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Le traiettorie della democrazia
di Sandro Chignola
L’angolo d’attacco potrebbe essere vario. Governi le cui politiche, per quanto evidentemente neocoloniali o segregazioniste, vengono certificati come democratici solo in base alle procedure elettorali che li hanno nominati (e poco importa, perciò, che sradichino ulivi, impediscano l’accesso all’acqua, confinino popolazioni); politici che alle stesse procedure si riferiscono per rinvenirvi quel sacré du peuple che li autorizza a fare quello che vogliono in spregio alla costituzione, quando non, più semplicenente, alla pura evidenza della loro inettitudine; alleanze che, recitando il mantra dell’esportazione, o della difesa, della democrazia, fanno rombare i motori dei caccia, accendono i puntatori laser e sganciano bombe. E tuttavia: piazze arabe che straboccano di passione, processi di soggettivazione che rovesciano equilibri secolari, mobilitazioni «indignate» che cingono d’assedio fortini della rappresentanza e trincee del ceto politico, cittadini che si attivano contro la desertificazione e il saccheggio del territorio, per i beni comuni, in difesa di un’idea di partecipazione che tendenzialmente rifiuta il monopolio statuale sulla formazione della volontà generale.
In un caso come nell’altro, il riferimento va alla parola «democrazia», di volta in volta evocata come forma di governo, ideologia, procedura, ma anche come rivendicazione, apertura, eccedenza, pratica costituente diretta. Se ne potrebbe dedurre – e talvolta indulgo a farlo – che quella parola tenda ad essere concettualmente evanescente, un puro riferimento retorico, un significante vuoto pronto ad essere occupato da materialissimi processi di potere o da altrettanto concreti processi di soggettivazione.
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Il '68 e dopo, a scuola da Gramsci
Giuseppe Prestipino
Davvero il '68 ha preparato il neoliberismo? O piuttosto il neoliberismo si appropria di alcune parole d'ordine del '68 per rovesciarle? Un caso classico di "rivoluzione passiva" gramsciana
Ancor prima che il capitalismo come sistema economico riconquistasse tutto il mondo, facendosi globale a tutti gli effetti, il mondo fu conquistato da una ideologia, il neoliberismo, che poté egemonizzare il senso comune di massa, ben più di quanto non avessero potuto il catechismo sovietico (dal diamat al mito della pianificazione centralizzata) o l'eresia maoista (la rivoluzione permanente detta culturale), il molto meno rilevante terzomondismo patrocinato dall'autogestione titoista o la quasi irrilevante "terza via" eurocomunista.
Alcune parole d'ordine del '68 avevano, inconsapevolmente, preparato il terreno, tra le giovani generazioni, al nuovo corso neoliberista, come sostiene Luigi Cavallaro (il manifesto, 13 maggio 2011)? Si può dire, al contrario, che alcune parole della rivoluzione passiva neoliberista ricalcano parole sessantottesche, appropriandosi del loro contenuto "rivoluzionario" per rovesciarlo. La domanda può essere formulata con l'abusato paragone conviviale: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto? O con un paragone militaresco: l'annessione delle speranze sessantottesche da parte della cultura neoliberista venne dalla debolezza del Sessantotto combattente o dalla forza dei nuovi eserciti neoliberisti?
Luigi Cavallaro conosce l'opera di Antonio Gramsci quanto me.
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Street-Fightin’ Press?
Dal “Trojan Journalism” al disprezzo di classe
di Paolo Mossetti
Qualche settimana fa ho notato una foto, nella sezione “culturale” dell’Evening Standard: erano ritratti otto ragazzi, sui venti anni, seduti su una scalinata di un palazzo medievale. Erano vestiti, da buoni londinesi “intellettuali”, in uno stile un po’ casual-sciatto; erano tutti sorridenti; due di loro maneggiavano un cellulare; una giovinetta aveva un pc sulle ginocchia: «Stiamo parlando di tecnologia», sembrava dirmi. Chi erano costoro? Erano loro quelli che lo Standard chiamava, con un bel titolone, Clicktivists, attivisti del “click”. Ecco i volti nuovi della protesta di questi mesi: coloro che usano i social network come Facebook o Twitter per organizzare manifestazioni, coordinarsi, promuovere scioperi.
