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La matrice di Bazarov-Kautsky e il trotzkismo mediatico
di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Dopo più di nove decenni di vita stentata si rivelano sempre più evidenti la crescente debolezza, i continui fallimenti politici e le acute divisioni esistenti tra i diversi e rissosi gruppi che compongono il frastagliato microarcipelago del trotzkismo contemporaneo: non è certo casuale che ai nostri giorni sussistano almeno una dozzina di autoproclamate “Internazionali” che affermano di agire su scala planetaria, rimanendo spesso quasi sconosciute persino ai sempre più rari militanti di base del milieu trotzkista.
L’estrema sinistra di natura trotzkista, come del resto quella di altre correnti politiche (anarcocomunista, bordighiana, ecc.) non solo non ha fatto alcuna rivoluzione, ma non ci si è avvicinata nemmeno da lontano; la sua esperienza su scala internazionale durante circa nove decenni, a partire dal 1928, rappresenta dunque la storia di un fallimento permanente, contraddistinto dall’assoluta incapacità di incidere seriamente sulla realtà politica e sui rapporti di potenza concreti, mancando quasi ovunque persino di avviare processi concreti di accumulazione di forza in grado di far superare la soglia critica dell’irrilevanza politico-sociale.
Ma, simultaneamente, continua invece da molti decenni l’utilizzo quasi costante su larga scala, da parte dei mass media della borghesia occidentale, specie se di “sinistra”, del principale asse politico e del più importante segno distintivo comune ai gruppi che fanno riferimento alla Quarta Internazionale: elemento facilmente individuabile nell’ostilità e nella sfiducia politico-sociale da essi mostrata in modo quasi permanente, a partire dal 1926, contro i nuclei dirigenti politici dei paesi socialisti e delle nazioni antimperialiste sotto il manto di una fraseologia rivoluzionaria, partendo dall’Unione Sovietica dopo la morte di Lenin fino ad arrivare alla Cina Popolare, a Cuba socialista e al Venezuela bolivariano dei nostri giorni.
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Le presidenziali dell’incertezza: la sfida Trump-Biden nell’America divisa
Andrea Muratore intervista Stefano Graziosi
Il 3 novembre, nelle elezioni presidenziali statunitensi, sarà Donald Trump contro Joe Biden. Gli States arrivano divisi e polarizzati alla fase finale della corsa alla Casa Bianca, fiaccati dai dissidi politici, dalla pandemia, dalla crisi economica e dalle tensioni sociali. L’appuntamento elettorale di novembre sarà anche una vera e propria resa dei conti tra Democratici e Repubblicani, rare volte divisi in passato come negli ultimi anni. Con una nostra vecchia conoscenza, il giornalista ed esperto degli Usa Stefano Graziosi, parliamo oggi delle principali tendenze che guidano i candidati, i maggiori partiti e il Paese nella marcia di avvicinamento al voto.
* * * *
Les jeux son faits: ora Donald Trump e Joe Biden hanno acquisito ufficialmente la nomination per la corsa alla Casa Bianca. Quali sono i tratti salienti che hai colto dallo svolgimento delle convention dei due maggiori partiti Usa?
Il tratto principale della convention democratica è stato quello di un viscerale anti-trumpismo: l’unico collante che, al momento, sembra di tenere insieme un partito internamente spaccato come quello democratico. Puntare quasi tutto sull’opposizione al presidente in carica ha avuto un senso, per mantenere aleatorio un programma che – qualora fosse stato affrontato nel dettaglio – avrebbe determinato il riesplodere delle tensioni intestine: dalla convention non è del resto emerso concretamente dove il ticket democratico si collocherà su ordine pubblico, fratturazione idraulica, riforma sanitaria e – più in generale – recupero dei colletti blu della Rust Belt. Trump, di contro, ha utilizzato la convention repubblicana per cercare di ribaltare la narrazione cucitagli addosso dai suoi avversari: in questo senso, i vari interventi hanno valorizzato l’immigrazione legale, le minoranze etniche e la sua politica estera.
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Sulla questione dell'italexit
Comunicato
di Nuova Direzione
1- Alcune note preliminari sulla situazione
Nuova Direzione è nata per fare lotta politica e culturale. La sua dimensione non permette al momento di darsi un’organizzazione politica strutturata in forma partito.
