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sinistra

Quale antifascismo nell'epoca dell'euro e della democrazia oligarchica?

di Domenico Moro

Antinazi antifa graffiti wikSul fascismo e sulla polemica sui recenti provvedimenti di legge credo sia necessaria qualche precisazione. Ogni provvedimento formale di legge che vada contro simboli e organizzazioni fasciste, più o meno espliciti, va accolto con favore e anzi caldeggiato. È in atto una rinascita di questo tipo di organizzazioni, che rappresentano, comunque e sempre, un grave pericolo. Queste organizzazioni, anche se hanno, almeno per il momento, prospettive limitate, possono prosperare nel clima di crisi e di peggioramento delle condizioni sociali che si sta affermando. Di fatto, esse non rappresentano agli occhi di chi ha il potere vero, quello economico, una opzione credibile di gestione complessiva del sistema, ma sono sempre un pedone della scacchiera che si può usare, e si usa già oggi strumentalmente, per distrarre l’attenzione delle masse verso pericoli fittizi, creare confusione e accentuare le contraddizioni presenti all’interno delle classi subalterne. Premesso questo, il termine fascismo è usato da tempo estensivamente, per definire varie forme di autoritarismo e/o violenza politica. Se questo è più o meno comprensibile sul piano della polemica politica, tuttavia non mi sembra molto utile ai fini della comprensione della realtà, delle sue specificità attuali e quindi della capacità di sviluppare una lotta efficace sulla distanza.

Come vedremo più avanti, l’antifascismo è oggi, forse più che negli anni ’60 e ‘70, la base necessaria a una politica di sinistra e di perseguimento degli interessi delle classi subalterne. A patto, però, di capire le differenze e soprattutto le analogie con l’oggi del fascismo storico e della forma fascista di governo e di non restringere la funzione dell’antifascismo al contrasto (per quanto necessario, lo ripetiamo) a simboli e gruppi più facilmente identificabili direttamente con quella tradizione.

 

  1. Specificità del fascismo

Sono diverse le forme di governo che, pur non essendo assimilabili al fascismo, sono autoritarie e fanno uso di violenza più o meno esplicita e diffusa. Sarebbe bene chiarire che il fascismo, inteso come forma specifica di governo politico, non è solamente o specificatamente caratterizzato da autoritarismo e violenza. In primo luogo, nel modello fascista queste caratteristiche sono spinte agli estremi e sono esplicitate in modo aperto, attraverso una contro-mobilitazione di massa e l’organizzazione di unità paramilitari. Non è di poco conto che nel fascismo il Parlamento sia progressivamente abolito (dalla legge Acerbo che assegnava i due terzi dei voti alla lista che avesse ottenuto un quarto dei voti nel 1923, fino alla trasformazione del Parlamento in Camera dei fasci e delle corporazioni nel 1939), che siano eliminati partiti, sindacati, elezioni, libertà di stampa, divisione dei poteri, ecc. e che esistano milizie paramilitari fasciste istituzionalizzate. Soprattutto, tali caratteristiche hanno un segno sociale preciso: sono dirette per conto dell’élite del capitale contro i subalterni, in particolare contro il movimento dei salariati - sindacati, partiti, organizzazioni di vario tipo -, allo scopo di disarticolarne la capacità di resistenza. In secondo luogo, il fascismo è il prodotto necessario di una fase storica ben precisa e per certi aspetti diversa da quella attuale, a partire dal livello dei rapporti di produzione capitalistici, una fase in cui l’accumulazione e le imprese operano soprattutto su base nazionale, mentre oggi operano in gran parte su una base multinazionale. Il fascismo è stata la forma della lotta di classe e della riorganizzazione dell’accumulazione da parte dell'élite del capitale nazionale in un periodo di crisi e di capitalismo autarchico e non globalizzato, in cui prevalgono gli imperi territoriali a base nazionale e non l'imperialismo delle multinazionali, in cui esistono una alternativa reale di sistema nell'Urss e forti organizzazioni socialiste e comuniste in Occidente. Non da ultimo, è un sistema sorto dopo una guerra spaventosa, in paesi sconfitti o consumati da questa (e dalla crisi del ’29), come la Germania e l’Italia, e in cui ci si prepara al regolamento dei conti del secondo round, la guerra europea tra imperi (senza preoccuparsi di far esplodere il debito pubblico) e non a una sorta di nuovo “Grande gioco” delle guerre per procura contro Paesi terzi. Tanto per non fare confusioni, il fascismo è stata la forma di governo di paesi imperialisti, centrali nel sistema economico mondiale, ed è ben diverso, ad esempio, dalle dittature militari del Sud America o di Paesi africani o asiatici periferici, generalmente espressione di borghesie dipendenti (la borghesia compradora) o direttamente degli interessi dei Paesi imperialisti dominanti.

