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Al mio popolo
di Assata Shakur
Lo scorso 25 settembre è deceduta a Cuba Assata Shakur, importante membro delle Pantere Nere prima, della Black Liberation Army poi. La ricordiamo con un testo già pubblicato in Black Fire. Storia e teoria del proletariato nero negli Stati Uniti (DeriveApprodi, 2020; a cura di Anna Curcio), la trascrizione di un messaggio registrato mentre era in carcere
Fratelli neri, sorelle nere, voglio che sappiate che vi amo e spero che da qualche parte nei vostri cuori abbiate amore per me. Mi chiamo Assata Shakur (nome da schiava Joanne Chesimard), e sono una rivoluzionaria. Una rivoluzionaria nera. Con questo voglio dire che ho dichiarato guerra a tutte le forze che hanno violentato le nostre donne, castrato i nostri uomini e tenuto i nostri bambini a pancia vuota. Ho dichiarato guerra ai ricchi che prosperano sulla nostra povertà, ai politici che ci mentono con facce sorridenti, e a tutti i robot senza cervello e senza cuore che proteggono loro e le loro proprietà.
Sono una rivoluzionaria nera e, come tale, sono vittima di tutta l’ira, l’odio e la calunnia di cui l’America è capace.
Come tutti gli altri rivoluzionari neri, l’America sta cercando di linciarmi. Sono una rivoluzionaria nera, e per questo sono stata accusata e di ogni presunto crimine a cui si ritiene abbia partecipato una donna.
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Cosa accadrà all'Italia in autunno con la "dottrina Dombrovskis"
di Alessandro Volpi*
Il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per l'Economia (con deleghe anche alla Produttività, l'Attuazione e la Semplificazione) nella Commissione von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull'andamento dell'economia Ue nel 2026 e nel 2027, che l'unica strada è quella dell'austerità: poca spesa pubblica, poco debito e "cautela". Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle "stime di primavera" della Commissione von der Leyen.
La "crescita" nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore del 1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe "salire" all'1,4 nell'ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore. Dunque, l'economia della Ue, secondo le valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi, qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente!! Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall'effetto dell'intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l'intervento pubblico - e sottolineo pubblico - l'affanno sarebbe totale. Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno assai probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil sarà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l'Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. E' significativo notare che tra i paesi "virtuosi", sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell'Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.
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L’Europa ha oltrepassato un limite che non potrà mai più superare
di The Islander
Come ricordiamo spesso, questo spazio “Interventi”è finalizzato a ospitare contributi e opinioni interessanti, utili per inquadrare la complessità del mondo in modo razionale. Anche e soprattutto quando le analisi ospitate non coincidono perfettamente con le nostre.
Sulla mancata rapina degli “asset russi” depositati in Europa ci siamo espressi più volte, e restiamo convinti di aver centrato il problema.
Qui, comunque, nonostante una differenza di interpretazione su quale sia stato l’ostacolo principale per i “rapinatori” (se i pareri contrari di parecchi paesi membri oppure “i mercati”), il ruolo dell'”ecosistema finanziario globale” è delineato in modo chiaro.
E aiuta a comprendere la gravità – e la follia sistemica – dei caporioni della UE. Colonialisti nel cervello, ma senza più una visione realistica del mondo né le physique du rôle per imporre la propria volontà.
* * * *
Non con carri armati, non con trattati, non con dichiarazioni di guerra, ma con qualcosa di molto più permanente: la politicizzazione della proprietà sovrana.
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Un crimine storico: l’ONU consegna Gaza ai suoi carnefici
di Karim
Dice l’autore della Newsletter BettBeat qui sotto riportata, che “la salvezza non verrà dall'alto”: giustissimo ed assodato! Dice che quello consumato in sede ONU il 17 novembre è “un tradimento”. Non concordiamo con tale giudizio poiché per noi è assodato che l’ONU è un consesso del potere capitalistico mondiale dove si cerca di far quadrare i conti fra i diversi e contrapposti interessi di Stati e “blocchi” capitalistici, comunque e sempre orientati dal loro comune obiettivo di contenere e stroncare ogni potenziale di forza rivoluzionaria che si manifesti ai quattro angoli del mondo.
L’atto di “tradimento istituzionale” siglato dal Consiglio di sicurezza il 17 novembre con un voto schiacciante di 13 a 0 e l’astensione dei due pezzi grossi russo e cinese, non è che l’ultimo atto di una lunga storia di infame e criminale real-politik delle diplomazie e cancellerie borghesi. Vogliamo ricordare fra gli altri e in quanto particolarmente infame e criminale, la liquidazione del grande patriota rivoluzionario africano Patrice Lumumba avvenuta sotto la copertura ONU. Anno 1961!
Sono passati 64 anni da quella operazione criminale e la situazione è ben diversa: la forza rivoluzionaria in Palestina e in tutta l’Asia occidentale è ben lontana dall’essere liquidata. Nonostante tutti i pesanti colpi subiti, l’Asse della Resistenza è in piedi. Non è stato (ancora) disarmato. Non è in ginocchio. Gli accordi criminali siglati in sede ONU senza alcun voto contrario e con l’astensione di Russia e Cina, devono “essere ratificati” sul campo di battaglia a Gaza, in Libano, nello Yemen, in Iran.
Detto questo, lettura altamente consigliata! [Lo Sparviero]
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Diciottesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE VIII
I. I club
Indubbiamente il fulcro, il punto nodale, più importante e diffuso del lavoro di risveglio ed educazione culturale dei sindacati è dato dai club. Ho già sottolineato quanto continui a impetuosamente crescere il numero dei club. Si tratta del lavoro più nuovo, e quindi sconosciuto, di quelli affrontati, per cui siamo tenuti a cercare, a escogitare dalla A alla Z forme di attuazione altrettanto nuove, correggendo i nostri errori sul campo, in base all’esperienza maturata.1
Continuiamo l’analisi dell’intervento fiume del compagno Tomskij partendo da dove ci eravamo lasciati. Il capo dei profsojuz poneva l’accento sul LAVORO CULTURALE che il sindacato era chiamato a compiere. Qui comincia a mettere i puntini sulle i.
