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Piccole bombe nucleari crescono

La fusione fredda e le nuove mini armi atomiche

di Emilio Del Giudice

Incontro sul libro inchiesta Il segreto delle tre pallottole di Maurizio Torrealta e Emilio Del Giudice (Edizioni Ambiente, collana Verdenero, 2010) alla libreria Odradek di milano, 1 ottobre 2010

Atomic BombUna delle caratteristiche della società moderna, che sembra fondata sull’abbondanza e sulla disponibilità dell’informazione, è la capacità di mantenere segreti. E li mantiene proprio grazie all’enorme quantità di informazione che viene rovesciata sulla testa delle persone le quali, non avendo più punti di riferimento, assumono, rispetto all’informazione che ricevono, un’attitudine passiva. Convinti di sapere tutto proprio perché hanno ricevuto un mare di notizie i cittadini, paradossalmente, non sanno niente. E non esiste modo migliore per nascondere la verità che fare riferimento non a bugie plateali ma a verità parziali.

Alcuni giornalisti chiesero, durante una conferenza stampa del portavoce del governo israeliano, se era vero che nel 2006, sul fronte del Libano, Israele avesse usato armi nucleari di tipo nuovo. La risposta del portavoce fu: “noi dichiariamo che l’esercito israeliano non ha mai fatto uso di armi vietate dalle convenzioni internazionali”. Il che è verissimo, l’arma di cui parliamo non è vietata dalle convenzioni internazionali, per il semplice motivo che è un arma di tipo nuovo, e quindi non è prevista nelle convenzioni internazionali; nessuno ufficialmente sa dell’esistenza di questo tipo di arma e dunque essa non è un’arma vietata.

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Vogliamo altro. Appunti per una critica al concetto di produttività, di lavoro e di cittadinanza

di Cristina Morini

Se il lavoro va perdendo le caratteristiche del lavoro per assumere quella della vita che cosa dobbiamo fare noi, donne e uomini, nel presente? Per poterci riappropriare delle nostre vite e dei nostri desideri dobbiamo procedere a bombardare le radici stesse del lavorismo che ci ha costruiti. Anch’esso ha contribuito a fare in modo che il lavoro esondasse in modo indifferenziato dai limiti suoi propri. Senza una critica radicale al concetto stesso di produzione e di norma socio-economica, senza una messa in discussione di queste fondamenta, non solo non potremo liberarci, né cambiare di segno al lavoro e al sistema, ma viceversa dovremo rassegnarci alla colonizzazione progressiva di ogni spazio vitale, all’asfissia totale. L’attualità non fa che regalarci esempi molto espliciti, in questo senso: quando non sarà la precarietà a piegarci, ci saranno straordinari coatti, pause più corte, meno giorni di malattia, mobilità selvaggia… Noi vogliamo altro.

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Open non è free, pubblicato non è pubblico

di Ippolita (www.ippolita.net)

Creatività inscatolata o crowdsourcing di massa al servizio del marketing? Libertà di esprimersi o auto-delazione compulsiva? Introduzione ad una analisi critica dei social media

Sono passati diversi anni da quando Ippolita insisteva sulla necessità di distinguere l'apertura al "libero mercato" propugnata dai guru dell'open source economy dalle libertà che il movimento del software libero continua a porre a fondamento della propria visione dei mondi digitali. "Il Software libero è una questione di libertà, non di prezzo": l'open source si occupa esclusivamente di definire, in una prospettiva totalmente interna alle logiche di mercato, quali siano le modalità migliori per diffondere un prodotto secondo criteri open, cioè aperti. La giocosa attitudine hacker della condivisione fra pari veniva cooptata in una logica di lavoro e sfruttamento volta al profitto e non al benessere, sterilizzandone la potenzialità rivoluzionaria vissuta e individuata da Richard Stallman: "Freedom 3: Freedom to contribute to the community".

Muovendosi nella stessa ottica, Ippolita ha analizzato Google, un tentativo chiaramente egemonico di "organizzare tutta la conoscenza del mondo". La logica open, coniugata alla filosofia dell'eccellenza accademica californiana, trovava nel motto "Don't be evil" la scusa per lasciarsi cooptare al servizio del capitalismo dell'abbondanza, del turbocapitalismo illusorio della crescita illimitata.