Siamo ormai abituati al nanismo di quelle organizzazioni della sinistra che si autodefiniscono ‘partito’ pur potendo contare su poche migliaia di attivisti, ma scendere al livello delle centinaia rischierebbe il ridicolo.
Un’associazione formata da un paio di centinaia di attivisti può e deve impegnarsi su due fronti: da un lato lo sforzo teorico (produrre analisi politica, economica e sociale e condurre discussione pubblica), dall’altro quello pratico (partecipare alle lotte sociali, con il duplice obiettivo di comprendere cosa si muove nella società e di promuovere il conflitto tramite il confronto e il dialogo nei luoghi di lavoro, l’adesione e il supporto alle istanze dei lavoratori, la spinta a formularne di nuove).
Cioè essere nelle lotte attuali, per le lotte da organizzare, formulando sintesi dalle lotte in corso.
Un approccio che nulla ha a che fare con l’attendismo o il ritiro nella torre eburnea.
L’associazione non ha mai promesso di partecipare a tornate elettorali per far eleggere i propri iscritti nelle amministrazioni pubbliche. Non ne abbiamo la forza e non è il nostro obiettivo primario.
Come si può desumere dalle Tesi Politiche ampie ed ambiziose che abbiamo prodotto, vogliamo promuovere un cambio di paradigma sistemico e lottare per contribuire nella misura del possibile a cambiare i rapporti di forza all’interno della società, perché i cambiamenti a livello istituzionale possano avvenire e non essere facilmente neutralizzati.
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Cambio di paradigma, ad alto rischio
di Dante Barontini
In calce l'intervista di Tatiana Santi a Guido Salerno Aletta
Sollevare lo sguardo dal flusso impazzito delle news ora per ora; individuare una logica, o una tendenza, nel mare magnum senza coordinate stabili; capire dove stiamo andando per vedere se è possibile cambiare direzione prima che sia troppo tardi.
Lo sforzo informativo e analitico che facciamo ogni giorno è spesso superiore alle nostre forze, e dunque siamo abituati ad “aiutarci” con il meglio che troviamo in giro. E’ la ragione per cui pubblichiamo spunti e contributi che ci sembrano importanti, spiegando il legame che vi rintracciamo con quanto andiamo analizzando.
Questa intervista di Sputnik news – sì, sono russi, e allora? – a Guido Salerno Aletta, editorialista autorevole di testate come Milano Finanza e TeleBorsa, fornisce un altro tassello.
Diciamo subito le cose per noi rilevanti, che sottolineiamo in corsivo e grassetto anche nel testo dell’intervista.
In primo luogo il raffronto con l’altra grande crisi di “paradigma”, ossia la crisi petrolifera del 1973. Anche allora un evento geopolitico ed economico di grande dimensione – l’aumento shock del prezzo del greggio, anche fino al triplo – portò a politiche di “austerity” e divieti di ampia portata sulla vita quotidiana dei cittadini.
In quel caso, il “fatto economico” si accompagnava ad una guerra potenzialmente pericolosa (la “guerra del kippur”, tra Siria ed Egitto contro Israele) per gli equilibri mondiali congelati dal bipolarismo Usa-Urss.
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Interesse nazionale, storia, cultura, identità: la grande sfida di riunire l’Italia
Andrea Muratore intervista Marco Giaconi
L’insistenza di Mark Rutte, leader dei Paesi frugali e dell’Olanda austeritaria, ha fatto venire a galla definitivamente la pericolosità dei “vincoli esterni” politici, culturali e ideologici che nel discorso pubblico italiano sono, purtroppo, estremamente presenti. Con il professor Marco Giaconi cerchiamo oggi di capire come spezzare questi vincoli e riunire, definitivamente, il Paese.
* * * *
Professor Giaconi, per discutere del peso del “vincolo esterno” sull’Italia vorremmo partire dalla recente trattativa sul Recovery Fund europeo: vedendo le accuse lanciate dal premier olandese Mark Rutte al nostro Paese abbiamo finalmente osservato allo specchio l’origine non italiani di anni di svalutazione del nostro Stato in ambito politico e mediatico. Dal mito secondo cui “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità” al dualismo tra rigoristi virtuosi e italiani “cicale”, il vincolo esterno ha costruito un forte retroterra narrativo e ideologico. Quali sono gli effetti di questa contaminazione culturale?
