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Saccheggiatori di tutto il mondo, unitevi
di Slavoj Žižek
La ripetizione, secondo Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come un caso, un evento che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica più profonda. Quando Napoleone fu sconfitto a Lipsia, nel 1813, si pensò a un caso sfortunato; quando perse nuovamente a Waterloo fu chiaro che il suo tempo era finito. Lo stesso vale per la crisi finanziaria in corso. Nel settembre del 2008 fu presentata da alcuni come un'anomalia che poteva essere corretta con nuove regolamentazioni ecc.; ora che si susseguono i segnali di un nuovo tracollo finanziario è evidente che abbiamo a che fare con un fenomeno strutturale.
Continuano a dirci che stiamo attraversando una crisi del debito e che dobbiamo portare tutti insieme questo peso e tirare la cinghia. Tutti insieme con l'eccezione dei (molto) ricchi: l'idea di tassarli di più è un tabù. Se lo facessimo, si dice, i ricchi non sarebbero incentivati a investire, verrebbero creati meno posti di lavoro e tutti noi ne subiremmo le conseguenze. L'unica possibilità di salvezza in questi tempi difficili è che i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Cosa resta da fare ai poveri? Cosa possono fare?
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Femminismo prêt à porter
Cristina Morini
Ci sono parole, come per esempio “beni comuni”, che assumono nella trasposizione mediatica e nell’uso quotidiano che ne viene indotto, un significato completamente distorto. Vengono abusate, adoperate scorrettamente, corrotte attraverso un impiego fuori contesto. In questo modo si prova a far perdere loro di senso. Svuotarle, indebolirle, addomesticarle vuole dire cambiare la percezione di ciò che evocano. Questo vale anche per la parola “femminismo”, alla quale queste note sono dedicate. Poiché siamo consapevoli di questo problema complessivo, tanto più lucido e solido deve mantenersi il nostro ordine del discorso: “la lingua è anche un luogo di lotta”.
Resistenza sì, marginalità no
Bell Hooks, molto lucidamente, agli inizi degli anni Novanta individuava un limite nel fatto che la pratica radicale postmodernista, “concettualizzata con grande forza come politica della differenza”, non fosse in grado di incorporare le voci degli sfruttati e marginalizzati, in particolare della black people. “E’ una triste ironia” – scriveva – “che il discorso contemporaneo, che più di ogni altro parla di eterogeneità, di soggetto decentrato, affermando aperture che consentano il riconoscimento dell’Alterità, continui a indirizzare la sua voce critica a un pubblico specializzato che condivide un linguaggio le cui radici affondano nelle narrative padronali che esso dichiara di sfidare”.
A distanza di quasi vent’anni, noi siamo apertamente consapevoli di come l’esperienza dell’Alterità finisca per essere strattonata da tutte le parti, con ciò rischiando non di valorizzarsi ma viceversa di perdere il proprio carattere saliente. Il “femminismo”, doverosamente manierato e mai evocato in quanto tale, piace, è diventato “di tendenza”, perfino chic. Trovati gli opportuni sinonimi (condizione femminile, onda rosa, piazza rosa…) settimanali, quotidiani, newsmagazine riservano editoriali e inchieste alla “politica delle donne” che ha improvvisamente smesso di essere argomento “respinto”, perché “noioso” e “fastidioso”.
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Le radici dell’odio e della convivenza
Slavoj Žižek
Nell’autogiustificazione ideologica di Anders Behring Breivik e nelle reazioni ai suoi atti criminali ci sono cose che dovrebbero farci riflettere. Il manifesto di questo “cacciatore di marxisti” cristiano che in Norvegia ha ucciso più di 70 persone non è il vaneggiamento di un folle, è una lucida esposizione della “crisi europea” che (più o meno) implicitamente è alla radice del crescente movimento populista contro gli immigrati, e le sue stesse incoerenze sono sintomatiche delle contraddizioni interne di questo movimento.
La prima cosa che colpisce è come Breivik costruisce il suo nemico. Mescola tre elementi (marxismo, multiculturalismo e islamismo) che appartengono a spazi politici diversi: quello dell’estrema sinistra marxista, quello del liberalismo multiculturale e quello del fondamentalismo religioso islamico. È la vecchia abitudine fascista di attribuire al nemico caratteristiche che si escludono a vicenda (complotto bolscevico-plutocratico giudaico, estrema sinistra bolscevica, capitalismo plutocratico, identità etnico-religiosa) che ritorna in una nuova forma.
Ancora più indicativo è il modo in cui l’autodesignazione di Breivik mescola le carte dell’ideologia di estrema destra. Breivik si erige a paladino del cristianesimo ma è un agnostico laico: per lui il cristianesimo è solo un bastione culturale da contrapporre all’islam.