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L’università e il mito meritocratico

Guglielmo Forges Davanzati

Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese[1]. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con la quale si è provveduto a sottrarre al sistema universitario pubblico circa un miliardo e mezzo di euro, per il biennio 2010-2011, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molti Atenei. I fondi recuperabili con la Legge di stabilità non serviranno a ripianare i bilanci degli Atenei italiani, ma, nella migliore delle ipotesi, ad arginare le proteste degli attuali ricercatori in ruolo, che hanno consentito – negli anni passati - la sopravvivenza di corsi di studio, svolgendo attività didattica non retribuita, e ai quali il Ministero offre oggi in cambio la messa ad esaurimento del loro ruolo. Peraltro – e non si tratta di un aspetto marginale – la riduzione dei finanziamenti è ‘lineare’, ovvero non tiene conto delle variabili di contesto (PIL procapite, tassi di disoccupazione) e, dunque, grava maggiormente sulle Università meridionali. La delegittimazione mediatica del sistema universitario pubblico (che regge sulla duplice retorica dei professori ‘baroni’ e ‘fannulloni’) sostiene questo disegno[2].

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Wikileaks: frammenti di disordine globale

Info Free Flow

[A seguire: Dodici tesi su Wikileaks – di Geert Lovink e Patrice Riemens]

Il momento storico in cui Wikileaks opera è decisivo: è quello della crisi dell’egemonia militare, economica, politica, culturale e tecnologica statunitense

La caduta del secondo muro del ’900 (Wall Street) riproduce le sue richieste di glasnost (“openness”) e perestrojka (“change”) perché persino nella caratterizzazione che la vulgata neoliberista le ha dato l’ideologia democratica ha subito una degenerazione. L’imperativo è la riforma del sistema, l’overstretching planetario degli Stati Uniti segna il passo dall’Iraq all’America Latina, l’esecutivo è debole e sotto tutela da parte di chi ambisce ad una risoluzione reazionaria, integralista ed autenticamente “statunitense” della crisi ideologica.

E dentro a questo scenario già complesso di suo comincia ad aggirarsi uno spettro che bisbiglia nelle orecchie di chi lo incontra: «Le informazioni in rivolta scriveranno la storia».

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La crisi dello Stato democratico(*)

intervista di Julia Netesova a Danilo Zolo

Julia Netesova. Gli Stati contemporanei devono affrontare numerose sfide che modificano il loro rapporto con la società: l'interferenza dello Stato è in aumento, gli apparati di sicurezza tendono a divenire più influenti e importanti e,soprattutto, la gente è sempre più preoccupata per la propria sicurezza. Pensa che questi trend influenzeranno la democrazia? In che modo?

 

Danilo Zolo. Non c'è dubbio che, soprattutto nei paesi occidentali, nuove sfide stanno alterando i rapporti fra quella che un tempo veniva chiamata civil society e le strutture centralizzate del potere statale. Due sono a mio parere i fenomeni più evidenti e più rilevanti. Il primo è il processo di sfaldamento degli istituti della rappresentanza politica che erano alla base del tradizionale modello "democratico", anche nelle sue forme più moderate e realiste à la Schumpeter. I suoi principali assiomi - il pluralismo dei partiti, la competizione fra programmi politici alternativi, la libera scelta elettorale fra élites concorrenziali - sono ormai degli enunciati sfuggenti, puramente formali. Anche il parlamento non svolge più alcuna funzione rappresentativa e legiferante, sostituito dal "governo" che tende a concentrare in sé tutti i poteri dello Stato di diritto (o rule of law) e a praticare una permanente ignorantia legis.

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India in crisi

di Arundhati Roy

La legge rinchiude il delinquente sventurato
che sottrae l'oca alla proprietà comune
ma libera il delinquente maggiore
che sottrae la proprietà comune all'oca
Anonimo, Inghilterra, 1821

 Alle prime ore del mattino del 2 luglio 2010, nelle foreste remote di Adilabad, la Polizia statale dell’Andra Pradesh ha sparato un colpo nel petto di un uomo chiamato Cherukuri Rajkumar, noto ai suoi compagni come Azad.

