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Contro il politically correct

di Giovanna Cracco

La morale, il linguaggio, il pensiero associativo e la pratica denotativa; fintamente emancipativo e mai antisistemico, perché il politicamente corretto ci immobilizza socialmente divenendo regressivo

michael dziedzic B1RsVgAoODU unsplashPolitical correctness. Tanto se n’è scritto negli ultimi anni, in termini positivi e negativi. Nato nell’ambiente liberal statunitense dei cultural studies alla fine degli anni ‘80, si è poi diffuso in tutto il mondo occidentale. Tuttora mantiene nella sfera culturale e politica di sinistra una posizione di sostegno – anche se voci critiche iniziano a emergere – mentre a destra è spesso contestato. Per quanto le dinamiche della sua evoluzione già si trovassero nell’iniziale impostazione del pensiero, è difficile immaginare che alla nascita fosse possibile prevedere le caratteristiche conformistiche e repressive che ha raggiunto oggi. Jonathan Friedman inizia a scriverne, in termini di appunti per un ipotetico libro, nel 1997; continua a ragionarci nei primi anni Duemila, e lascia gli scritti nel cassetto; riprende più volte il manoscritto, aggiornandolo, e infine lo pubblica nel 2017. In Italia esce nel 2018, per i tipi di Meltemi, con il titolo “Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime”. Il testo è interessante perché Friedman è un antropologo, e la sua riflessione si interroga sulla natura strutturale del politicamente corretto come forma di comunicazione e sul contesto che ne consente l’emersione fino a farlo divenire una pratica dominante. “Criticato e discusso in una serie di pubblicazioni, [il politicamente corretto] ancora non è stato analizzato dal punto di vista antropologico” scrive Friedman nell’introduzione; per concludere:

“Questo non è un libro sui pro e i contro di una forma specifica di politicamente corretto […] è piuttosto una critica generale di tutte le forme di politicamente corretto come mezzo di soppressione del dibattito”.

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contropiano2

Cuba: considerazioni critiche, costruttive, fuori dagli stereotipi

di Angelo Baracca

L’attacco contro Cuba ha sollevato, oltre che la resistenza di quel popolo e la solidarietà internazionalista, anche riflessioni di ogni genere. Amichevoli o ostili, critci solidali o distruttivi. E considerazioni spesso astratte sul “socialismo”, su cui torneremo ben volentieri. Qui, intanto, ospitiamo volentieri la riflessione di Angelo Baracca, scienziato e compagno da sempre

cuba critiche costruttiveCuba sta affrontando i momenti forse più drammatici dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Ma con poche eccezioni i commenti che si leggono ricadono sotto un paio di stereotipi, pro o contro l’attuale governo: così non si va da nessuna parte, e tanto meno si aiutano il popolo e il governo cubani a superare in avanti l’impasse.

L’esperienza della Rivoluzione cubana è per noi un punto fermo dal quale non si può prescindere, ma a poco servono a mio parere le difese “d’ufficio”: è certo pregiudiziale denunciare con sempre più forza l’inumano bloqueo e le interferenze sempre più pesanti dell’imperialismo yankee, ma se vogliamo dare un contributo che non sia sterile, dobbiamo riflettere anche sul fronte delle insufficienze, magari degli errori, del governo cubano.

Non mi illudo certo di dare un contributo decisivo, ma di contribuire ad una riflessione al di là degli schemi contrapposti. Anche nel movimento – in particolare fra i giovani che spesso non hanno neanche assistito alla caduta del Muro di Berlino – molte cose non sono neanche conosciute.

Cerco di sviluppare un ragionamento di prospettiva generale e di respiro ampio.

 

Alle origini dell’imperialismo yankee

C’è un detto molto comune nei paesi dei Caraibi: “Povero (ad esempio Messico), così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti!”

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jacobin

L’Economist e il mito del libero mercato

Grace Blakeley intervista Alexander Zevin

La storia del giornale liberista per eccellenza racconta il modo in cui il pensiero liberale si adatta ai diversi contesti. Ed evidenzia la sua eterna tensione con la democrazia

economist jacobin italia 1536x560Marx una volta definì l’Economist «la tribuna dell’aristocrazia della finanza». In qualità di rivista dominante del liberalismo d’élite, ha svolto un ruolo importante nel plasmare e promuovere l’ideologia liberale, attraverso i suoi cambiamenti e continuità, dalla sua fondazione nel 1843 ad oggi.