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Il comune in rivolta
di Judith Revel e Toni Negri
Non ci voleva molta immaginazione per « strologare » rivolte urbane nella forma delle jacqueries, una volta che l’analisi della crisi economica attuale fosse stata ricondotta alle sue cause ed ai suoi effetti sociali. In Commonwealth, fin dal 2009, era stato infatti previsto. Quello che non ci saremmo mai attesi, all’incontrario, è che in Italia, nel movimento, questa previsione fosse rifiutata. Sembrava infatti, ci fu detto, antica; si disse invece: ora è il momento di ricostruire fronti larghi contro la crisi, di stabilire nei movimenti forme di organizzazione-comunicazione-riconoscimento che tocchino la rappresentanza politica.
Bene, adesso ci si trova tuttavia di fronte a movimenti che si esprimono in forme insurrezionali più o meno classiche, ma che si danno ovunque, sradicando così la vecchia grammatica geopolitica nella quale alcuni continuavano ostinatamente a voler pensare. Si danno cioè:
1) laddove un proletariato nuovo – fatto di precari et di disoccupati – si congiunge a classi medie in crisi: soggetti diversi che si unificano in modo inedito nella lotta, come nei paesi del sud-mediterraneo, per chiedere nuove forme di governo, più democratiche.
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London jacquerie
Federico Campagna
Sono quasi quattrocento anni che una rivolta di queste dimensioni non si verifica a Londra. Quest’inverno, durante le manifestazioni degli studenti inglesi, la stampa internazionale aveva parlato di ‘riots’, di subbugli, di insurrezione. Un tipico caso di esagerazione giornalistica. Stavolta no.
Ma stavolta è diverso.
Le riots di questi giorni, iniziate sabato 7 agosto durante una manifestazione di protesta per l’uccisione di un giovane da parte della polizia, hanno un tono che ricorda più le banlieues parigine che la guerriglia urbana dei black bloc. Da tre giorni la capitale Britannica è attraversata da un’ondata di jacquerie semi-fantascientifiche, in cui i moti di folla da ancien regime si incontrano con i messaggi istantanei lanciati dai BlackBerries.
E così le riots si spandono nel nord e nel sud della città, come un’epidemia o una festa. Hackney, Seven Sisters, Camden, Peckham, Wood Green, Tottenham, Woolwich, Brixton, Ealing, Catford, Croydon e perfino Notting Hill. E poi anche fuori da Londra, a Birmingham, Leeds, Bristol e Liverpool. E non è ancora finita.
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London calling
L’ultima estate all’inferno e la prima dell’insurrezione cognitaria
Franco Berardi “Bifo”
Ero a Liverpool il 26 ottobre 2010, quando John Osborne Ministro dell’economia del governo conservatore inglese tenne il discorso nel quale si dichiarava l’intenzione della classe politica al servizio del capitalismo finanziario inglese di devastare la società, o meglio quel che della società è rimasto dopo trent’anni di politiche neoliberiste thatcheriane e blairiane. “Cinquecentomila dipendenti pubblici saranno licenziati entro tre anni, la spesa per la sanità pubblica saranno ridotte drasticamente, le tasse universitarie saranno moltiplicate per tre” dichiarava quel giovanotto col sorriso sulle labbra. E così via.
Ascoltandolo provai una sensazione molto netta: questi quarantenni che con la ridicola formula big society spacciano il neoliberismo agonizzante come se fosse un dogma indiscutibile, sono semplicemente degli incompetenti: dilettanti allo sbaraglio. Cresciuti come polli d’allevamento nelle loro scuole d’elite non sanno nulla del mondo e pensano che sia composto soltanto di numeri, indici e listini. Quando compaiono sulla scena degli esseri umani sanno dire soltanto che sono delin quenti e chiamano l’esercito.
Almeno la signora Thatcher aveva dovuto scontrarsi con i rabbiosi minatori di Arthur Scargill, e quando dichiarava che la società è una cosa che non esiste, la figlia del droghiere sapeva che quell’affermazione provocatoria corrispondeva a una dichiarazione di guerra. Condusse la sua guerra contro la società e la vinse.
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No logo dieci anni dopo
Naomi Klein
La cultura delle multinazionali non governa solo i centri commerciali. Detta legge a Washington e alla Casa Bianca. E ha creato un presidente-marchio che produce gadget e false speranze. Il cambiamento deve venire dal basso
Nel maggio del 2009 la vodka Absolut ha lanciato una nuova serie limitata: no label, senza etichetta. Kristina Hagbard, la responsabile delle pubbliche relazioni dell’azienda, ha spiegato: “Per la prima volta abbiamo il coraggio di affrontare il mondo completamente nudi. Presentiamo una bottiglia senza etichetta e senza logo per veicolare l’idea che l’aspetto esteriore non conta, l’importante è il contenuto”.
Qualche mese dopo anche la catena di caffetterie Starbucks ha inaugurato il suo primo negozio senza marchio a Seattle, chiamandolo 15th Avenue E Coffee and Tea.