Azad era un membro del Politbureau del Partito Comunista Indiano (maoista) [illegale per lo Stato indiano], ed era stato nominato dal suo partito come il capo negoziatore degli accordi di pace con il governo dell'India. Perché la polizia ha sparato a bruciapelo e perché ha lasciato scoperte delle tracce eloquenti del suo passaggio, quando avrebbero potuto coprirle tanto facilmente? E' stato un errore oppure un messaggio?

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Facebook. Un dispositivo omologante e persuasivo

di Maria Maddalena Mapelli

Facebook [1] – quattordici milioni [2] di utenti italiani – è un dispositivo social (siamo tutti “amici”) e sicuramente di successo (ma come, non sei su Facebook?), ma è anche un dispositivo persuasivo, nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti. Facebook accentua caratteristiche già presenti in altri luoghi della rete, rivelandosi così un esempio significativo di dispositivo-specchio, cioè di dispositivo che crea effetti di somiglianza con il “reale” e impone specifici assetti identitari.

Il dispositivo, dice Deleuze sviluppando un concetto foucaultiano, [3] è una macchina per far vedere e per far parlare: consideriamo allora anche i social network come dispositivi che abitiamo [4] e che orientano i nostri pensieri e la nostra immaginazione, disciplinano i nostri corpi e il nostro modo di interagire, veicolano, a seconda dei casi, differenti regimi discorsivi e di visualizzazione, promuovono, per continuare a usare la terminologia di Deleuze, processi di soggettivazione.

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Tutti devono sapere che FB è una trappola

 Franco Berardi Bifo

Tutti devono sapere” è il nome di una pagina Facebook che informa(va) sulle questioni della cosiddetta riforma Gelmini, l’attacco definitivo scatenato contro la scuola pubblica italiana, il tentativo - che purtroppo sta avanzando - di distruggere alla base ogni vita intelligente, ogni democrazia in questo paese.

Diecimila persone erano collegate a questa pagina: insegnanti, genitori, studenti.

Da un paio di giorni questa pagina è stata cancellata senza motivazioni senza spiegazioni.

Per violazione di qualche norma di un regolamento che nessuno conosce.

Facebook è così. Ricevo sempre più spesso messaggi (spesso comicamente disperati) di persone che sono state bannate dal social network, e annaspano perché la loro socialità si alimentava sempre più degli scambi di messaggi, e della continua consultazione del sito nel quale chi è solo (quasi tutti lo sono di questi tempi) può trovare la coccolante conferma della sua esistenza, e la sensazione di avere amici, anche se più tempo passi davanti allo schermo, meno amici avrai nella carne e nello sguardo.

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Qualcuno era socialista

di Goffredo Fofi

Il socialismo, diceva Albert Einstein, è il tentativo dell’umanità di superare e lasciarsi alle spalle la fase predatoria dello sviluppo umano». Lo ricorda alla fine di un candido e convincente libricino intitolato Socialismo perché no? (Ponte alle Grazie, 60 pagine, 9 euro; la traduzione è di Francesca Valente) il filosofo canadese Jerry Cohen, morto purtroppo un anno fa, che aggiunge: «Qualunque mercato, anche un mercato socialista, è un sistema di predazione. Fino a questo momento il nostro tentativo di superare i rapporti di predazione è fallito. Ma non è detto che la giusta conclusione sia arrenderci».

Consiglio caldamente la lettura di queste pagine ai nostri saccenti, ignoranti, chiacchieroni, cinici funzionari della politica, e consiglio loro anche l’ultimo numero della rivista americana Dissent, notoriamente di buon senso nelle sue riflessioni sul presente degli Usa e del mondo, ricordando che i nostri politici di sinistra sono in generale più yankee di Obama e più capitalisti di Marchionne. Nel numero dell’estate c’è un dibattito molto interessante intitolato Socialism Now? Intervengono Sheri Berman, che si chiede che fine ha fatto la sinistra europea (e una risposta dall’Italia non potrebbe che essere comica e disastrosa) e Robin Blackburn sulla crisi odierna del modello capitalista, mentre Jack Clark si chiede cosa dovrebbe e potrebbe fare un presidente un po’ socialista negli Usa di oggi e lo stesso Michael Walzer, che non è un testa calda, si pone il problema di «quale socialismo».