Ci si difende al potere, e mi riferisco qui a Mark Rutte e agli altri “frugali”, anche e soprattutto accusando gli altri delle nostre colpe e rendendoli immagini rovesciate delle nostre paure. Noi frugali, italiani spendaccioni o fannulloni. Già Goethe, nel suo “Viaggio in Italia” raccontava che i napoletani non sono affatto pigri, ma casomai caotici. Diventare indebitati come gli italiani, avere una burocrazia o una magistratura come noi, tutte cose che mettono paura e vengono utilizzate come strumenti del potere. E’ il meccanismo del “perturbante” di Freud. Das unheimliche, ciò che non è Patria-Casa e quindi spaventa.
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La possibile soluzione della globalizzazione cinese
di Alessandro Pascale
Quello che segue è il capitolo 15.4 di A. Pascale, Il totalitarismo liberale. Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale, La Città del Sole, Napoli 2018, pp. 438-442. Con il presente scritto continuiamo (per recuperare gli scritti precedenti si veda qui), in anteprima per Marx21.it, la pubblicazione del capitolo finale dell'opera, in cui dopo aver posto le premesse analitiche, si cerca di trarne alcune conclusioni politiche. Il presente scritto tiene conto implicitamente anche delle analisi svolte sulla Cina e sul cosiddetto “terzo mondo” presenti nella Storia del Comunismo
La “questione cinese” assurge oggi alla questione teorica principale che nel suo complesso la società occidentale, compresa buona parte del movimento comunista corrispondente, deve ancora essere affrontare in maniera adeguata. Segnalo anche che nel 2018 è uscita un'opera di Sidoli, Burgio, Leoni, intitolata significativamente Piaccia o no: il Dragone scavalca l'America, in cui si riporta con dati alla mano l'avvenuto sorpasso della Cina sugli USA in campo scientifico ed economico, seppur non ancora sul piano militare. La crisi post-Covid sta accelerando rapidamente il divario tra la Cina e l'imperialismo occidentale, colpito da recessioni apocalittiche. Per il popolo italiano diventa prioritario comprendere che esiste un'alternativa al fallimentare modello capitalista-liberista, e qualunque modello alternativo di transizione si scelga (capitalismo di Stato in una rinnovata “economia mista” in stile “Prima Repubblica”, o come sarebbe più augurabile il socialismo) il progresso e lo sviluppo passano necessariamente dallo sganciamento dalla NATO e dall'UE, sviluppando relazioni con paesi che hanno interesse reale e concreto al benessere dell'intera umanità. Questo è il caso della Cina, con cui l'Italia può costruire una nuova prospettiva di sviluppo aderendo organicamente al progetto della “nuova via della Seta”.
Deve essere chiaro a tutti, in primo luogo ai comunisti, che la Cina non può essere considerata un paese “imperialista” o “capitalista”, bensì un modello “socialista” le cui caratteristiche peculiari (le “caratteristiche cinesi”) affondano pienamente nella tradizione politica e teorica del movimento comunista internazionale, e in primo luogo nella lezione leninista. Non ci si può più permettere di essere ambigui.
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Hong Kong,"due sistemi", una guerra incombente?
di Claudia Pozzana, Alessandro Russo

Del movimento di Hong Kong del 2019 sembrano svanite le tracce. Oggi sono molto più in primo piano alcuni isolotti sabbiosi del Mar cinese meridionale, oggetto di contese territoriali che suonano come sinistri segnali di intenzioni belliche. Un movimento così imponente, però, non va lasciato nell’oblio, perché quando le masse entrano sulla scena politica c’è sempre da trarne qualche lezione.
Abbiamo fatto tre viaggi di inchiesta in Cina tra il 2017 e 2019, incontrando vecchi e nuovi amici, con i quali abbiamo condiviso ragionamenti e interrogativi. Le note che seguono sono una prima sintesi di alcuni dei temi che ci hanno fatto più riflettere.
