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Servitori, bottegai e castellani. La vera lotta e quella finta
di Alessandro Visalli
Tentiamo.
Quello che la crisi economica, che è direttamente sociale e direttamente politica, indotta sul corpo malatissimo del nostro presente illumina non è nuovo. Lo abbiamo sempre avuto con noi e ne abbiamo sempre parlato. Tuttavia si sta presentando in un modo che è insieme scontato ed inaspettato. Si scoperchiano contemporaneamente linee di frattura che erano presenti e che sono stati prodotti dal carattere del nostro tempo.
Si tratta, peraltro, di linee vecchie. Sono state prodotte da decenni e molti, moltissimi, sono talmente abituati ad esse da considerarle naturali e irreversibili. Per dargli forma si tentano sempre metafore spaziali, geografiche, o topografie fondate sull’esperienza di base del nostro corpo: dialettica tra le periferie ed i centri, scontro tra alto e basso, tra il vicino ed il lontano, tra l’amico ed il proprio e l’estraneo, l’ostile. D’altra parte, tanti e diversi operatori, tanti spregiudicati imprenditori, cercano costantemente di metterle a frutto, di trarne dividendi politici. Di fare di queste fratture, di queste differenze, merce politica.
In questo modo la putrefazione del corpo del presente si fa posta nel gioco che affaccendati mestatori continuano a rilanciare freneticamente. Un gioco roco, pieno di urla, di ira simulata per intercettare e trarre a frutto, per sé, la vera e giusta ira di coloro che sono naufragati, nelle periferie, soli, in basso. Di coloro che, scivolando, si attaccano alle vesti dei poveretti che sono appena qualche centimetro sopra di loro, li vogliono trascinare in basso, invece di fare forza insieme e salire.
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Trump contro Biden: si scrive post-ideologia, si legge propaganda
di Camilla Pelosi
Molto spesso la definizione di “post-ideologia” in politica copre la volontà dei politici di coprire affermazioni senza alcun appiglio nella realtà e create come semplici artifici retorici e di propaganda. Camilla Pelosi nel contesto del dossier “AMERICANA” oggi studia la questione in riferimento al dibattito tra Donald Trump e Joe Biden
Il dibattito politico attuale ama autodefinirsi “post-ideologico”, sottintendendo di appartenere a un’era ormai depurata da ideologie e altri mostri novecenteschi.
“Qualcuno è POST senza essere mai stato niente!” suggeriva Giovanni Lindo Ferretti già alla fine degli anni Ottanta, in Svegliami. Può l’essere umano fare a meno dell’ideologia, restando animale politico? Se essa rappresenta i valori e il senso comune che garantiscono il funzionamento di una società civile, il nostro periodo storico avrà pur dovuto sostituirla con qualcosa e questo qualcosa, in quanto essenzialmente non ideologico, sarà soprattutto e in primo luogo pragmatico. A livello della vita pubblica, si prospetterebbe l’avvento di una sorta di tecnocrazia illuminata: solo ed esclusivamente i fatti muoverebbero le decisioni di un elettorato finalmente razionale e ragionevole. Dato che le questioni di costume non possono appellarsi a nessuna conferma numerica che sostenga una tesi in maniera univoca, esse verrebbero cancellate dal confronto: la politica finirebbe per essere inglobata dall’economia, in quanto i principali punti quantitativi di una campagna elettorale riguardano questioni meramente economiche.
Chiaramente, la realtà è ben lontana da questo scenario (per fortuna, ci viene da aggiungere). L’ideologia è viva e vegeta: ha solo cambiato forma. Come i servizi, i mezzi di comunicazione e le relazioni umane, si è smaterializzata, ma proprio grazie alla perdita di consistenza è ormai in grado di infilarsi in ogni interstizio della nostra struttura percettiva del reale. Non fa più capo ai fardelli ingombranti e problematici dei dogmi politici del passato, dove serviva da spartiacque per dividere il mondo in due chiaramente distinguibili sfere di influenza; è più sfaccettata, e quindi più difficile da riconoscere.