Questo “Starbucks nascosto”, come lo chiamavano tutti, era arredato in uno stile “originale e unico”. I clienti erano invitati a portare la loro musica preferita da trasmettere nel locale e a far conoscere le cause sociali a cui tenevano di più: tutto per contribuire a creare quella che l’azienda ha definito “una personalità collettiva”. I clienti dovevano sforzarsi per riuscire a trovare la scritta in piccolo sui menù: “Un’idea di Starbucks”. Tim Pfeiffer, uno dei vicepresidenti dell’azienda, ha spiegato che, a differenza dello Starbucks che occupava prima gli stessi locali, quello era “proprio un piccolo caffè di quartiere”. Dopo che per vent’anni aveva cercato di mettere il suo logo su sedicimila punti vendita in tutto il mondo, Starbucks stava cercando di sfuggire al suo marchio.
Sono passati dieci anni da quando ho scritto No logo: nel frattempo le tecniche di branding sono cambiate e si sono evolute, ma ho scritto molto poco su questi cambiamenti. Il perché l’ho capito leggendo il romanzo di William Gibson L’accademia dei sogni
. La protagonista, Cayce Pollard, è allergica ai marchi, in particolare a Tommy Hilfiger e all’omino Michelin. Questa “insofferenza morbosa e a volte violenta alla semiotica del mercato” è così forte che Cayce fa raschiare i bottoni dei suoi jeans Levi’s per cancellare il logo.
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Quello che internet ci nasconde
Eli Pariser*
I motori di ricerca e i social network ci conoscono sempre meglio. Grazie alle tracce che lasciamo in rete, sanno cosa ci piace. E selezionano i risultati, scegliendo solo i più adatti a noi. Ma in questo modo la nostra visione del mondo rischia di essere distorta
Poche persone hanno notato il post apparso sul blog ufficiale di Google il 4 dicembre 2009. Non cercava di attirare l’attenzione: nessuna dichiarazione sconvolgente né annunci roboanti da Silicon valley, solo pochi paragrafi infilati tra la lista delle parole più cercate e un aggiornamento sul software finanziario di Google. Ma non è sfuggito a tutti. Il blogger Danny Sullivan analizza sempre con cura i post di Google per cercare di capire quali sono i prossimi progetti dell’azienda californiana, e lo ha trovato molto interessante. Più tardi, quel giorno, ha scritto che si trattava del “più grande cambiamento mai avvenuto nei motori di ricerca”. Bastava il titolo per capirlo: “Ricerche personalizzate per tutti”.
Oggi Google usa 57 indicatori – dal luogo in cui siamo al browser che stiamo usando al tipo di ricerche che abbiamo fatto in precedenza – per cercare di capire chi siamo e che genere di siti ci piacerebbe visitare. Anche quando non siamo collegati, continua a personalizzare i risultati e a mostrarci le pagine sulle quali probabilmente cliccheremo. Di solito si pensa che facendo una ricerca su Google tutti ottengano gli stessi risultati: quelli che secondo il famoso algoritmo dell’azienda, PageRank, hanno maggiore rilevanza in relazione ai termini cercati. Ma dal dicembre 2009 non è più così. Oggi vediamo i risultati che secondo PageRank sono più adatti a noi, mentre altre persone vedono cose completamente diverse. In poche parole, Google non è più uguale per tutti.
Accorgersi della differenza non è difficile.
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Violenza o Giustizia?
di Luca De Crescenzo
Brevi note a partire dalla giornata del 3 luglio in Val di Susa
Lunedì 4, all'indomani delle manifestazioni in Val di Susa, a proposito della Tav un articolo in prima pagina su La Stampa sosteneva che non bisogna andare troppo per il sottile riguardo le distinzioni tra manifestanti buoni e cattivi, violenti e non, quando questi in comune rivendicano un linguaggio ed un'impostazione da guerra civile. Perchè la democrazia, ci ricorda l'autore riprendendo un intervento di Chiamparino, è fatta di regole, per cui decisioni prese con i meccanismi legittimi di deliberazione non possono essere ostaggio di una “minoranza localistica condannata a diventare l’alibi dei professionisti della guerriglia”. E questi meccanismi sono gli unici in grado di integrare esigenze internazionali (le richieste di un Unione Europea che rappresenta tutti i cittadini europei), interessi nazionali (rappresentato dalle legittime istituzioni che agiscono per il bene del sistema-paese), e richieste locali (che si esprimono nei tavoli tecnici e osservatori). E che lasciano spazio pure per i non contenti, liberi di esprimere il proprio dissenso.
Queste le legittime mediazioni assegnate al rappresentato per far valere la propria posizione.
Come mai allora in così tanti e determinati, talmente tanti da inondare una valle, talmente determinati da far saltare le solite dicotomie violenti/non violenti, non si è accettato questo destino di sostanziale passività politica?
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L'ossimoro del capitalismo ecologista
di Carla Ravaioli
«Simone Weil diceva che nel socialismo gli individui sono in grado di controllare la macchina tecnologica. Si tratta di capire perché è un'illusione» Emanuele Severino: «Tecnologia e ideologie all'ultimo round di uno sviluppo insostenibile»
Con il professor Emanuele Severino affrontiamo l'analisi sulla crescita produttiva, l'obiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da tutti invocato anche nel discorrere più feriale.
Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in buona parte dovuto all'ignoranza. Sono decenni che si va intravvedendo l'equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è tutt'altro che condivisibile l'auspicio di una crescita indefinita.
Professore, sta dicendo che l'economia è una scienza consapevole delle conseguenze negative della crescita?
Ha incominciato a diventarne consapevole: l'auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche nel mondo dell'intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocchè planetaria di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una crescita illimitata; (anche se poi si fa ben poco per controllarla). Vent'anni fa, quando lei scrisse quel suo bel libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema dell'ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non pochi economisti sono molto più cauti e anche le dichiarazioni dei politici sono diverse da venti o trent'anni.
Però non fanno che invocare crescita, senza nemmeno nominarne i rischi.
In periodo di crisi economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si insista sulla necessità della crescita. Purtroppo però lo si fa riducendo il problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica.
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Hackmeeting e il lato oscuro dell’innovazione
Silvia Casagrande
Software, libertà e censura sono stati i temi al centro dell’Hackmeeting 2011, il raduno dell’underground digitale italiano ospitato dal 24 al 26 giugno al centro sociale Next Emerson di Firenze. Tre giorni in cui, in tre sale intitolate ai padri dell’informatica Turing, Babbage e Ada Lovelace, le persone in carne ed ossa che stanno dietro ai più fantasiosi nickname (dal più immediato “white rabbit” a “vecna”, il mago necromante di Dungeons & Dragons) hanno presentato alla comunità hacker i loro software fatti in casa, sviluppati nel tempo libero concesso dai loro lavori, spesso precari, nell’Information Technology.
I seminari sono stati introdotti dalla conferenza dell’ospite più atteso, l’americano fondatore della Free Software Foundation Richard Stallman che ha lanciato l’allarme contro il rischio censura in Rete: “Credevamo che Internet potesse sconfiggere la censura, ma questo era prima che i governi investissero tante energie nel suo controllo. La censura non riguarda più solo l’Iran e la Cina. Pensate alla Turchia oppure alla Danimarca che ha fatto una blacklist dei siti web per controllare il dissenso, una lista che poi è comparsa su Wikileaks“. L’Italia naturalmente non è esclusa: “La delibera dell’Agcom sul copyright dovrebbe essere cancellata subito. É contro i diritti umani”, ha commentato Stallman, che si è poi scagliato contro il cloud computing (“Il software come servizio significa che qualcun altro sta gestendo il tuo computer e i tuoi dati. Rifiutalo. Possono perdere i tuoi dati, modificarli, cederli ad altri senza che lo sappiate. Pensateci“) e Facebook, che “non è tuo amico”, avvertimento che a dire il vero suona superfluo davanti a una comunità, quella hacker, che conosce perfettamente il valore della propria identità digitale e la difende accuratamente.
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Twitter Revolution? Social Network e cambiamento politico
Bertram Niessen
Con questo articolo doppiozero inaugura una serie di riflessioni sul ruolo della Rete, dei social networks e delle nuove tecnologie nei cambiamenti sociali, culturali e politici degli ultimi anni. In seguito alla pubblicazione di alcuni articoli sul tema si è sviluppato un animato dibattito, sia all'interno della redazione che sul sito e sui social networks. Le posizioni sono eterogenee e si basano su interpretazioni anche molto diverse tra loro. Dato che intendiamo doppiozero soprattutto come uno spazio di confronto per la critica culturale, abbiamo deciso di chiedere ad alcuni autori di riflettere sull'argomento, in modo da restituire la complessità con cui si articolano le posizioni. Buona lettura.
Fin dai giorni delle rivolte iraniane del 2009, i media tradizionali si interrogano sul ruolo avuto dai social network negli stravolgimenti sociopolitici degli ultimi due anni.
Ad ogni nuovo stravolgimento che vede gli attivisti impegnarsi anche attraverso i nuovi media, vengono riproposte due letture dicotomiche. Da un lato c’è chi parla di Twitter Revolution, un cambiamento sociale spinto soprattutto dalla facilità di utilizzo e condivisione di informazioni propri della piattaforma di micro-messaging; dall’altro, c’è chi rifiuta il determinismo tecnologico a favore di letture più connotate economicamente e geopoliticamente.
I due fronti si sono ricreati in occasione delle rivoluzioni arabe di questo inverno, nel caso degli Indignados spagnoli, nell’inaspettata vittoria del centro-sinistra a Milano e nell’ultima batosta referendaria.
Le domande che circolano sono sempre le stesse: sono i social network a causare il cambiamento? E un social network in particolare (Twitter)? Il web ci sta portando verso un mondo più democratico?