E siccome nessuno dei nostri ha mai pensato di popolarizzare la questione, lasciandola ad ambiti puramente accademici (dove, sinceramente, ammesso e non concesso che si sia mai andati a fondo nella questione, il bacino di utenza, la ricaduta di tali risultati su una platea di milioni di compagni è stata, storicamente, del tutto irrilevante) è il caso anche qui di conoscere un po’ più da vicino questi club o, così come erano definiti ufficialmente, gli “enti clubistici” (клубные учреждения).
Nascono verso la fine del XIX secolo2, come Case del popolo () dove convivevano biblioteca con sala lettura, aula per i corsi serali, piuttosto che sala conferenze e piccoli teatri. Ovviamente l’autofinanziamento e la scarsità di mezzi non erano un buon viatico per la loro diffusione e, nel 1914 il totale di tali strutture era di 237.
Numero che sarebbe aumentato, nel giro di pochi anni, in maniera esponenziale. Diamo subito un quadro della loro evoluzione da allora, così da toglierci ogni suspense… e cominciare ad avere una prima idea delle dimensioni del fenomeno3:
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Disputa operaia esplosiva
di Karlo Raveli
Per rivolgersi alle origini realmente determinanti di fenomeni spaventosi come guerre, genocidi, degenerazioni climatiche, ambientali, ecologiche o elettromagnetiche, e la stessa ormai sempre più emergente crisi di riproduzione della specie – caso italiano in testa..? – risulta ormai indispensabile reimpostare concetti come ‘cambiamenti istituzionali’ e persino ‘rivoluzioni’ e così via. A cominciare dal sorpasso del vecchio anticapitalismo di ‘lotta di classe dei lavoratori’ così come da ingannevoli contesti e concetti di ‘popolo’ o ‘nazione’ di stampo statocentrista e colonialista.
Oramai approcci globali di sigillo tecnofeudale oltre che costantemente patriarcale.
* * * *
1.
Un salutare detonatore, apparso ultimamente nello Scaffale di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 17.3.2026 con l’articolo “Se l’inconscio va controcorrente e diventa uno dei mezzi di produzione della realtà”. Dove riflette sulla rigenerazione di concetti come lavoro, classe, proletariato e così via. Punzecchiando per esempio così: “la classe è unità degli interessi degli sfruttati e comunità nel desiderio”.
Però noi qui picchiamo ben più a fondo!
* * * *
2.
Con una miscela esplosiva scoperta recentemente e orientata verso l’indispensabile svolta epocale: accessibile in vari brani deflagranti di una ‘bozza operaia’ cartacea, fuori rete, segnalata qualche tempo fa’ proprio qui in Sinistrainrete da un articolo “sui qualia” (a).
Un abbozzo di dibattito che si rivela per esempio in circolazione tra femministe torinesi – a quanto pare soprattutto di NUDM – che converrebbe recuperare e accomunare in maniera intersezionale tra il più possibile di movimenti sociali radicali. Inclusi logicamente i nostri migranti, visto poi che si occupa parecchio di colonialismo.
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Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo
di Salvatore Bravo
Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste, poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia ed attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, in primis, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.
Rifondare il comunsmo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carrriere e redditi personali. Lo sguardo di Costanzo Preve su tali “figure di sistema”, non è “moralistico”, ma ha la capacità critica di palesarne la “funzione di resistenza al nuovo e di conservazione dello stato presente”. L’egemonia culturale delle oligarchie capitalistiche necessita degli “oratores”, i quali diffondono il “verbo del capitalismo”. Gli oratores sono “gli ultimi uomini descritti da Nietzsche”, essi hanno nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. L’unica legge perversa a cui obbediscono è la difesa dei loro interessi personali, essi vendono il loro “capitale culturale” alle oligarchie plutocratiche in cambio di “servili privilegi”, pertanto “lavorano” per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa.
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“Dimissioni!”, l’urlo che sale dalla società
di Sergio Cararo
E’ stato un voto nettamente politico quello per il NO, con cui la maggioranza del paese ha respinto la controriforma costituzionale voluta dal governo Meloni sull’ordinamento giudiziario.
E lo è stato non solo per le caratteristiche sociali e geografiche di chi ha votato NO, ma lo è anche per il segnale tutto politico che ha inviato sia al governo che al cosiddetto “campo largo” dell’opposizione. Su questo invitiamo a leggere con attenzione il grafico in coda a questo articolo.
Se si guarda alla composizione sociale del voto, quello giovanile è stato decisivo sia per l’aumento dell’affluenza che per il risultato. Tra studenti e studentesse il NO arriva a punte del 63%.
E’ il segno che la “generazione Gaza” – quella che ha riempito le piazze dell’indignazione in autunno – ha voluto concretizzare alla prima occasione questo suo ripudio politico e morale del governo in carica sia sui problemi interni che internazionali. E’ il segno di uno spirito critico attivo, magari ancora indeterminato nei suoi sbocchi politici, ma che sa riconoscere con certezza l’avversario principale da battere.
Anche se si guarda al voto degli italiani all’estero, il NO prevale tra quelli costretti ad emigrare in Europa (soprattutto giovani), e il SI in quelli integrati, conservatori e magari benestanti nei paesi “extracomunitari”.
Il dato interessante – e decisivo – di questo referendum è che la politicizzazione, e la conseguente polarizzazione, sono state la carta vincente, una vera rivelazione delle potenzialità di cambiamento esistenti nella società.
