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Perché la guerra? Una riflessione psicoanalitica
di A. Marin
«Non c’è speranza nel voler sopprimere
le tendenze aggressive degli uomini […]
D’altronde non si tratta di abolire completamente
l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto
che non debba trovare espressione nella guerra»
S. Freud, Perché la guerra
Introduzione
Possono fattori economici, politici, demografici, ideologici, socio-culturali ed etnico-religiosi esaurire per intero lo spettro delle cause in grado di scatenare una guerra? Se ciò non è possibile, quale altra dimensione risulta necessario indagare e con quali strumenti, per reperire quelle cause che non rientrano in questo elenco? Può la psicoanalisi fornirci chiavi di lettura del fenomeno guerra che giustifichino la sua condizione endemica nella specie umana, al pari della religione? Quando la guerra venga studiata solo a partire dalle cause esterne sopra citate, obliterando il soggetto che singolarmente vi prende parte, non si rischia di compiere un’operazione astratta? Non risulta perciò necessario indagare la condizione dell’individuo come soggetto e come membro di un gruppo per far luce su quelle dinamiche, che lavorando sottotraccia a livello infra e inter individuale, segnano il destino dei singoli e dei popoli? E su quale piano dev’essere condotta quest’indagine se non su quello dell’inconscio, visto che quest’ultimo è quella parte sommersa di noi che interferisce nei nostri comportamenti coscienti e che struttura in profondità il nostro carattere? La strutturale ambivalenza emotiva del soggetto umano, i meccanismi di difesa della negazione e della proiezione, la sintomatologia depressiva e maniacale, nonché le figure cliniche della melanconia e della paranoia, hanno qualcosa a che fare con lo scatenamento della guerra? E la morte, con la conseguente più o meno riuscita elaborazione del lutto? Infine, è la guerra, nelle sue trasformazioni intervenute storicamente, un’invariante comportamentale connaturata alla specie umana? Per rispondere a tali domande indagheremo, seguendo diverse linee di pensiero, le dinamiche inconsce che agiscono all’interno dell’essere umano nel fenomeno guerra.
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Il piano dell’Iran per resistere a una lunga guerra contro America e Israele
di Shadi Ibrahim*
“L’Iran ha studiato le guerre statunitensi per oltre due decenni per costruire un sistema che distribuisca strutture di comando, armi e unità, affinché bombardare la nostra capitale non comprometta la nostra capacità di combattere la guerra.”
Con queste parole, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha riassunto l’essenza della strategia di difesa iraniana, in una dichiarazione rilasciata all’inizio della recente guerra e del colpo di mira militare tra Stati Uniti e Israele ai centri di comando a Teheran.
Araqchi voleva sottolineare che la struttura del sistema di difesa del suo paese era progettata per neutralizzare l’impatto del “colpo decisivo” su cui si basava la strategia militare di Stati Uniti e Israele.
La dichiarazione di Araqchi ha attirato l’attenzione nella sua descrizione della strategia iraniana come “difesa a mosaico decentralizzata“, un termine militare iraniano che esprime l’essenza della sua dottrina difensiva.
Questo termine suggerisce che l’idea centrale della difesa iraniana non sia quella di proteggere la capitale o anche l’alto comando, ma di garantire la continuità delle decisioni e la capacità di combattimento anche se si tratta di comandi superiori o strutture vitali.
Così facendo, Araqchi ha rivelato esplicitamente che l’Iran ha preparato la sua struttura militare per un lungo conflitto, in cui la guerra si condotta come un attrito prolungato, non come una battaglia fulminea decisa da un attacco aereo concentrato, come speravano Stati Uniti e Israele.
Guerre lampo e guerra prolungata
Molti paesi hanno sviluppato le loro moderne strategie militari secondo il principio della vittoria rapida e della resa rapida, che è stato uno dei principi fondamentali della dottrina militare israeliana sin dalla sua fondazione, e che è stato manifestato più di una volta, forse più chiaramente dalla Guerra dei Sei Giorni (giugno 1967).