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Gramsci e le primavere arabe
di Daniel Atzori
Molti intellettuali arabi e musulmani hanno usato categorie gramsciane per guardare alle rivolte con altri occhi. Il risultato è sorprendente
L'interesse degli intellettuali arabi e musulmani per il pensiero di Antonio Gramsci non è un fenomeno nuovo. Gramsci ha fornito, infatti, alcune cruciali categorie concettuali per analizzare le drammatiche trasformazioni politiche, sociali ed economiche che hanno investito le società arabe, in particolare quella egiziana, negli ultimi decenni. Oggi, in particolare, Gramsci ci permette di guardare alle rivolte arabe degli ultimi mesi con occhi nuovi.
Nel suo classico Overstating the Arab State (1996), lo studioso egiziano Nazih Ayubi spiegava come i regimi arabi fossero fragili poiché, pur avendo sviluppato raffinate strutture per la sistematica repressione del dissenso, non erano stati in grado di creare efficaci strumenti per la produzione del consenso, quelli che Althusser chiamava gli apparati ideologici dello stato. Servendosi di categorie gramsciane, Ayubi sosteneva che le élite al potere nei regimi arabi avevano sviluppato la dimensione del dominio, senza veramente riuscire a esercitare una direzione intellettuale e morale.
Questa strutturale debolezza dei regimi arabi aveva consentito a movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani di sviluppare progetti contro-egemonici, per esempio in paesi come l'Egitto e la Giordania, utilizzando il linguaggio e i simboli dell'Islam per articolare l'islamismo come ideologia politica.
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Abbiamo preso appunti in Spagna
Intervista a Francesco Salvini Pantxo (Barcellona)
Per capire quello che è successo in Spagna in queste ultime settimane bisogna andare all’origine degli eventi che hanno portato all’esplosione di domenica 15 maggio.
Il 15 maggio viene convocata una manifestazione. È un appuntamento preparato in maniera completamente autonoma dai partiti e dai sindacati, ma questo non significa che non sia attraversato da forme organizzative. Per questo, non so se possiamo dire che la diffusione di questa è convocatoria sia “anonima”: in realtà si sparge attraverso alcune reti che sono trasversali allo spazio sociale. E fa leva su alcuni elementi cruciali.
Il primo è il collegamento con una campagna che va avanti da circa tre anni sui diritti digitali, che si è mossa sul tema del copyright, copyleft, creative commons, contro l’abuso di potere della Siae spagnola e contro la nuova legge per la regolamentazione di Internet a cui hanno lavorato, negli ultimi due anni, due ministri della cultura spagnoli, Antonio Molina e poi Gonzalez Sinde. Molina alla fine si è dimesso grazie a una campagna organizzata sul web che denunciava il tentativo del governo di controllare Internet, e gli è succeduto Sinde che ha resistito e ha scritto una legge assurda che cerca di mettere vincoli alla rete (vieta il download, a protezione del diritto d’autore). Contro di essa si sono mobilitati centinaia di migliaia di persone attraverso i forum e i luoghi di discussione nel web.
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Cesare Battisti: la funzione di un simbolo
di Walter G. Pozzi
Nel suo romanzo Il colonnello Chabert, Balzac racconta di un ufficiale dell’esercito napoleonico che, dato per morto durante una battaglia, ritorna anni dopo a Parigi, sfigurato e irriconoscibile. La Francia, nel frattempo è in piena fase di Restaurazione. Napoleone entra nei discorsi con l’appellativo di ‘mostro’, in un periodo in cui la collettività si è data un gran da fare per dimenticare. Chabert è un fantasma che cammina per le strade perché il suo ritorno rischia di destabilizzare i nuovi equilibri, con il carico di significati che porta sulle spalle. Peccato che, a rigor di burocrazia, egli è morto e deve dimostrare prima di tutto di essere vivo, in un contesto storico che lo identifica come simbolo di un disvalore e non ha alcun interesse a riaccoglierlo.
Pensando a Chabert, vengono in mente gli ultimi quindici giorni del 2010, attraversati da tre accadimenti: le proteste studentesche contro la riforma universitaria, il conflitto tra Fiom e Fiat aperto da Marchionne nei mesi precedenti, e la sparata di Gasparri che, a gran voce, auspica un nuovo processo 7 aprile. E proprio quando, nel periodo natalizio, le acque sembrano calmarsi, piomba su tutto lo sberleffo della decisione del presidente Lula di non estradare Cesare Battisti.
Così, nel giro di pochi giorni, questi quattro eventi finiscono per aggomitolare, in un unico groviglio logico, il filo dell’attualità politica e sociale di oggi e quella degli anni Settanta.
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Note a margine dell’E-G8
InfoFreeFlow
È difficile capire per quale motivo tante aspettative fossero state riposte nel G8 di Internet svoltosi a Parigi lo scorso 24/25 maggio. Fortemente voluto dalla presidenza francese di Nicholas Sarkozy si è certo trattato di un evento senza precedenti ed a suo modo storico, visto che mai fino ad oggi i summit dei potenti della terra avevano posto all’ordine del giorno il nodo della govenance globale della rete.