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Marxisti e credenti
di Salvatore Bravo
Costanzo Preve fu hegelo-marxiano, egli testimoniò lungo la sua esistenza la necessità ontologica del dialogo. Con il dialogo si attraversano le divisioni ideologiche per ritrovarsi sul fondamento, mai definitivo, della verità. Quest’ultima si rivela nella parresia, ma non è mai “morta cosa”, perché a essa ci si deve sempre riaccostare per ridefinirla e ascoltarne la presenza. L’incomunicabilità è “assenza di pensiero” che la filosofia contribuisce a sanare. Le barriere sclerotizzano la parola e la confinano nel silenzio irrazionale.
La contrapposizione fra marxisti e credenti ha favorito il “potere” che si consolida nel guerreggiare delle opposizioni, le quali contribuiscono alla disgregazione del popolo. Tale condizione ha accompagnato la Guerra fredda e, con la fine del comunismo reale, si è ulteriormente incancrenita, poiché la sconfitta storica ha inoculato nei marxisti sopravvissuti la vergogna di essere tali. Il confronto necessita di “chiarezza emotiva”, per cui la vergogna è sicuramente un limite alla parola. Colui che porta l’impronta della sconfitta e la vive come una colpa non è nelle condizioni di dialogare. Solo la pari dignità dei dialoganti consente alla parola il confronto creativo e razionale:
“Per un confronto infatti occorre essere in due, e mentre i cristiani esistono ancora e si fanno sentire, i marxisti sembrano vergognarsi di esser rimasti tali, e non sembrano neppure essere riusciti a mantenere quella rete minima di contatti e di lavoro comune da cui nascono le “rivoluzioni scientifiche” ed i mutamenti di paradigmi. In proposito l’entusiasmo e la solidarietà verso la cosiddetta “teologia della liberazione” (fenomeno essenzialmente latino-americano) sono fenomeni assai positivi, ma non possono sostituire una riflessione che si voglia realmente “interna” alle nostre difficoltà di “marxisti che non hanno mollato” nei confronti delle nuove problematiche culturali dei credenti[1]”.
La cultura marxiana ha il merito di aver liberato l’economia dai suoi processi di ipostatizzazione. Il metodo genealogico e il materialismo storico hanno liberato l’economia da una visione dogmatica. La critica alla religione mediante la ricostruzione della genesi sociale e di classe dimostra l’uso che di essa è stato fatto per eternizzare i principi economici delle classi dirigenti.
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Reportage da Cuba, assedio alla popolazione: modalità sopravvivenza
di Eleonora Piergallini
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese. L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie...
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese.
L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie, genitori in silenzio, bambini che aspettano. “Guarda quanto è vecchia quella bilancia” mi dice, scuotendo la testa, la mamma di una bambina, indicandomi una bilancia per pesare i neonati. Effettivamente, guardandola meglio, mi ricorda quelle che ho visto nei film d’epoca.
Mi viene a prendere il dottor Alioth Fernandez, primario di anestesia, che mi accoglie con un sorriso e una ferma stretta di mano. Ci addentriamo per i corridoi deserti dell’ospedale per trovare un posto tranquillo in cui parlare. È mezzogiorno, dalle finestre aperte delle stanze si sente solo il vento.
Entriamo in una sala con due poltrone e un divano, rivestiti con una tappezzeria antica, sui toni dell’ocra e marrone, quella delle case dei nonni. Al centro, un tavolino arredato con un fiorellino finto in un vasetto.
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Epidemie e metabolismo sociale: natura, capitalismo e fratture
di David C. Perlman e Ashly Vigneault
In questo articolo i due autori esplorano i legami tra la frattura metabolica dell'uomo con la natura e l'accelerazione dell'insorgenza di epidemie, che sono fondamentalmente correlate al modo di produzione capitalistico e al concomitante metabolismo sociale alienato. Utilizzando ricerche storiche ed epidemiologiche che vanno dall'ascesa della peste bubbonica all'emergere della COVID-19, Perlman e Vigneault riescono sapientemente a collegare questi concetti alla violazione dei limiti planetari che minaccia l'intera umanità
Sebbene le epidemie umane siano molto antecedenti al capitalismo, la loro comparsa sempre più accelerata a partire dalla rivoluzione industriale (ad esempio il colera), e soprattutto nella seconda metà del XX secolo (ad esempio l'HIV, la SARS, la COVID-19), è temporalmente e fondamentalmente correlata al modo di produzione capitalistico e alle conseguenti relazioni sociali, al metabolismo sociale alienato dalla natura e alla rapida accelerazione del superamento dei limiti del Sistema Terra.[1] Queste epidemie sono strettamente legate al capitalismo pienamente sviluppato, alla sua elevata velocità e alla circolazione, su lunghe distanze, di merci e lavoratori insieme ad animali, piante e organismi microscopici.[2] Queste interazioni sono mediate dai contatti umani con esistenti microrganismi potenzialmente patogeni - comprese le specie che subiscono un'evoluzione antropogenica - e dal loro impatto, in contesti socialmente costruiti, su popolazioni soggette in modo diseguale a fratture metaboliche e corporee provocate dal capitalismo.
Molte discussioni sulle epidemie presentano un approccio superficiale alle loro "cause", considerate come eventi sfortunati ma naturali e casuali, la cui comparsa non può essere prevenuta o evitata, ma che forse possono essere previsti e affrontati con interventi (ad esempio vaccini, farmaci, migliore ventilazione o acqua meno contaminata) che mediano il contatto con i microrganismi o il loro impatto.[3] Anche alcuni storici marxisti hanno trattato le epidemie, compresa la peste, come parte di «un mondo arbitrario di catastrofi naturali».[4]
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L’Unione europea scommette (i nostri soldi) sulla sconfitta della Russia
di Gianandrea Gaiani
La decisione di congelare a tempo indeterminato i beni finanziari russi in Europa e di procedere a un prestito comune da 90 miliardi di euro per finanziare l’Ucraina si presta a diverse valutazioni.
