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lafionda

Il lavoro offeso. Lottiamo per la dignità

di Cristina Quintavalla

portuali23L’esercito francese aveva subito la più cocente delle sconfitte: l’imperatore Napoleone III era stato catturato, l’esercito prussiano era giunto sino a Parigi e aveva imposto una resa disonorevole alla Francia imperiale, che pure sembrava proiettata grazie a vent’anni di fasti e successi verso l’egemonia del continente europeo.

Il governo Thiers, nel mezzo di una devastante crisi economica, sociale, politica, chiese proprio al nemico prussiano di liberare 100.000 prigionieri di guerra per disporre delle forze necessarie per reprimere la Comune di Parigi e dare la caccia ai comunardi. Proprio così: fu ricercata un’ intesa col nemico, che aveva così sprezzantemente umiliato e messo in ginocchio la Francia, contro i lavoratori francesi in lotta.

Nemico sui campi di battaglia, ma alleato contro la classe proletaria in quella che fu definita “la settimana di sangue”, nel corso della quale fiumi di sangue irrorarono le strade parigine e la più vile caccia all’uomo fu perpetrata. La mattanza presentò il suo conto: 20.000 i morti , 7500 le condanne ai lavori forzati e le deportazioni.

Si tratta di una delle pagine più efferate della storia, ma che dovrebbe rimanere scolpita nelle nostre menti, quasi una bussola, soprattutto per coloro che si illudono sulla possibilità di conciliare gli interessi contrapposti di classi contrapposte. Di chi si illude di stringere patti sociali, accordi nel mutuo interesse, di chi farnetica di “pace sociale”, di presunte/sedicenti regole della democrazia, volte solo a camuffare la legalità borghese.

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badialetringali

Riflessioni sul PCI

di Marino Badiale

VECCHIA SEDE DEL PCI1. Introduzione.

Questo intervento espone alcune riflessioni su aspetti di fondo della storia del Partito Comunista Italiano. Si tratta di temi sui quali sono andato interrogandomi a lungo, in parte per motivi legati alla mia storia personale. Le tesi che esporrò hanno carattere ipotetico, e sottolineo questo aspetto: esse andrebbero intese come stimoli a discussioni e ricerche di tipo storico, finalizzate a corroborarle o limitarne la validità o confutarle.

La discussione svolta in questo articolo non riguarda l’intera storia del PCI, ma si concentra su quel periodo nel quale esso è effettivamente un agente storico fondamentale nella costruzione dell’Italia attuale. Si tratta del periodo che va dal 1943 (con l’inizio della Resistenza) agli anni Settanta. I pochi accenni ai primi vent’anni di vita del Partito serviranno solo per segnalare alcuni aspetti rilevanti per le mie argomentazioni. Per quanto riguarda invece la parte finale della storia del PCI, cioè gli anni Ottanta, ritengo che essa non apporti nessuna autentica novità: come cercherò di argomentare più avanti, il declino del PCI inizia negli anni Settanta e si esprime nella disgraziata politica del “compromesso storico” che il partito sceglie allora di perseguire. Gli anni Ottanta, con la scomparsa finale del partito comunista in quanto tale, sono solo la stanca conseguenza delle scelte precedenti.

 

2. Quale doppiezza?

Il periodo sul quale mi concentrerò, dall’inizio della Resistenza agli anni Settanta, è quello nel quale il PCI si radica nella realtà del nostro paese, acquista un seguito di massa e diventa il primo partito della sinistra italiana, caratteristica che, mi pare, distingue il nostro paese da ogni altro paese occidentale.