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La guerra all'Iran si allarga
di Davide Malacaria
La grande guerra mediorientale si colloca nella più ampia disfida tra l’Impero d’Occidente e la Cina. Annotazione scontata, ma che pure va fatta. La nuova avventura bellica arriva non a caso dopo il regime-change venezuelano, che ha colpito un alleato chiave di Pechino, dal quale peraltro riceveva parte significativa dell’energia necessaria al suo sviluppo. Scompenso che la Cina si era affrettata a colmare incrementando l’acquisto del petrolio iraniano, ma l’attacco israelo-americano è arrivato prima che ne traesse beneficio.
È in questo quadro che si deve situare la strana guerra tra Afghanistan e Pakistan e la visita del premier indiano Narendra Modi in Israele prima che il Medio oriente si incendiasse. Infatti, i talebani hanno avviato uno scontro del tutto inspiegabile con Islamabad, con cui c’erano stati attriti transfrontalieri, ma alquanto relativi.
Tale guerra sta ponendo criticità a un alleato chiave della Cina usando delle frammentate milizie islamiche. Milizie supportate da esperti, altrimenti sarebbe impossibile per una compagine tanto arretrata tecnologicamente riuscire a colpire con precisione un impianto nucleare. Se si sta ai rapporti che legano India e Israele, soprattutto sul piano militare, si può ipotizzare la provenienza di tali esperti.
D’altronde la mossa di Modi, di visitare Israele mentre era ancora in corso il genocidio palestinese (non ancora interrotto) e con un conflitto in fieri contro l’Iran aveva tutta l’apparenza di una presa di posizione o, almeno, l’intenzione di Tel Aviv era quella di stringere ancora di più l’alleanza con Nuova Delhi in funzione anti-cinese, a motivo del loro sostegno all’Iran.
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Il metodo nella follia: comprendere la politica estera di Trump
di Thomas Fazi
Spesso vedo molta compiacenza nei circoli favorevoli alla multipolarità: si presume che la megatendenza sia in definitiva inarrestabile e che gli Stati Uniti non possano fare altro che rallentarla leggermente. Io ho una visione meno deterministica. Perché se parliamo di un nuovo ordine internazionale – che lo si voglia chiamare multipolare o policentrico – per definizione esso richiede un certo livello di ordine. Pertanto, semplicemente creando disordine e destabilizzazione permanenti, gli Stati Uniti e i loro vassalli possono creare seri problemi ai BRICS, e in effetti lo stanno già facendo. Quindi non sono convinto che l’approccio della Cina di evitare a tutti i costi il confronto con gli Stati Uniti darà necessariamente i suoi frutti nel lungo periodo. Ma suppongo che il tempo lo dirà.
Vorrei iniziare dicendo che le attuali tensioni e i cambiamenti geopolitici a cui stiamo assistendo non sono chiaramente una crisi come quelle che il mondo ha vissuto nel corso dell’ultimo secolo o dei secoli passati. Stiamo vivendo quella che è probabilmente la più grande transizione geopolitica della storia umana. Quello a cui stiamo assistendo è di fatto la fine di 500 anni di egemonia economica, politica e militare occidentale, che negli ultimi trent’anni, dopo la Guerra Fredda, si è manifestata sotto forma di egemonia globale assoluta e incontrastata degli Stati Uniti e dell’Occidente. Quel mondo è chiaramente finito e penso che le megatendenze relative alla multipolarità siano abbastanza chiare a tutti noi. Quindi non mi addentrerò troppo nei dettagli al riguardo.