Senza voler ripetere i dettagli già ampiamente illustrati dall’articolo di Giacomo Gabellini, gli aspetti più rilevanti della vicenda sono almeno tre.
Il primo ha risvolti interni alla UE e alla tenuta della Commissione von der Leyen: è fallito il tentativo, reiterato per mesi da tutti i principali commissari europei e da molti leader nazionali, di sequestrare i beni russi per finanziare l’Ucraina giustificando l’atto illegale con il valore morale di sostenere Kiev col denaro del suo nemico russo.
Invece di lanciare proclami per mesi attribuendo patenti di “putiniani” a chiunque mettesse in dubbio l’opportunità e la legalità del furto degli asset russi, i leader europei avrebbero risparmiato molte brutte figure rinunciando alle dichiarazioni pubbliche (molte sopra le righe) e chiudendosi in una stanza, anche per litigare, ma per uscirne poi con una decisione precisa e condivisa.
La conseguenza di questo dilettantesco pressapochismo è un compromesso in cui hanno vinto le posizioni prudenti espresse da cinque nazioni, tra cui Italia e Belgio, preoccupate di dover affrontare cause giudiziarie e del crollo di credibilità dell’intera Area Euro agli occhi degli investitori internazionali.
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Sudan. L’altro genocidio
di Francesco Cappello
Il Sudan si trova al centro di dinamiche che rischiano di comprometterne ulteriormente l’integrità. Sono attivi fenomeni che provocano instabilità, ottimali per la continuazione dell’accaparramento delle risorse del paese africano da parte di agenti esterni
Non si tratta di una guerra civile tribale, ma di un genocidio pianificato alimentato da potenze straniere interessate alle ricchezze naturali, in particolare l’oro, complici la mancanza di attenzione internazionale e la complicità di paesi occidentali che sostengono l’RSF (forze di intervento rapido paramilitari) come fa la Francia, Israele, EAU e altri [*].
Il conflitto attuale è l’esplosione di una tensione irrisolta risalente, come vedremo, ai crimini del Darfur e al fallimento della transizione post-El Bashir, dove i generali in competizione, finanziati e armati da potenze esterne, si contendono il controllo strategico ed economico di un paese estremamente ricco di oro. Le vaste riserve d’oro del Sudan agiscono da calamita geopolitica, attirando l’interesse di potenze esterne che, attraverso il finanziamento di gruppi armati (le FSR, eredi delle milizie genocidarie), trasformano la ricchezza potenziale in un ciclo di violenza e guerra per procura.
L’entità dei massacri a danno della popolazione
A partire dall’inizio del secolo a oggi, l’analisi della letteratura consente di ricostruire alcune stime di massima sull’entità dei massacri a danno della popolazione civile. Un rapporto del Council on Foreign Relations (via il database CRED) stima che, nel periodo da settembre 2003 a gennaio 2005, ci siano state circa 121.582 morti nella regione del Darfur, con un “eccesso di mortalità” stimato di circa 118.142 morti. Université catholique de Louvain. Altre fonti (tra cui studi epidemiologici e analisi dell’ONU) riportano che fino al 2008 il totale delle morti (violenza + malattia/fame) potrebbe essersi avvicinato a circa 300.000 persone nella regione del Darfur. Guardian
Fonti più recenti relative al conflitto scoppiato nel 2023 indicano che solo nei primi mesi della guerra ci sono stati decine di migliaia di morti civili — ad esempio, un articolo riporta che il conflitto dal 2023 avrebbe causato “almeno 40.000 morti” in Sudan. AP News
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Bombe ferme, trattativa in corso
di Dante Barontini
Mr. Taco Trump non cambia mai. L’acronimo sfottente significa del resto “Trump fa sempre marcia indietro” (Trump Always Chickens Out).
Tornato da Pechino praticamente a mani vuote, senza aver ottenuto né in guerra né in diplomazia quella “vittoria” da sbandierare per uscire dall’angolo in cui si è chiuso con le sue mani, aveva di nuovo messo in piedi il format – a metà strada tra il mafioso e il western – “non c’è nulla da trattare, solo prendere o lasciare, altrimenti vi annientiamo”.
L’obbiettivo era esplicitamente Tehran, che prima, però, aveva infilato la proposta spiazzante sull’uranio arricchito in suo possesso, dichiarandosi disponibile a consegnarlo – sì – ma alla Russia, non agli Stati Uniti. E poi, davanti all’ukaze finale di Trump, aveva incaricato il presidente laico Massoud Pezeshkian di rispondere “trattare non significa arrendersi”.
A quel punto in tutto il mondo ci si metteva ad ascoltare il ticchettio dell’orologio in attesa dell’”inevitabile” nuovo attacco israelo-statunitense contro l’Iran. Anche i “mercati”, naturalmente, si erano disposti al peggio, con futures in calo su qualsiasi indice.
Poi nella serata di ieri (ora italiana) la retromarcia: “Ho dato ordine di sospendere l’attacco all’Iran perché ‘sono ora in corso seri negoziati’ che porteranno ad un accordo che risulterà pienamente accettabile per gli Stati Uniti d’America, così come per tutti i Paesi del Medio Oriente e oltre“.
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A la guerre, “bisogna accettare di perdere i nostri figli”
di Dante Barontini
Nell’Europa guerrafondaia degli svalvolati – ignobile gara tuttora in sospeso tra uomini e donne di potere politico – fin qui si erano prudentemente “tenuti bassi” gli imprenditori e i generali.