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Il ruolo dello Stato nel conflitto di classe
di Francesco Pietrobelli
Non è passato inosservato – grazie a numerosi articoli usciti sull’Ordine Nuovo – il ruolo dello Stato nella crisi economica scatenata dall’attuale pandemia. Un’azione di sempre maggiore intervento nel campo economico e di sostegno alle imprese, in linea con la tendenza sempre più marcata per cui il ruolo dello Stato a supporto del capitale privato è essenziale1, affinché vi siano manovre pubbliche che tutelino il fronte padronale da un drastico calo dei profitti. Numerose sono state le mosse governative che si sono così susseguite, fin dai primi mesi di crisi, a sostegno delle imprese, fra le quali troviamo moratorie sui prestiti o garanzie statali sui finanziamenti aziendali2. Particolare scalpore è stato causato dalla richiesta di FCA, a maggio, di usufruire della garanzia statale sui prestiti bancari, prevista dal DL liquidità, con la quale aveva diritto – di fronte alle perdite economiche causate dalla pandemia – di chiedere un prestito, pari al 25% del fatturato dell’anno precedente, a un istituto bancario con garante, fino al 70% del totale, lo stato italiano tramite la SACE, una controllata della Cassa Depositi e Prestiti. Prestito poi ottenuto – ben 6,3 miliardi con Intesa Sanpaolo – con non il 70%, ma bensì l’80% di garanzia da parte dello Stato, data la strategicità dell’azienda, senza al contempo che venissero bloccati i cospicui dividendi di 5,5 miliardi, previsti per il 2021, fra i propri azionisti3. Detto in soldoni: i soldi pubblici, dei lavoratori, saranno utili alla FCA per pagare i profitti dei propri azionisti.
Che lo Stato si sia rivelato lasco nelle misure concesse alle aziende lo ha rivelato anche lo strumento della cassa integrazione covid.
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Il partito dei lavoratori e gli utili idioti del Capitale
di Antonio Martino
Quando Alberto Asor Rosa pubblicò nel 1977 il suo Le due società: ipotesi sulla crisi italiana nemmeno la fantasia del più fervido indiano metropolitano avrebbe potuto immaginare lo scenario di questi giorni. L’ipotesi di un virus in grado di paralizzare la vita del potentissimo e liberissimo Occidente, infatti, poteva affascinare un lettore di Urania, e non certo un compagno di movimento. Oltre quattro decenni dopo la fantascienza è realtà: anzi, parafrasando Marx, è farsa. Tralasciando l’enorme massa di argomenti sulla (pessima) gestione e sui (falsi) rimedi contro la (scontata, essendo in autunno) seconda ondata, vorremmo concentrarci sull’analisi sociale delle conseguenze della crisi, in accordo con quanto già scritto in merito al problema della classe rivoluzionaria.
Partiamo dal dato reale: chi preme per il cd. lockdown è di norma un soggetto che ha dalla propria parte la sicurezza del posto di lavoro e un certo benessere accumulato. Viceversa, chi si oppone è sovente un piccolo imprenditore- proprietario di attività al dettaglio e di commercio minuto, piccole imprese con pochi dipendenti-, un libero professionista o una partita iva. Dal punto di vista strutturale, la linea di faglia è tra garantiti e non, tra lavoratori dipendenti (pubblici e privati di grandi imprese) e unità produttive autonome. In più, l’enorme massa dei disoccupati e dei precari che tende naturalmente a salvaguardare quegli scampoli di normalità fittizia. Si può perciò affermare, generalizzando, che la gestione delle misure di contenimento (sic) del virus siano un’immensa cartina di tornasole della divisione in classi della società italiana.
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Pechino. Riunione del Comitato Centrale: la Cina si guarda dentro
di Michelangelo Cocco*
Sulla quinta sessione plenaria (plenum) del XIX Comitato centrale del Partito comunista cinese, che si svolgerà a Pechino dal 26 al 29 ottobre, saranno puntati gli sguardi dei potenti del mondo, interessati a capire come la seconda economia del pianeta intenda reagire all’uno-due della guerra commerciale-tecnologica scatenata dalla Amministrazione Trump e della pandemia di coronavirus.