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Il razzismo viene dall'alto

Jacques Rancière

      Vorrei proporre alcune riflessioni attorno alla nozione di "razzismo di Stato". Queste riflessioni si oppongono a un'interpretazione molto diffusa delle misure prese di recente dal governo francese, dalla legge sul velo fino all'espulsione dei rom. Questa interpretazione vi vede un'attitudine opportunista che mira a sfruttare i temi razzisti e xenofobi a fini elettorali. Questa supposta critica riprende il presupposto che fa del razzismo una passione popolare, che lo considera la reazione impaurita e irrazionale degli strati retrogradi della popolazione, incapaci di adattarsi al nuovo mondo, mobile e cosmopolita. Lo Stato è accusato di venir meno ai propri principi mostrandosi compiacente nei confronti di queste popolazioni. Ma al tempo stesso questa critica rafforza la posizione dello Stato in quanto rappresentante della razionalità di fronte all'irrazionalità popolare. Questa posizione, adottata dalla critica "di sinistra", è esattamente la stessa in nome della quale la destra da una ventina d'anni a questa parte ha adottato un certo numero di leggi e di decreti razzisti.

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Benvenuti nel paese degli asini che volano (e non solo quelli)

di Sandro Moiso

Quand’ero bambino, uno zio mi insegnò che per distrarre qualcuno e poterlo fregare occorreva attirare la sua attenzione sugli asini che volavano in cielo.
Certo quell’italietta degli anni ’50 era ancora vicina alle storie medievali di Calandrino e le truffe alla Totò per vendere il Colosseo a turisti sprovveduti facevano ancora sorridere.
Oggi, invece, siamo diventati moderni e seri, liberal e globalizzati e soprattutto cinici e disincantati e quelle innocue storielle, ormai, richiamano soltanto alla mente il retaggio di una cultura popolare arcaica e superata.

Così, finalmente, tutta la dotta cultura millenaria, latina e cristiana, che caratterizza il Bel Paese e la sua indiscutibile modernità ha potuto esprimere la propria ricchezza e profondità filosofica, politica e morale nel vivace dibattito sull’opportunità o meno dell’esistenza della lotta di classe.

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Un istruttivo viaggio in Cina. Riflessioni di un filosofo

di Domenico Losurdo

losurdo sulla cina 1Dal 3 al 16 luglio ho avuto il privilegio di visitare alcune città e realtà della Cina, nell’ambito di una delegazione invitata dal Partito comunista cinese, della quale facevano parte altresì esponenti dei partiti comunisti del Portogallo, della Grecia e della Francia e della Linke tedesca; per l’Italia, oltre al sottoscritto, hanno partecipato al viaggio Vladimiro Giacché e Francesco Maringiò. Il testo che segue non è un diario o una cronaca; si tratta di riflessioni stimolate da un’esperienza straordinaria.

 

1. La prima cosa che colpisce nel corso del colloquio con gli esponenti del Partito comunista cinese e con i dirigenti delle fabbriche, delle scuole e dei quartieri visitati è l’accento autocritico, anzi la passione autocritica di cui danno prova i nostri interlocutori. Su questo punto, netta è la rottura con la tradizione del socialismo reale. I comunisti cinesi non si stancano di sottolineare che lungo è il cammino da percorrere e numerosi e giganteschi sono i problemi da risolvere e le sfide da affrontare, e che comunque il loro paese è ancora parte integrante del Terzo Mondo.

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Soggetti politici e/o soggetti economici

L’esodo verso la Rete del lavoratore intellettuale non garantito

di Claudia Boscolo

In un articolo apparso sul n° 1 di Alfabeta2 (luglio-agosto 2010) e in seguito riproposto sul lit-blog Nazione Indiana, Andrea Inglese tratta alcuni temi che sono di interesse anche ai lettori di PrecarieMenti.

