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Valsusa. Default: la democrazia coloniale

nique la police

Tra i tanti significati che default assume, in inglese e nell’uso che ne viene fatto in italiano, ce ne sono due che caratterizzano il tipo di democrazia coloniale che viviamo. Il primo è legato direttamente al linguaggio economico-finanziario. Default è infatti la ristrutturazione del debito di uno stato. Assolutamente da evitare, per le banche e per chi ha investito in quel debito (non per chi ci ha scommesso contro), per cui il “rischio default” comporta durissime politiche di tagli alla spesa e all’assistenza pubblica. Il risultato? Coloniale anche se formalmente procurato da uno stato sovrano e senza intervento militare esterno. Per fare un esempio: recentemente Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, ha detto che la Grecia “ha margini di sovranità ormai molto limitati”. Potenza coloniale del rischio default.

L’altro significato, su cui focalizzarsi, è default inteso come automatismo, qualcosa che scatta all’avvio di un qualsiasi processo di avviamento di dispositivo. Ora sappiamo che esistono miriadi di forme di democrazia e che questa evoluzione, storica, di differenziazione della forma democratica racchiude significati meno legati al senso di libertà di quanto si possa immaginare. Ad esempio in Italia si riflette poco sul concetto di democrazia coloniale. Eppure storicamente Francia e Inghilterra sono state democrazie coloniali, dove, contemporaneamente al processo interno di democratizzazione borghese, si delineava una strategia di lunga durata di occupazione coloniale di territori extraeuropei. L’introduzione di un codice civile, di una rete di formazione e scolarizzazione e di una amministrazione pubblica rappresentavano, nei territori occupati, la microfisica di un potere coloniale a provenienza democratica.

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L'indignazione e la speranza

di Luca Mercalli

Ieri ho partecipato alla manifestazione in Val di Susa. Eravamo in migliaia, a manifestare pacificamente il nostro dissenso. Sui giornali e dalla politica solo menzogne

Sono appena rientrato dopo 6 ore di marcia a Chiomonte. Incredibile, un serpente umano colorato e festante proveniente da tutta Italia percorreva i boschi verdeggianti della media Valsusa in una giornata calda e luminosissima. La stima minima è di 50.000 persone, quella massima 100.000, fate voi... Statale del Monginevro bloccata e autostrada pure.

In queste ore ancora si sparano lacrimogeni, un teatro osceno per un Paese civile nel museo archeologico del villaggio neolitico della Maddalena di Chiomonte, che la polizia ha usurpato come suo quartier generale. Lì, nel punto di contatto tra manifestanti e poliziotti io non sono stato, e qualche ferito c'è, qualche sasso è volato, qualche episodio da deplorare può darsi che ci sia, ma aspettiamo a parlare quando avremo sentito i racconti e visto i video di chi era lì... Il 412 della polizia ha volato sopra di noi come fossimo stati in Afghanistan, dalle 8 alle 18 almeno, e sono 100 euro al minuto... io non ci sto, è uno scenario surreale per aprire un cantiere.

Ciò che vi vorrei dire a caldo è:

1) già ora le prime pagine dei giornali titolano di guerriglia, di back bloc e altre amenità simili: si tratta di elementi del tutto marginali della giornata, ciò che conta, e che doveva essere oggetto dei titoli, è l'enormità della gente normale qui confluita, cittadini italiani ed europei, famiglie con bambini, pensionati, professionisti, docenti, medici, artigiani, studenti che da tutta italia (pullman da Pisa, Macerata, Udine, Bologna, Genova...) hanno affrontato levatacce e disagi, per venire a passare una domenica di civile indignazione insieme a noi.

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Non c’è un’unica manovra per uscire dalla crisi

di Alfonso Gianni

Che la manovra finanziaria presentata da Tremonti non vada bene, sono in molti a dirlo. I motivi però sono diversi ed è proprio l’analisi di questi ultimi la cosa più interessante, assai più del testo in sé della manovra che non brilla certo per fantasia contabile. Ad essere colpiti sono infatti si soliti noti.