Il fatto che siano effettivamente riusciti ad affrontarlo è però tutt’altro paio di maniche.
Le dichiarazioni ufficiali susseguitesi fin dall’apertura dei lavori hanno infatti messo in risalto come, dietro alla formalità conciliante del linguaggio diplomatico e d’impresa, esistesse un malcelato arroccamento dei diversi partecipanti su posizioni pregresse e consolidate da tempo.
Gli opposti schieramenti hanno sfoderato per la “grande occasione” il meglio del loro armamentario ideologico.
Sarkozy ha optato per un richiamo civilizzatore nella lotta contro la categoria metafisica del “male” che, a suo dire, galoppa inarrestabile lungo le sconfinate e selvagge praterie della rete.
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Le traiettorie della democrazia
di Sandro Chignola
L’angolo d’attacco potrebbe essere vario. Governi le cui politiche, per quanto evidentemente neocoloniali o segregazioniste, vengono certificati come democratici solo in base alle procedure elettorali che li hanno nominati (e poco importa, perciò, che sradichino ulivi, impediscano l’accesso all’acqua, confinino popolazioni); politici che alle stesse procedure si riferiscono per rinvenirvi quel sacré du peuple che li autorizza a fare quello che vogliono in spregio alla costituzione, quando non, più semplicenente, alla pura evidenza della loro inettitudine; alleanze che, recitando il mantra dell’esportazione, o della difesa, della democrazia, fanno rombare i motori dei caccia, accendono i puntatori laser e sganciano bombe. E tuttavia: piazze arabe che straboccano di passione, processi di soggettivazione che rovesciano equilibri secolari, mobilitazioni «indignate» che cingono d’assedio fortini della rappresentanza e trincee del ceto politico, cittadini che si attivano contro la desertificazione e il saccheggio del territorio, per i beni comuni, in difesa di un’idea di partecipazione che tendenzialmente rifiuta il monopolio statuale sulla formazione della volontà generale.
In un caso come nell’altro, il riferimento va alla parola «democrazia», di volta in volta evocata come forma di governo, ideologia, procedura, ma anche come rivendicazione, apertura, eccedenza, pratica costituente diretta. Se ne potrebbe dedurre – e talvolta indulgo a farlo – che quella parola tenda ad essere concettualmente evanescente, un puro riferimento retorico, un significante vuoto pronto ad essere occupato da materialissimi processi di potere o da altrettanto concreti processi di soggettivazione.
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Il '68 e dopo, a scuola da Gramsci
Giuseppe Prestipino
Davvero il '68 ha preparato il neoliberismo? O piuttosto il neoliberismo si appropria di alcune parole d'ordine del '68 per rovesciarle? Un caso classico di "rivoluzione passiva" gramsciana
Ancor prima che il capitalismo come sistema economico riconquistasse tutto il mondo, facendosi globale a tutti gli effetti, il mondo fu conquistato da una ideologia, il neoliberismo, che poté egemonizzare il senso comune di massa, ben più di quanto non avessero potuto il catechismo sovietico (dal diamat al mito della pianificazione centralizzata) o l'eresia maoista (la rivoluzione permanente detta culturale), il molto meno rilevante terzomondismo patrocinato dall'autogestione titoista o la quasi irrilevante "terza via" eurocomunista.
Alcune parole d'ordine del '68 avevano, inconsapevolmente, preparato il terreno, tra le giovani generazioni, al nuovo corso neoliberista, come sostiene Luigi Cavallaro (il manifesto, 13 maggio 2011)? Si può dire, al contrario, che alcune parole della rivoluzione passiva neoliberista ricalcano parole sessantottesche, appropriandosi del loro contenuto "rivoluzionario" per rovesciarlo. La domanda può essere formulata con l'abusato paragone conviviale: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? O con un paragone militaresco: l'annessione delle speranze sessantottesche da parte della cultura neoliberista venne dalla debolezza del Sessantotto combattente o dalla forza dei nuovi eserciti neoliberisti?
Luigi Cavallaro conosce l'opera di Antonio Gramsci quanto me.
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Street-Fightin’ Press?
Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe
di Paolo Mossetti
Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!
Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi.