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materialismostorico

La questione nazionale e la sinistra sovranista

di Alessandro Barile (Sapienza Università di Roma)

Note attorno al libro di Michael Löwy, Comunismo e questione nazionale. Madre- patria o Madre terra?, Meltemi, Milano 2021

2012 02 05 questione nazionaleNecessario corollario del fenomeno populista dell’ultimo decennio è la questione nazionale. In qualche modo l’uno spiega l’altra e viceversa: difficile stabilire i confini, ragionare sui nessi causali, e lo scivolamento (più o meno lento, forse non inevitabile) del populismo in sovranismo esplicita il legame unificando i due concetti. Il populismo organizza in posizione politica una pulviscolare richiesta di maggiore “protezione sociale”, sia questa declinata in senso progressivo (ovvero “dal basso” delle popolazioni impoverite contro “l’alto” dei mercati globali), o in senso regressivo (recupero o difesa di un’identità da usare contro minacce esterne alla comunità locale e “sovrana”). Non per caso allora dalla crisi dei mutui sub-prime, l’ascesa di Syriza e Podemos e l’affermazione del Movimento 5 stelle in Italia (fenomeni originati in un arco di tempo che va dal 2008 al 2013), le scienze sociali e il mercato editoriale sono stati invasi da pubblicazioni attorno al tema della sovranità nazionale1. Dove è andata a situarsi in tempi di globalizzazione ed europeismo? Se una certa rassegnazione teleologica considerava inevitabili tanto questa globalizzazione quanto questo europeismo, cosa è successo quando ambedue questi processi storici sono entrati in una crisi strutturale e a quel punto considerata, altrettanto finalisticamente, come “irreversibile”? Dopo la globalizzazione non poteva che esserci un ritorno alla nazione, veniva affermato con la sicurezza di chi andava sostituendo Marx con Polanyi, così credendo di aver risolto le presunte aporie della teoria marxista. Sempre non a caso il marxismo di questo decennio è andato in confusione. Perché se la recessione economica sembrava continuare a confermare le previsioni marxiane sull’inevitabilità della crisi, il riaffacciarsi della questione nazionale ha presentato questi problemi su di un terreno scivoloso e ambiguo, collegato ad una delle principali “zone di discomfort” del pensiero marxista.

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carmilla

Dare a Cesare quel che è di Cesare

(e ai sindacati confederali quel che spetta loro)

di Sandro Moiso

1977.02.17 Cacciata di Lama segretario della Cgil dallUniversità 1Poiché siamo abituati a dare a Cesare ciò che è di Cesare e al cielo ciò che gli appartiene, va detto che un merito, per ora forse l’unico, che il movimento No Green Pass può vantare è quello di aver contribuito indirettamente a far sì che, non certo per la prima volta ma in maniera più consistente, i sindacati confederali risplendessero alla luce del servilismo e del collaborazionismo che da sempre ne contraddistingue azione e funzione politica.

Contro la marmaglia ribelle, nei giorni precedenti il 15 ottobre, i media, il PD e il governo stesso si sono sperticati gola e mani nell’esaltazione dell’opera di pacificazione sociale portata avanti da CGIL, CISL e UIL e in particolare dalla figura, ormai prossima alla beatificazione, di Luciano Lama in occasione delle celebrazioni per il centenario della sua nascita.

Mentre si sorrideva, giustamente, della richiesta di Salvini a Draghi affinché il presidente del consiglio contribuisse a riportare la pace sociale in vista delle elezioni amministrative e dei successivi ballottaggi, molti, quasi sempre offuscati da qualsiasi superficiale richiamo alla mistica dell’antifascismo istituzionale, ignoravano o sembravano soprassedere sull’autentica e definitiva dichiarazione d’intenti manifestata dai leader sindacali, “unitari” nel sostenere la necessità di evitare qualsiasi tipo di conflittualità sociale al fine di permettere la ripresa economica promessa dal PNRR.

Certo non è la prima volta che i sindacati della concertazione, uscita pari pari dalla Carta del Lavoro di mussoliniana memoria, chiedono sacrifici e compartecipazione dei lavoratori in nome del supremo interesse nazionale. La storia degli ultimi cinquant’anni ne è piena, ma tale funzione di collaborazione spesso è apparsa più sfumata rispetto alle dichiarazioni attuali.

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sinistra

Dalla sinistra senza popolo alla destra muscolare

Note sul processo di fascistizzazione

di Eros Barone

mev 10201347Lacroix - Dunque noi avremmo fatto della libertà una puttana! Danton - Del resto cosa ci sarebbe! La libertà e le puttane sono le cose più cosmopolitiche di questa terra.