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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Dubai: quello che i social non mostrano. Dalla schiavitù moderna alla 'lavatrice' di denaro sporco
di Michele Blanco
Dubai è una città ed emirato degli Emirati Arabi Uniti, nota per i negozi di lusso, gli edifici ultramoderni e la vivace scena notturna. Burj Khalifa, una torre di 830 m, spicca tra i grattacieli del paesaggio urbano. Ai suoi piedi si trova la Dubai Fountain, i cui spruzzi d'acqua creano coreografie con musica e luci. Sulle isole artificiali poco distanti dalla costa si trova Atlantis The Palm, un resort con parchi acquatici e animali marini.
Questa è L'immagine ma vediamo altre caratteristiche che nessuno dei maggiori mass media italiani ci informa.
Tra le nazioni contemporanee si basa su un tipo di contratto che secondo molti esperti giuslavoristi rappresenta un tipo di schiavitù moderna, proprio in senso letterale.
Il Global Slavery Index 2023 colloca gli UAE al settimo posto mondiale per prevalenza di forme di schiavitù moderna. Il sistema kafala lega lo status migratorio del lavoratore al datore di lavoro, che gli sequestra il passaporto. Se scappa, viene accusato di "absconding", un grave reato di inadempimento contrattuale, e rischia arresto e deportazione. Si tratta do 8 milioni di lavoratori migranti che vivono sequestrati da questo sistema. La Harvard International Review lo definisce chiaramente: il lavoratore è "preso in ostaggio."
Migliaia di lavoratori muoiono. E nessuno li conta.
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Una minaccia all’equilibrio tra esecutivo e giudici
di Francesco Pallante e Tomaso Montanari
La destra è estranea alla storia della Repubblica. Per questo vuole trasformare il potere giudiziario da potere di controllo in potere di supporto
Per cogliere il senso politico della riforma costituzionale della magistratura, il dato da cui occorre partire è l’estraneità della presidente del Consiglio, e del suo partito, dalla tradizione costituzionale della Repubblica democratica italiana. Un’estraneità che non è imputata in forza di una congettura di chi scrive ma, al contrario, risulta apertamente rivendicata dalla stessa Giorgia Meloni proprio nel momento più solenne della sua lunga carriera politica: il discorso con cui il 25 ottobre 2022 chiese la fiducia alla Camera dei Deputati. Queste le sue esatte parole: «Provengo da un’area culturale che è stata spesso confinata ai margini della Repubblica». È la sola ricorrenza della parola «Repubblica» nell’intero discorso (mentre «nazione» compare ben undici volte): ed è una ricorrenza in negativo, volta a esprimere una presa di distanza, un disconoscimento della Repubblica nata dalla Resistenza e, per questo, fondata sull’antifascismo.
Il significato è chiaro. Per chi proviene dall’«area culturale» fascista, l’Italia non è – non può essere – la Repubblica democratica e costituzionale; l’Italia è la nazione, vale a dire la comunità di sangue e di destino che si esprime attraverso l’identità e la tradizione (altri concetti-feticcio che, recuperati dalla visione politica fascista, ricorrono ossessivamente nel lessico della destra meloniana).
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Le piazze iraniane nella guerra: ciò che l’Occidente non vuole vedere
di Andrea Zhok
Mentre i bombardamenti colpiscono città e infrastrutture, in Iran folle immense scendono in piazza sotto le bombe. La guerra rafforza l’orgoglio nazionale e rivela la fragilità morale dell’Occidente
C’è una cosa che impressiona chi guarda i filmati provenienti dall’Iran in questi giorni. Accanto alla distruzione, ai bombardamenti talora apocalittici, si vedono quotidiane manifestazioni popolari in sfregio agli aggressori.
Letteralmente ogni giorno, in varie città iraniane si vedono enormi folle, in piazze e in luoghi pubblici, all’aperto, che manifestano a sostegno della propria indipendenza nazionale e della Repubblica islamica.
Non so se o cosa passi di tutto ciò sui media mainstream, che mi rifiuto di guardare da anni essendo una pura e semplice fucina di propaganda, ma queste manifestazioni sono testimoniate da un’infinità di filmati, spesso dall’interno della folla stessa.