I primi, in genere, capiscono al volo che nel produrre armi ci si guadagna molto, ma quando vengono usate ci si può rimettere tutto (la loro pelle magari no, in genere scappano via molto prima che il gioco diventi davvero rischioso, ma affari e fabbriche sì).
I generali, invece, perché cominciano a intuire che le forme della guerra sono così cambiate – negli ultimi quattro anni – che loro stessi sono ora un po’ “disarmati” culturalmente, dovendo ancora metabolizzare le novità. Le quali, quando si parla di sparare, hanno una certa importanza…
Ma quando c’è da mostrarsi fuori di testa la classe dirigente francese riesce sempre a dare il meglio di sé, o comunque sopra la media. Due sortite chiariscono il concetto meglio di un lungo discorso.
Il presidente del consiglio di amministrazione di Airbus (gruppo industriale europeo dell’aeronautica), René Obermann, infrangendo uno dei più grandi tabù della difesa in Europa, ha dichiarato mercoledì che nazioni europee dovrebbero sviluppare un deterrente nucleare tattico congiunto per contrastare l’arsenale in espansione della Russia.
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Tsunami di occupazioni nelle scuole, gli studenti continuano a bloccare tutto
di Redazione - OSA, Opposizione Studentesca d'Alternativa
Questa mattina forse Giorgia Meloni si è svegliata pensando che il “weekend lungo” – come lo ha chiamato lei – dei solidali con la lotta dei palestinesi fosse finito. Invece, sono tante le scuole che in varie città d’Italia stanno venendo occupate da studentesse e studenti. I più giovani sanno bene che non bisogna distogliere l’attenzione dal genocidio in corso in Palestina, e non permetteranno che ciò accada.
Gli studenti continuano a fare proprie le parole lanciate dai portuali di Genova del CALP e poi fatte proprie dall’intero paese durante i due scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, chiamati dall’Unione Sindacale di Base e altri sindacati conflittuali: bloccare tutto, per imporre al governo di rompere tutti gli accordi con Israele e di porre fine al terrorismo sionista che colpisce tutto il Medio Oriente.
Il governo è alle strette, sotto il peso della sua complicità e della corsa verso il baratro del riarmo e della guerra fatta propria, chi più chi meno, da tutto l’arco parlamentare. I giovani stanno tenendo attiva un’opposizione reale in un paese in cui le coscienze si sono risvegliate, saldando la propria lotta con quella dei lavoratori.
Riportiamo qui sotto il comunicato nazionale diffuso dall’OSA – Opposizione Studentesca d’Alternativa in merito allo tsunami di occupazioni in corso.
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La Cina tra socialismo, mercato, tradizione e contraddizioni irrisolte
di Renato Rapino
Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Premessa
Mi sono imbattuto casualmente in questo video, di cui consiglio vivamente la visione integrale: https://www.youtube.com/watch?v=F5R-gbGKqLM&t=92s.
Ne ho tratto un articolo molto sintetico su un singolo aspetto, cioè le proteste di Tienanmen come momento di accesa lotta di classe; tuttavia, gli aspetti che il video mostra sono molti e tutti molto interessanti.
“Interessante” non è sinonimo di “vero”, ma sappiamo che la verità è un traguardo al quale possiamo solo approssimarci confrontandone tutti i frammenti.
Tienanmen oltre la propaganda: la lotta di classe cancellata dalla memoria del 1989
Quando in Occidente si parla delle proteste di Piazza Tiananmen del 1989, il racconto è quasi sempre lo stesso: giovani studenti democratici, ispirati ai valori liberali occidentali, schiacciati dalla repressione brutale del Partito Comunista Cinese. Dall’altra parte, la narrazione ufficiale cinese descrive quelle proteste come un tentativo di destabilizzazione sostenuto da influenze occidentali e da elementi “controrivoluzionari”.
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Da Zelensky all’Ungheria: la retorica della corruzione e il ritorno dell’oligarchia
di Gerardo Lisco
Diceva Karl Marx che la storia si ripete, prima come tragedia e poi come farsa. Oggi quella formula non è solo un aforisma: è una lente attraverso cui leggere la trasformazione delle democrazie contemporanee, sempre più svuotate e sempre meno capaci di rappresentare il demos.
Nel 2019 Volodymyr Zelensky viene portato al potere come volto nuovo, simbolo della lotta alla corruzione, costruito anche attraverso l’immaginario mediatico della serie Servant of the People. Una narrazione perfetta: l’uomo comune che abbatte il sistema. Ma dietro questa rappresentazione si cela un meccanismo già visto. Il passaggio aperto da Euromaidan non è stato soltanto un cambio interno: è stato un riallineamento geopolitico. E ogni riallineamento ha un prezzo. La gestione delle risorse internazionali, in particolare quelle dell’ International Monetary Fund, diventa allora terreno di opacità e conflitto, mostrando come la retorica anticorruzione possa facilmente trasformarsi in strumento di redistribuzione del potere all’interno delle élite, più che in reale rottura con esse. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: tensioni crescenti, escalation, guerra. La promessa di rinnovamento si traduce in instabilità.
Lo stesso schema si ripresenta oggi in Ungheria, dove il lungo ciclo di Viktor Orbán viene messo in discussione e la figura emergente di Péter Magyar viene presentata come alternativa credibile. Ed è proprio qui che emerge uno degli errori politici più evidenti del campo progressista europeo: l’esaltazione acritica di una figura che, lungi dal rappresentare una reale rottura, proviene dall’interno dello stesso sistema di potere.