I “due sistemi”
Il governo cinese si ostina a dichiarare che la nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong è la massima realizzazione della formula “un paese, due sistemi”. Non ci sono forse tutte le evidenze che, al contrario, come dicevano alcuni slogan polemici del movimento nei mesi scorsi, essa equivalga a “un paese, un sistema”, vale a dire ad applicare a Hong Kong il sistema della RPC?
Le dichiarazioni del governo cinese non vanno però trattate solo come vuota retorica. In effetti, la Cina è già un paese con “due sistemi di autorità”, nel senso elementare del potere di conseguire obbedienza al comando. Da quattro decenni, dalle “riforme” di Deng in poi, la Cina è governata dal peculiare equilibrio tra due sistemi generali di comando: quello del capitalismo e quello del PCC. Essi si intrecciano e si alimentano reciprocamente, ma svolgono altresì due funzioni distinte. Uno prescrive, l’altro proibisce, uno impone cosa fare, l’altro cosa non fare.
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L'insostenibile impalpabilità del ceto dirigente
di Alberto Bradanini
Nell’Italia del XXI secolo chiunque può diventare capo del governo, persino un ignoto avvocato di provincia, sia detto con rispetto, privo fino al giorno prima di qualsiasi ombra di familiarità con politica, affari di Stato e relazioni internazionali. Egualmente, sia detto anche qui con rispetto, chiunque può diventare ministro degli esteri, delle finanze, dell’economia e via dicendo.
Si tratta di un’evidenza, solo in apparenza sorprendente, che va posta in termini strutturali, non personali. Sui futuri libri di storia questi dirigenti saranno menzionati in un riquadro a fondo pagina, raccolti in un freddo elenco di nomi e anni di riferimento: è improbabile che di essi si parli per lo spessore delle gesta, la tensione etica o le lotte combattute a favore della popolazione, a dispetto del pur oscillante frasario elogiativo destinato a evaporare a ogni tramontar del sole.
Nei paesi a democrazia liberale – Stati Uniti ed Europa, in primis - la selezione del ceto dirigente non è fortuita. E quando talvolta i meccanismi selettivi sfuggono di mano (Trump...), la sottostante struttura statuale supplisce alle insufficienze del livello politico. Anche in paesi lontani dalle tradizioni istituzionali occidentali, i processi selettivi non sono lasciati al caso. In Cina, ad esempio, sapere e potere vanno da sempre a braccetto. Nella millenaria storia cinese, l’imperatore, suprema espressione del potere assoluto, poneva massima attenzione a circondarsi di persone selezionate: a partire dall’epoca Tang, in particolare, i mandarini (rappresentanti dell’autorità imperiale) erano tenuti a superare esami pubblici faticosi, forse non sempre trasparenti, eppure sufficienti a evitare che giungessero a responsabilità elevate anonimi figli del vento, originati dal caso, dalla corruzione o dal nepotismo.
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Il popolo in seno alle contraddizioni. Una risposta ad alcune critiche
di Diego Melegari e Fabrizio Capoccetti
A partire dalla pubblicazione dell’articolo scritto per la fionda I «bottegai», l’ultimo argine? Spunti per una politica oltre purismo e subalternità, diverse sono state le reazioni e le letture che hanno dato luogo a un proficuo dibattito, che ci auguriamo possa proseguire e continuare ad avvalersi degli importanti spunti analitici mossi da più parti. Due sono i fronti della critica su cui ci concentreremo, non potendo ritenere validi i rilievi secondo i quali indicheremmo nella piccola borghesia una “nuova classe rivoluzionaria”[i], essendo piuttosto evidente che una tale intenzione non emerge in alcun punto del nostro contributo. Da una parte, abbiamo il fronte costituito da chi ravvisa nella nostra analisi una lettura della fase che non prenderebbe in sufficiente considerazione i rischi insiti nella costruzione di un’alleanza con la piccola e media borghesia, la quale nella futura e imminente gestione della crisi (Recovery fund, Mes, etc.) sarà ancora una volta portata ad ascoltare il “richiamo della foresta” di arricchirsi e distinguersi dai proletari, dal momento che uscire dalla condizione di immiserimento è sempre stata, resta e sarà la sua sola parola d’ordine. Per semplificare e rendere più chiara la nostra esposizione, chiameremo questo fronte il “fronte A”[ii]. Dall’altra, c’è chi osserva nel nostro punto di vista un certo indeterminismo, insito nell’uso della teoria di Ernesto Laclau, che finirebbe per «gettare nel cesso» il materialismo storico e, che pur nella giusta decisione di puntare sulla piccola e media borghesia per la costruzione di un «blocco storico nazional-popolare», vedrebbe nella nostra rivendicazione della sovranità nazionale contro l’UE, non tanto un secondo momento (la teoria dei due tempi), quanto piuttosto un momento secondario rispetto alla centralità assunta dalla conquista socialista dello stato. Chiameremo questo fronte, il “fronte B”[iii].