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La cultura del '68 non è individualista
Guido Viale
Gli stereotipi sulla deriva narcisistica di quella esperienza sono vecchi di trent'anni. E scambiano un movimento enorme con la parabola di pochi. Nessuna esperienza storica è stata più pronta a recepire la cultura del limite elaborata dai teorici ambientalisti. Contro lo sviluppo a ogni costo
I trent'anni che la pubblicistica ha definito «gloriosi» erano stati caratterizzati in Occidente dall'egemonia del fordismo: la concentrazione dei lavoratori in grandi stabilimenti integrati, l'omogeneizzazione delle loro condizioni, la parcellizzazione e il degrado del loro lavoro, l'impiego a tempo indeterminato, la localizzazione degli stabilimenti nei paesi "sviluppati". Parallelamente all'organizzazione del lavoro fordista, la scolarizzazione di massa era stata proposta e vissuta come un "ascensore sociale" in grado di trasformare, nell'avvicendarsi delle generazioni, i contadini in lavoratori dell'industria, gli operai in impiegati e gli impiegati in quadri, manager o in o liberi i professionisti: per alcuni decenni era stata questa la risposta del sistema alle aspettative di emancipazione sociale delle classi sfruttate. Fabbrica, scuola e welfare avevano costruito nei paesi dell'Occidente un contesto di relativa stabilità e sicurezza per tutti. Ma i costi del welfare, la crescita dei salari e, soprattutto, la modificazione, "concertata" o conflittuale, dei rapporti di forza nelle fabbriche avevano finito per erodere i profitti delle imprese, mentre la saturazione dei posti qualificati offerti dall'organizzazione del lavoro aveva messo in crisi il mito della scuola come ascensore sociale, aprendo le porte a una conflittualità studentesca che dalla Cina agli Stati Uniti, dall'Europa all'America latina, aveva contrassegnato tutta la seconda metà degli anni Sessanta.
I trenta e più anni successivi hanno visto il sistematico frazionamento delle grandi unità produttive, la progressiva differenziazione dei rapporti di lavoro, la delocalizzazione di attività sia manifatturiere che terziarie, la precarizzazione non solo dell'impiego, ma di tutti gli aspetti dell'esistenza nel quadro di una crescente finanziarizzazione del capitale. Il meccanismo della concorrenza si è così progressivamente esteso dalle imprese, soggetto ormai unico della scena e dell'attenzione sociale, ai lavoratori, sia autonomi che dipendenti, in una lotta darwiniana di tutti contro tutti che ha trasformato i problemi creati dalla società in vicende biografiche da risolvere individualmente.
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L'uomo massa e suo fratello, al voto
di Giovanna Cracco
I dati della ricerca Ials-Sials in Italia incrociati con l’ultimo rapporto Censis su Comunicazione e media evidenziano un popolo-bue-tele-comandato incapace di leggere, informarsi e di costruire nessi logici tra due fatti
“La maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo”.
Pier Paolo Pasolini
La politica italiana del XXI secolo ha sempre in bocca la parola ‘popolo’. Da una parte Berlusconi dichiara un giorno sì e l’altro pure di essere stato eletto dalla maggioranza degli italiani – evitando in tal modo di dimettersi e venire processato. Dall’altra il Pd, che in assenza di un programma politico di opposizione, per mostrarsi vicino alla sua gente – e, quindi, veramente democratico – indossa la veste moderna delle primarie. Ma mentre quest’ultimo meccanismo ha ancora bisogno di aggiustamenti per diventare pienamente la farsa che dovrebbe essere – come dimostrano la cecità politica e i giochi interni di potere che hanno portato la sorpresa della schiacciante vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi – l’appello al popolo quotidianamente lanciato dal Pdl è un ingranaggio mirabilmente oliato e funzionante; al punto che se qualcuno richiama l’attenzione sul conflitto di interessi, sulla deriva autoritaria di una maggioranza che sempre più esautora il Parlamento dalla funzione legislativa, sui problemi giudiziari del presidente del Consiglio, si sente ribadire il concetto senza possibilità di appello: gli italiani lo hanno comunque votato. Che cosa significa? Che sono tutti scemi?
In effetti è vero: gli italiani lo votano. Non la totalità del ‘popolo’ che evoca l’enfatica dichiarazione, tantomeno la sua maggioranza assoluta, ma poco importa dal momento che i meccanismi di una legge elettorale lo rendono legittimamente capo del Governo. Centrali diventano dunque due altre questioni: attraverso quali informazioni il cittadino decide a chi dare il proprio voto e, data l’informazione, quale sia la sua capacità di comprenderla e di sviluppare un’opinione propria. Partiamo da quest’ultima.
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La Socialdemocrazia Reale
di Polonio210 e Said
17 settembre 2006. Elezioni politiche in Svezia. Fredrik Reinfeldt, leader dell’Alleanza per la Svezia (coalizione di centrodestra formata da Partito Moderato, Partito di Centro, Partito del Popolo e Cristiano Democratici) ottiene il 51% dei seggi parlamentari. I Socialdemocratici, guidati dal 57enne Göran Persson, si fermano al 34,9% dei voti: è il risultato peggiore dal 1914
Alle radici di una crisi
Le date, come spesso accade nella storia, altro non sono che piccole tracce su cui riflettere, indagare. Esaminare la crisi politica, ma ancor prima valoriale, della Socialdemocrazia d’oggi è compito davvero ingrato. Mettere a fuoco le diverse dimensioni del problema, proporne una gerarchia delle cause, avanzare infine delle ipotesi sulla misura delle relazioni d’influenza reciproca, risulta viepiù complicato. La tesi di fondo, che qui si propone, seguendo un filo interpretativo che volutamente elude ed esclude alcune variabili pur importanti, è che la crisi del pensiero politico e della relativa proposta socialdemocratica siano stati profondamente influenzati dalla fine dei regimi del cosiddetto Socialismo Reale.