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Dal buco nero del 41bis stavolta emerge una galassia di affari
di comidad
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia dell’umanità; anzi, pare più un’ovvietà. La vera scoperta per la gran parte della pubblica opinione è stata che il regime carcerario del 41bis prevede da un lato l’isolamento dei detenuti, dall’altro lato la possibilità di combinare i loro incontri durante le ore d’aria, tenendo anche sotto controllo le loro conversazioni. Un detenuto più isolato diventa per forza di cose più dipendente dai pochi incontri che gli vengono concessi con altri detenuti. Risulta quindi improprio definire il 41bis soltanto come carcere duro, poiché vi si riscontra anche una condizione di maggiore manipolabilità del detenuto; una manipolazione che per di più avviene in termini non trasparenti, poiché non è dato di sapere con quale criterio i detenuti vengano messi insieme nelle ore d’aria.
Per la divulgazione di quei verbali Delmastro ha subito una condanna in primo grado per violazione di segreti d’ufficio. In precedenza lo stesso Delmastro aveva dovuto affrontare l’indignazione di coloro che, pur approvando il regime del 41bis, ritengono politicamente scorretto esprimere eccessivo compiacimento per la sua durezza e per il disagio che può creare ai detenuti.
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Ursula ist kaput e l’anti-Ursuleide di Orgasmo
di Antonio Sanges
Secondo una nota tesi filosofica, il capitalismo avanzato starebbe colonizzando anche il sonno, estremo lembo non mercificato dell’esistenza umana. Come argomenta Johnatan Crary nell’agile e ormai classico 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, la società dei consumi spinge a un’attività perenne, sicché le ore di sonno diventano sempre meno perché durante il tempo che dovrebbe essere dedicato al riposo occorrerebbe lavorare e produrre. Inoltre, lo stesso capitalismo che sottrae il sonno vende sul mercato dei prodotti che inducono il sonno stesso, in un cortocircuito apparentemente paradossale. È notevole che la tesi di Crary non è tanto una profezia, né un’acuta teoria fondata su presupposti epistemologici influenzati da precise vedute ideologiche (direi nemmeno col senno del poi). Semmai, è la proposta al pubblico (e dunque l’immissione sul mercato in termini affascinanti, volendo tangenzialmente divagare e sottilizzare) di un dato di fatto. Che la società contemporanea spinga a produrre e dunque a erodere anche le ore di sonno è, sic et simpliciter, vero in termini teorici. Con un salto di senso, in termini storici e generazionali, invece, si traduce nella capitolazione e sconfitta dei moti rivoluzionari e di ribellione o, secondo un’altra prospettiva, dello spegnimento delle pulsioni erotiche o, ancora, diciamo pure della morte di Dioniso. Il fatto si è che sembra che per ribellarsi al capitalismo occorre non fare niente. Cioè, se il capitalismo erode il sonno, non serve più a nulla salire sulle barricate ma è più utile starsene a dormire perché il dormire stesso è un atto rivoluzionario.
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La vera "rottura" sancita a Davos
di Pepe Escobar
Qualunque cosa stiano tramando i Barbari, ciò che conta è che la Cina è già entrata nella fase successiva....
Davos 2026 è stato un caleidoscopio demente. L'unico modo possibile per sguazzare nel fango era indossare le cuffie e ricorrere alla Band of Gypsys che infrangeva le barriere sonore e affogava una serie di eventi francamente terrificanti, tra cui un collegamento Palantir-BlackRock connection, Big Tech incontra Big Finance; il “Master Plan” per Gaza; e l'acuta scombussolazione nello sfogo sfrenato del neo-Caligola, qui nella versione di 3 minuti.
Poi c'è stato quello che i frammentati media mainstream dell'Occidente hanno eretto come un discorso visionario: il mini-opus magnum del primo ministro canadese Minister Mark Carney, completo di – cos'altro – citazione di Tucidide (“I forti fanno quello che possono, e i deboli soffrono quello che devono”) per illustrare la “rottura” dell'“ordine internazionale basato su regole”, che era già un Morto che non cammina da almeno un anno.
E come non ridere dell'idea estremamente ricca di una lettera di 400 milionari e miliardari “patrioti” indirizzata ai capi di stato di Davos che chiedono di più “giustizia sociale”. Traduzione: sono terrorizzati – in modalità Paradiso Paranoico – dalla “rottura”, in realtà dal crollo avanzato dell'ethos neoliberista che li ha arricchiti in primo luogo.
Il discorso di Carney è stato un astuto e sensazionalistico espediente per – nella tesi – seppellire l'“ordine internazionale basato su regole”, in realtà l'eufemismo del momento, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, per indicare il dominio totale dell'oligarchia finanziaria anglo-americana.
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Gli Stati Uniti fanno fuori il regime di Kiev. Non serve più…
di The Islander
Andriy Yermak si dice “disgustato” dalla mancanza di supporto dopo il raid NABU. Non dovrebbe esserlo. Chiunque capisca come funzionano gli imperi sa esattamente cosa è appena successo: nel momento in cui smetti di essere strategicamente utile, non sei più protetto, vieni cancellato. E agli occhi dei sostenitori dell’Ucraina, l’utilità di Yermak è venuta meno nel momento in cui è diventato un ostacolo alla definizione dell’accordo a porte chiuse.
La coreografia della sua caduta racconta la storia. La NABU, lo strumento di precisione di Washington che lavora in nero come agenzia anticorruzione, non distrugge la vita del più potente alleato di Zelensky, a meno che il copione non sia stato approvato a un livello superiore.
Yermak si è dimesso nel giro di poche ore. Nessuna protesta. Nessuna resistenza. Poiché aveva capito qualcosa che Zelensky si rifiuta ancora di accettare, quando gli americani decidono che la purga è necessaria, l’unica domanda che rimane è chi verrà estromesso per primo.
Zelensky crede davvero che sacrificando i propri complici possa proteggere se stesso. Immagina che gettare Yermak in mare gli salverà la pelle. È l’ultima illusione di un uomo già sull’orlo del baratro, la convinzione che la lealtà alla macchina gli comprerà la pietà. Dovrebbe guardare negli occhi Saakashvili.