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Il problema del nostro Paese è che viviamo in un’egemonia intellettuale neoliberista
Annamaria Iantaffi intervista Carlo Galli
Presidente, il 2 giugno 2020, dati gli eventi degli ultimi mesi, è una ricorrenza unica nella storia della Repubblica. Lei come percepisce oggi il rapporto dei cittadini con le istituzioni Repubblicane?
Mi sembra che il rapporto abbia preso una doppia piega. È abbastanza tipico durante le emergenze che i cittadini guardino alle istituzioni, perché sentono il bisogno di essere garantiti. Sicuramente anche il tasso piuttosto alto di popolarità del Presidente del Consiglio dimostra che l’emergenza ha suscitato un forte bisogno di istituzioni. E questa non è una novità: in Italia buona parte dell’antipolitica e della critica delle istituzioni nasce in realtà dal bisogno delle istituzioni, dall’idea che le istituzioni siano inadeguate. D’altro canto c’è una discreta probabilità che nel momento in cui si attenuasse l’emergenza sanitaria e si presentassero le sue conseguenze economiche, il rapporto con le istituzioni tornerebbe ad essere conflittuale e che queste verrebbero sempre più interpretate come ostili.
Le chiedo di proiettarsi invece al prossimo autunno, quando si potrebbe presentare una seconda ondata pandemica a causa delle mutate condizioni climatiche. Secondo lei c’è il rischio di disordini sociali?
Molto dipenderà da come i bisogni economici di una discreta parte della popolazione siano o non siano stati soddisfatti. Se ci fossero gravi momenti di sofferenza economica, fino alla disperazione per certe categorie, e se intervenisse un secondo lockdown, francamente la situazione sarebbe davvero critica. C’è da augurarsi che nessuna delle due ipotesi si avveri, cioè che non sia automatico l’avvento di una seconda ondata della pandemia e che le situazioni di sofferenza dell’economia, e soprattutto di certe categorie, possano essere in un qualche modo sanate.
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L’attualità della lezione civile di Rodotà
di Geminello Preterossi
Rodotà aveva una concezione esigente di democrazia: pur essendo consapevole dell’esistenza di vincoli realistici e dell’impossibilità di superare integralmente lo scarto tra ideale e reale, pensava che la spinta emancipativa insita nella promessa di democrazia non dovesse essere mai svilita, compressa. Pena una vera e propria crisi di legittimazione, lo svuotamento di senso della forma democratica stessa. Da questa “forma” vitale, esigente derivavano precisi corollari. Uno, ad esempio: per Rodotà era un principio irrinunciabile l’incompatibilità tra democrazia e arcana imperii. In quanto esercizio del potere in pubblico orientato all’ideale della trasparenza, essa non può conoscere accomodamenti con poteri occulti e smodati, manipolazione dell’informazione, plebiscitarismi, personalizzazioni ingannevoli. Rodotà ha tenuto ferma questa barra, a differenza di altri.
Per Rodotà la Costituzione è fondamentalmente un grande progetto politico e sociale aperto, plurale, che ha in sé tanto l’obiettivo prioritario di coinvolgere tutto il demos nella cosa pubblica, superando antiche e nuove cause di esclusione, quanto la previsione di un limite agli eccessi delle maggioranze, e di ogni potere che pretenda di agire incontrollato. Si tratta di un progetto di società che serve a dare sostanza alla democrazia, altrimenti questa diventa una forma vuota. Prendere sul serio l’articolo 3 della Costituzione (e gli altri connessi) significa precisamente realizzare effettivamente la forma di vita democratica, creare le condizioni perché la democrazia sia una forma di vita e non semplicemente un sistema di governo.