Compiendo un passo indietro verso il vituperato ‘900, una delle chiavi di lettura più convincenti ha scientemente «ridotto» questo secolo alla titanica sfida tra due messaggi universalisti: quello americano (wilsoniano) e quello sovietico (leninista).
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Il «servilismo» italiano e il '68
di Luigi Cavallaro
I post-sessantottini non si chiedono in che modo ciò in cui hanno creduto e credono (e soprattutto ciò che hanno fatto dal 1989 a oggi) possa essere considerato la causa del declino economico e sociale di oggi. E Viale non fa eccezione
Non credo che il problema di questo Paese sia un generico «servilismo», come recentemente sostenuto su queste colonne da Guido Viale. (il manifesto 29/4) Tanto meno credo che codesto «servilismo» non abbia a che fare con le rivolte del '68 contro l'«autoritarismo» e per «la conquista di una propria autonomia personale». Mi pare piuttosto di poter dire che l'origine dei nostri problemi risieda precisamente nel rapporto tra le aspirazioni giovanili della generazione del '68 e le concretizzazioni reali della sua maturità.
È un fatto difficilmente contestabile che, attualmente, le leve del potere dell'industria culturale stiano tutte in mano a (tardi) esponenti della «generazione ribelle», equamente distribuiti fra «destra» e «sinistra». L'editoria più importante non pubblica se non ciò che si richiama alla loro costellazione valoriale. In televisione, occupano la scena come anchor-men (o women) o come ospiti dotati di diritto di parola. Beninteso, qualche spazio letterario o qualche comparsata televisiva si concede anche agli extranei, ma a condizione che i beneficati non pretendano di obiettare all'idealismo (in senso gnoseologico) dei depositari del logos.
Dal punto di vista economico e politico la situazione non è differente.
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La spettacolare morte di #osama
Osama is trending! (o era Obama?)
InfoFreeFlow
Non c’è che dire! Un fine settimana degno di Walt Disney per l’infosfera globale: il principe sposa Cenerentola con un matrimonio da favola e l’orco cattivo muore. Sull’atmosfera fiabesca aleggia l’ectoplasma di papa Wojtytla: la circolarità di sentimenti ed emozioni prodottasi tra media broadcast e social network deve aver dato alla testa all’onorevole Biancofiore del PDL, che in preda ad una crisi mistica ha gridato al miracolo, causando lo sdegno imbarazzato del Vaticano. Dulcis in fundo una chicca dal sapore frodiano ce la regala la Fox annunciando in diretta la morte di Obama Bin Laden: a guardare il razzismo del suo linguaggio ed i veementi attacchi contro il presidente statunitense verrebbe da pensare più ad un lapsus che ad una gaffe.
Non manca il sarcasmo in rete di fronte alla morte del leader di Al Qaeda: c’è chi si chiede se finalmente sarà possibile portarsi il bagno schiuma in aereo o se l’incarnazione del male non abbia segretamente ceduto al fascino dell’Iphone 4 bianco o magari al vizio (tutt’altro che occidentale) di quattro amene chiacchiere sui social network. Attivata per sbaglio la geolocalizzazione dei tweet?
Dal sapore più amaro e retorico sono invece i tweet di coloro che si domandano se l’affermazione della categoria metafisica del terrore nel nostro immaginario non abbia effettivamente vinto visto il caro prezzo pagato per “sconfiggerlo”: nella lunga lista delle “casualties” prodottasi a cavallo delle due guerre scatenate per dare la caccia ad un singolo personaggio possiamo elencare centinaia di migliaia di vittime civili e le nostre libertà fondamentali. Mission accomplished?
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Lotte sociali in Italia
In ordine sparso contro la Crisi
L'Italia, come altri paesi d'Europa e non solo (si pensi ai recenti scontri nel nordafrica), da qualche mese a questa parte è teatro di lotte sociali a cui non si assisteva da tempo, sia per numeri che per intensità.
Già due anni fa il movimento studentesco dell' »Onda Anomala« aveva coinvolto migliaia di studenti universitari contro l'ennesimo episodio di disinvestimento nei confronti dell'Università pubblica (i famigerati tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario presenti nel documento di programmazione economico-finanziaria estivo). Esso si unì alle più generali mobilitazioni del mondo della formazione che vedevano coinvolti studenti medi e insegnanti della scuola primaria e secondaria contro le riforme della scuola del Ministro Gelmini.
Esso però, non riuscendo ad intercettare un più generale malcontento della società (anche quello antigovernativo della sinistra »legalista«, nella veste del quotidiano La Repubblica, accompagnò solo i primi passi del movimento), rimase sostanzialmente isolato fino a spegnersi inesorabilmente con il calo fisiologico post-autunnale, ottenendo poco o nulla.
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