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Il nuovo disordine mondiale / 30 – Israele sull’orlo dell’abisso
di Sandro Moiso
Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma 2025, pp. 287, 18,50 euro
In occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni o con le allusioni». Affermazione fatta in un contesto in cui Bibi Netanyahu, da sempre indicato come uno degli sponsor dell’odio che portò al più importante omicidio politico della storia dello stato ebraico per mano di un ebreo di origini yemenite, si è tenuto lontano dalle celebrazioni molto probabilmente per timore delle contestazioni nei suoi confronti.
Ma ciò che qui è interessante annotare, più che il ricordo di un uomo che quando era «ministro della Difesa – poi beatificato dall’Occidente in seguito al suo assassinio a opera di fanatici oggi al governo in Israele – impiegò tutto il peso dell’IDF sui Territori rivelandone pienamente il carattere coloniale e di forza d’occupazione. Già nel 1987 il pugno della repressione – spari sulla folla, rastrellamenti, demolizioni e detenzione di massa – fu spietato, anche a fronte di un sollevamento prevalentemente civile e non armato», come ha giustamente ricordato Giovanni Iozzoli su Carmilla il 4 novembre di quest’anno, è costituito dal fatto che l’”abisso” evocato dall’attuale presidente israeliano è prossimo a quel “precipizio” indicato per il futuro di Israele da un altro ebreo israeliano, Michel Warschawski, fondatore del movimento anti-sionista Alternative Information Center fin dal 1984:
Il misto di nazionalismo offensivo e di vittimismo provoca all’interno della società israeliana una violenza che non è facile misurare dall’esterno. Eppure basta ascoltare le trasmissioni dei dibattiti alla Knesset per rendersene conto: [dove] si fa a gara a chi presenta il progetto di legge più drastico non solo contro i «terroristi» ma contro ogni forma di dissidenza in Israele. La Corte suprema e i media, ma spesso anche la polizia e la Procura, pur facendo parte delle strutture di polizia o militari., vengono regolarmente denunciati come anti-ebraici, e persino come «mafia di sinistra». […]
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Guardare il genocidio e non vederlo
di Maurizio Guerri
Le immagini della distruzione di Gaza sono la cifra del nostro tempo, ma «allo stesso tempo» provengono da un passato composito e illusoriamente archiviato, l’anacronismo della guerra e dello sterminio che fa irruzione nella trama del presente e lo irretisce. Si tratta allora di comprendere qual è il culto religioso che queste immagini paralizzanti stanno tramandando e radicando, a quale funzione politica assicurano il loro magnetismo, quali sono le modalità specifiche in cui entrano in rapporto con una tendenza storica che già Walter Benjamin e poi Jean Baudrillard, in epoche differenti, hanno sorpreso a «fare della sua peggiore alienazione un godimento estetico spettacolare». Anche per ricavarne in controluce il valore delle mobilitazioni del 22 settembre e i potenziali di rottura che quella giornata ci chiede di prendere in consegna e portare a maturazione.
* * * *
La pulizia etnica in corso a Gaza costituisce una delle più grandi tragedie della storia dopo la fine della Seconda guerra mondiale e noi ne siamo testimoni. Lo sterminio deliberato della popolazione civile con armi, sistemi elettronici, sostegno politico ed economico di Stati Uniti ed Europa avviene in diretta, così come in diretta è la distruzione deliberata di strutture sanitarie e il blocco dei rifornimenti di viveri e medicinali per gli abitanti di Gaza, bambini inclusi.
Ogni mattina i mezzi di informazione enunciano la cifra degli assassinati palestinesi che sono colpiti dai cecchini mentre cercano di avere un po’ d’acqua o un po’ di farina. Sarebbe stato difficile immaginare di poter vedere un’altra volta il tirassegno su civili inermi, dopo aver letto sui libri di storia i crimini di Amon Göth, che si divertiva a colpire col fucile di precisione prigionieri a caso del campo di Płaszów, prendendo la mira dal balcone della sua villa.
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Il Sud Africa e il dovere di prevenire il genocidio
di Stefano Bellucci*
Se le parole hanno un senso, gli stati non sono i governi e le nazioni non sono gli stati. Israele è uno stato ma la nazione israeliana non è il governo che guida il suo stato. Le accuse del Sud Africa al governo israeliano non sono un atto contro gli ebrei o contro lo stato di Israele, che anch’essi non sono la stessa cosa. La richiesta del governo del Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia di adottare misure cautelari nei confronti di Israele affinché il suo governo non attui un genocidio a Gaza è stata accolta favorevolmente dalla Corte stessa.
L’ANC, razzismo e genocidio
Il procedimento per evitare un genocidio istituito dal governo del Sud Africa a guida African National Congress (ANC) è rivolto al governo di emergenza nazionale guidato da Benjamin Netanyahu e non contro gli ebrei, come afferma qualche scellerato. Proprio come Hamas non è il volto di tutto il popolo palestinese, il governo israeliano non riflette il volere di tutta la nazione, che comprende anche arabi, musulmani e cristiani, non ce lo dimentichiamo. Il governo d’emergenza israeliano, infatti, comprende tutta una serie di piccoli partiti espressione di una galassia di destre religiose invasate e pericolose per gli israeliani stessi oltre che per i palestinesi. L’opposizione di sinistra è piccola ma esiste in Israele ed è formata dai laburisti e dai comunisti di Hadash.
Il Sud Africa ha un governo guidato dall’ANC, il partito di Nelson Mandela, ovvero dell’africano più popolare del ventesimo secolo. L’ANC è un partito di sinistra, anche se lo è solo sul piano sociale e non più su quello economico, dato che dopo trent’anni al potere il Sud Africa è uno dei paesi africani con i più alti tassi di disuguaglianza e criminalità del continente.