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Theodor W. Adorno: «Aspetti del nuovo radicalismo di destra»
di Donato Salzarulo
1.-Un dono giusto al momento giusto
Per il mio compleanno Elisa, la nipote dott.ssa in filosofia, mi ha regalato un libretto di Theodor W. Adorno. Titolo: «Aspetti del nuovo radicalismo di destra» (Marsilio, 2020, pp.90).
Il dono è capitato a fagiolo, proprio nei giorni in cui l’amico Ennio, da tenace polemista, mi ha coinvolto nel dibattito seguito al deplorevole episodio della signora, vicesindaco colognese, col volto coperto da una mascherina nera e la scritta mussoliniana “Boia chi molla!”.
Nessuno, tra coloro che hanno stigmatizzato il gesto, singolo o forza politica, ha pensato ad un’imminente marcia su Roma; innegabile, però, che la pagliacciata fascista si colloca in un contesto sociale e culturale in cui il radicalismo di destra marcia quotidianamente nelle coscienze degli italiani. Infatti, stando ai sondaggi di Pagnoncelli, a fine maggio 2020, Fratelli d’Italia si vede attribuire il 16,2% dei voti e la Lega il 24,3%. Totale: 40,5%. Mica male.
Allora mi sono immerso volentieri tra le pagine del libretto a caccia di spunti per comprendere, pur con tutte le differenze del caso, la nostra situazione.
2.-Il testo è la registrazione di una conferenza
Il testo è la registrazione di una conferenza che l’illustre esponente della Scuola di Francoforte tenne il 6 aprile 1967 all’Unione degli studenti socialisti dell’Austria. Pensieri, quindi, che risalgono a più di mezzo secolo fa, in un contesto politico e sociale molto diverso da quello odierno, alla vigilia del Sessantotto. Adorno ha visto nascere nel 1964 il Partito nazionaldemocratico di Germania ed ha assistito a dei successi iniziali in alcuni parlamenti regionali e alle elezioni federali del 1965.
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Come prima… peggio di prima
di Alessandra Ciattini
La crisi sanitaria ed economica disvela scenari catastrofici in contrasto con la fiducia che ci vogliono inoculare. Forse il disvelamento alimenterà la forza consapevole di opporsi in quelli che sono stati spinti al basso della piramide sociale
Nel 1917 qualcuno scriveva La catastrofe imminente…, ma forse l’espressione poteva ben riferirsi a quel momento storico, ora che stiamo per uscire dalla pandemia, nonostante la situazione critica di Paesi come gli Stati Uniti e il Brasile, e possiamo forse sentirci più tranquilli; ma le cose stanno veramente così? In effetti, almeno qui nel Lazio dove scrivo, la gente si muove tranquilla ed ha ricominciato il consueto consumismo, magari più attento.
Analizzerò brevemente alcuni aspetti delle ipotetiche conseguenze della pandemia che si è rovesciata sui paesi capitalistici avanzati e che per questo è stata sempre sulla cresta dell’onda, nonostante la persistenza di epidemie “minori” (per la nostra ottica) in altri continenti.
Qualcuno si ricorderà che la cosa è iniziata con accuse reciproche da parte di Cina e Stati Uniti a proposito della diffusione del virus, della mancanza di tempestività etc., tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha dato vita ad un’indagine “indipendente” sulle cause, sulle misure adottate, sulla diffusione delle informazioni.
Nel retroscena è stata collocata l’ipotesi dell’arma biologica, anche se questo non ci deve far dimenticare che le grandi potenze hanno numerosi laboratori proprio per produrre questo genere di agenti patogeni subdoli e sostanzialmente a buon mercato.
Ovviamente non si fa più menzione del fatto che è proprio la struttura dell’industria agroalimentare e dell’allevamento, connessa alla devastazione della natura, alle rapide forme di inurbamento e di inquinamento, che sta proprio alla base del famoso “salto di specie” attraverso cui un virus, ubicato in un corpo animale, si trasforma ed attacca l’uomo, dando luogo ai fenomeni pandemici a causa degli altri aspetti della globalizzazione (rapidità di spostamenti): non se ne fa menzione, appunto, proprio perché si sarebbe messa in crisi la struttura capitalistica stessa.
