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L’effetto contagio dei movimenti urbani globali
Intervista a David Harvey
Intervista al geografo marxista sulla traiettoria del suo pensiero e gli snodi politici del presente
L’intervista è stata realizzata giovedì 29 giugno a Bologna, dove Harvey era presente per la Summer School «Sovereignty and Social Movements» organizzata dall’Academy of Global Humanities and Critical Theories
. Abbiamo evidenziato col grassetto i passaggi politici a nostro avviso più significativi dell’intervista, che spazia dall’interpretazione di Marx all’analisi del capitalismo, dalla relazione tra mutazioni dello Stato e della città nel contesto neoliberale fino a una riflessione sui movimenti. Su di essi il geografo marxista analizza in particolare la dinamica di repentina diffusione delle mobilitazioni urbane a livello globale, come la sequenza di insorgenze del 2011-2013, indicando la necessità di cogliere quali elementi di profondità l’abbiano resa possibile. È su questo elemento che ci pare Harvey ponga una delle domande cruciali, ossia quale politica sia possibile costruire su questi processi. Una domanda tutt’ora senza risposta ma sulla quale rimane decisivo continuare ad interrogarsi.
Una versione ridotta di questa intervista è uscita su Il Manifesto il 13 luglio col titolo "Il contropotere è cittadino".
* * * *
I: Cominciamo dalle origini della tua elaborazione, che parte da Cambridge - dove non ti muovevi all'interno di un approccio marxiano – e a fine anni Sessanta muove sulla sponda opposta dell'Atlantico, a Baltimora.
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L’ideologia della governance
di Olimpia Malatesta
Alcune riflessioni sull’Europa e sull’ordoliberalismo a partire da un libro recente
«Governance» è una delle parole maggiormente utilizzate nel lessico politico contemporaneo. Ricorre con frequenza nei documenti ufficiali dell’OCSE, della Banca Mondiale e dell’Unione Europea e designa il passaggio dalle forme decisionali verticistiche e «Stato-centriche del policy making (tipiche del fordismo)» a forme di coordinazione politica ed economica orizzontali in cui i programmi da attuare vengono concordati attraverso reti che intrecciano diversi livelli: locale, regionale, statale, europeo e globale. Inserendosi nell’ampio novero di studi governamentali sul neoliberalismo, il libro di Giuliana Commisso, dal titolo La genealogia della governance: Dal liberalismo all’economia sociale di mercato (Asterios, 2016), si pone l’obiettivo di far luce sul significato e i limiti della governance, espressione nient’affatto disinteressata di un mondo che si vorrebbe post-ideologico. A tale scopo l’autrice individua nelle categorie concettuali foucaultiane lo strumento più adatto per ripercorrerne l’origine e si cimenta in un impegnativo riepilogo dei principali nodi teorici del pensatore francese, riuscendo a restituire la complessità del «dispositivo potere-sapere», a ricostruire la nascita della ragion di Stato nella sua accezione di pratica di governo e ad evidenziare il passaggio da questa alla governamentalità liberale prima e a quella neoliberale poi.
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Non comune
Jacques Rancière
Non la smettiamo un secondo di «fare del comune» e di «essere fatti dal comune». Tutto sta nel sapere quale
A prima vista sembrerebbe paradossale presentare, nell’ambito di questa mostra e nel contesto di una conferenza sul comunismo, una relazione dedicata al non comune. Per spiegare questa scelta devo cominciare scartando subito un malinteso. Il non comune di cui parlo non è l’individuale, il separato, l’unico. Per abbordare la questione del comune e del comunismo bisogna uscire dalla concezione che oppone la comunità alla solitudine o all’egoismo dell’individuo separato. In molti discorsi che vengono fatti sul comune, la comunità o il comunismo, è come se si trattasse di creare un comune che non esiste, come se la condizione degli individui nelle nostre società fosse una condizione di isolamento da denunciare, e cui dovremmo porre rimedio. Ci trasciniamo dietro ancora oggi la visione secondo cui il socialismo e il comunismo del XIX secolo hanno ereditato il pensiero contro-rivoluzionario. Questa visione ha fatto della Rivoluzione francese il compimento della catastrofe individualista moderna cominciata col protestantismo e proseguita con l’Illuminismo. Questo individualismo avrebbe strappato gli individui alla solidarietà e alla protezione del grande tessuto sociale costituito dalle gerarchie tradizionali, trasformandoli in atomi isolati. Ma conviene uscire da questa drammaturgia tragica dell’individualismo. Noi non siamo in alcun modo degli esseri isolati. I nostri pensieri, i nostri sentimenti, le nostre azioni individuali si inseriscono in una moltitudine di forme di comunità.