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Guerra ucraina: l'Europa deve riconsiderare i propri rischi
di Davide Malacaria
"Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l'Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative...
La macelleria ucraina prosegue il suo corso e le armi prodotte in Occidente continuano a fluire verso Kiev colpendo obiettivi e personale russo sia in Ucraina che in Russia. Mosca finora ha accettato tale situazione limitandosi a colpire le armi e i mercenari inviati dall’Occidente nei confini ucraini. Ma ciò potrebbe cambiare, come ha avvertito, in via indiretta il ministro degli Esteri Sergej Lavrov al Forum diplomatico di Antalya. In un discorso nel quale ha accolto con favore la possibilità di un rinnovato round negoziale sul conflitto, ha anche lanciato un avvertimento: “Alcuni potrebbero definirci una ‘tigre di carta’. Sconsiglierei questo tipo di paragoni. Abbiamo pazienza, ma a un certo punto la pazienza si esaurisce. Per fortuna nessuno sa esattamente dove si trovi questa linea rossa”.
Questo il commento di Ashes of Pompeii pubblicato sul sito del Ron Paul Institute: “Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l’Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative. Non si tratta semplicemente di fiducia nella deterrenza; è una convinzione più profonda e pericolosa di invulnerabilità intrinseca”.
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Re-Orient. Il ritorno di Marco Polo
di Pino Arlacchi
Siamo molto orgogliosi di proporre per sedimenti un articolo di Pino Arlacchi, sociologo di fama internazionale e per molti anni funzionario delle Nazioni Unite, oltre che collaboratore di lungo corso di Giovanni Falcone nella lotta contro la mafia. In questo articolo Arlacchi prova a delineare il possibile scenario di una ricomposizione – pacifica e progressiva – delle relazioni tra l’Europa e l’Asia, violentemente interrotte dall’insorgere delle recenti guerre (commerciali e reali) scatenate dal centro morente dell’impero americano, intenzionato con ogni mezzo – e in particolare con la violenza militare – a prolungare un dominio secolare oramai in crisi strutturale. L’auspicabile riconnessione eurasiatica può, a giudizio dell’autore, riattivare una tendenza di lunghissimo corso che, oltre la crisi del presente, potrebbe riaccendere l’antica vocazione dell’Italia e dell’Europa continentale al dialogo e allo scambio – fondato sui valori dell’amicizia, della cultura e della cooperazione pacifica – con il mondo asiatico e orientale. Nel segno di Marco Polo, questa è la strada che, secondo Arlacchi, l’Europa in crisi di identità dovrebbe percorrere per ritrovarsi e rilanciare il suo ruolo nel mondo (G.I.).
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Siamo di fronte a una svolta storica
di Stefano Vespo
Il dado è lanciato. Giulio Cesare, varcando il Rubicone, comprese perfettamente di stare tentando la sorte: le possibilità di qualunque sviluppo erano state aperte da quel gesto.
L’ attacco di Israele al regime iraniano lancia i dadi dei possibili scenari critici che questo attacco produrrà, scenari che coinvolgono l’intero pianeta. Esso accelera enormemente i processi dello sviluppo storico.
Occorre intanto definire che i reali antagonisti sono Israele e Iran e che la motivazione principale del conflitto non è affatto economica ma politica; o meglio, è quel misto di millenarismo apocalittico e imperialismo che è la dottrina del Grande Israele.
Israele vede nell’ Iran il più grande ostacolo al completamento dello sterminio dei Palestinesi e alla sua supremazia nel Medio Oriente.
Che tipo di guerra, quindi, sta per coinvolgerli? Essi sentono minacciata reciprocamente la propria sopravvivenza: si tratta quindi di un conflitto senza possibilità di soluzione che non sia la sconfitta o preferibilmente l’ eliminazione di uno dei due avversari.
La strategia di Israele si affida totalmente alla forza bellica e alla efficienza dell’ intelligence, oltre che alla strettissima collaborazione, quasi sudditanza, degli USA.
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Iran, l’aggressione della coalizione Epstein
di Fabrizio Casari
Come ampiamente previsto, nonostante i negoziati l’attacco israelo-americano all’Iran c’è stato e, con esso, anche la reazione iraniana che – come promesso – ha colpito le basi statunitensi nel Golfo. Un’aggressione programmata e voluta che diventa nella grande manipolazione politica e mediatica una “guerra preventiva”. Una volta di più si capisce il valore politico e persino etico che Trump assegna alla diplomazia e la mancata richiesta di autorizzazione al Congresso chiarisce anche quanto agisca al di fuori delle procedure costituzionali, con tanti saluti al famoso sistema di “pesi e contrappesi”. Questa è l’America trumpiana, che a differenza delle versioni precedenti, specializzate nell’imbellettare da “diritti umani e democrazia” la sua dimensione imperiale estera, presenta anche una involuzione autoritaria interna di natura fascistoide ormai irrefutabile.
Ridicola la presa di posizione europea che si guarda bene dal condannare l’aggressione israelo-americana ma condanna “gli attacchi iraniani” dimenticando che sono attacchi alle basi militari USA e non alla popolazione civile. Emerge, nella paccottiglia di Bruxelles, la vicenda del cosiddetto ministro della Difesa italiano fermo a Dubai perché non informato dell’attacco. Dopo essersi autonominato osservatore del “Board of Peace” senza vedere niente di quel che succede, la riduzione a cinepanettone del governo Meloni è compiuta. La culla ideologica del genocidio e della sostituzione del Diritto con la forza non ha più nemmeno interpreti all’altezza del dramma e si rifugia nell’avanspettacolo.
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La censura invisibile
Meta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità
di Mario Sommella
Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico
.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.
E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.
Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.
La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda
La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.
Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.
Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.
E nel corridoio non ti vede nessuno.
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Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

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Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
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