 

  1. Analogie e differenze tra l’oggi e il periodo fascista

Oggi, il modello egemone di dominio di classe, proprio nei Paesi imperialisti e dominanti, è quello, secondo la definizione di Agamben, della democrazia governamentale, in cui l'esecutivo prevale sul parlamento, o, secondo un'altra definizione possibile, della democrazia oligarchica. Del resto, l'analogia dell'attualità con il fascismo sta nel fatto che esso, analogamente alla democrazia oligarchica, è espressione diretta - l'uno senza mediazioni di classe, l'altra con mediazioni ridotte e addomesticate - del dominio del vertice del capitale industriale e bancario. Gli strumenti, però, sono diversi, perché la fase di sviluppo del capitale è diversa. Oggi, i meccanismi democratici formali sono conservati, mentre l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra, sempre però sul piano formale e non sostanziale, sui diritti civili, a copertura del drastico peggioramento delle condizioni materiali e democratiche della maggioranza della popolazione. Tuttavia, il dominio di classe è tanto più saldo quanto più i suoi meccanismi appaiono “neutrali” e “oggettivi”. I meccanismi della “lotta di classe democratica”, il patto sociale tra capitale e lavoro salariato, sancito dalle Costituzioni antifasciste dopo la seconda guerra mondiale, è saltato. È saltato grazie non alla violenza aperta ma grazie a una serie di modifiche, all’apparenza democratiche, e presunte neutrali e necessarie dal punto di vista della sostenibilità economica (l’”eccesso” di debito pubblico e quindi di spesa sociale). Queste misure si concretizzano nell’introduzione di leggi elettorali maggioritarie, nella modifica dei regolamenti parlamentari (che enfatizzano il ruolo dei decreti legge governativi sulle leggi parlamentari), e soprattutto dell'uso di meccanismi "oggettivi", che vedono il mercato e le sue regole, al centro del processo decisionale.

Mentre in altri paesi - Usa e Regno Unito – la controrivoluzione conservatrice si è attuata senza strumenti esterni allo stato nazione, in Europa continentale, dove c’erano rapporti di forza e una storia specifici, è stata usata l’integrazione europea, cioè i trattati, i vincoli alla spesa e la gabbia dell’euro, cioè elementi “esterni” e “oggettivi”. Insomma, non c’è stato bisogno, come fece Mussolini, di porre fine prima con la violenza e poi formalmente con una legge al governo parlamentare svincolando l’esecutivo da qualsiasi limitazione, perché è stato, molto più semplicemente, bypassato. Anzi, è stato molto meglio conservarlo, con le mani legate e ridotto a camera di compensazione dei contrasti tra fazioni dell’élite, che svelare in modo aperto la natura repressiva del potere. Da questo punto di vista, il fascismo, al di là della specificità della fase in cui è sorto, ha dimostrato tutti i suoi limiti, relativi alla rigidità del processo di governo, ad esempio per la impossibilità di avvicendamento del personale di governo, e alla difficoltà di mediare tra le componenti del capitale. L’attacco ai politici, individuati come causa dei problemi (anche in questo c’è un’analogia della critica alla casta odierna con il fascismo e il suo antiparlamentarismo e la sua polemica contro i politici traditori e corrotti) è inserito all’interno di una subordinazione della politica all’economia, che poi è la subordinazione dei corpi intermedi, mentre le decisioni oggettive sono prese dai governi in consessi europei e/o internazionali.