Alexander Zevin, assistente professore di storia alla City University di New York e redattore della New Left Review, ha recentemente pubblicato un nuovo libro, Liberalism at Large: The World According to the Economist, che approfondisce la storia del liberalismo attraverso la lente di osservazione dell’Economist.

In una puntata del podcast di Tribune, A World To Win, Grace Blakeley di Tribune ha discusso con Zevin della storia dell’ideologia liberale, se è in crisi e come evolverà dopo aver plasmato l’ordine mondiale.

* * * *

Che cos’è il liberalismo?

Il mio libro scarta alcune idee su cosa sia il liberalismo per arrivare a una definizione migliore. Mi riferisco alle analisi secondo cui il liberalismo inizia nel diciassettesimo secolo con John Locke e le sue idee e teorie politiche o con Adam Smith nel diciottesimo secolo con La ricchezza delle nazioni e cose del genere. Io sostengo che il liberalismo emerge davvero e deve essere compreso nel suo contesto storico nel periodo sulla scia delle guerre napoleoniche: questo è il momento in Europa, Spagna e poi in Francia, in cui le persone si descrivono per la prima volta come liberali.

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andreazhok

I bigotti del bene

di Andrea Zhok

image93gt43ridOggi pezzo assai interessante, e sconcertante, sulla prima pagina del Corriere.

L'autore è Emanuele Trevi, che salvo omonimie, risulta essere uno scrittore e critico letterario.

L'articolo prende di petto il rifiuto vaccinale.

Premesso, a scanso di equivoci, che your most humble servant è vaccinato e non è un 'No-Vax', il modo in cui il Trevi sostiene le sue tesi "anti-No-Vax", gli argomenti che vengono sollevati, meritano davvero qualche riflessione, soprattutto se pensiamo che la collocazione dell'editoriale lo rende automaticamente espressione ufficiale della "borghesia illuminata" italiana.

Scrive Trevi (il maiuscoletto è di mio inserimento, come sottolineatura):

<<Questa è la verità: sono tra noi. Non amano Donald Trump, non affermano che la Terra è piatta, non sono aggressivi o rimbecilliti. Sono attori, musicisti, commercianti, gente che viene alle presentazioni dei libri, gente che incontri a cena. Con il no vax classico, condividono solo un sordo rancore per il sapere scientifico. Non saprebbero mai e poi mai definire una cellula o una proteina, ma prendono decisioni gravi come quella di non vaccinarsi in base a consigli dell’insegnante di yoga, o perché un amico di un amico lavora in un certo posto ed è sicuro che.

IGNORANO INSOMMA CHE L’ESSENZA DELLA DEMOCRAZIA È FIDARSI DI CHI SA, certamente controllando che il sapere non diventi un’usurpazione, ma consapevoli che il sapere è una lenta conquista che costa lacrime sangue, non una ricerca su google.

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lacausadellecose

I politici parolai nelle difficoltà dell’attuale fase

di Michele Castaldo

In calce una nota di Alessio Galluppi per noinonabbiamopatria*

forbidden city 645566 1920Che succede nel Movimento 5 Stelle? Anticipiamo la nostra tesi, così risparmiamo al lettore pigro di scorrere l’articolo per intero e capire il nostro pensiero: succede un caos, abbondantemente previsto, quale riflesso di una parte del ceto medio che la crisi delle categorie capitalistiche italiane aveva espresso come protesta nei confronti di un ceto politico che aveva tradito le sue aspettative. Si trattava di un movimento composito, ovvero di un flusso di più interessi che si è ritrovato unito nella protesta e che di fronte alla necessità di fare proposte, ovvero di misurarsi con le leggi dell’economia, diventa strabico mentre si decompone.

Grillo, Conte, Crimi, Di Maio, Fico, e via elencando. Personaggi di pochissimo spessore come i ceti sociali che li hanno eletti, ovvero gente che chiede di cambiare il mondo attraverso un clic della tastiera.

Evitiamo di elencare in questa sede gli sproloqui e le sceneggiate di Grillo, moderno guru che si era illuso di avere il mondo ai suoi piedi piuttosto che stare, invece, alle falde di una duna sabbiosa che lo sta rendendo volatile, trasferendolo via scirocco verso il sol Levante dell’Estremo Oriente e la nuova Via della Seta cinese di questa fase.