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Mazzucato e Jacobs, “Ripensare il capitalismo”
di Alessandro Visalli
Il libro del 2016 a cura di Mariana Mazzucato e Michael Jacobs è certamente ambizioso ed ampio, coinvolge autori come Joseph Stiglitz, Colin Crouch, Randall Wray, Andrew Haldane, William Lazonick, e poi specialisti come Dimitri Zenghelis e Carlota Pérez, ma anche Stephany Griffith-Jones e Stephanie Kelton, otto uomini e cinque donne, considerando anche i coautori.
Malgrado questo apprezzabile esercizio di bilanciamento di genere (migliorabile), il libro è piuttosto disomogeneo, e in alcune affermazioni non pienamente condivisibile, almeno per me, in particolare l’ultimo saggio, di Carlota Perez, che mi pare un “Majone in salsa verde”, è del tutto non condivisibile, mostra molto bene come nel discorso del tecnologo ambientalista (anche se nel caso non californiano) sia ben incorporato lo spirito del tempo.
Lo scopo dichiarato dei curatori è di trovare una comprensione più chiara di come effettivamente “funziona il capitalismo” in aperta critica del mainstream neoclassico (anche se talvolta ci si scivola dietro). A questo fine già nell’introduzione si mette nella prospettiva aperta dalla crisi del 2008, come esito di un lungo processo nel quale sono crollati ovunque gli investimenti e si è registrata una bassa crescita della produttività, i mercati finanziari quindi hanno in quella circostanza contribuito ad allocare male le risorse, sbagliando valutazione di rischio.
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Neoliberismo
Governare con la nostra libertà
Pierre Dardot, Christian Laval
«Neoliberismo»? Questa parola associa la novità («neo») con la libertà («liberalismo»). Vuol dire che è necessario essere neoliberisti per essere «assolutamente moderni» (per usare un’espressione di Arthur Rimbaud) ed essere anche interamente liberi, ma sempre proporzionalmente alla libertà di cui deve godere il capitale, come chiedeva Milton Friedman? Assolutamente no. Il neoliberismo non è più una novità, ormai, anche se non è così antico come alcuni sostengono; e tantomeno ci rende liberi. Anzi, si può dire che esso tenda a manipolare la nostra libertà in modo tale da impedirci qualunque scelta di vita alternativa a quella che surrettiziamente ci impone. Come dice Foucault, il neoliberismo ci governa attraverso la nostra libertà.
Una parola alquanto strana
Diciamolo, la parola «neoliberismo» è un termine politico strano, interessante e anche difficile da maneggiare. I neoliberisti non si rivendicano come tali, anzi addirittura respingono energicamente questa definizione.
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Confusione o complessità?
Un convegno su sviluppo capitalistico e ostilità
di Carmelo Buscema
Dal 6 all’8 giugno 2017, l’Università della Calabria ospita un convegno internazionale in memoria di Giovanni Arrighi a 30 anni dalla pubblicazione del testo, scritto con Fortunata Piselli, “Capitalist Development in Hostile Environments” (1987) che Donzelli ha recentemente pubblicato in italiano con il titolo: “Il capitalismo in un contesto ostile” (2017)
Grande è la confusione sotto e sopra il cielo. Ma, con buona pace di Mao Tse-Tung, questo rende la situazione oggi pessima, altro che eccellente!
Attraversiamo tempi in cui le bussole del pensiero critico sembrano impazzire, mentre quelle che orientano la politica e la prassi comune segnano avventurosi territori di frontiera,dove difficile è orientarsi e pericoloso è vivere. In essi siamo tutti ributtati a forza, presi nella morsa di tenaglie di odiosi e sistematici ricatti: della propaganda mediatica e dello sfogo frustrato di indignazione moralizzatrice; dello Stato di polizia securitario, sempre più oppressivo, e dell’insicurezza generalizzata provocata dal terrorismo; delle guerre tra settarismi religiosi e delle crescenti contese geopolitiche per l’accaparramento e la gestione delle risorse naturali e strategiche. Intanto, il lavoro si fa sempre più degradante sfruttamento nelle case, nei campi, in fabbrica, in strada, negli uffici e nelle aule dell’accademia. Mentre le minacce della disoccupazione e della precarietà assoluta sono sempre più ampia cappa che opprime potenzialità di benessere condiviso mai state così ricche. Anche per questa via, ci incuneiamo nel paradosso del più poderoso sviluppo della cooperazione sociale che, però – costretto entro i binari che ingiungono universalmente la valorizzazione gratuita del capitale e delle sue forme di potere sociale –, finisce con il preparare e affinare dispositivi di controllo del pensiero e della condotta di tutti come mai la storia ne ha conosciuti.