Oggi, la diffusione a livello di massa del nazionalismo e della xenofobia sono in gran parte il prodotto dell’Europa. In parole semplici, la Le Pen è il prodotto dei Macron, o meglio di chi gli sta dietro, cioè l’élite del capitale. Pretendere di curare il male, rappresentato dalla prima, con il secondo è come curare la febbre, cioè il sintomo, inoculando altre dosi di virus, cioè con la causa. Ma c’è dell’altro, più importante. L’Europa determina la ripresa del vero nazionalismo – non quello plebeo e populista – ma quello concreto degli interessi geostrategici e economici, mediante l’aumento dei divari tra potenze europee e la riduzione della domanda interna, che accentuano la tendenza all’espansione estera. Ne consegue la modifica dei rapporti di forza pregressi e quindi l’aumento della competizione e della concorrenza, non solo tra capitali ma anche tra stati, e della aggressività militare. In sostanza si afferma, pur nel contesto della globalizzazione e dell’ideologia cosmopolita, un nuovo nazionalismo. L’aggressione della Francia contro la Libia di Gheddafi, al fine di scalzare l’Italia dal controllo di petrolio e appalti, non sono dovute Le Pen, ma al “democratico” Sarkozy, mentre lo stop alla acquisizione dei cantieri navali francesi da parte di Fincantieri non è dovuta alla nazionalista Le Pen ma a Macron, all’alfiere dell’internazionalismo liberale e dell’europeismo.

 

  1. Quale antifascismo oggi e perché è importante

Dunque, se, da una parte, va condotta una lotta contro il fascismo tradizionale e classico, utilizzando ogni strumento possibile, non va dimenticato che il problema centrale è rappresentato dalla democrazia oligarchica e dai suoi meccanismi. Questa è la forma del dominio da parte dell’élite economica, così come, negli anni ’20 e ’30, con condizioni storiche e sociali molto diverse, lo era il fascismo. La vera analogia sta nell’essere entrambi espressione diretta e immediata (sottolineo: diretta e immediata) del potere oligarchico dello strato di vertice del capitale, associato all’élite burocratica e tecnica statale (e, oggi in Europa, anche sovrastatale). La classe socio-economica che ormai quasi cento anni fa, nel ’22, trovò espressione nel fascismo oggi, mutata essa stessa, lo trova nelle forme della democrazia oligarchica e nei meccanismi dell’integrazione europea. È per questa ragione che l’antifascismo è non solo attuale, ma è ancora più attuale oggi rispetto a qualche decennio fa. Non solo e non tanto per prevenire lo sviluppo dei gruppi dichiaratamente fascisti e di estrema destra, che pure stanno rialzando la testa e vanno contrastati. E certamente non perché in Italia sia possibile una opzione fascista, scartata a favore di altre forme di soluzione delle contraddizioni sociali già negli anni ’60 e ’70, in contesti ben più “caldi” di quelli odierni. Ma perché lo strato di vertice del capitale, come negli anni ’20 e ’30 in Italia e Germania durante il fascismo, sta affermando il suo dominio senza mediazioni o con mediazioni corporative e non di classe, ricreando analoghe situazioni e meccanismi di concentrazione del potere politico all’interno e di espansione, anche aggressiva e militare, all’esterno. In entrambi i casi il sistema parlamentare è sostituito da un sistema governamentale, in cui è l’esecutivo (e all’interno di esso il premier) a dominare, egemonizzato nel fascismo dalla persona del duce o del führer (ma in Italia con una sorta di diarchia con la monarchia), oggi in modo più direttamente “elitario” e oligarchico.

Del resto, non è un caso che nel mirino della strategia di controriforma del capitale internazionale, come prova il documento The euro area adjustement: about halfway there della banca J.P. Morgan (2013), venga indicata la necessità di modificare le costituzioni antifasciste in quanto incompatibili con l’integrazione europea1. Non solo perché le Costituzioni sono contro il fascismo, ma soprattutto perché, essendo il prodotto della lotta contro il fascismo, esprimono contenuti che entrano in contraddizione con gli interessi dell’élite capitalistica. I gruppuscoli fascisti rialzano la testa perché annusano l’aria di cambiamento, e sentono affinità elettive con il contesto. Non si può essere antifascisti, in modo concreto e adeguato all’attualità, senza capire il ruolo non solo del neoliberismo ma degli strumenti concreti con cui si è attuato in Italia e in Europa occidentale, attraverso le leggi elettorali maggioritarie, la concentrazione del potere mediatico nelle mani dei grandi gruppi, la creazione di forme partito leggere e personalistiche, e soprattutto attraverso la leva dell’integrazione economica e valutaria europea. Non si può difendere la Costituzione o pensare alla sua attuazione senza affrontare il contesto dei vincoli europei e il fatto che il suo stesso testo è gravemente minato dall’introduzione dell’obbligo del paraggio in bilancio. Pretendere di essere antifascisti oggi senza capire tutto questo vuol dire pensare l’antifascismo soltanto come memoria storica, cosa che pure è importante, e non come componente vitale e perciò più forte del nostro essere e del nostro agire nel presente.