Georg Büchner, La morte di Danton. 1

   1. Un convitato di pietra: l’astensione

L’affermazione del centrosinistra nella maggior parte delle grandi città (Torino, Milano, Bologna e Roma) ha caratterizzato le recenti elezioni amministrative. Tuttavia, va detto che tale affermazione è il sottoprodotto non di uno smottamento elettorale del blocco di centrodestra, ma della dimensione eccezionale di un'astensione dal voto che ha interessato prevalentemente quei ceti medi produttivi i quali, se si riconoscono nella Lega, non si riconoscono però nella linea perseguita dal suo attuale segretario. Così la scelta di aderire alla maggioranza di governo che sostiene il governo Draghi e dunque di sostenere una politica di unità nazionale ha sicuramente pesato sul voto, potenziando le contraddizioni già esistenti tra la Lega e Fratelli d'Italia sul terreno della lotta per l’egemonia all’interno di una coalizione che vede queste due forze, ad un tempo, alleate e concorrenti. L’analisi dei flussi elettorali dimostra peraltro che Fratelli d'Italia non ha tratto un vantaggio proporzionale dal netto arretramento della Lega, poiché in gran parte il deflusso leghista ha alimentato il ricco serbatoio dell'astensione. Ad ogni modo, è questa la prova che le due principali forze della destra italiana controllano un blocco sociale ed elettorale potenzialmente maggioritario.

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lafionda

Vent’anni dopo l’11/09. Guerre, repressione del dissenso e narrative religiose apocalittiche all’insegna della paura

di Matteo Bortolon

11settembreyuyfLa quasi coincidenza temporale del ritiro USA dall’Afghanistan e il ventennale degli attentati dell’11 settembre sembra suggerire la chiusura di un ciclo, come ha fatto notare Pino Arlacchi su La Fionda.

Il XXI secolo si è aperto con una cesura di rara accuratezza cronologica: il 2001 marca una discontinuità netta nella storia recente.

Il 7 ottobre i primi bombardamenti sull’Afghanistan inaugurano un ciclo in cui la reazione politico-militare degli USA all’11/09 apre un ventennio nero di guerre, morti e securitarismo, avvelenando l’immaginario di una intera generazione con paure di altri catastrofici attacchi e la previsione di un mondo futuro basato sul paradigma ossessivamente paranoide della sicurezza: controlli invasivi, uomini armati ad ogni passo ed il sospetto di tradimento gettato su chiunque maturasse una forma di opposizione al governo in carica. Nella decade successiva il clima si sarebbe alleggerito con la presidenza Obama ma i fattori di continuità erano troppo forti. Tale ventennio si è davvero esaurito, come suggerisce il ritiro dall’Afghanistan a poca distanza dalla ricorrenza della caduta delle Torri Gemelle?

Per capirlo ricapitoliamo il profilo dei due gruppi al centro di questa storia, che hanno determinato queste dinamiche scrivendo la storia col sangue di molte vittime, per lo più innocenti. Entrambi ambivano a modellare il mondo ma in modo molto diverso rispetto al risultato effettivo. Si tratta degli islamisti radicali e dei neocon americani; ognuno di essi ha cercato di sostituire la costruzione del consenso con abbondanti dosi di una delle risorse più universali e radicate nell’animo umano: la paura.

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sinistra

Tra delegittimazione e ristrutturazione

Una nuova tappa della crisi dello Stato borghese e della società italiana

di Eros Barone

DSCF3671 1536x1229    1.Motus in fine velocior” 1

La recente tornata delle elezioni amministrative segna, per tutte le aree politiche, un vero e proprio salto di qualità nella crisi organica che attanaglia da tempo lo Stato borghese e la stessa società italiana. Così è, a tutti gli effetti, e i risultati elettorali, per chi abbia seguìto le tappe successive di tale crisi, solo in apparenza sono sorprendenti.