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lafionda

Nulla sarà come prima. Cronaca di una «rivoluzione passiva» annunciata

di Salvatore Bianco

banksy capitalism stockmarket wallstreet streetart 1Premessa

Forse «sovranità globale di mercato» (C.Galli) è la formula che meglio coglie il tratto specifico della cosiddetta “globalizzazione”, targata mainstream, chiamata a fare i conti col Covid (secondo alcune interpretazioni addirittura istigandolo) e che farebbe presagire un futuro in pratica già scritto, come nel più inquietante dei racconti di Gabriel García Márquez[1]. Quel presunto ordine globale, infatti, corrisponderebbe all’ingrosso, secondo la classificazione antica (Platone, Aristotele), alla forma di governo degenerata detta oligarchia, governo dei più ricchi, solo proiettata nel nostro presente su scala planetaria.

Più nello specifico, essa è incarnata da una ristretta élite economico-finanziaria apolide (capitalisti e banchieri), raccontata da quello stesso potere mediatico che largamente controlla, come un improbabile circolo di filantropi e benefattori a vario titolo dell’umanità. E questo, ad un occhio critico appena avvertito, segnala una prima doppiezza ipocrita, evidentemente necessaria, tra ciò che si è, parte dell’aristocrazia del denaro, e il come si appare, un membro permanente dell’esercito di salvezza mondiale. Nel più tipico dei travestimenti del lupo camuffato da agnello (Matteo:7,15-20).

Il raddoppiamento soggettivo, su richiamato, diventa poi un compiuto metodo di governo indiretto, là dove questa oligarchia cosmopolita si avvale di poderose istituzioni internazionali opportunamente convertite al credo neoliberista, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale su tutte (in grado di riorientare le politiche degli Stati, tranne forse quelli di stazza continentale).

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ilpedante

Digitocrazia e palazzismo

di Il Pedante

modelliLa tecnocrazia, recita asciuttamente l'Enciclopedia Garzanti, è un «sistema politico fondato sulla gestione del potere da parte degli esperti e dei tecnici delle varie discipline». A ben vedere è un concetto acefalo, un calembour autologico dove gli strumenti (la tecnica, i tecnici) di un'attività (κράτος, il potere) diventano di quest'ultima gli autori e finiscono così per rappresentarla senza un soggetto, dadaisticamente appesa a se stessa. La tecnocrazia è uno sterzo che guida, una scarpa che corre, ultimamente una scienza che parla. È la misera licenza della miseria progressista, di un cammino (gressŭs) che si dice proiettato in avanti (pro) senza però darsi la pena di distinguere il davanti dal dietro, l'alto dal basso, la tecnica di Hiroshima da quella di Fleming.

Gli inganni del governo tecnico si rivelano nei sottintesi che tacciono. Siccome non può darsi un atto senza un autore, chi finge che spetti al pilota decidere la meta del viaggio promuove da un lato la finzione corollaria e quadratica del «pilota automatico» (cit. Mario Draghi, 2013) e da lì governo degli algoritmi in cui l'umano è obsoleto, dall'altro consegue l'unico obiettivo plausibile di nascondere le umanissime dita che tirano i fili del timone «intelligente». Il tecnocrate è letteralmente il Turco, il robot scacchista creato nel Settecento da Wolfgang von Kempelen per stupire un pubblico così ottusamente fiducioso nei prodigi della tecnica da non sospettare che le braccia dell'automa erano in realtà mosse da un giocatore in carne ossa alloggiato al suo interno, sotto uno strato di ingranaggi messi a casaccio. Da allora non è cambiato davvero nulla, sennonché oggi la scacchiera è il mondo, le pedine i suoi popoli.

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noinonabbiamopatria

La liberazione della Palestina ed Israele nel vortice della crisi generale del sistema capitalista

di Noi non abbiamo patria

al ludQuando nei primi giorni di maggio salta la rabbia palestinese di Gerusalemme Est contro il via libera della Corte Suprema di Israele di sfrattare con la forza le famiglie palestinesi dal quartiere di Shaikh Jarrah, per assegnarle ai nuovi colonizzatori israeliani, e scoppiano le violenti proteste presso la moschea di Al Aqsa contro le truppe di occupazioni israeliane (indomite nel provocare i palestinesi durante il mese del Ramadan, negando loro l’accesso alla “Porta di Damasco” e alla moschea stessa), era immediatamente chiaro che si dipanava una pianificata escalation della pulizia etnica della Palestina.