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Mariana Mazzucato e Michael Jacobs, “Rompere con l’ortodossia capitalistica”
di Alessandro Visalli
In attesa di leggere e commentare il libro degli autori “Ripensare il capitalismo”, da poco uscito per Laterza in italiano, può essere interessante leggere un articolo uscito su Dissent .
L’autore di “Lo stato innovatore” ed il suo coautore spendono come d’uso la prima parte per illustrare i fallimenti del capitalismo contemporaneo e la sua elevata disfunzionalità. Nella seconda correttamente gli autori dichiarano che le carenze del capitalismo non sono affatto temporanee, ma strutturali.
Sulla base della loro impostazione chiaramente riformista (gli autori sono parte degli organi consultivi del Labour di Corbyn) le linee di ripensamento del capitalismo, per salvarlo in qualche modo, sono tre:
- Il mercato, e i suoi attori, non possono essere pensati come delle entità astratte. Una sorta di ambiente, uno spazio neutro che preesiste agli attori (imprese, investitori e famiglie) che vi “entrano” per condurre scambi e prodursi in comportamenti conformi. Si tratta di un punto molto profondo, tutte le politiche blairiane sono state vendute come “conformi al mercato”, nel tacito presupposto che questo fosse l’ambiente esterno alla cui normatività occorresse solo adeguarsi.
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Lo Stato guardiano notturno
di Renato Caputo
L’ideologia liberista dominante nel nostro paese, con la complicità dei populisti, sta riducendo nuovamente lo Stato alla funzione di guardiano notturno di un modo di produzione in crescente crisi
Presentando alla facoltà di economia il “rapporto sullo Stato sociale 2017”, il prof. R. F. Pizzuti ha usato toni forti, descrivendo – come aveva già fatto L. Summers, ex segretario del Tesoro negli Usa – nei termini di stagnazione secolare l’attuale crisi strutturale del modo di produzione capitalistico. L’accumulazione capitalistica non accenna a ripartire – nonostante le alchimie monetariste delle Banche centrali che continuano a drogare il mercato inondandolo di liquidità – a causa del drastico calo degli investimenti e del conseguente “eccesso di risparmio” causati dalla perdurante crisi di sovrapproduzione. Nonostante i tentativi del capitale di rilanciare il processo di accumulazione scaricando gli effetti sociali negativi della crisi sulle classi subalterne, a partire dal radicale aumento della precarietà, la produttività resta bassa. Anche perché la lotta di classe condotta in modo preponderante dall’alto – grazie alla crescita con la crisi della pressione sugli occupati dell’esercito industriale di riserva – gli imprenditori non sono spinti a innovare il processo produttivo, sviluppando ulteriormente il capitale costante, ma puntano a rilanciare l’accumulazione comprimendo i salari, aumentando i ritmi e gli orari di lavoro e rilanciando le esportazioni.
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I miti dell’economia neoliberale
C. J. Polychroniou intervista Ha-Joon Chang
In questa lunga intervista al celebre economista sudcoreano Ha-Joon Chang, professore alla Cambridge University, sono affrontati i miti e le bugie dell’economia neoliberale, un sistema che Chang, citando Gore Vidal, definisce “libera impresa per i poveri e socialismo per i ricchi”. Il neoliberalismo ha diffuso la convinzione che ci sia un campo “oggettivo” dell’economia, nel quale la logica della politica non deve intromettersi, e così facendo ha sottratto le politiche economiche alla dinamica democratica, permettendo alle élite di fare ritirare il perimetro dello Stato e reindirizzarne le scelte a loro favore.
Per gli ultimi 40 anni circa, il neoliberalismo (scegliamo volutamente questo termine al posto del più usato “neoliberismo” NdVdE) ha regnato incontrastato su gran parte del mondo capitalista occidentale, producendo livelli di accumulazione di ricchezza senza precedenti per una manciata di individui e di multinazionali, mentre al resto della società si è chiesto di ingoiare austerità, stagnazione dei redditi e la continua riduzione dello stato sociale. Ma proprio quando tutti pensavamo che le contraddizioni del capitalismo neoliberale avessero raggiunto il loro penultimo stadio, culminando nel malcontento di massa e nell’opposizione al neoliberalismo globale, l’esito delle elezioni presidenziali 2016 negli Stati Uniti ha portato al potere un megalomane che aderisce all’economia capitalista neoliberale, pur opponendosi a grande parte della sua dimensione globale.