Con il dato dei votanti alle Comunali che si attesta al 54,69% questo primo turno delle amministrative costituisce un record per la bassa partecipazione al voto: in pratica un elettore su due non si è recato alle urne. Dal 2010 ad oggi la minore affluenza si era registrata in precedenza solo nel 2017 con il 60,07%, mentre nella tornata di cinque anni fa aveva votato il 61,52% degli aventi diritto e lo scorso anno l'affluenza era stata del 65,62%. Il crollo della partecipazione è spettacolare soprattutto nelle grandi città italiane. Nella capitale la partecipazione dei cittadini al voto è stata del 48, 83, laddove cinque anni fa l'affluenza era stata del 57,03%. Parimenti, è in calo l'affluenza alle elezioni comunali di Milano, dove meno di un elettore su due è andato alle urne, un dato mai verificatosi in città: alla chiusura dei seggi ha votato infatti il 47,6% contro il 54,6% del 2016 quando si votò in un solo giorno. Così pure a Napoli, dove le elezioni fanno segnare un tracollo dell’affluenza alle urne, che si attesta sul 47,19% degli aventi diritto, nel mentre, cinque anni fa, al primo turno aveva partecipato al voto il 54,12% degli elettori. Anche a Torino l’affluenza è rimasta abbondantemente sotto il 50%, facendo così registrare il peggior risultato della storia nel capoluogo piemontese. Un’affluenza del 51,87% segna il dato più basso nella storia delle elezioni comunali di Bologna. Basti pensare che nelle elezioni di cinque anni fa votò il 59,66% degli aventi diritto al primo turno e il 53,17% al ballottaggio. Infine, è risultata del 35,93 l'affluenza alle elezioni suppletive per un collegio parlamentare della Toscana.

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neronot

Padri, figlie e fratelli (d’Italia)

Note sull’autobiografia di Giorgia Meloni

di Franco «Bifo» Berardi

meloni copertina 4Questo libro mi ha rovinato l’estate. Forse l’estate si era già rovinata da sé, tra caldo intollerabile per settimane, l’angoscia dell’aeroporto di Kabul, lo stillicidio di dati sul COVID19 che non passa, e la scoperta che le due dosi di AstraZeneca che avrebbero dovuto darmi una certa tranquillità non rassicurano affatto, e infatti l’Occidente ricco si sta procurando la terza, la quarta e la quinta dose mentre nel Sud del mondo i vaccinati sono l’1 o il 2 per cento. Ma questo libro ha dato il colpo di grazia alla mia estate perché leggendolo mi rendevo conto che nel futuro prossimo del paese c’è, sicuro come le piogge d’autunno (ma ci saranno ancora le piogge il prossimo autunno?), un ritorno del fascismo.

Fascismo in verità non è la parola giusta. Si usa questa parola per definire una tradizione che discende dall’umiliazione per la vittoria mutilata e dalla truculenza di Benito Mussolini, dalle squadre che andavano a picchiare i braccianti in sciopero, dall’assassinio di Matteotti e di migliaia di sindacalisti e intellettuali tra il 1919 e il 1945. Poi continua attraverso la repubblica sociale, il Movimento sociale di Almirante, l’Alleanza nazionale di Gianfranco Fini eccetera. Il fascismo novecentesco fu un fenomeno barocco, meridionale, padronale e giovanile: violenza, spettacolo, vittimismo e baldanzosa aggressività di colonialisti alla conquista delle terre africane. Siamo ancora lì oppure qualcosa è mutato in modo radicale?

Cerchiamo di capirlo leggendo questo libro che si chiama Io sono Giorgia.

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ilpungolorosso

Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia

di Il Pungolo Rosso

tinisiaLa macchina dell’islamofobia ha riacceso i motori.

Dopo la bruciante sconfitta patita in Afghanistan dagli Stati Uniti e dalla Nato, era scontato. E il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione d’oro per una ripartenza alla grande, chiamata a nutrire i propositi di rivincita.

A reti unificate tv, giornali e social presentano i talebani e gli attentatori suicidi dell’11 settembre come il prototipo di tutti gli “islamici”. E attraverso questa mossa propagandistica le popolazioni dei paesi a tradizione islamica vengono additate nella loro totalità come i nostri irriducibili nemici – a meno che non prendano apertamente posizione a favore dei “nostri valori” (di borsa), e pieghino la schiena davanti alla pretesa occidentale di dominare e spogliare il mondo “islamico” per diritto divino. Il “diritto” acquisito con il colonialismo storico.