Il punto principale, va sempre ricordato, è sempre quello di capire la forma e le specificità del dominio (comprese analogie e differenze con il passato), per poterlo affrontare con efficacia.


Note
1 Report di JP Morgan (28 maggio 2013).

 

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Comments   

#6 Carlo Franchi 2017-10-01 19:03
Sono d'accordo con Galati, usare il termine fascismo accoppiato con islam non solo fa confusione per quanto riguarda la comprensione dei fenomeni, ma - certo involontariamente nel caso di Barone - offre di fatto il fianco alle posizioni di quelli che portano avanti la posizione dello scontro di civiltà. Quanto agli esempi citati, sempre da Barone, in primo luogo l'appoggio tra alcuni esponenti islamici e il nazifascismo nasce, più che da una vicinanza ideologica, dal tentativo di sfruttare i contrasti tra imperialismi per liberarsi dal colonialismo franco-britannico. In secondo luogo, l'Iraq non era un Paese fondamentalista islamico all'epoca del secondo conflitto, ma governato, dopo un colpo di stato, dall'ex primo ministro (un avvocato defenestrato dai britannici) appoggiato dai militari. In terzo luogo, definire l'Arabia saudita o altri Paesi simili) un regime fascista forse può essere suggestivo ma tra un regime teocratico, familiare, basato sulla rendita e di fatto subalterno all'imperialismo Usa, e il fascismo storico credo ci sia un abisso sul piano economico, sociale e politico. Insomma cerchiamo di ristabilire un nesso tra le parole e la realtà sociale, in termini un po' più scientifici. Con la confusione che circola è una necessità, non una velleità accademica. Lo dico senza polemica e con il massimo rispetto per un compagno come Barone.
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#5 Eros Barone 2017-09-30 23:00
Non intendo difendere, dal punto di vista marxista e comunista, l'originalità della categoria di islamofascismo, che in effetti, come sottolinea Mario Galati, ha un marchio di fabbrica imperialistico e liberale. Tuttavia, il ricorso ad essa in un'ottica marxista e comunista è legittimato da alcuni significativi precedenti storico-politici: i regimi fascisti hanno infatti suscitato simpatie in alcuni ambienti del mondo
arabo-islamico che combattevano gli inglesi e il fascismo e il nazismo hanno preso in considerazione la possibilità di un'alleanza contro il comune nemico (pochi sanno che Mussolini, dopo essersi fregiato nel 1937 dell'appellativo di "spada dell'Islàm", mandò nel 1941, di concerto con quelle di Hitler, forze aeree italiane in Iraq a sostegno della rivolta nazionalista anti-inglese). Per quanto concerne la funzionalità della religione islamica all’imperialismo, è inoltre opportuno rammentare che, durante la seconda guerra mondiale, il Gran Muftì di Gerusalemme collaborò con i nazifascisti in nome del 'jihàd' contro l’ebraismo internazionale e contro il comunismo ateo, talché in Jugoslavia si costituì una divisione di SS, formata da musulmani bosniaci, che combatterono al fianco dei clerico-fascisti croati di osservanza cattolica contro i partigiani jugoslavi di orientamento comunista. Ciò che certamente caratterizza l'islamofascismo nell'accezione da me proposta è invece il suo organico legame con l'imperialismo (e, a mio giudizio, non solo nel senso della eteronomia rispetto all'imperialismo egemone degli USA, ma anche e soprattutto nel senso dell'autonomia emergente del polo imperialistico
neo-ottomano, saudita ed emiratense). In realtà, essendo l'espressione politica degli interessi del capitale monopolistico finanziario,
il fascismo (così come il liberalismo) è una delle forme politiche che assume l’imperialismo, anche se dal punto di vista ideologico si presenta come propugnatore di una “terza via” i cui ingredienti sono il corporativismo e l’anticomunismo. Del resto, la “terza via” propugnata dall'islàm in chiave parimenti corporativistica ed anticomunista è anch'essa una variante economico-sociale e politico-istituzionale dell'imperialismo, di cui il fascismo è una caratteristica specifica correlata alle diverse fasi e forme dello stesso imperialismo. Dal punto di vista marxista, è, comunque, indubbio che l'aggettivo “fascista” presuppone, per