Prendiamo ad esempio l’aspetto più macroscopico della scelta governativa, quello di spostare al biennio 2013-2014 il grosso della manovra (40 miliardi se non più).E’ evidente l’intenzione di scaricare tutto sulle spalle del governo che verrà. Ma questo elemento può a sua volta essere guardato da punti di vista diversi e approdare quindi a conclusioni opposte.

Se seguiamo il ragionamento che idealmente si snoda lungo l’asse Scalfari-Napolitano – di tutto rispetto come si vede – se ne potrebbe trarre persino una considerazione positiva. Nel suo editoriale del 3 luglio, infatti, il fondatore di Repubblica, afferma che in fondo non c’è nulla di male se il peso maggiore della manovra è posticipato negli anni e ricade sui governi futuri, perché in sostanza questo corrisponderebbe al giudizio espresso in sede Ue sulla relativa sicurezza dei conti italiani a tutto il 2012 in virtù delle manovre precedenti. L’intervento sarebbe quindi propriamente posizionato nel biennio successivo 2013-2014, in quanto indispensabile per raggiungere entro lo scadere di quella data il pareggio di bilancio. E’ Scalfari stesso che riporta il parere del Presidente della Repubblica secondo cui tutto procederebbe secondo i tempi giusti e stabiliti.

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La manovra finanziaria da 47 miliardi: alcuni appunti

di Riccardo Achilli

In questo breve articolo, si analizzano alcuni dei tratti salienti della manovra finanziaria da 47 miliardi di euro di maggiori entrate e minori spese che il Governo si appresta a definire in questi giorni. L’intento è quello di dimostrare la natura socialmente regressiva di questa manovra, i suoi obiettivi etero-diretti (ovvero stabiliti dai mercati finanziari internazionali, desiderosi soltanto di rientrare rapidamente dalla loro esposizione con il debito pubblico italiano, anche se ciò significa una disastro sociale senza possibilità di risanare in modo strutturale i conti pubblici italiani) a cui sia la Commissione Europea che il nostro Governo sono asserviti. Si evidenzierà quindi come tale manovra finanziaria sia nata, e si sia formata nei suoi contenuti, in un modo del tutto analogo a quanto già fatto per la Grecia. E come, quindi, gli esiti (recessione economica, disastro sociale, ulteriore peggioramento dei conti pubblici, fino al limite del default) non potranno che essere gli stessi della Grecia, che stiamo osservando in questi giorni.


La manovra sulle entrate


E’ ancora prematuro parlare degli effetti tecnici legati alla manovra da 47 miliardi che il Governo si appresta a varare, perché siamo ancora in una fase di progettazione della manovra stessa. Alcune cose però già si possono anticipare. Spezzone importante della manovra è costituito dalla riforma fiscale, che si basa su due assi: la riduzione delle aliquote Irpef, dalle cinque attuali, a solo tre (20%, 30% e 40%) e l’incremento del gettito dell’IVA, aumentando soprattutto le attuali aliquote agevolate.

Vediamo nel dettaglio i singoli interventi, iniziando dall’Irpef.

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Quaranta miliardi tra Di Pietro e i referendum