Pianificazione che ha visto alcune precise tappe precedenti nel corso degli ultimi quattro anni, con il sostegno del suo principale manutengolo l’imperialismo USA che ha provato a condizionarne tempi e modalità:

  • La dichiarazione unilaterale di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele;
  • Il suo riconoscimento da parte della Casa Bianca degli Stati Uniti d’America ed il seguente spostamento della sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme;
  • Il riconoscimento dello Stato di Israele da parte degli Emirati Arabi Uniti e Bahrain promossa dall’azione diplomatica di Trump anche per rimettere in riga i paesi dell’OPEC;
  • la dichiarazione unilaterale di Israele dell’annessione dei territori occupati della Cisgiordania;
  • e non da ultimo la conferma della presidenza degli USA Biden a mantenere la sua ambasciata proprio a Tel Aviv, in continuità con le decisioni prese dall’ex presidente Donald Trump, e a sottoscrivere negli ultimi giorni un contratto di vendita in armamenti per 736 milioni di dollari.

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osservatorioglobalizzazione

Tutte le fake news dei cacciatori di fake news

di Fulvio Scaglione

fake newsCosì è (se vi pare), scena prima, parte prima. Siamo nel giugno 2020, il Washington Post spara la notiziona: la Russia ha pagato i talebani perché, a partire dal 2018, uccidessero soldati americani in Afghanistan. A ruota arriva il New York Times: titolare del programma di assassini prezzolati sarebbe l’Unità 29155 del Gru, i servizi segreti militari russi. E siccome siamo agli inizi della campagna elettorale Usa, si aggiunge: Donald Trump lo sapeva già da febbraio ma non ha detto né fatto nulla. Sottinteso: perché è una marionetta di Putin. Ovviamente Joe Biden ci si butta a pesce: “”Non capisco perché questo Presidente non sia disposto ad affrontare Putin che paga taglie ai taliban perché uccidano soldati americani in Afghanistan”, dice durante il dibattito presidenziale del 22 ottobre. Altrettanto ovviamente la notiziona viene riversata tal quale da tutti (o quasi) i media della provincia italiana.

Scena prima, parte seconda: aprile 2021, sono le stesse agenzie americane, militari e della sicurezza, a smentire la storia che merita, secondo loro, “low to moderate confidence”. La Nbcn, una delle Tv più accanite nell’inseguire la storia, traduce così: “Nel gergo dell’intelligence, una moderata fiducia significa che le informazioni sono plausibili e provenienti da fonti credibili, ma non abbastanza corroborate da meritare una valutazione più alta. Una bassa confidenza significa che l’analisi è basata su informazioni discutibili o non plausibili – o informazioni troppo frammentate o scarsamente confermate per trarre conclusioni solide. Può anche riflettere problemi con la credibilità delle fonti”.

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sinistra

2001-2021. Il Forum Sociale Mondiale e il movimento altermondialista

Bilancio provvisorio e alcune considerazioni per il futuro

di Giorgio Riolo

49912972851 a3bd1c7413 bI.

A vent’anni dal primo Forum Sociale Mondiale (Fsm) di Porto Alegre del gennaio 2001 e in seguito in Italia, nel luglio dello stesso anno, gli avvenimenti del G8 di Genova, al cui controvertice, così ferocemente represso, vi fu quella straordinaria partecipazione anche grazie al precedente del Fsm di Porto Alegre, si possono avere due modi. Il solito e rituale modo della celebrazione, il rinverdire il protagonismo di taluni e talune in quegli eventi ecc. oppure, atteggiamento più fecondo, riflettere e ponderare alla luce dei decenni trascorsi per trarre le lezioni e per proiettare nell’oggi e nel futuro ciò che necessariamente impariamo nel cammino.

 

II.

Beninteso, il fenomeno dei movimenti antisistemici e della mobilitazione mondiale della società civile e dei movimenti sociali e politici contro la globalizzazione neoliberista non data solo dal primo Fsm di Porto Alegre.