L’islamofobia è un’arma di guerra: verso l’esterno, e all’interno delle “nostre” società. E per tale va denunciata e combattuta.

Un’arma per legittimare la guerra infinita che la gang degli stati imperialisti occidentali, l’Italia intruppata in essi, ha scatenato (da secoli) contro il mondo arabo e islamico per finalità che nulla hanno a che vedere con la civiltà, la democrazia, la libertà delle donne, e che non finirà certo con l’ingloriosa cacciata dall’Afghanistan. In questa guerra i poteri coloniali sono sempre riusciti – accade ora più che mai – a trovare collaborazione nelle classi proprietarie e negli strati privilegiati dei paesi arabi e islamici per torchiare a sangue, con il loro aiuto, i malcapitati contadini, minatori, braccianti, operai, diseredati, senza il minimo riguardo per la loro esistenza, tanto più se donne. E, in caso di loro ribellioni, sollevazioni o tentativi rivoluzionari, per usare il pugno di ferro per schiacciarli, o l’accerchiamento per soffocarli.

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ilrovescio

Tesi sul Covid-1984

di Il Rovescio

366107Pubblichiamo queste Tesi, uscite sul numero 13 (luglio 2021) della rivista anarchica “i giorni e le notti”. Ci sembrano un’utile cornice teorica, uno sfondo meno immediato in cui collocare i posizionamenti rispetto all’Emergenza, ai vaccini dell’ingegneria genetica, alla tecno-scienza, al “complottismo”, al lasciapassare sanitario e al mondo della costrizione digitale. Se c’è qualcosa che l’attuale guerra ai cervelli (e ai corpi) sta determinando, è senz’altro la condizione in cui ciascuno si trova di dover pensare da sé senza schemi ereditati e rassicuranti. Che padroni e tecnocrati, per restare all’Italia, abbiano schierato il “migliore” – il Banchiere, il Contabile, il Tecnico di sua Maestà il Capitale, la cui mimica e i cui toni privi di ogni passione somigliano alla Macchina che è chiamato a far funzionare; che i loro valletti più chiacchieroni auspichino fin da ora il ritorno di Bava Beccaris a mitragliare le piazze dei renitenti al verbo scientista, dipinte (troppa grazia) come sovversive, testimonia sia del carattere di ultimatum dei provvedimenti in corso, sia di una certa coscienza storica e prospettica dal lato del dominio. Raramente nella storia, invece, si è assistito a uno scarto paragonabile a quello attuale tra la qualità della posta in gioco e la qualità di chi è disposto a battersi dal lato dell’umano. Il piano inclinato sui ci troviamo è dato dall’intreccio tra il processo di atomizzazione sociale seguìto alla sconfitta dei precedenti cicli di lotta e l’impatto senza precedenti della dismisura tecno-industriale (il cui obiettivo è «rinchiudere l’umanità nella sua prigione tecnologica e gettare via la chiave»). Non c’è alcun “soggetto storico” a cui fare affidamento per risalire la china. Solo degli scossoni sociali possono setacciare, in mezzo alla sabbia che si accumula e confonde gli sguardi, le «perle rilucenti di sale».

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cumpanis

Cina: la Nep è finita?

di Leonardo Masella

foto terzo pezzo sez. Ue Asia Eurasia MasellaDi recente è apparsa sui nostri giornali la notizia che la Cina sta rinazionalizzando le aziende che erano state privatizzate con le riforme di Deng. E’ stata l’occasione per i liberisti di casa nostra per esprimere la loro preoccupazione e per alcuni comunisti (sempre di casa nostra) per esultare per la “fine della Nep”. Hanno ragione i liberisti a preoccuparsi, hanno torto i compagni ad esultare.