La prima questione posta dall’autore riguarda i criteri secondo i quali sia valutabile in termini di qualità il contributo effettivo del lavoratore intellettuale all’interno di una società in cui il declino dell’istituzione che tradizionalmente ne legittimava il lavoro non è più in grado di garantirne il ruolo e la giusta retribuzione. Inglese rivolge il proprio discorso all’università, ma in questa sede si può allargarlo e includere la scuola fra le sedi che legittimano il lavoro dell’intellettuale e fra i canali preposti a diffondere la conoscenza, visto che se il problema è il ruolo dell’intellettuale in Italia oggi, in Italia la docenza universitaria in moltissimi e illustrissimi casi storicamente giunge dopo un lungo apprendistato nei licei.

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L'assenza della "lotta di classe" e i disastri che ne derivano

di Sandro Moiso

marx lenin popolo soviet posterL'opportunità delle riflessioni che seguono mi è stata dettata in parte dall'intervento di Valerio Evangelisti sul tema del nazional-bolscevismo “de noantri” (di cui condivido pienamente i contenuti) e in parte dall'affaire Saviano – Dal Lago (che invece puzza su più fronti).

La lotta di classe di cui intendo pertanto parlare non è quella reale (che come avrò modo di affermare in altra parte di questo testo non viene mai a mancare nella storia delle società umane), ma piuttosto quella ormai del tutto assente sia nel dibattito politico contemporaneo che in gran parte della rappresentazione che la letteratura, o sarebbe forse meglio dire il mondo delle lettere, trasmette della realtà contemporanea o delle epoche passate. Con quest'ultima affermazione non si intende però affatto riproporre qui alcun ritorno al realismo naturalistico o, peggio ancora, a quello di stampo proletario o tardo-sovietico, quanto piuttosto sottolineare un rumoroso silenzio di fondo.

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Da dove nasce la voglia di manicomi

Nello Gradirà

Addio Basaglia, tornano i manicomi” titola in cronaca nazionale Il Tirreno di ieri, e dietro questo titolo sembra quasi di vederli sogghignare quei giornalisti che in tutti questi anni hanno lavorato sodo perché tutte le complesse tematiche del disagio e dell’emarginazione fossero ridotti a problemi di sicurezza e ordine pubblico.

Ce li ricordiamo tutti, gli articoli pubblicati in questi mesi, ributtanti per insensibilità e volgarità, del tipo “pazzo scappa e terrorizza un intero quartiere” o “l’ennesima evasione dal decimo padiglione”, come se un reparto ospedaliero, dove si dovrebbe assistere e curare persone che stanno vivendo una momentanea difficoltà, fosse un carcere di massima sicurezza con le torrette di guardia, il filo spinato e i cani lupo.

Li chiamano gli anni di piombo quegli anni ’70 in cui l’Italia sembrava diventato un Paese civile, e in particolare quell’anno d’oro 1978 in cui vennero approvate, oltre alla “Legge Basaglia”, anche la legge 194 sull’aborto e la legge 833 di riforma sanitaria.

Erano leggi approvate sulla spinta di un grande movimento di massa che metteva in discussione anche i rapporti di potere più consolidati: quelli che consideravano la salute come una merce, il corpo delle donne come una macchina da riproduzione e il pazzo come un’inutile peso per la società e per la famiglia.