Dopo che il IV plenum (28-31 ottobre 2019) aveva decretato la linea dura contro i ribelli di Hong Kong, questa volta i 204 membri permanenti e i 172 supplenti del CC si concentreranno sulla discussione del XIV Piano quinquennale (2021-2025), che sarà formalmente approvato in primavera dall’Assemblea nazionale del popolo.
Nuova era cinese e opportunità nella crisi
L’economia si riprende dunque il centro della scena. Non poteva essere altrimenti in una fase segnata dal secondo shock globale del capitalismo in poco più di dieci anni. Come già in occasione della crisi finanziaria scoppiata nel 2007, il Pcc proverà a sfruttare la pandemia per rafforzare la sua legittimità a governare come partito unico, ma per riuscirci dovrà compiere decisivi passi avanti riguardo a problemi economici e sociali fondamentali, tuttora irrisolti.
Il 30 luglio scorso (nella riunione dell’Ufficio politico che ha convocato il quinto plenum), nonostante il crollo del prodotto interno lordo (-6,8% nel primo trimestre, +3,2% nel secondo), Xi Jinping e compagni avevano dichiarato centrato il primo dei due obiettivi dei centenari, ovvero la creazione di “una società moderatamente prospera in ogni ambito”, con un Pil pro capite di 10 mila dollari (raddoppiato rispetto al 2010) – in anticipo rispetto all’anniversario della fondazione del Partito, che il 23 luglio prossimo compierà 100 anni.
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“Sistema americano”, fascismo e guerra civile
di Sandro Moiso
Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro
“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)
Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli elettori in Occidente (qui). Ancora una volta, nel testo appena pubblicato da Mimesis nella collana «Il caffè dei filosofi», le sue considerazioni e i dati che egli porta a loro sostegno si rivelano sicuramente interessanti, anche se non sempre pienamente condivisibili da parte di tutti i lettori.
Quello che è certo è che, nell’attuale turbillon mediatico riguardante le elezioni presidenziali americane di quest’anno e le conseguenze socio-economiche della pandemia da Coronavirus, il libro del giornalista americano si pone tra i più utili. Almeno per stimolare un dibattito troppo spesso asfittico, scontato e accecato dalle ideologie e dal politically correct. Un dibattito che, per essere considerato tale, dovrebbe avvertire la presenza di più voci e non soltanto quella della vulgata dominante ovvero delle Sinistre liberal e delle Destre più scontate.
Tre sono i punti principali che il saggio tocca: il primo è quello dello scontro istituzionale (più o meno velato) che si è svolto tra Donald Trump e il deep state rappresentato dalle agenzia per la sicurezza e i funzionari dell’amministrazione fin dagli esordi della sua presidenza. Tema cui si ricollega direttamente il suo tentativo, scarsamente riuscito, di modificare alcune delle linee guida seguite dai governi precedenti in tema di politica estera.
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Fratelli di tutto il mondo, affratellatevi!
Brevi note sul “papa comunista”
di Roberto Fineschi
L’enciclica di Francesco caldeggia nella sostanza la versione più soft dello stato corporativo ed è coerente con la dottrina sociale della chiesa. I comunisti devono invece porsi il problema di trasformare la struttura sociale
Fratelli tutti, l’ultima enciclica di papa Francesco, ha suscitato reazioni diverse ed è stata salutata (o deprecata) per le sue “aperture”. Vediamo i contenuti per capire quanto questo papa sia quel pericoloso “comunista” che viene dipinto dalle fazioni più retrive del mondo cattolico.
1) Critica del presente
L’enciclica prende di petto alcune delle questioni più scottanti dell’attualità sociale e politica, assumendo posizioni chiare. Critica alcuni punti chiave colpendo su due fronti: da una parte le modalità e le istituzioni della gestione neoliberista; dall’altra gli atteggiamenti più duri e intransigenti riconducibili a schieramenti cosiddetti populisti. Ne ha in sostanza per tutti; vediamo in che termini.
1.1) Critica del neoliberismo
Il papa non le manda a dire: l’economia finanziaria e le sue speculazioni sono una delle principali cause dell’attuale crisi mondiale (§§ 12, 52, 53 ,75, 109, 144); i suoi effetti perversi determinano rapporti squilibrati con i paesi più poveri e quindi il loro sfruttamento (§§ 122, 125, 126); causano la vuota e omologante cultura globalistica (§ 100) e il paradossale individualismo che gli fa specchio (§§ 12, 105, 144).