Militant

sinistra che fare palle tagliateA qualche settimana dai referendum possiamo dire con certezza che si sta avverando ciò che era fin troppo facile pronosticare. Portata a casa la vittoria, i vari sciacalli politici hanno incamerato il sostegno per le loro manovre partitiche, senza che il significato del referendum fosse anche solo in minima parte recepito. Di Pietro, forte del suo impegno elettorale, ha trasformato quei voti (non suoi) in arma di ricatto per tutta l’opposizione parlamentare, tentando di riposizionarsi come alternativa “moderata” alla sinistra di Vendola. Intesa l’aria che tirava, e cioè che il vero leader della sinistra del PD sarebbe in ogni caso Vendola, sta attivando una serie di manovre per cercare di ostacolare la naturale leadership vendoliana, tenendosi aperta anche la strada centrista. Niente di nuovo, lo squallore del personaggio è pari solamente alla sua ignoranza. E neanche ci dispiace per tutti coloro che nel corso di questi anni vedevano nell’ex magistrato il campesino rivoluzionario della nuova sinistra. Di campesino gli rimarrà solo il linguaggio. Quello, purtroppo per lui, nessuna manovra elettorale potrà migliorarlo.

Tra Ferrero, Vendola e Di Pietro, la corsa a chi raggiunge prima l’accordo col PD è iniziata da un pezzo e non se ne vede l’uscita. Anche qui, sperare che l’impulso di partecipazione politica prodotto dai referendum sia servito a qualcosa significherebbe solo alimentare un inganno che va avanti da decenni. Nessuno vuole interagire con quel segmento di società che si è attivato politicamente per una battaglia antiliberista. L’unica protesta accettata è quella contro il governo Berlusconi. Ogni tipo di spinta sociale che travalichi l’obiettivo elettorale viene depotenziata o annacquata.

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La «modernità» è finita

di Alberto Burgio

Dopo 25 anni di precarizzazione del lavoro e bassi salari, aumento della disoccupazione e riduzione dei diritti sociali, crack finanziari e privatizzazioni, il giocattolo si è rotto. Se ne accorgerà la sinistra?

Cos'ha in comune il no alla privatizzazione dell'acqua con la cacciata della Moratti da Palazzo Marino? E il trionfo di De Magistris con la sepoltura del nucleare e del «legittimo impedimento»? È davvero l'antiberlusconismo la cifra della possente sberla inflitta dagli italiani alla cricca governante? Forse è il momento di rompere gli schemi imposti dal discorso neoliberista e di ricominciare - direbbe qualcuno - a «parlare dei rapporti di proprietà».

Partiamo da qualche dato che aggiorna la fotografia del Paese. In tutto il mondo la crisi esplosa tre anni fa morde nella carne viva dei più poveri, costretti a pagare il «risanamento» dei bilanci pubblici dissanguati a beneficio dei privati in bancarotta. La Grecia e il Portogallo rischiano di morire strangolati per mano degli esattori del debito (Commissione europea e Bce) garanti delle banche tedesche, francesi e inglesi. Ma in questo panorama l'Italia è un caso a parte. Grazie alle innovazioni della Seconda Repubblica, siamo tra le società più ineguali e ingiuste, un paradiso per ricchi ed evasori fiscali. Negli ultimi quindici anni la distanza tra il reddito medio e quello della metà più povera della popolazione è aumentata dalle nostre parti più che in tutti gli altri Paesi Ocse. I profitti netti delle maggiori imprese sono cresciuti, tra il 1995 e il 2008, del 75,4%. I salari sono precipitati al ventitreesimo posto (su trenta). La Banca d'Italia stima che il 10% più ricco possiede oltre il 45% della ricchezza immobiliare e finanziaria, mentre il 50% più povero deve arrangiarsi con il 9,8%. Intanto l'evasione fiscale (grazie alla rendita immobiliare e al lavoro autonomo) ha superato il 17% del pil (oltre 220 miliardi di euro l'anno). Quanto all'«uomo che ha fottuto un'intera nazione», nel 2010, nel pieno della crisi, ha guadagnato 2 miliardi e mezzo di euro.