essere correttamente applicato, il pieno sviluppo del capitalismo finanziario. Così come mi sembra indubbio che questo discorso assuma il suo pieno significato, se si considera che gli interessi della finanza islamica o dei petrolieri arabi sono parte integrante dello scontro interimperialistico e che la contrapposizione ideologica fra il fondamentalismo liberale e quello islamofascista ('scontro di civiltà' = 'jihàd') è la veste che assumono, per ottenere un consenso trasversale rispetto alle classi ed ai popoli, sia lo scontro interimperialistico per il controllo delle principali vie di comunicazione e fonti di approvvigionamento di materie prime ed energia, sia la lotta tra le
finanze occidentali e le finanze islamiche.
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#4 Mario Galati 2017-09-28 16:44
Il fascismo islamico è una categoria rivolta all'ideologia islamica in quanto tale, quale portatrice di valori oppressivo e "totalitari". È un'accusa rivolta dai liberali, dal punto di vista liberale. Utilizzata per stigmatizzare l'islam in quanto tale, in contrapposizione al liberalismo aperto, tollerante, democratico, che contempla e rispetta l'individuo e respinge il cosiddetto totalitarismo. Da questo punto di vista, è fascista tutto ciò che non è liberale. Il fascismo è deprivato di ogni connotazione di classe e storico-sociale. L'antifascismo di maniera, l'"antifascistismo", è usato dalla borghesia contro tutto ciò che si oppone alla visione totalitaria liberale e occidentale. Si ricorderà che la stessa accusa la rivolgevano a Milosevic, Saddam Hussein, Ahmadinejad (addirittura nazisti). Mi ricordo il periodo di Ahmadinejad e Mousavi. Il fascista e il liberale, secondo la stampa. Chi era più reazionario tra i due?
È girato anche per l'Italia l'autore di un libro sul fascismo islamico, con cui si spacciavano le solite trivialitá liberali. Pura propaganda imperiale.
Il concetto di islamofascismo usato da Eros Barone è connotato in maniera diversa e plausibile, ma non mi convince del tutto. C'è anche l'uso strumentale di masse fanatizzate, il cui malcontento non si esprime più nella prospettiva socialista. C'è anche l'ideologia corporativa, interclassista. Dietro ci sono anche gli stati citati da Barone, Ma non so se si può parlare di un imperialismo islamico in conflitto con altri poli imperialisti. Non vedo la riproduzione di quel "regime reazionario di massa" strutturato che sostituisce la democrazia borghese. Quanto all'ideologia corporativa compatibile col capitalismo, non mi sembra argomento decisivo. Anche il cattolicesimo è interclassista. Non per questo è stato essenziale all'affermazione del fascismo. Il nazismo, per esempio, era paganeggiante.
Anche se nella polemica e nel linguaggio comune uso il termine fascista con più disinvoltura, sono restio ad usare questa categoria in modo estensivo, lasciando da parte le peculiarità storiche.
Lo dice anche Moro nell'articolo: non ogni dittatura militare a favore della borghesia è propriamente fascismo. Anche se io non esito ad appellare fascista il regime di Pinochet, pur sapendo che è improprio.
Parlare di fascismo islamico in questo momento rischia di incrementare il coro del linguaggio dell'impero.
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#3 Eros Barone 2017-09-27 19:14
Può essere utile riflettere sulla categoria di islamofascismo (ovviamente riferita non alla nascita dell'islàm nel settimo secolo, ma al ventesimo secolo e a questo inizio del ventunesimo), osservando che senz’altro fascismo e fondamentalismo islamico hanno in comune un’ideologia mistico-irrazionalistica, il rifiuto dell’illuminismo, l’avversioine per il comunismo ecc., cioè tutta una serie di elementi che hanno parallelamente favorito nell’Occidente capitalistico l’alleanza fra Chiesa cattolica e fascismo. Sennonché, quando si fa uso del termine di islamofascismo occorre tenere presente che il fascismo è solo una delle forme politi-che funzionali all’imperialismo, essendo caratterizzato, per un verso, dagli interessi del capitale monopolistico finanziario e, per un altro verso, dalla propaganda dema-gogica circa una fantomatica “terza via”, cioè dal corporativismo e