Non basta: il problema di fondo è il mercato! È mera illusione pensare che possa autoregolarsi (§§ 33, 109), questo è un dogma neoliberale (§ 168)! È addirittura necessario pensare a istituzioni che lo regolino, a una sua gestione mondiale (§ 138). Senza questo tipo di regolazione, libertà e giustizia restano irrealizzabili (§§ 103, 108, 170-172).
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“Donne di repressione”
di Elisabetta Teghil
“Ogni donna, del percorso della sua crescita, porta dentro di sé uno o più marchi indelebili di illibertà. Sono segni del potere, iniziazioni a quel maschile e al suo rispetto, sono seduzioni dell’alterità vincente che ci hanno fatto sentire vive dentro gli stereotipi di questa cultura e ce li hanno fatti assumere come nostri, dentro e fuori di noi: il risultato è una complicità con e per ciò che è “vincente”.” Daniela Pellegrini.[1]
L’8 marzo del 2019 il Consiglio superiore della Magistratura ha pubblicato i dati che ufficializzavano il così detto sorpasso rosa: su 9401 magistrati ordinari, 5103 erano donne, cioè il 53% del totale. E se guardiamo ai giovani magistrati in tirocinio, il dato è ancora più netto, perché la percentuale di donne è del 66%, 231 su un totale di 351.
In Italia poi fra i direttori di carcere, e usiamo volutamente il maschile sottraendoci all’ uso politicamente corretto di un femminile che costituisce un artificio e suona come un coccio rotto, le donne sono il 60%. Sei su dieci. Moltissime poi sono nei corpi di polizia e di controllo in senso lato.
Qualche giorno fa la portavoce del Movimento No Tav, Dana Lauriola, è stata arrestata all’alba e trasferita al carcere delle Vallette a Torino. Dana deve scontare una condanna definitiva a due anni per una protesta NoTav del 2012 in cui fu occupata l’area del casello autostradale di Avigliana facendo passare gli automobilisti senza pagare il pedaggio. Il legale di Dana aveva chiesto l’applicazione delle misure alternative che vengono normalmente concesse in questi casi, applicazione che è stata respinta tanto che l’avvocato difensore ha dichiarato che in trent’anni di professione non gli era mai capitato un caso analogo. La paradossale sentenza è stata emessa dal Tribunale di sorveglianza di Torino nella persona del giudice Elena Bonu.
Il giudice è una donna.
Il movimento NoTav ha già fatto esperienze di questo tipo. Nella vicenda di Maya, tanto per citare un altro caso, uno dei tanti. Maya, compagna No Tav, nel 2017 aveva denunciato le violenze e gli insulti subiti da parte della polizia di Torino e venne interrogata sia come parte lesa, perché aveva sporto denuncia, ma anche come indagata, non si sa bene di cosa.
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“La Polizia è fuori controllo e potenzialmente golpista”
La degenerazione della “Republique”
Intervista a Frédéric Lordon
Questa polizia è maledetta, razzista nel profondo, fuori controllo, impazzita per la violenza, bloccata nella negazione collettiva e ha solo episodi di attacchi terroristici per rifarsi l’immagine”.
“Essere un intellettuale è schierarsi con ciò che sconcerta l’ordine sociale, schierarsi con le forze che lo scardinano, contro gli intellettuali per i media”
È da poco uscito nelle librerie “Police”, opera collettiva pubblicata dalla casa editrice La Fabrique, in cui viene analizzata, grazie ai contributi eterogenei dei diversi autori, la natura storica e sociale della polizia, il suo ruolo e le sue funzioni all’interno dell’attuale società capitalista, la “legittimità” della violenza, la “degenerazione” aggressiva e la fascistizzazione dei suoi agenti. Partendo dalle enormi mobilitazioni di piazza degli ultimi anni in Francia – da quelle contro la Loi Travail fino al movimento dei Gilets Jaunes – e sull’onda lunga delle manifestazioni contro le violenze brutali e spesso letali (Geroge Floyd, Jacob Blake, Breonna Taylor, Dijon Kizzee, Deon Kay…) della polizia negli Stati Uniti, viene investigato a fondo lo stretto legame oggi vigente tra politiche neoliberiste, repressione del dissenso e controllo sociale.
