la totalità del panorama politico alla sinistra del PD: andrebbero infatti aggiunti diversi gruppi a tutt’oggi non disciolti, anche se dallo statuto ontologico incerto, come i Verdi, l’Italia dei Valori, l’Altra Europa con Tsipras, e gli arancioni (De Magistris).
Tutto ciò ha un aspetto ovviamente comico, ma ha anche un lato tragico ben visibile se si pensa a cosa ciò significhi in termini di domanda politica priva di riferimenti credibili.
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Favole del reincanto
di Stefania Consigliere
E allora perché non mi sento antifascista? La prima ragione è strategica e generale: definirsi a partire dall’avversario è pericoloso
La trappola oppositiva
Come al solito fra me e il mondo qualcosa non torna. Questa volta è il fatto di non sentirmi particolarmente antifascista e proprio mentre i resti della sinistra e del pensiero critico sembrano trovare una piattaforma comune nel definirsi tutti come tali. Riconosco che non è un buon inizio. Fascismo, nazismo e totalitarismo mi ossessionano almeno fin da quando gli anni Settanta hanno inciso brandelli di storia e di politica nel mio (in)conscio di bambina. Mi angosciava l’idea che intere nazioni avessero potuto idolatrare un Mussolini o un Hitler, tollerare l’esistenza dei campi o trovare sensata l’eliminazione di ogni differenza. Poi l’ultimo paio di decenni mi ha ben chiarito cosa può uno Stato, quanti e quali investimenti in paura, coazione, intossicamento e scissione siano necessari per insegnare agli umani l’alienazione da sé e dal mondo.
E allora perché non mi sento antifascista? La prima ragione è strategica e generale: definirsi a partire dall’avversario è pericoloso. C’è un mimetismo nascosto, una fratellanza segreta fra A e non-A che satura il campo del pensabile e nasconde tutto ciò che, essendo altro, rifiuta di farsi catturare nella logica binaria. Questa trappola concettuale ha avvelenato lo spazio politico novecentesco, generando ortodossie speculari e spingendo tutto il resto ai margini e nell’insignificanza. Meglio allora definirsi a partire da ciò che si è o si vorrebbe essere.
La seconda ragione più difficile da fissare.
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Denaro senza valore!
di Franco Senia
E' trascorso più di un anno da quel 18 luglio del 2012, quando, in seguito ad un errore medico, Robert Kurz è morto, all'età di 68 anni. Una morte prematura che ha interrotto un immenso lavoro durato più di 25 anni. Nato a Norimberga, dove ha trascorso tutta la sua vita, Kurz partecipò alla "rivolta degli studenti", al cosiddetto "1968", e alle discussioni che ne seguirono all'interno della "nuova sinistra". Dopo una brevissima adesione al marxismo-leninismo, e senza mai aderire ai "Verdi", nel 1987 fondò la rivista "Marxistische Kritik", ribattezzata dopo qualche anno "Krisis". La rilettura di Marx proposta da Kurz e dai suoi compagni (fra cui, Roswitha Scholz, Peter Klein, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle) non creò loro molti amici nella sinistra radicale, dal momento che ne attaccava, uno dopo l'altro tutti i dogmi, dalla "lotta di classe" al "lavoro", rimettendo in discussione gli stessi fondamenti della società capitalista: valore di mercato, lavoro astratto, denaro e merce, stato e nazione. Ne "Il collasso della modernizzazione", scritto nel 1991, afferma che, nel momento stesso del "trionfo occidentale", conseguente alla fine dell'Unione Sovietica, i giorni della società del mercato mondiale sono contati, e che la fine del "socialismo reale" è stata solamente una tappa.
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Capitalismo, tecnologia, ambiente
E.R.
Il marxismo è spesso accusato di cecità in relazione agli effetti devastanti del capitalismo sull'ambiente naturale. Nella maggior parte dei casi, il marxismo è ritratto dai suoi critici e da molti dei suoi sostenitori, con una teoria che sostiene il trattamento e le relazioni che il capitalismo sviluppa con la natura, e anche come una teoria che sostiene l'estensione e la intensificazione crescente di questa distruzione. La crescita sempre maggiore della produzione e lo sviluppo di tecnologie per assicurarlo sono generalmente considerati come fine a se stessi per il marxismo.
In realtà, questo è vero per le varie varianti del marxismo dominanti durante il XX secolo. Tuttavia, questo non è vero per lo stesso Marx, per cui è possibile sviluppare una forma di marxismo critico che rifiuta questo punto di vista. Questo testo è un contributo a questa forma di critica. Anche se alcuni marxiani hanno voluto approfondite ricerche per dimostrare che Marx era in realtà tutt'altro che cieco all’antagonismo fondamentale tra il capitalismo e la natura (vedi Marx e la Natura (1999) di Paul Burkett e Ecologia di Marx (2000) di John Bellamy Foster), mi limito qui, inizialmente, a due brevi citazioni dagli scritti della maturità di Marx che illustrano chiaramente la sua consapevolezza di questa realtà.