dall’anticomunismo. Anche l’islàm sostiene una “terza via” che, mantenendo gli assetti economici e proprietari capitalistici, li sussume in una dimensione corporativistica del tutto organica all’imperialismo, di cui il fascismo è una manifestazione spe-cifica. Se si pensa poi al polo imperialistico emergente, costituito dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e dagli Emirati Arabi della Penisola araba e del Golfo Persico, polo che sta dietro al fondamentalismo islamico e allo stesso terrorismo jihadista, non è diffici-le comprendere che il fondamentalismo islamico può essere strumento nelle mani di una parte del grande capitale arabo e quindi un fattore della lotta tra i "fratelli gemelli" del capitale. Inoltre, occorre considerare che la lotta al fondamentalismo-terrorismo consente di giustificare le guerre imperialistiche all’esterno e le legislazioni limitative delle libertà civili all’interno, in modo da permettere agli esportatori della civiltà, dei diritti umani e della democrazia di instaurare una dittatura mascherata all’interno. In questo senso, ‘scontro di civiltà’ e ‘islamofascismo’ sono due facce della stessa medaglia, vale a dire di un’unica strategia che consiste nel mobilitare in senso reazionario le popolazioni dei centri dell’imperialismo superando divisioni di classe e schieramenti politici. Accade così che all’interno dei paesi capitalistici dominanti il razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati venga recuperato per impedire ogni collegamento fra proletariato autoctono e straniero. Che poi questo tipo di razzismo si basi sulla differenza etnica o su quella religiosa è del tutto indifferente per gli scopi della mobilitazione
interclassista, come dimostra il fatto che lo stesso procedimento viene seguito dai sostenitori dell’islamismo politico nella lotta contro i “crociati” occidentali. Inoltre, se per attaccare l’islàm viene denunciata la condizione di sottomissione delle donne nei paesi islamici, si rischia davvero di cadere nel ridicolo: non perché questa sottomissione non sia presente (per altro con grandi differenze tra i diversi paesi arabo-islamici), ma perché all’interno della ‘civiltà ebraica e cristiana occidentale’ l’eguaglianza femminile è stata pagata al prezzo di strenue lotte e, per sovrammercato, i tentativi di ridurre o cancellare questi diritti sono sempre presenti. È difficile dimenticare che la motivazione ideologica fornita dagli imperialisti occidentali per giustificare l’invasione dell’Afghanistan riguardava (non l’obiettivo strategicamente fondamentale del controllo degli oleodotti ma) la liberazione delle donne. E' allora doveroso ricordare come uno dei gruppi generosamente finanziati dagli Usa nella lotta antisovietica in Afghanistan sia stato lo Hizb-i-Islami (Partito dell’Islàm) guidato da Gulbud-din Hekmatyar, noto sfiguratore, tramite acido, di donne “scostumate” che frequenta-vano l’università e non portavano il velo (nell’Afghanistan socialista, al contrario, le donne godevano di eguali diritti!).
In conclusione, la contrapposizione ideologica tra due fondamentalismi ha dietro di sé lo scontro interimperialistico per il controllo delle principali vie di comunicazione e fonti di approvvigionamento di materie prime ed energia, e quindi il conflitto fra le plutocrazie occidentali e quelle islamiche. Del resto, se da un lato appare sempre più chiaro che il fon-damentalismo è espressione e strumento dell’imperialismo (basti pensare allo sporco gioco degli USA, di Israele e della Francia), dall’altro è evidente che ad interpretare in buona misura, anche se non esclusivamente, le aspirazioni sociali e politiche dei paesi vittime dell’aggressione imperialistica non vi è più il movimento comunista internazionale né il nazionalismo arabo di matrice
laico-socialista, ma un movimento islamico interclassista, fascisteggiante ed ultrareazionario. Di fronte a questa situazione l’atteggiamento dei comunisti non può essere ovviamente quello dello ‘scontro di civiltà’, ma neppure quello antitetico-speculare di chi ritiene di dover sostenere come soggetti di una lotta antimperialista i mozzateste dell’Isis o le bande di al-Quaida o i tagliagole salafiti.