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Sulla differenza tra sommossa e insurrezione
di Bruno Astarian e Robert Ferro
Estratti da Le ménage à trois de la lutte des classes. Classe moyenne salariée, prolétariat et capital, Éd. de l’Asymétrie, Toulouse 2019, pp. 293-299
A margine del movimento partito da Minneapolis in seguito all'uccisione di George Floyd, ed estesosi ad un gran numero di città statunitensi e non, pubblichiamo alcuni estratti di Le Ménage à trois de la lutte des classes, uscito in Francia nel dicembre 2019, e in fase di traduzione in italiano. Non è che un piccolo contributo alla messa a fuoco del proteiforme movimento ancora in corso. Avremo modo di riparlarne in maniera più circostanziata prossimamente. Nel frattempo, per chi volesse procurarsi il volume di cui sopra, segnaliamo che è possibile ordinarlo sul sito della casa editrice: https://editionsasymetrie.org/ouvrage/le-menage-a-trois-de-la-lutte-des-classes/.
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Negli ambienti attivisti, e anche in quelli comunizzatori, la sommossa è stata spesso caricata di un significato immediatamente sovversivo o rivoluzionario. Ora, nel corso degli ultimi decenni, la sommossa si è banalizzata, senza mai trasformarsi in un’insurrezione propriamente detta (ritorneremo su questa terminologia). Inoltre, nel corso delle nostre ricerche, ci è parso chiaro che anche la classe media salariata (CMS) possa dare vita a delle sommosse (Venezuela 2014, Algeria da diversi anni ormai, etc.). Conviene dunque, a nostro avviso, rimuovere questa ambiguità attraverso una definizione più stretta della sommossa, distinguendola dall’insurrezione. Ecco un primo approccio, che si tratterà poi di precisare:
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il termine sommossa [émeute, NdT] verrà riservato a delle sollevazioni più limitate, in particolare perché non coinvolgono il processo di lavoro generale, e non comportano quindi alcuna possibilità di superamento. La sommossa attacca, distrugge, saccheggia la proprietà solo nella sfera della realizzazione, e si interessa unicamente alle merci della sezione II della produzione sociale (mezzi di sussistenza).
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Il ginocchio del poliziotto sul collo di G. Floyd, il ginocchio Usa sul collo del mondo
di Fulvio Grimaldi
Inoltre: L'OMS, l’Azzolina, il virus: un circo e tre clown ... La rivoluzione colorata torna a casa
Statue abbattute. “Chi controlla il passato, controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato” (George Orwell).
Covid-19: tocca agli studenti
Come spesso, diamo un’occhiata in casa e poi ce ne andiamo fuori. In casa abbiamo fatto tremare i penati con la risata omerica, fatta però tra denti digrignanti, innescata da un paio di labbra rosso-cardinale, con sotto una ministra dell’Istruzione, dalle quali era uscito la formidabile, per quanto lugubre, battuta di scolari sotto plexiglass. Affine ad Alcmeone che, uccisa la madre, fu privata del senno dalle Erinni, Lucia Azzolina, avendo ucciso l’Istruzione, madre sua e di tutti noi, aveva subito analoga sorte. E fu la pazzia a dettarle deliri che solo degli irresponsabili come noi potevano prendere per barzellette. Tipo, facciamo che metà studia da remoto, e l’altra in presenza. E giù cataratte di ghignate. Facciamo che voi entrare alle 8, voialtri alle 10, e voi laggiù a mezzogiorno. E visto che studenti come pesci nella boccia di plexiglass non vi stanno bene, facciamo che di plexiglass gli mettiamo solo una visiera da astronauta.
Mancano duecentomila insegnanti? Abbiamo altrettanti supplenti votati alla supplenza eterna E voi, ragazzi, andate a studiare sui prati, sotto i ponti, a gennaio sul laghetto ghiacciato, nei cinema e nei musei. Con plexiglas sul muso. Così, se ci cadete sopra, vi tagliate la carotide, ma vi salvate dal virus.
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