Si è sempre detto che il Fsm, e il corrispondente movimento altermondialista, non è un “dato”, bensì è un “processo”. E come tale presenta dei prodromi, delle premesse, presenta un percorso evolutivo che rimonta almeno nei decenni precedenti. Con il trionfo del neoliberismo negli anni ottanta e poi ancor più negli anni novanta, dopo la fine del socialismo reale e la contemporanea crisi e fine dei movimenti di liberazione nazionale, dei progetti nazionali e popolari (Samir Amin) dei cosiddetti paesi non-allineati. La fine del Terzo Polo mondiale così spesso non preso in considerazione per capire cosa è cambiato nel volto del pianeta.

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lafionda

Il senso della politica oltre il Covid

di Luca Cimichella

pollockI. Stato d’eccezione e Restaurazione

La politologia del XX secolo, almeno a partire da Schmitt, ci ha insegnato a pensare la relazione consustanziale, presente in tutta la politica moderna fin dalla sua fondazione hobbesiana, tra istanza amorfa, caotica e incontrollabile della realtà umana (“stato di natura” che riemerge come stato di eccezione) e istanza politica, mediatrice e stabilizzante (ordine giuridico), che nasce a seguito del bisogno di sicurezza e incolumità dei soggetti umani nella comunità. Queste due istanze sono talmente reciproche e interrelate da provocarsi a vicenda, spesso addirittura in contemporanea e nella stessa situazione storica. Ad un eccesso di astrazione burocratico-tecnica del potere costituito segue infatti un corrispondente bisogno di rappresentanza popolare, e viceversa, ad un eccesso di immediatezza ideologico-identitaria corrisponde un’esigenza di maggiore razionalizzazione e giuridificazione del potere.

La crisi pandemica mondiale ha offerto una vera e propria svolta a questa dialettica verticale-orizzontale, la cui risoluzione è stata però dettata non da un mutamento di linea e classe politica legittimata dal basso (come nel 2018), bensì da un espediente squisitamente extra-politico, foriero in sé di caos, e messa in atto altrettanto impoliticamente dai nuovi organismi sovrani dello stato eccezionale: in Italia il comitato tecnico-scientifico, promosso dall’esecutivo di governo, e a livello mondiale gli enti sanitari internazionali (uno su tutti, l’OMS).

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Insonnia cilena, destra strabattuta

di Facundo Ortiz Núñez *

cile insonnia 640x300È stata una sorpresa che ha demolito le previsioni di tutti gli analisti: le elezioni di questo fine settimana hanno confermato quanto sperimentato nel 2019 durante le proteste sociali.

La destra non ha raggiunto la soglia del 1/3 necessario per porre il veto nell’assemblea costituente e la struttura politica del paese è cambiata, forse irreversibilmente, con l’emergere di nuove forze costituenti e un notevole spostamento a sinistra.

Questa cronaca scritta da Valparaíso durante l’insonnia della scorsa domenica notte offre un resoconto preciso per capire la nuova mappa di un Cile che ora dovrà affrontare le elezioni presidenziali di novembre.

*****

Il Cile ha celebrato le sue “macro-elezioni” questo fine settimana, da cui sono emerse più di 2.700 incarichi, tra consiglieri, sindaci, governatori e costituenti, una curiosa conseguenza del periodo di mobilitazioni più anti-istituzionale del paese in decenni.

Le forze ereditate dalla dittatura avevano fatto di tutto per fermare l’ondata di cambiamento. Dichiarare uno stato di eccezione e riempire le strade di militari. Svuotare con colpi di manganello, lacrimogeni e proiettili di gomma. Accecare e imprigionare i ragazzi ribelli. Per blindare un processo costituzionale per garantire a loro stessi una quota di potere. Riempirlo di trappole e ostacoli per limitare la vera democrazia. Far piovere soldi sui loro candidati per privilegiarli nella campagna e mettere a tacere gli sconosciuti.

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lacausadellecose

Stato di Israele e questione palestinese: ben oltre la “questione ebraica“

di Michele Castaldo

Avvertenza: scrissi queste note e le pubblicai sul mio sito oltre 11 anni fa. Le ripropongo rispetto al nuovo massacro da parte dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese perché sono più attuali che mai

grattacielo gaza bombardato ansa2 2“La storia è radicale e percorre parecchie fasi,
quando deve seppellire una figura vecchia“

È difficile riuscire a ragionare di fronte a tanta crudeltà, alla disparità delle forze in campo tra lo stato di Israele e la resistenza palestinese che si esprime in questa fase nel gruppo islamico di Hamas. Mai la storia è uguale a sé stessa, bisogna guardare ai fatti senza sovrapporre ad essi schemi di precedenti cicli storici. L’odierno Stato di Israele non è la comunità religiosa o etica religiosa della diaspora, del martirio o dell’olocausto. La storia macina e modifica ogni cosa, i rapporti fra gli uomini, le comunità, le nazioni, gli imperi e cosi via.