Hanno ragione i liberisti a preoccuparsi, insieme a tutti coloro che hanno sempre sostenuto che le riforme economiche denghiste avrebbero portato la Cina al capitalismo. Questa notizia mi conferma infatti nell’idea che in Cina lo Stato e quindi il partito comunista non hanno mai perso il controllo dell’economia, cosa che avvenne peraltro anche per la Nep di Lenin, diversamente dalle grandi privatizzazioni russe di Eltsin. E ciò è avvenuto anche quando con le riforme economiche denghiste il governo cinese lasciò creare alcuni colossi privati.

D’altra parte sbagliano ad esultare certi comunisti un po’ dogmatici che hanno sempre mal sopportato le riforme denghiste e hanno sempre sperato in un ritorno indietro verso uno statalismo pressochè integrale come c’era prima della fine dell’Urss, anzi causa principale della stagnazione economica e della insoddisfazione popolare che è stata la ragione principale del crollo economico-politico dell’Urss.

In Cina, dalle notizie che per il momento apprendiamo dalla stampa occidentale, non stanno per niente superando la Nep o l’economia di mercato (che è sempre stata controllata e diretta dallo Stato), ma stanno contrastando e superando lo strapotere che stavano assumendo alcuni colossi privati.

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lacausadellecose

La dura lezione dell’Afghanistan

di Michele Castaldo

136346Faccio una premessa: scrivo per chi è disposto a capire, ben sapendo che la stragrande maggioranza non vuol capire come chi vuole credere in dio. E non mi preoccupo più di tanto perché i fatti si stanno incaricando di imporre certe verità impensabili fino al giorno prima. Ciò detto, sono costretto a fare una seconda premessa, riportando quello che diceva Winston Churchill, cioè che la guerra è innanzitutto una guerra di bugie, se proprio bisogna dire una verità è necessario immergerla in una selva di bugie. Col risultato di sfocarla a tal punto da renderla innocua e perciò incredibile.

Se oltre a certe immagini, come quelle di migliaia di persone che fuggono verso l’aeroporto di Kabul, assaltano l’aereo per sfuggire alla furia dei talebani, volano parole grosse come « Catastrofe », « Disfatta », « La fine peggiore », « I lupi sono entrati nelle città », « Si salvi chi può », « Una macchia sulla storia dell’Occidente », oppure « abbiamo sbagliato tutto », « Fuga da Kabul », e così via, vuol dire che

la batosta è seria, e come tale è avvertita anche, ma forse soprattutto, perché gli effetti non sono quelli immediati, ma quelli successivi, ovvero quel che si metterà in moto con la cacciata ingloriosa degli occidentali dopo venti anni di vergognosa e criminale aggressione.

Gli imperialisti sono sorpresi per l’azione repentina dei talebani che in pochi giorni sono arrivati a Kabul. Ma la rivoluzione sorprende sempre, financo i rivoluzionari, figurarsi chi si augurava una uscita meno ingloriosa e un patteggiamento con i probabili nuovi governanti di quel paese.

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linterferenza

“ECITY. Antropologia della Tecnica”. Una introduzione a “NOCITY” di Antonio Martone

di Gerardo Lisco

freeskipper.Ecity Nocity“NOCITY. Paura e democrazia nell’età globale” edito da Castelvecchi, il nuovo lavoro di Antonio Martone, docente di filosofia politica presso l’Università di Salerno, merita di essere introdotto dalla lettura del suo precedente saggio e cioè “ECITY. Antropologia della tecnica”.

I due volumi sono inscindibili ed è per questa ragione che la mia riflessione prende le mosse dal primo volume. “ECITY. Antropologia della Tecnica” è una riflessione filosofico – antropologica sul mondo connesso nel quale l’individuo, privo di identità e di senso di appartenenza, sempre più ridotto a nodo della rete di comunicazione, vive un’esistenza fluida e perciò di apparente libertà. L’ ECITY non è altro che la descrizione del nuovo totalitarismo dominato dall’economia neoliberale, ossia il liberalismo fondato sul diritto proprietario, in combinato disposto con il post moderno che, avendo abbattuto i confini tra le ideologie e privato di senso i termini destra e sinistra, ha creato il vuoto occupato appunto da questa non – ideologia, segnando la morte stessa della Storia.