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L’intenzione è quella

di Augusto Illuminati

Lo storico incontro di Arcore fra Berlusconi, Bossi e Tremonti si è chiuso, a quanto pare, con un nulla di fatto. Ne sono scaturite pensose dichiarazioni, tipo «E' programmata la riforma fiscale, poi vedremo cosa si potrà fare», meglio ancora «Noi vogliamo sempre farlo [il taglio delle aliquote], ma bisogna vedere se le condizioni ci consentiranno di farlo. L'intenzione è quella». L’intenzione. E chi ne dubita. Anche a me piacerebbe il taglio dell’aliquota marginale. Ma Tremonti sembra poco d’accordo. Anzi, qualcosa mi dice che la pressione fiscale in Italia sia destinata a salire. L’esito della riunione è sintetizzabile nelle confidenze del Premier al suo arrivo in serata al carosello dei Carabinieri a piazza di Siena: «È andato tutto bene, tranne che per Tremonti». Come dire: facciamoci un bloody Mary senza la vodka. L’intenzione, appunto.

Del resto, che la situazione economica non quadrasse con la disperata ricerca di regalìe elettorali lo si sapeva in partenza. Cos’altro intendeva il sottosegretario Gianni Letta alla vigilia del summit nella sede bunghesca di Villa San Martino, dopo aver parlato di giornate molto calde per i rapporti fra Pdl e Lega? Rivolgendosi a Mario Monti ha dichiarato: «Ti ringrazio per il richiamo alla responsabilità, quando hai detto che le prossime tre settimane saranno settimane chiave per l'Europa. Temo che lo saranno anche per l'Italia». Viene in mente una finanziaria da 46 miliardi, imposta da Europa, Fmi e agenzie di rating, altro che riforma fiscale, trasferimento del carico dalle imposte dirette a quelle indirette (con la Bce arcigna nemica dell’inflazione!) e allegre spese clientelari per rimpolpare l’elettorato “responsabile“ e acquietare i padani con «uffici di rappresentanza di ministeri altamente operativi» –cioè senza portafoglio, di seconda fila. In ogni caso, è confermato il pareggio del bilancio per il 2014. Stavolta la barzelletta l’ha raccontata il “libero servo” Alfano, non il Cav.

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Il paese della realtà virtuale

di  Francesco Piccioni

Cesare Battisti è definitivamente libero. Non più arrestabile. Al massimo potrà essere ucciso o rapito da qualche sicario inviato dai tanti fascisti di un paese fascista nella struttura culturale, prima ancora che nelle tessere di partiti in qualche modo riconducibili a quella fogna.


Ora possiamo dunque dirlo con chiarezza: Battisti è un piccolo uomo, forse uno scrittore - comunque mediocre. Il suo gruppo armato, negli anni '70, è stato uno dei più indifendibili; autore di azioni che, sparate ideologiche a parte, non trovavano senso politico neppure in quegli anni. Figuriamoci a 40 anni di distanza. Da esule, ha sempre anteposto se stesso alla "comunità" degli esuli, comportandosi al contrario di Oreste Scalzone e tanti altri.

Detto semplicemente: è un essere umano che per fortuna non abbiamo mai avuto la sventura di frequentare.

 
In ogni caso: ora è un uomo libero ed è giusto che lo sia.

Per chi non lo sa (e in Italia non lo sa nessuno, visto che la stampa si guarda bene dall'entrare nei dettagli, preferendo i "titoli forti” e i pugni al cervello): in qualsiasi paese si rifiuta l'estradizione se la pena prevista dal richiedente è superiore a quella in vigore in casa. Esempio: l'Italia, giustamente, non estrada (o non dovrebbe farlo) verso paesi in cui per quel reato è prevista la pena di morte.

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comitato notav


Appello per la democrazia e il rispetto della legalità in Val di Susa

Premessa

In questi giorni la Val di Susa sta vivendo momenti di tensione che ricordano quelli dell’autunno 2005 quando fu usata la forza per imporre l’apertura di un cantiere in vista della realizzazione del TAV Torino-Lione. Da allora nessun cantiere è stato aperto ma le promesse di governi di diverso colore di aprire un dialogo e un confronto con le istituzioni locali si sono dimostrate un inganno e le amministrazioni democraticamente elette, critiche sulla realizzazione della grande opera, non sono state riconosciute dal governo quali interlocutori affidabili e sono state estromesse dai tavoli di confronto.