Manifestano sotto ogni condizione, anche sotto le bombe, con alcune scene incredibili (missili e droni che attraversano il cielo e vengono maledetti dalla folla sottostante.)
Chiunque pensi che una roba del genere possa essere inscenata sotto coercizione è un cretino.
Naturalmente niente di tutto ciò significa che tutti siano, siano stati o saranno schierati con il governo nella politica ordinaria.
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Dopo Palestina, Libano, Siria, Venezuela e Iran, l’Eritrea?
Trump e Netaniahu: e ora il corno
di Fulvio Grimaldi
Grande Israele e raggio d’intervento
Guarda lontano e in tempo il Grande Israele in fieri. Priorità prima: prendersi ciò che l’ONU, nel 1948 ti aveva dato per poco più di metà. Poi prendersi tutta la Palestina. Poi del Libano un pezzo, quello con l’acqua, e la subalternità, poi della Siria il Golan e buona parte del sud del paese frantumato con il concorso di partner come USA (questo sempre), Turchia dei Fratelli Musulmani (organicamente dalla parte di chi rifiuta identità e sovranità arabe) con rispettiva milizia terroristica ISIS e Curdi. Infine l’Iran in quanto cadavere o, almeno morituro.
Infine, per modo di dire. Stabiliti rapporti di reciproco riconoscimento e di collaborazione con Stati in posizioni strategiche come Marocco, Kenia, Costa d’Avorio, è nel Ruanda come in Uganda, due sottoposti dell’imperialismo che servono a depredare il Congo a vantaggio delle compagnie minerarie occidentali, che Israele rinnova il suo ruolo di occhio onnipresente, di consulente Mossad, di agevolatore di affari che si avvalgano delle sue tecnologie militari e di sorveglianza e siano ricambiati con cobalto e terre rare. Non mancano i mercenari di Academy (già Blackwater) di Eric Prince da sempre in stretta collaborazione politico-operativa con gli analoghi elementi israeliani. Un ruolo praticato con alterno successo in America Latina, a partire dalla base di Bogotà, in quella Colombia che era chiamata l’Israele del subcontinente e che ora Gustavo Petro se l’è portata via (ce ne sarà anche per lui, come per il Venezuela moderatizzato e per l’Honduras da Trump restituito al narcotraffico).
Infine per modo di dire anche per l’Africa, dove la Menorah, il candelabro a sette braccia in arrivo dal tempio di Salomone sta illuminando di colonialismo sionista larghe lande del continente. Ne scegliamo una, forse la più significativa per gli obiettivi strategici formulati da Herzl e ribaditi con assoluta coerenza da un secolo e un quarto a questa parte: il Corno d’Africa, area di turbolenze croniche e potenzialmente più devastanti perfino degli attuali casini in Medioriente.
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“Attacco all’Iran è la nuova scommessa capitalista di Trump e soci”
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
«Pensare che Usa e Israele bombardano per liberare è infantile. Il vagheggiato rischio di una atomica di Teheran ricorda la fialetta “fake” di Colin Powell. Ridimensionare l’Iran significa mettere in sicurezza la zona per promuovere gli affari degli americani e dei loro alleati, a dispetto della Cina. Ma potrebbe andar male...»
Dall’Iran, al Bahrein, al Libano, alla Turchia, fino a Cipro. La guerra si spande e investe ormai anche i confini dell’Unione europea. A una settimana dall’inizio dell’attacco israelo-americano all’Iran, resta incerta la strategia di Trump e dei suoi alleati. Ne discutiamo con Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università Federico II, autore di Libercomunismo, che dedica ampio spazio alle cause capitalistiche degli attuali conflitti militari.