Molti ebrei che emigrarono tra la seconda metà del 1800 e la prima decade del 1900 dall’Ucraina, dalla Polonia, dalla Germania, dalla Russia verso gli Stati Uniti d’America, ebbero un ruolo importante nello sviluppo delle lotte operaie e proletarie di quel florido paese, furono artefici della costituzione di società di mutuo soccorso, di sindacati, di partiti socialisti e comunisti. Molto spesso furono veri e propri passaparola fra le lotte operaie che si sviluppavano negli States e le prime organizzazioni operaie in Ucraina, in Russia, nella stessa Germania. Furono artefici di un filo conduttore che trasmetteva le tensioni da un continente all’altro, oltre ad esprimere – come ben noto – alcune figure carismatiche del movimento operaio mondiale come Marx, Rosa Luxemburg, Poul Levy, Leone Trotzky e tanti altri.

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palermograd

C’è Rousseau e Rousseau. Moltitudine e classe al tempo del tecno-populismo

intervista ad Augusto Illuminati*

204248914 120ae467 021a 4cce 8764 f957aac94dccOggi il nome di Rousseau è associato, almeno in Italia, a un’idea peculiare di democrazia diretta da contrapporre positivamente alle storture della rappresentanza politica. Eppure, il concetto di “volontà generale” per come lo intendeva Rousseau ha ben poco a che fare con i ristretti referendum condotti su piattaforme proprietarie. Si tratta solo di un’operazione di marketing politico, di verniciatura intellettuale ai limiti dell’appropriazione indebita, o c’è qualcosa di più? Perché Rousseau, rispetto a tanti altri suoi illustri contemporanei, continua a esercitare un richiamo così forte a quasi 250 anni dalla sua morte?

Il richiamo a Rousseau dell’omonima piattaforma è ovviamente fasullo e oggi tristemente fallimentare, non è volonté générale di una comunità unanime istantaneamente informata e neppure volonté de tous, maggioritaria per coalizione di gruppi divisi, ma il luogo di una consultazione su quesiti manipolatori votati da una minoranza della minoranza degli elettori del M5S cui erano stati sottoposti. Quindi al massimo è testimonianza del persistente riferimento a qualcosa di più che un nome nei libri di testo scolastici. Rousseau è una memoria ricorsiva in momenti di uso radicale della sovranità popolare (per esempio durante la dittatura democratica giacobina o nella breve stagione della Commune) oppure di crisi della democrazia rappresentativa, quando si mette in discussione il principio stesso della rappresentanza e delle delega.

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lafionda

Il ritorno del Leviatano?

di Matteo Bortolon

LeviatanoIn piena seconda ondata di Covid-19 cosa possiamo capire di come sarà il nostro futuro? Lo scenario è molto mobile, alcune provvisorie conclusioni possono essere tirate. In questa serie di articoli l’autore cerca di gettare uno sguardo sulle dinamiche economiche che sono già fra noi per cercare di capire le sfide future. Dopo aver indagato sui fattori di continuità in un articolo precedente, vediamo adesso cosa comporti il rinnovato ruolo dello Stato. Cercando le basi per una comprensione della congiuntura attuale, con poche certezze, salvo una: allacciamo le cinture, sarà una fase movimentata.

* * * * 

Il confinamento o lockdown è una delle questioni più scottanti e dirimenti nel panorama della crisi Covid.

Essa si inscrive non solo nella dialettica fra protezione e libertà, ma impatta significativamente sul piano dell’economia; si pensi alle proteste di piazza di varie categorie penalizzate (ristorazione, palestre, e simili).

Questo apre due possibili piste di riflessione: il disagio che le misure di confinamento acutizzano per una parte della società da una parte e il nuovo (o supposto tale) ruolo dello Stato come indiscusso fulcro della vita economica dall’altra.

L’una questione si lega all’altra e tenerle assieme è necessario per capire in che direzione le nostre democrazie stanno andando.