Decine di migliaia di persone chiedono semplicemente di essere ascoltate, chiedono un confronto vero, pretendono che alle loro ragioni - scientificamente documentate - si risponda entrando nel merito. In cambio ricevono insulti e l’accusa di voler difendere il loro piccolo cortile, di volersi opporre al progresso, di non rispettare le regole: slogan e accuse infondate in risposta ad argomenti seri, a pratiche di protesta pacifica, all’utilizzo rigoroso di ogni spazio previsto da leggi e procedure.

L’opposizione al TAV Torino-Lione è diventata in questi anni un esempio di partecipazione democratica dal basso, di democrazia vera, di resistenza all’illegalità ed al sopruso in difesa dei beni comuni: un’opposizione popolare che può contare sul sostegno della comunità montana e di ben 24 consigli comunali.

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L'acqua inonda la Politica

Guido Viale

Che cosa lega i risultati dei referendum - se riusciranno a scavalcare i cavalli di frisia della Corte Costituzionale e del quorum - al "vento che cambia" delle ultime elezioni amministrative (un vento sempre più simile a quello che riempie le piazze di Atene e della Spagna contro l'azzeramento di ogni aspettativa per le nuove - e le vecchie - generazioni, ma che ha un preciso riscontro nelle rivolte che stanno cambiando il panorama politico del Mediterraneo e del Medio Oriente)? Per rimanere in Italia, con un occhio però ai paesi vicini, e al di là del ripudio di un modo di governare e di uno stile di vita che si è imposto per due decenni e più a tutto il paese, uno dei punti su cui tenere gli occhi puntati sono le opportunità che si aprirebbero con l'abrogazione dell'art. 23 bis della finanziaria 2008 (la norma che impone privatizzazione e svendita dei servizi pubblici locali), restituendo a sindaci e amministrazioni comunali le leve di una politica economica e industriale: quella che governo e opposizione, prigionieri del pensiero unico secondo cui non ci sono alternative al dominio dei mercati e della finanza, hanno da tempo rinunciato anche solo a formulare. Il quesito referendario restituisce ai sindaci - se lo vogliono - la possibilità di disporre di un insieme di "bracci operativi" per realizzare il loro mandato: che non è svendere il territorio per incassare oneri urbanistici al posto dell'Ici, o "salvare l'ordine pubblico" minacciato dai migranti musulmani; ma mettere in grado di governarsi tutti coloro che abitano su un territorio.

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La crociata per l’unipolarismo politico

di Walter G. Pozzi

È probabile che nel ’94 Berlusconi sia veramente apparso al potere economico come il gattopardiano elemento di continuità tra la prima e la seconda Repubblica. Così come è probabile che tale soluzione, in lui velocemente incarnatasi, fosse vista come un momento di passaggio, una reazione necessaria di fronte agli sconquassi creati da quella che, allora e fino a oggi, era vissuta dallo stesso potere come una ‘rivoluzione’ giudiziaria: una non programmata pulizia del Capitale. L’unica soluzione, in ogni caso, in grado di canalizzare e gestire senza sorprese una massa consistente di elettorato rimasto orfano delle vecchie sigle politiche, smembrate dalle inchieste della magistratura. Era un modo di ricomporre il pentapartito, con l’aggiunta della Lega nord e di Alleanza nazionale, all’interno di un unico blocco politico, e affrontare con successo la nuova stagione elettorale che si apriva sotto il segno del maggioritario.

Molti analisti politici, dopo una significativa esaltazione emotiva in favore dell’operato dei giudici, hanno creduto che Berlusconi potesse diventare il promotore di una nuova stagione liberale; il traghettatore dell’Italia verso la sponda della modernità.