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marx xxi

Le basi economiche del federalismo leghista

di Domenico Moro *

1. I tre squilibri dell’Italia

Parlare di federalismo vuol dire parlare della Lega, in quanto la tematica del federalismo è strettamente intrecciata con la storia di quel partito. Inoltre, la Lega è centrale nel discorso sull’attacco alla Costituzione, perché il partito di Bossi è una delle forze politiche maggiormente eversive dell’assetto istituzionale derivante dalla Legge fondamentale del ’48. Difatti, la Lega si afferma in concomitanza con la fine della Prima Repubblica, affermandosi al Nord all’inizio degli anni ’90 parallelamente al disfacimento dei partiti di massa, DC e Psi, sotto i colpi prima del collasso del sistema clientelare basato sul rigonfiamento del debito pubblico, e poi delle inchieste di “mani pulite”. Ad ogni modo, il partito di Bossi, è oggi il più vecchio tra i partiti presenti in Parlamento e rappresenta una delle storie di maggior successo politico degli ultimi venti anni, per certi versi maggiore del berlusconismo stesso. Nel 1994 nella prefazione a Il grande camaleonte di Giovanna Pajetta, Gad Lerner sosteneva che la Lega fosse destinata ad essere assorbita dalla Lega “buona”, Forza Italia, appropriatasi di molte tematiche, a partire dall’antipolitica, tipiche del leghismo[1]. Poche previsioni sono risultate meno azzeccate: sedici anni dopo la Lega non solo esiste ma è divenuta un alleato ancora più indispensabile per Berlusconi, sul quale è in grado di esercitare un notevole potere di ricatto. Alle elezioni europee del 2009 si è assistito ad un travaso di voti dal Pdl alla Lega che alle regionali del 2010 è diventato emorragia, portando la Lega da meno di un terzo a circa la metà dei voti del Pdl.

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Contro la bisca universale

di Francesco Ciafaloni   

Le cose, materialmente, economicamente, non vanno bene; né in Italia, né in Europa, né nel mondo. La scarsità di risorse materiali e ambientali sta smettendo di essere una discussa previsione per trasformarsi in una tragica realtà, sotto gli occhi di tutti. Il nostro futuro economico sembra particolarmente precario, pericoloso. Ma prima della crisi economica, che alcuni aspettano da più di un decennio, altri cercano di non vedere, c’è la crisi, il degrado culturale, che precede il degrado materiale, in una qualche misura lo ha causato; che in ogni caso ci impedisce di guardare in faccia il presente e di immaginare un futuro.

È vero che gli italiani non capiscono bene cosa gli stia capitando e che anche quelli che si sforzano di capire perché le cose stiano così faticano molto. Ma non tutto è nebbia. Qualcosa si può dire sia sui mutamenti strutturali sia sulla neolingua che ci ha travolto; su ciò che diamo per scontato, che ripetiamo per abitudine e non è vero.

Demografia, migrazione, redditi e politica

Poco più di un terzo di secolo fa Giulio Maccacaro, come altri, denunciava in un articolo le enormi disuguaglianze di salute tra gli esseri umani e constatava, allarmato – allora si temeva la bomba demografica – che eravamo diventati più di 2 miliardi e 700 milioni al mondo e che ci saremmo moltiplicati ancora.

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Chi declina e chi no

Pierre Carniti

I morsi della crisi si sono fatti sentire sul reddito delle famiglie (-2,8%) e sui consumi (-1,9). Ma queste sono medie, e mentre varie ricerche dicono che la diseguaglianza è in forte aumento, molti marchi del lusso hanno mostrato ottimi bilanci sostenuti dagli acquisti di circa milioni di persone. Forse per questo il tema della povertà è rimosso dal dibattito pubblico

economia italianaSecondo i dati forniti dall’Istat, nel 2009 le famiglie italiane sono diventate più povere. Infatti il loro reddito è sceso in media del 2,8 per cento. Mentre il potere d’acquisto, in termini reali, è calato di 2,6 punti percentuali rispetto ad un anno prima. Calano di conseguenza anche i consumi (inclusi quelli alimentari) che in un anno sono diminuiti dell’1,9 per cento.