Di seguito la traduzione dell’intervista ad uno degli autori, Frédéric Lordon, realizzata da Selim Derkaoui e Nicolas Framont per la “rivista indipendente di critica sociale per il grande pubblico” Frustration.
* * * *
Nel lavoro collettivo “Police” vi chiedete “Quale “violenza legittima”?”, espressione usata regolarmente dall’“alto” della gerarchia, che poi parla di “monopolio della violenza legittima” (come la prefettura, la DGSI, il governo, i politologi e gli esperti di televisione, ecc.).
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Negazionismo e dixieland
di Ferdinando Pastore
La mancanza di fiducia nell’informazione professionale che colpisce gran parte della popolazione è esplosa durante la crisi derivante dall’espansione del virus COVID. Il fenomeno non è da sottovalutare poiché poggia le proprie radici su presupposti comprensibili. Mai come nell’era della “fine della storia” l’informazione si è uniformata dedicandosi a sviluppare un’unica narrazione che ha irradiato specifici dispositivi di comando. Ma essi a differenza di quanto avveniva nei Regimi totalitari classici, nei quali la propaganda era imposta attraverso l’uso della forza e dell’intimidazione affinché fosse edificata una specifica retorica destinata a catturare il consenso della popolazione, vengono costruiti in un apparente sistema democratico e pluralista. Non si nutrono di bollettini governativi ma appaiono come un naturale scorrere della realtà, vestiti dall’aura della credibilità e della competenza. La specifica narrazione neo-liberale abbraccia la totalità della vita politica, sociale, economica e antropologica della comunità ma si rivela attraverso meccanismi persuasivi apparentemente docili. I paradigmi ideologici di riferimento non vengono urlati o ordinati esplicitamente, sono composti da frammenti eterogenei – marketing, informazione, pubblicità, format televisivi, intrattenimento, politica spettacolo – i quali separatamente consacrano una determinata descrizione dell’economia, della società e di ciò a cui deve aspirare l’essere umano. (1)
L’accanimento delle politiche di austerità a seguito della crisi del 2008 ha messo in crisi le fondamenta su cui poggiava quella narrazione. L’idea del “sogno” individuale da perseguire a tutti i costi, in un sistema privo delle protezioni sociali assicurate dallo Stato che un tempo – grazie alla presenza dei partiti e dei movimenti di massa d’ispirazione marxista – garantiva la popolazione dalle storture del sistema capitalistico e slegava determinati beni dai meccanismi dell’economia di mercato, ha perso il proprio appeal.
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Rossanda ci ha lasciati, Hillary c'è ancora. “Il manifesto”, dal 1969 al 2020: daje ai nemici delli americani!
di Fulvio Grimaldi
Referendum: un sì contro la democrazia e per Mario Draghi (miei interventi video)
https://www.youtube.com/c/VOXITALIA intervista sulle votazioni fattami da Francesco Toscano di Vox Italia TV. Il mio intervento parte da 1h 13’ 22”
https://www.youtube.com/watch?v=BbKu7NQYDY4 mio intervento alla Maratona sulle votazioni di Byoblu, da 21’15”
Per restare nell’attualità più bruciante metto in testa al pezzo sulla scomparsa di Rossana Rossanda e sulla natura del “manifesto”, due miei interventi su webtv relativi all’esito del voto per il referendum sul taglio dei parlamentari e alle prospettive che si evidenziano.
Il “quotidiano comunista” che piace ai padroni
Il Manifesto, un giornale la cui esistenza è assicurata da una curia con papessa, da una congrega di amici del giaguaro e da una zoccolante processione di utili idioti, non ha la benchè minima giustificazione per occupare quella sua striminzita. ma vociferante e citatissima presenza sul mercato. I suoi redattori fanno lì lo stage per potersi iscrivere, dopo 18 mesi, all’albo dei pubblicisti o, addirittura a quello dei giornalisti. Ma soprattutto per guadagnarsi subito la fiducia dei Poteri che si solevano chiamare occulti, ma che con il turbocapitalismo finnziario, la globalizzazione, le piattaforme, il digitale, il Covid, Davos e Bilderberg, sono usciti allo scoperto col botto. Questo apprendistato serve ai meno impediti linguisticamente, una volta conquistata quella fiducia, a fare il salto nelle case di piacere dei media di massa.