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Contro il liberoscambismo
Marco Veronese Passarella*
1. Introduzione
Il quesito sollevato dal titolo del seminario, Welfare o barbarie, evoca la drammatica alternativa posta da Rosa Luxemburg, sulla scorta di Friedrich Engels, esattamente un secolo fa: «la società Borghese si trova di fronte ad un dilemma, o transizione al socialismo o regressione nella barbarie» (Luxemburg 1915). Si noti che quell’«o» assumeva, per Luxemburg, un valore di disgiunzione esclusiva. Esprimeva, cioè, un’opposizione netta: socialismo oppure barbarie. Come è noto, di lì a poco una parte del mondo scelse il primo, con «l’assalto al cielo» delle classi lavoratrici russe – e sia pure tra le mille contraddizioni denunciate proprio da Luxemburg nel suo intenso scambio epistolare con Lenin e gli altri dirigenti socialisti dell’epoca. L’altra parte del mondo «civilizzato» piombò, invece, nella barbarie dei conflitti coloniali e dei campi di concentramento, delle deportazioni di massa e, infine, dello sterminio nucleare. Una barbarie che – troppo spesso viene dimenticato – fu preceduta da un periodo di straordinaria apertura dei mercati, ossia di intensificazione negli scambi di merci e nei flussi di capitale transnazionali. Il che stride con la tesi liberal-positivista allora in gran voga, e tuttora dominante, dei commerci quale veicolo di pace internazionale e di prosperità economica1.
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“L’inganno e le bugie”
di Elisabetta Teghil
L’esperienza neoliberista oggi può dirsi compiuta. Sono alcuni decenni almeno che si sta realizzando ed attuando e dal colpo di Stato in Cile in cui è stata sperimentata sono passati più di quarant’anni. Ha rivelato di essere il risultato di un voluto e devastante inganno imperniato su delle bugie grossolane che parlavano di crescita economica della società e di esaltazione delle capacità dell’individuo che si sarebbero realizzate con il riconoscimento del primato del mercato, inganno a cui ha chiesto di sacrificare tutto, da un minimo di giustizia sociale alla tutela dell’ambiente, ai contratti nazionali, ad una equa retribuzione, alla sanità e all’istruzione pubblica e gratuita….
Ma, malgrado tutto ciò, l’ideologia neoliberista sulle virtù del libero scambio continua ad imporsi grazie ad un apparato economico e politico che viene presentato come un dogma.
Il centro della nuova religione sono gli Usa e il Regno Unito che impongono alle istituzioni multilaterali il bello e il cattivo tempo, che manipolano i dati e le informazioni scomode in particolare riguardo all’occupazione e al potere d’acquisto delle popolazioni. E fanno questo non solo e non soltanto nei riguardi dei paesi che una volta si chiamavano in via di sviluppo, ma anche dei paesi occidentali utilizzando il grimaldello dei partiti così detti di sinistra.
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Gli strumenti dell’egemonia neoliberista
La global economic governance
Alessandra Algostino
Intervento alla serata “Ieri: Pinelli assassinato, Valpreda innocente, piazza Fontana strage di Stato. Oggi: neoliberismo, sfruttamento, progressiva erosione dei diritti, diseguaglianza e populismi”, a cura del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, presso il Csa Leoncavallo, Milano, 15 dicembre 2016
Vorrei iniziare quest’intervento muovendo da una sentenza, una sentenza molto particolare, pronunciata dal Tribunale Permanente dei Popoli, un tribunale di opinione, che interviene nei casi nei quali le domande di giustizia dei popoli non trovano ascolto. In questo caso il Tribunale si è pronunciato su istanza del movimento No Tav, al quale si sono uniti altri movimenti di opposizione alle grandi opere. Mi piace muovere da qui perché così ho l’occasione di ricordare una resistenza, che dura ormai da più di venticinque anni, una vera e propria lotta popolare.