Il saggio di Martone, analizza in prospettiva storica la genesi dello Stato moderno partendo dal Leviatano di Hobbes per soffermarsi sull’analisi, anticipatrice della crisi della Democrazia, condotta da Tocqueville in “ La Democrazia in America”[1]. Come scrive Martone nel suo saggio analizzando <<le radici del moderno>> se lo Stato moderno, sul piano teorico, nasce con Hobbes[2] e sull’idea del contratto sociale, ossia sulla cessione di parte della sovranità individuale a favore del potere assoluto dello Stato; sul piano politico ne sanciscono la nascita i Trattati di Pace di Osnabruk e Munster alla fine della Guerra dei Trent’anni.

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ilrovescio

Sulla mobilitazione contro il lasciapassare. Primi appunti

di Il Rovescio

ef784È piuttosto evidente che la questione di cosa dire e fare contro il “green pass”, di come rapportarsi con la gente che sta scendendo in strada contro questa misura di discriminazione, di controllo e di ricatto, non è separabile da cosa si pensa – e da cosa si è fatto a proposito – dell’Emergenza Covid-19 in generale. Le vere e proprie perle di allineamento servile e di imbecillità che si stanno regalando a sinistra e all’estrema sinistra non arrivano inaspettate. Così come solo coloro che non si sono accorti che un mondo gli è passato a fianco si chiedono improvvisamente chi è, da dove esce e che cosa vuole tutta questa gente. Si strilla alle “piazze reazionarie” senza nemmeno un minimo di imbarazzo nel trovarsi nello stesso coro di banchieri, industriali, generali della Nato, giornalisti di regime, ministri degli Interni, scienziati di Sua Maestà… Il pericolo del “fascismo” (tranquilli: la democrazia basta e avanza), non lo si vede nell’azione dello Stato e di una classe dominante che colpisce compatta, ma nelle presenze di estrema destra ad alcune manifestazioni contro il lasciapassare. Come se i passi avanti della potenza coercitiva dello Stato in nome della “salute collettiva” fossero “neutri” rispetto al conflitto di classe nel suo insieme; come se il silenzio-assenso sulla discriminazione sociale e lavorativa di chi non vuole vaccinarsi non oliasse la stessa macchina che attacca i lavoratori che resistono ai licenziamenti, i rivoluzionari, e tutte le lotte.

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lantidiplomatico

Sulla lettera aperta di Cacciari e Agamben

di Andrea Zhok

720x410c50La lettera aperta congiunta di Massimo Cacciari e Giorgio Agamben sul Green Pass (vedi testo nei commenti) ha ricevuto, come prevedibile, un’accoglienza esplosiva. Uno dopo l’altro si sono attivate sulla stampa una serie di firme, più o meno note, per spiegare:

che “le discriminazioni sono ben altre” (Di Cesare, Repubblica),

che “la vita non viene forse prima della democrazia, non viene forse prima di tutto?” (D’Alessandro, Huffingtonpost),

che “il green pass è come la patente o il porto d’armi, che nessuno contesta” (Flores D’Arcais, MicroMega),

che “Cacciari e Agamben non hanno le competenze, lascino fare a chi le ha” (Gramellini, Corriere), ecc. ecc.

Ora, personalmente non credo di essere stato una volta in vita mia d’accordo con Agamben, e dunque ero restio finanche a leggere la lettera, però a fronte di tale qualificata batteria di fucilieri non ho potuto esimermi.

Ciò che ho trovato, e che nel mio piccolo voglio brevemente commentare, è un testo con molti difetti, ma certamente non liquidabile con gli argomenti che ho visto in giro.

Il testo, comparso sul sito dell'Istituto italiano per gli studi filosofici, presenta un’argomentazione molto breve, con un difetto strutturale: essa parte come un argomento “di principio” e “di valore simbolico” circa la minaccia alla vita democratica, prosegue con considerazioni di ordine pragmatico sullo stato della sicurezza dei vaccini e sulla mancanza di una prospettiva (“Dovremo dunque stare col pass fino a quando?), e chiude di nuovo su note di principio.