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Un altro finale di partito
di Paolo Gerbaudo
C'è bisogno di ripensare una forma organizzativa adatta alle mutate condizioni del presente, ragionando sui limiti ma anche sulle opportunità delle pratiche adottate dai «partiti digitali» in questi ultimi anni
Parlare della necessità di un partito politico oggi a sinistra in Italia sembra da nostalgici: un tema che si addice più ai vecchi reduci del partito comunista e delle sue tante litigiose diaspore che alle nuove generazioni. Del resto il cadavere mal seppellito del Partito comunista italiano, quello che nell’immaginario della sinistra italiana è ancora oggigiorno il «partito» per antonomasia, e la sconfitta storica del movimento operaio, continuano a pesare come un incubo sul cervello dei vivi, facendo sembrare ogni tentativo di riorganizzazione politica nel tempo presente un’operazione di piccolo cabotaggio, farsesca e fuori tempo.
Eppure per dare rappresentanza alle classi popolari che oggi si affidano di volta in volta al meno peggio, e sempre più spesso non vanno a votare, è necessario tornare a confrontarsi con questa questione. Non per un feticismo del partito come risposta a tutti i mali. Ma per un dato di realtà: il partito è stato, a partire dall’inizio della modernità, il mezzo attraverso cui le classi popolari hanno riunito le loro energie altrimenti disperse, e trasformato la loro debolezza individuale in forza collettiva, per sfidare il potere concentrato delle oligarchie economiche e politiche.
Questa necessità organizzativa, che come sosteneva Robert Michels è alla base del partito politico come «aggregato strutturale», è oggigiorno forse più evidente di quanto fosse a fine Ottocento e inizio Novecento, agli albori dei partiti di massa della sinistra europea. Viviamo in un mondo in cui la disuguaglianza ha toccato punte inedite, sia a livello globale che nazionale.
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Caffè e il primato della politica
di Giuseppe Amari
Interpretando lo spirito della Costituzione l’economista scriveva: “L'ideale è quello di costruire un mondo in cui lo sviluppo civile e sociale non sia il sottoprodotto dello sviluppo economico ma un obiettivo coscientemente perseguito”. L’opposto della teoria ordoliberista, secondo cui è la società che deve conformarsi al funzionamento del mercato
Come è noto, Federico Caffè svolse un ruolo fondamentale ai tempi della Costituente. Ricordo brevemente il suo impegno in Banca d'Italia, insieme a Paolo Baffi, con i Governatori Vincenzo Azzolini, Donato Menichella, Luigi Einaudi; come l' «economista più ferrato» (Leo Valiani) del gruppo dossettiano; come giovane economista diffusore della «nuova economia keynesiana» e a conoscenza dell'esperimento laburista di Attlee e Bevan che seguiva da Londra con «simpatia non scevra di adesione ideologica»[1]; come componente della Commissione economica per la Costituente; ma, soprattutto, accanto a Meuccio Ruini, il vero motore dei lavori costituenti e ministro prima dei Lavori pubblici con il secondo Governo Bonomi e poi della Ricostruzione con il Governo Parri. Ruini, era anche a capo del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica a cui contribuivano, in diverse sezioni, i maggiori studiosi e operatori economici del tempo, a cominciare Luigi Einaudi, Costantino Bresciani Turroni, Gustavo Del Vecchio, Giovanni Demaria[2].
Dalla testimonianza diretta di un giovanissimo giornalista parlamentare, ancora attivo, sappiamo di Caffè che, quando poteva, ascoltava ammirato il grande dibattito costituente che si sviluppava in quell'aula[3]. Si considerava un economista «passionate» e in lui si può riconoscere lo spirito che animava le madri e i padri costituenti. Si capisce così meglio la sua frase, di fine anni settanta, che possiamo ancora, e a maggior ragione, ripetere oggi: «Si va alla ricerca nominalistica di un «nuovo modello di sviluppo» e si dimentica che nelle sue ispirazioni ideali si trova nella prima parte della Costituzione, nelle condizioni tecniche nei lavori della Commissione economica della Costituente»[4].