Le medie però raccontano sempre solo una metà della storia. L’altra metà è che non per tutti è andata così male. In effetti, con la crescita o la crisi, “piove sempre sul bagnato”. I dati lo confermano. Sulla base dei calcoli della Banca d’Italia il reddito reale dei lavoratori dipendenti in quindici anni (dal 1993 al 2008) è cresciuto in tutto del 4 per cento. Mentre nello stesso periodo il reddito di imprenditori, liberi professionisti, commercianti ed artigiani è aumentato di quasi il 30 per cento. Non stupisce quindi che nel 2009, come informa uno studio della Cia (la Confederazione degli agricoltori), il 40 per cento delle famiglie abbia dovuto tagliare il carrello della spesa alimentare nel quale ora viene riposto meno vino, pesce, carne bovina, olio d’oliva. Addirittura il 60 per cento ha dovuto cambiare menù, optando (nel 35 per cento dei casi) per prodotti di qualità inferiore. Rincorrendo sistematicamente le promozioni degli hard-discount, le cui vendite in un anno sono infatti cresciute di oltre il 15 per cento.

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I figli della Francia

di Marina Nebbiolo

Ritorno nella 'banlieue' dopo la vittoria dell'astensione al primo turno delle elezioni regionali

La cronaca delle 'banlieues' in questi ultimi anni è la storia di una lenta e progressiva deriva fatta di abbandono e di violenza, di sommosse a cui i dispositivi polizieschi rispondono con sempre maggiore intensità e complessità, una militarizzazione dell'ordine pubblico con l'utilizzo regolare di elicotteri dotati di telecamere a raggi infrarossi e di riflettori potenti, che permettono di sorvegliare i quartieri a distanza per verificare gli assembramenti e i tetti dove potrebbero essere stoccati oggetti considerati armi. La presenza di unità specializzate, uomini e donne volontari della polizia addestrati per sondare, prevenire e affrontare chi o cosa rappresenta il pericolo. Un'organizzazione d'eccezione e un importante investimento per grandi programmi sociali. I governi hanno dato continuità allo stato d'emergenza prolungando lo stato di polizia legalizzato nel novembre del 2005 quando lo Stato si era dimostrato incapace di gestire il territorio e controllare le rivolte.

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Netwar on Videocracy

Un breve commento sulla vicenda Google-ViviDown

Tre dirigenti di Google sono stati inchiodati al banco degli imputati per l'affare Vividown che li vedeva indagati per violazione della privacy e calunnia come conseguenza della mancata rimozione dal network di Google Video un filmato risalente al 2006. Protagonista un ragazzo down brutalmente vessato da dei coetanei in una scuola di Torino.David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italia e ora senior vice president, George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy; Peter Fleischer, responsabile policy Google sulla privacy per l'Europa sono stati ritenuti colpevoli dal giudice Oscar Magi di uno dei due reati loro attribuiti (violazione della privacy) e condannati a sei mesi di carcere con sospensione della pena.

Riassumendo in poche parole: il tribunale di Milano ha affermato la responsabilità di Google sui contenuti immessi dagli utenti sulle reti di sua proprietà. Il "Gigante Buono" non va dunque considerato come una scatola vuota o un mero condotto di diffusione dell'informazione, ma deve essere posto sul medesimo piano giuridico di qualsiasi altro editore.
Ci pare improbabile calarci in un ruolo di azzeccagarbugli che non ci appartiene, né vogliamo unirci al totoscommesse sulle motivazioni della sentenza. Ugualmente non ci lasciamo appassionare da suggestioni in salsa ER sull'aviaria o sull'ultima sindrome cinese, très à la page bien sûr, ma cariche di molto sensazionalismo e poca sostanza.

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Dopo Rosarno

di Alessandro Leogrande   

Nessuno aveva previsto la rivolta dei braccianti di Rosarno. Non l’avevano prevista in Calabria, né altrove. E ha sorpreso, per l’intensità, anche chi ha visto in questi anni accumularsi nel sotto-mondo dei braccianti stranieri tensioni, sfruttamento, ingiustizie varie, alienazione senza che una miscela tanto esplosiva detonasse. Ora la detonazione c’è stata, e non riguarda solo la Piana di Gioia Tauro, un paese di sedicimila abitanti che fonda la propria economia sulla produzione di agrumi e i duemila africani che ne costituiscono la forza-lavoro sottopagata. Riguarda l’interno Mezzogiorno d’Italia. È un fuoco, quello rosarnese, che potrebbe propagarsi anche altrove. E riaccendersi, allo stesso modo, improvvisamente.