Vi voglio citare due passaggi della sentenza: nel primo si rileva come “in Val di Susa si sono violati i diritti fondamentali degli abitanti e delle comunità locali” e si riconosce, invece, il valore della lotta contro il Tav, lotta che viene definita “una lotta esemplare”, i cui partecipanti, così come quelli che si oppongono all’aeroporto di Notre Dame des Landes o ad altri progetti, “devono essere considerate come ‘sentinelle che lanciano l’allarme’”; nel secondo passaggio si ragiona dell’“esistenza di un modello consolidato di comportamento nella gestione del territorio e delle dinamiche sociali” nella realizzazione delle grandi opere, un modello nel quale “i governi sono al servizio dei grandi interessi economici e finanziari, nazionali e sovranazionali e delle loro istituzioni”.
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L'”Economia degli Algoritmi” e il Nuovo Feudalesimo
di Thaddeus Howze
Secondo il futurologo Thaddeus Howze, i social media e la comunicazione digitale stanno rendendo sempre più invasive, onnipresenti e invisibili le tecniche pubblicitarie e di marketing; le stesse applicazioni tecnologiche, alla base di quella che Howze chiama “Economia degli Algoritmi”, porteranno ad un nuovo feudalesimo, in cui una piccolissima élite straordinariamente ricca stabilirà e controllerà attraverso regole apparentemente oggettive ed efficienti il destino di una forza lavoro impoverita e senza opportunità economiche, al pari di nuovi servi della gleba. Howze prende in esame in particolare la società Uber, considerata l’alfiere di un nuovo modo di fare impresa, in cui la forza lavoro free-lance è sottoposta a un’organizzazione e anche a una remunerazione secondo regole stabilite da algoritmi, programmi informatici che mirano a massimizzare il profitto delle aziende prevedendo e regolando il comportamento umano. Nella sua visione distopica, questa modalità di nuovo feudalesimo è destinata ad allargarsi a tutti i settori dell’economia. Da ZeroHedge.
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Ai fini di questo articolo, i modelli economici feudali implicano l’idea che un piccolissimo segmento della società sia straordinariamente ricco, mentre la maggior parte della popolazione lavora sodo, ha poche possibilità di scelta del lavoro che fa, e tende ad essere retribuita male per i propri sforzi.
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Apartheid di classe
di Elisabetta Teghil
Il neoliberismo è caratterizzato da politiche di basso costo della manodopera, riduzione della spesa pubblica, precarizzazione del lavoro e viene realizzato tramite un braccio armato, il FMI, e in Italia attraverso il PD.
Essendo una scelta ideologica si irradia a tutto campo nella società e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti e permeano anche la vita delle persone, addirittura entrano nella loro quotidianità. La miseria è sempre più grande nelle società così dette economicamente più avanzate e in particolare in quelle occidentali così come l’aumento del divario tra i redditi e la progressiva scomparsa degli universi autonomi di produzione culturale. E’ inaudito il cumulo di sofferenze prodotte da questo regime politico ed economico là dove si è imposto. Il termine regime non è usato casualmente e tanto meno eccessivo perché tale è il sistema politico in cui viviamo. E come tutti i regimi l’informazione è univoca e caratterizza tutti i media. Ma per l’Italia ha anche tratti di paese colonizzato dove le decisioni vengono prese altrove e gran parte della ricchezza prodotta espropriata dalle multinazionali.
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La schiavitù del capitale
di Alessandra Ciattini
La schiavitù non è un rottame del passato, ma un’istituzione riportata in auge dal capitalismo del Terzo Millennio
La schiavitù del capitale (Bologna 2017) è il nuovo libro di Luciano Canfora, che stupisce sempre per l’ampiezza della sua cultura e per la lucidità delle sue analisi, le quali delineano un quadro complessivo e sintetico delle prospettive storiche che abbiamo davanti a noi. Inoltre, si può cogliere tra le righe il piacere che prova lo studioso italiano, svolgendo il suo attento lavoro di ricerca, anche se da esso emerge un disegno drammatico.
La schiavitù del capitale è un saggio breve (111 pagine), nel quale vengono individuati in maniera precisa i gravissimi problemi della società contemporanea, che sarebbe caratterizzata dal “ritorno in grande stile del fenomeno della schiavitù come anello indispensabile del ‘cosiddetto capitalismo del Terzo Millennio’” (p. 69). Questo ritorno non deve meravigliarci, giacché conferma quanto sosteneva Aristotele: “la necessità e l’eternità della schiavitù” (p. 68).
Secondo Canfora la partita che è stata giocata nel corso del Novecento, iniziata con la Grande Guerra, è stata vinta da chi sfrutta e gli sconfitti sono stati gli sfruttati, ma è stato un grave errore credere che questa vicenda abbia posto fine alla storia.
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