* * * *
Professor Brancaccio, nel suo ultimo libro lei ha sostenuto che la politica estera degli Stati Uniti è destinata ad assumere caratteri compulsivi, come “scatti nervosi di una mostruosa tigre ferita, chiusa nella sua stessa gabbia”. E ha previsto che da declamata isolazionista, l’America di Trump si sarebbe presto rimessa a tracciare i perimetri dell’impero col sangue. I fatti di questi giorni confermano la sua previsione?
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Arte e politica
di Gianmarco Pisa
È l’arte che interagisce dialetticamente con il reale, che riguarda l’uomo nella società e nella storia, con la sua vita, le sue evoluzioni e le sue trasformazioni, sempre dialetticamente intrecciate con la dinamica sociale, il conflitto sociale, e il divenire storico, la trasformazione storico-sociale, a essere propriamente arte.
Due le affermazioni, di estetica prima ancora che di politica, rese da Wim Wenders, il grande cineasta tedesco, durante l’incontro inaugurale della giuria della Berlinale 2026. La prima, sul potere trasformativo del cinema e sulla capacità di trasfigurare che l’arte, in generale, porta con sé: “Sì, i film possono cambiare il mondo. Non in senso politico. Nessun film ha mai davvero modificato il punto di vista di un politico. Tuttavia, possiamo influenzare il modo in cui le persone immaginano la propria vita”, ha dichiarato, aggiungendo poi che esiste una “grande frattura” tra chi aspira a “vivere la propria vita liberamente” e i governi “che hanno opinioni diverse”, e che i film possono magari “mettere in luce quella frattura”. La seconda, sul rapporto tra cinema e politica e, quindi, estensivamente, sul rapporto tra politica e arte: “Dobbiamo restare fuori dalla politica perché, se facciamo film dichiaratamente politici, entriamo nel campo della politica. Ma noi siamo il contrappeso della politica, siamo l’opposto della politica. Dobbiamo fare il lavoro delle persone, non quello dei politici”.
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Tirare il freno. Il paradosso delle Environmental Humanities
di Onofrio Romano
Ogni disciplina nasce quando qualcosa che sembrava ovvio smette di esserlo. La sociologia nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’ordine sociale cessa di apparire come un dato naturale e diventa una risorsa scarsa, minacciata, contendibile. Le Environmental Humanities nascono in circostanze non troppo diverse: quando a entrare in crisi non è soltanto un assetto istituzionale, ma il rapporto stesso tra la vita umana e il mondo che la sostiene.
Da qualche decennio, all’interno di alcuni cenacoli politico-intellettuali, lo spettro della crisi ecologica si fa pervasivo: diventa il problema fondamentale del nostro tempo, il nodo che strozza l’orizzonte del futuro. E, soprattutto, diventa un problema che non si lascia ricondurre a un semplice technical fix: non basta cambiare un carburante, aggiustare un motore. La crisi mette in gioco i discorsi che modellano i comportamenti, le immagini del mondo, le narrazioni che regolano la relazione fra umano e non umano. Segnala l’inadeguatezza di un intero immaginario.
Le EH si presentano così come un tentativo di fare luce sulle dimensioni culturali della crisi, incrociando narrazioni prodotte dalla società, dalla scienza, dalla letteratura, tenendo insieme connessione fra sfere esistenziali e pluralità dei modi di conoscenza. Il loro tratto distintivo è l’intreccio: tra discipline umanistiche, scienze sociali e scienze ambientali; tra analisi e concern; tra la ricerca e una progettualità implicitamente politica ed educativa.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce un passo dopo. Perché proprio nel momento in cui le EH si propongono di contrastare ciò che Luigi Pellizzoni chiama il «dominio neoliberale della natura», esse rischiano — e spesso finiscono — per adottarne inconsapevolmente la forma. Questo è il loro paradosso. E, come tutti i paradossi interessanti, non è un incidente locale: è un sintomo generale delle culture critiche del neoliberismo.
Per capire di che paradosso si tratti occorre introdurre una distinzione brutale ma necessaria: quella tra valori e forme.
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