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La lotta al razzismo negli Usa nel complicato rapporto col proletariato bianco
di Michele Castaldo
Prendiamo spunto da un corposo documento pubblicato da Ill Will Editions negli Usa, tradotto e pubblicato dai blog Noi non abbiamo patria e Il pungolo rosso, a seguito della lotta dei neri negli Usa provocata dall’assassinio di George Floyd, per tentare di mettere a fuoco la complicata storia del rapporto tra proletariato di colore e bianco negli Usa e in tutto l’Occidente in un momento cruciale di passaggio da una fase all’altra del modo di produzione capitalistico.
Lo scritto ospitato cerca di focalizzare la questione delle questioni che è emersa nel corso di mesi di scontri del proletariato di colore: il rapporto con i bianchi e più precisamente col proletariato bianco.
Gli autori scrivono: «Se la rivoluzione è all’orizzonte, la nostra strategia deve tenere conto dei bianchi». Perché e in che modo?
«La prima e più ovvia ragione è che essi», cioè i bianchi, «costituiscono una parte gigantesca della popolazione. Secondo lo US Census, questo paese è per il 60,1% composta da bianchi europei. Rendiamocene conto. Il secondo gruppo più numeroso è quello dei latinos, che costituiscono il 18,5%, seguiti dai neri e dagli afroamericani con il 13,4%. Seguono gli asiatici al 5,9% e gli indigeni all’1,3%. Per quanto l’idea che i bianchi siano immutabilmente razzisti sia comprensibile, rimane però senza risposta il problema di come fare i conti con questo enorme segmento della società – a meno che la risposta non sia quella delle guerre razziali o della balcanizzazione razziale che finirebbero solo per rafforzare il dominio bianco e il genocidio dei neri, degli indigeni e delle altre persone di colore».
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Il grado zero della politica
di Geminello Preterossi
Lo Stato-nazione è il luogo dove nasce la democrazia rappresentativa moderna (con molte contraddizioni e grazie a dure lotte per rendere effettiva l’uguaglianza). Se si tiene alla democrazia e al primato degli interessi collettivi su quelli privati, è necessario tener ferma la centralità dell’organizzazione statuale della politica e del principio costituzionale della rappresentanza, intesa innanzitutto come rappresentatività delle istituzioni democratiche. Senza Stato e sovranità democratico-rappresentativa, prevalgono i poteri indiretti dell’economia. Così che lo stesso costituzionalismo novecentesco deperisce, svuotandosi di fatto il suo nucleo più innovativo ed emancipante: i diritti sociali come precondizione dell’inclusione delle masse nella cittadinanza e della stessa partecipazione popolare alla determinazione dell’indirizzo politico.
Bisogna quindi stare molto attenti a liquidare la rappresentanza. E’ del tutto evidente che i parlamenti hanno perso centralità, e che il circuito della rappresentanza è più o meno in crisi in tutto l’Occidente. Ma innanzitutto bisognerebbe chiedersi perché, producendo un’analisi meno superficiale della polemica contro la Casta. Non sarà forse perché la definizione dell’agenda è largamente sottratta ai parlamenti e le decisioni sono prese nel circuito esecutivi-lobbies-tecnocrazia? Ad esempio, in Italia oggi la dialettica non è più tra governo e parlamento, ma tra governo e UE. In generale, gli interlocutori degli esecutivi sono le tecnocrazie finanziarie globali. Ciò è compatibile con la democrazia? E fino a dove potrà spingersi il processo di delegittimazione strisciante delle istituzioni politiche che ne deriva? Piuttosto che stracciarsi le vesti di fonte al “popolo” recalcitrante che non capisce le mirabolanti ricette dei riformisti delle controriforme, o credere ingenuamente che sia tutto un problema di buone intenzioni, sarebbe il caso di scendere in profondità, di sforzarsi di elaborare un’analisi un po’ più strutturale.
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Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto









