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infoaut

La Dogville di Rosarno, provincia d’Italia

Infoaut

La Vandea in risposta alla rivolta dei migranti mette a fuoco una dimensione niente affatto locale dei fatti di Rosarno. “Il destino non è qualcosa di estraneo, come la punizione, bensì la coscienza di se stessi, ma come qualcosa di ostile” (Hegel). Quel che doveva prima o poi accadere - come dicono oggi tutti - è accaduto. Come per un meccanismo di proiezione inconsapevole, i “locali” hanno visto nei blacks in rivolta quello che loro non sono più in grado di fare, da tempo oramai, e cioè alzare la testa e dire basta mettendo in gioco tutto, anche la paga da fame - ma quanto fondamentale per loro! Lo hanno visto in uno specchio rovesciato, in negativo, dunque come elemento ostile. Sottomessi e insieme conniventi del “sistema” che non è solo e in prima istanza la rete dell’economia locale “canaglia” appaltata alle cosche ma la filiera dell’economia globale che fa capo alle grandi imprese, quelle “pulite”, e allo stato rinfoltito di ministri e funzionari padani.

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Marketing virale

di Lameduck

184 milioni di euro buttati nel cesso e gli italiani che non fanno una piega

Si erano fatti scudo persino di un innocente simbolo dell'infanzia dei quaranta-cinquantenni, il mite Topo Gigio, fatto passeggiare sulle spalle dei bravi (nel senso manzoniano) Bonaiuti e Fazio nel corso di una pantomima di presentazione della campagna di vaccinazione contro il virus-spauracchio H1N1. Fazio, il compare del ministro e marito della caporiona di Federfarma, Sacconi, non aveva giurato sui suoi figli che il vaccino era sicuro, aveva fatto di peggio. Aveva promesso addirittura di vaccinarli tutti. Questo nel momento in cui qualunque medico ti diceva di lasciar perdere questo vaccino realizzato in quattro e quattr'otto e potenzialmente affatto sicuro ma di limitarsi ad usare quello tradizionale stagionale.

Dopo averci scassato la minchia con l'influenza pandemica minaccia mondiale per mesi, avete notato che adesso, sui media prostituiti ai voleri del mercato, non si parla più di influenza suina? Non dovremmo essere nel pieno del famoso picco? Non dovremmo essere tutti a letto non in piacevole compagnia ma accasciati dal virus killer?

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corrosivo

Portatevi coperte e panini!

Marco Cedolin

Il freddo e la neve caduta abbondante in tutto il Centro Nord nel corso di questa settimana prenatalizia, hanno messo impietosamente al tappeto il servizio ferroviario italiano che ormai da molti anni si regge con le stampelle, fidando nella bonomia e troppa comprensione dei viaggiatori ormai avvezzi a sopportare stoicamente ogni genere di disagio.
In questo cadere al tappeto delle ferrovie, che nell’ultimo ventennio sono state abbandonate a sé stesse nell’ottica del progressivo disfacimento, a fronte di amministratori incapaci e della decisione di destinare alla truffa dell’alta velocità la quasi totalità degli investimenti, si sono toccate punte di una tale gravità da indurre anche il più presuntuoso e tronfio fra i dirigenti a prostrarsi in ginocchio, proferendo scuse con il capo cosparso di cenere.

Risulta praticamente impossibile stilare un riassunto completo di quanto accaduto in questi ultimi giorni sulla rete ferroviaria, fra migliaia di treni soppressi, spesso senza neppure avvertire i viaggiatori in tempo utile. Decine e decine di convogli bloccatisi improvvisamente in mezzo alla neve per guasti tecnici, lasciando per ore i passeggeri intrappolati al freddo e al buio senza corrente elettrica. Caos generalizzato nelle stazioni, dove i viaggiatori privi di qualsiasi informazione si sono ritrovati accampati come in un campo profughi in attesa di un treno che non sarebbe arrivato mai. Ritardi generalizzati che hanno raggiunto in molti casi il senso del ridicolo, giungendo perfino a superare i 700 minuti, una mezza giornata per intenderci.