Gli stessi capitani d’industria sopravvissuti a Tangentopoli, grazie a patteggiamenti e mille scuse, e i numerosi politici riciclatisi equamente nella boscaglia della nuova polarità politica, contavano di liquidare in tempi brevi la seconda Repubblica ed entrare in una terza stagione repubblicana; e di poterlo fare fortificati da una nuova Costituzione, dal ripristino di un effettivo (dal loro punto di vista) equilibrio tra i poteri dello stato, e dal reinserimento dell’immunità parlamentare.

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Come resistere al golpe

Carlo Formenti

Nessuna regola costituzionale può impedire che una democrazia si converta in regime autoritario. Nessun soggetto istituzionale super partes (Corti costituzionali, Presidenti, sovrani) ha mai impedito l’ascesa del duce di turno: non ne furono capaci né lo vollero – fra gli altri – Vittorio Emanuele III e Hinderburg. Ecco perché ritengo impraticabile la soluzione ventilata da Asor Rosa, il quale, su un numero del «manifesto» di qualche settimana fa, ha auspicato la possibilità di porre fine al regime berlusconiano attraverso un imprecisato intervento dall’alto, cui spetterebbe il compito di proclamare una sorta di schmittiano «Stato di eccezione». Impraticabile ma non, come si è sproloquiato da destra e da sinistra, «sovversiva»: in primo luogo perché un processo sovversivo è già in atto da tempo, poi perché il discorso di Asor Rosa pecca, semmai, di moderazione.

Premetto che, a mio parere, la democrazia – non solo in Italia – è finita da un pezzo, ma non credo che ciò significhi che assisteremo di nuovo ad arresti di massa, campi di concentramento e altri orrori di novecentesca memoria. È vero che la logica del regime richiede da un lato l’emarginazione di giornalisti, giudici e professori «comunisti» (qualifica attribuita a chiunque manifesti il proprio dissenso), dall’altro lato la manipolazione delle regole del gioco e la corruzione sistematica per rendere impossibile ogni forma di alternanza; tuttavia, in un’era caratterizzata dalla governance e dal soft power, è improbabile che si arrivi all’eliminazione fisica dei nemici: basta neutralizzarli. Gli unici a vedersi negare anche i più elementari diritti civili saranno – già sono – i migranti, eletti a capro espiatorio della frustrazione e della rabbia delle popolazioni autoctone immiserite dalla crisi.

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Amministrative, Il Pdl è già preistoria

Uno sguardo sul futuro mediale e politico

nique la police

Torniamo indietro di diversi mesi, anzi a più di un anno fa. Dalle pagine di questo sito sostenevamo che l’aggressione di Massimo Tartaglia al presidente del consiglio avrebbero segnato una crepa reale nell’immaginario diffuso che produceva il consenso verso Silvio Berlusconi.  Non era difficile capirlo: in un periodo già conclamato di crisi veniva rotto il mito dell’infrangibilità del capo. Mentre il complottismo si ingegnava a voler dimostrare che Berlusconi l’attentato se l’era fatto da solo, e mentre la subcultura cattolica della sinistra e del centrosinistra sapeva solo pensare che la vittima avrebbe raccolto la solidarietà dovuta meccanicamente all’aggredito, le immagini del volto sanguinante del capo ci mostravano una figura incerta e deforme nella notte che, si sa, è simbolico di tutte le crisi. E’ facile oggi fare questi ragionamenti quando escono le notizie che riportano che Lettieri, il candidato del centrodestra a Napoli, ha fatto di tutto per non far chiudere a Berlusconi l’ultimo comizio nel capoluogo partenopeo. A lungo si è sostenuto, in una mitologia alimentata dal centrosinistra per legittimare ogni comportamento di compromesso, che attaccare Berlusconi era la migliore garanzia per farlo vincere. Non era così ma si è dovuto aspettare che Berlusconi giocasse un referendum contro se stesso per capire che può essere frontalmente battuto. Parliamo di Berlusconi non del Pdl che, al momento dei risultati elettorali delle amministrative, è già preistoria, residuo archeologico di una stagione politica.