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Syriza, l’Europa e la dura legge del Minotauro
Note sulla congiuntura attuale a partire da “Il Minotauro globale” di Yanis Varoufakis
di Miguel Mellino
Politica e mitologia
Yanis Varoufakis è balzato definitivamente alla ribalta dopo la vittoria di Syriza in Grecia. L’arrivo di Varoufakis nei labirinti del potere UE – come ministro delle finanze del governo Tsipras – può essere considerato come uno degli effetti più rilevanti del ciclo di lotte anti-austerity che è andato sviluppandosi nell’Europa meridiana, ma non solo, negli ultimi anni. La vittoria di Syriza pone l’UE come mai prima di fronte a un bivio: perseverare in modo diabolico nel proprio dispotismo neoliberista, e confermare così la sua guerra di classe alle diverse popolazioni europee, o cominciare a cedere a un movimento che prima o poi non potrà più contenere, se non ricorrendo a forme di violenza sempre più esplicite. Tsipras e Varoufakis rappresentano oggi qualcosa come il “punto nodale”, per riprendere qui un noto concetto lacaniano, dell’attuale scontro tra l’Europa costituita e l’Europa costituente. Al di là della mitologia costruita dai media soprattutto italiani sui “sembianti” di questi due uomini – ritratti spesso insieme, e che vanno da uno Tsipras cresciuto al “caldo del movimento no global” e della “tradizione della sinistra italiana” (come se questo di per sé fosse garanzia di qualcosa), a un Varoufakis “diverso” perché arrivato in moto al vertice dell’Eurogruppo (in un ibrido tra James Dean e Che Guevara) – sappiamo ancora poco del modo in cui intendono portare avanti la richiesta di una svolta anti-austerity in Europa per affidare unicamente al loro operato nell’ambito delle istituzioni comunitarie, ovvero alla “polizia” (per stare al modo in cui Jacques Ranciére ha definito le istituzioni sovrane moderne), il nostro futuro “politico”. E questo, ovviamente, al di là della buona volontà di entrambi. Forse si può ricavare qualche indizio in più di ciò che potrà accadere da una lettura del libro più importante di Yanis Varoufakis Il Minotauro globale (Asterios, 2012), rimasto misteriosamente in secondo piano (quasi mai citato) negli attuali dibattiti.
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La deflazione salariale spiegata agli operai della Whirlpool (che la conoscono già)
Sergio Cesaratto
Spiegare ai compagni della Whirpool cosa significhi deflazione salariale è in un certo senso imbarazzante. Suppongo che loro sappiano benissimo cosa significhi per averla provata sulla propria pelle. Il padrone glielo avrà spiegato mille e una volta: in tanti altri paesi i salari sono molto, ma molto più bassi che in Italia. Allora che fate? O i vostri salari diminuiscono, oppure decentriamo la produzione (oppure chiudiamo e basta). È la globalizzazione bellezza, e se a decidere è una multinazionale è ancor peggio perché il ricatto di spostare la produzione è più forte.
| BOX 1 – Deflazione salariale vuol dire competere con gli altri paesi giocando su un basso costo del lavoro. Si noti che questo vuol dire rinunciare a un ampio mercato interno per i prodotti – se i salari sono bassi, tali saranno anche i consumi – con l’obiettivo di conquistare mercati esteri. La strategia di deflazione salariale è detta anche deflazione competitiva: si punta a tenere prezzi e salari nazionali bassi per spiazzare i concorrenti sui mercati esteri. L’obiezione fondamentale alla deflazione competitiva è che se tutti i paesi adottano questa strategia, chi compra? E’ questo il nodo fondamentale del capitalismo, per cui oggi si parla di stagnazione secolare, un pericolo che deriva dal pauroso aumento della diseguaglianza. |
Una prima linea di difesa dei lavoratori è nella qualità del lavoro, che non è la medesima in tutti i paesi ed è certamente più elevata in Italia. In sostanza quello che l’impresa guadagna via minori salari se sposta la produzione, lo perde sul piano della produttività (prodotto per lavoratore). Ma naturalmente questo è vero fino a un certo punto, in quanto le produzioni più standardizzate sono facilmente trasferibili, e con macchinario adeguato la produttività è la medesima. È solo quando il prodotto richiede conoscenze molto puntuali e non facilmente trasferibili che ci si difende bene.
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