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#2 Mario Galati 2017-09-27 15:46
Certamente, il fascismo è lo stato d'eccezione dello stato liberale borghese, che ha assunto caratteristiche e contenuti determinati nel contesto storico dell'epoca di riorganizzazione capitalistica, come bene illustrato da Domenico Moro. Fanno ridere quelli che lo assurgono a categoria astorica (c'è chi evoca addirittura un fascismo islamico. Povero Togliatti, che non si era accorto che il fascismo era già sorto nel settimo secolo) o riducono la storia a psicopatologia, come dice Eros Barone, o a teratologia, come diceva Gramsci.
Attualmente la borghesia non ha necessità di imporre un regime apertamente dittatoriale. Gode di una forte egemonia e di fronte si trova una classe lavoratrice scompaginata e debole.
La revoca della democrazia borghese la stanno realizzando per mezzo dell'U.E., come dice Moro. Tutto vero.
Ma un colpo di stato è stato realizzato ugualmente. Ho letto alcuni economisti che lo fanno risalire alla separazione della Banca d'Italia dal Tesoro, ad opera del democratico Ciampi. Sicuramente è un colpo di stato l'adesione ai trattati U.E., che prevedono la cessione quasi totale di sovranità all'U.E. Questa cessione viene giustificata con il riferimento sfacciatamente strumentale e falso all'articolo 11 della Costituzione, il quale giustifica la cessione di sovranità solo ad organismi preposti a mantenere la pace, non a condurre politiche economiche e altro ancora. Ma si sa, gli accordi tra stati, di qualunque natura essi siano, promuovono la cooperazione, quindi la pace, si sostiene. E poi, il libero commercio non favorisce i rapporti pacifici (cosa storicamente del tutto infondata)? La forzatura e la strumentalitá di questa interpretazione è evidente. Ma il colpo di stato ormai è fatto e viviamo nell'illegalità costituzionale (non solo per questo, purtroppo).
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#1 Eros Barone 2017-09-26 21:38
L’anatomopatologo marxista necessità di una certa presbiopia e solo così è in grado di cogliere, entro l’esteriore involucro democratico (ridotto ormai ad una sudicia crosta), la sostanziale fascistizzazione dell’Europa. La bagatellizzazione della figura di Hitler in chiave psicopatica (così come il pressoché totale silenzio che regna nel nostro paese sulla figura di Mussolini, eccezion fatta, da un lato, per la monumentale biografia del duce stesa da Renzo De Felice negli anni Settanta e, dall’altro, per le analoghe bagatellizzazioni praticate nel secondo dopoguerra e nei decenni successivi dagli intellettuali e dai giornalisti ex fascisti a fini di autoassoluzione) è funzionale al processo di fascistizzazione e lo accompagna, in parte mascherandolo e in parte esibendolo (su questo tema si veda il bel film tedesco di David Wnendt, “Lui è tornato”, girato nel 2015). D’altra parte, le premesse di questo processo sono tutte operanti (alcune da più decenni). Dissolta l’URSS, nel mondo ormai vi è solo una potenza egemone, gli Stati Uniti d’America, che esercitano un dominio mondiale. La classe operaia è, a causa della globalizzazione imperialistica dei mercati e della produzione, oggettivamente debole; parimenti, l’area del precariato diffuso depotenzia qualsiasi tentativo di opporsi ai disegni padronali (basti pensare che in Italia i lavoratori precari sono ormai tra i quattro e i cinque milioni di persone). La debolezza della classe operaia e, più in generale, delle classi lavoratrici, a partire dai luoghi di lavoro, è la ‘conditio sine qua non’ dell’affermarsi di un potere che, anche se non si fregia di labari e gagliardetti, è intrinsecamente fascista. Il fascismo, infatti, non è una ‘parentesi’ nel corso progressivo della storia - parentesi che si è chiusa con la fine di Hitler e Mussolini -, ma è ìnsito nella natura stessa del capitalismo e, quando e dove ci sono le condizioni, risorge puntuale come la morte. Diversamente, come spiegare la dittatura dei colonnelli nella Grecia del 1967, la dittatura di Videla nell’Argentina del 1972, quella di Pinochet nel Cile del 1973 e, giungendo all’attuale periodo, il regime nazifascista in Ucraina?
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