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Dove tutto è cominciato

di Augusto Illuminati

Una tramvata bestiale, una di quelle che dopo chi l’ha presa barcolla e ride stupidamente senza neppure rendersi conto, una di quella che fanno sghignazzare gli astanti come se avessero avuto parte nel fatto. Così il centro-destra sconfitto rovinosamente ai ballottaggi ciancia ancora di riflessione e di maggioranze coese, invita gli elettori ingrati a pregare e pentirsi, minimizza gli effetti del voto locale sulla scena nazionale. Così si affollano presunti vincitori (i fans di Morcone e Boeri, gli astuti tessitori delle provinciali di Macerata, i segretari con le maniche rimboccate, i veltroniani autosufficienti) a rivendicare un successo che mai si sarebbe ottenuto a seguire le loro ideuzze tattiche. Miserie di un protagonismo politico che assomiglia al librarsi degli avvoltoi sul campo dopo la battaglia. Più interessante studiare il comportamento dei veri attori, di quanti già si preoccupavano dell’incombente crisi italiana (nell’ultimo mese la produzione industriale è cresciuta dello 0,1% a occupazione ovviamente declinante) ma si consolavano con la cinica constatazione che tanto non si registravano dissensi politici o rivolte di piazza. Certo, Berlusconi faceva loro schifo e il fatto di avere una coppia di leader impresentabili e palesemente stroncati dal sesso fuori stagione (chissà perché nessuno ricorda mai l’ictus bossiano) risultava persino imbarazzante, ma il vantaggio di un’opinione pubblica passiva era impagabile. Adesso la pacchia è finita e Pigi Battista –banderuola infallibile per cogliere lo spirare del vento– lo scrive senza ambagi: il guaio non è il ridimensionamento di Berlusconi, perfino auspicabile per la borghesia milanese e il gruppo Rcs, ma il fatto che la Lega non ha recuperato i voti persi. Insomma, che la caduta del Sultano si trascini dietro il crollo del centro-destra nel suo complesso (comprendendovi anche il flop del centrismo di Fini e Casini).

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TAV in Val di Susa, l’incubo ritorna, più nero che mai

Marco Cedolin

Ci sono incubi che ti svegliano nel cuore della notte, lasciandoti con il respiro corto e madido di sudore, altri che svaniscono solo al mattino, portando con sé un ricordo evanescente, altri ancora che sono incatenati l’uno all’altro come scatole cinesi, facendo si che ogni risveglio rappresenti unicamente la riproposizione dello stesso incubo da una diversa prospettiva.

Lo scellerato progetto del TAV  in Val di Susa appartiene a quest’ultima categoria e per quanto la cosa possa sembrare paradossale, i cittadini di una valle alpina che ospita all’incirca 60mila abitanti, sono costretti da ormai 20 anni a confrontarsi con una vera e propria macchina da guerra  politica, mediatica e militare, decisa a distruggere il territorio in cui vivono, contro la loro volontà , una macchina da guerra determinata a raggiungere il proprio scopo con ogni mezzo.

Non sono bastati i giudizi di tanti economisti  che hanno ribadito come l’opera in questione rappresenti un “vuoto a perdere” totalmente privo di qualunque prospettiva di ritorno economico.

Non sono bastate le valutazioni di tecnici ed esperti ambientali che hanno messo in evidenza come una grande opera di queste dimensioni sia assolutamente insostenibile per una valle alpina già pesantemente infrastrutturizzata attraverso un’autostrada, una linea ferroviaria internazionale a doppio binario, due statali e numerose provinciali, al punto che se la si guarda dall’alto il fondovalle già oggi somiglia ad un’unica colata di asfalto e cemento.