Contava poco il contenuto dell’articolo, quanto il messaggio di quella foto: vedete, ecco la parte decente della protesta, ecco quelli che non spaccano le vetrine, che non puzzano. Ci sono, eccome se ci sono! In fondo, basta cercarli. Sono loro il futuro, paura bisogna non averne!
Il Potere è ancora, oggi come ieri, il potere di dare nomi alle cose, e questo potere lo detengono, oggi come ieri, esclusivissime oligarchie finanziarie e mediatiche: un elenco di cinquanta o sessanta famiglie, un centinaio di corporation, una manciata di leader religiosi.
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La cultura del '68 non è individualista
Guido Viale
Gli stereotipi sulla deriva narcisistica di quella esperienza sono vecchi di trent'anni. E scambiano un movimento enorme con la parabola di pochi. Nessuna esperienza storica è stata più pronta a recepire la cultura del limite elaborata dai teorici ambientalisti. Contro lo sviluppo a ogni costo
I trent'anni che la pubblicistica ha definito «gloriosi» erano stati caratterizzati in Occidente dall'egemonia del fordismo: la concentrazione dei lavoratori in grandi stabilimenti integrati, l'omogeneizzazione delle loro condizioni, la parcellizzazione e il degrado del loro lavoro, l'impiego a tempo indeterminato, la localizzazione degli stabilimenti nei paesi "sviluppati". Parallelamente all'organizzazione del lavoro fordista, la scolarizzazione di massa era stata proposta e vissuta come un "ascensore sociale" in grado di trasformare, nell'avvicendarsi delle generazioni, i contadini in lavoratori dell'industria, gli operai in impiegati e gli impiegati in quadri, manager o in o liberi i professionisti: per alcuni decenni era stata questa la risposta del sistema alle aspettative di emancipazione sociale delle classi sfruttate. Fabbrica, scuola e welfare avevano costruito nei paesi dell'Occidente un contesto di relativa stabilità e sicurezza per tutti. Ma i costi del welfare, la crescita dei salari e, soprattutto, la modificazione, "concertata" o conflittuale, dei rapporti di forza nelle fabbriche avevano finito per erodere i profitti delle imprese, mentre la saturazione dei posti qualificati offerti dall'organizzazione del lavoro aveva messo in crisi il mito della scuola come ascensore sociale, aprendo le porte a una conflittualità studentesca che dalla Cina agli Stati Uniti, dall'Europa all'America latina, aveva contrassegnato tutta la seconda metà degli anni Sessanta.
I trenta e più anni successivi hanno visto il sistematico frazionamento delle grandi unità produttive, la progressiva differenziazione dei rapporti di lavoro, la delocalizzazione di attività sia manifatturiere che terziarie, la precarizzazione non solo dell'impiego, ma di tutti gli aspetti dell'esistenza nel quadro di una crescente finanziarizzazione del capitale. Il meccanismo della concorrenza si è così progressivamente esteso dalle imprese, soggetto ormai unico della scena e dell'attenzione sociale, ai lavoratori, sia autonomi che dipendenti, in una lotta darwiniana di tutti contro tutti che ha trasformato i problemi creati dalla società in vicende biografiche da risolvere individualmente.
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L'uomo massa e suo fratello, al voto
di Giovanna Cracco
I dati della ricerca Ials-Sials in Italia incrociati con l’ultimo rapporto Censis su Comunicazione e media evidenziano un popolo-bue-tele-comandato incapace di leggere, informarsi e di costruire nessi logici tra due fatti
“La maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo”.
Pier Paolo Pasolini
La politica italiana del XXI secolo ha sempre in bocca la parola ‘popolo’. Da una parte Berlusconi dichiara un giorno sì e l’altro pure di essere stato eletto dalla maggioranza degli italiani – evitando in tal modo di dimettersi e venire processato. Dall’altra il Pd, che in assenza di un programma politico di opposizione, per mostrarsi vicino alla sua gente – e, quindi, veramente democratico – indossa la veste moderna delle primarie. Ma mentre quest’ultimo meccanismo ha ancora bisogno di aggiustamenti per diventare pienamente la farsa che dovrebbe essere – come dimostrano la cecità politica e i giochi interni di potere che hanno portato la sorpresa della schiacciante vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi – l’appello al popolo quotidianamente lanciato dal Pdl è un ingranaggio mirabilmente oliato e funzionante; al punto che se qualcuno richiama l’attenzione sul conflitto di interessi, sulla deriva autoritaria di una maggioranza che sempre più esautora il Parlamento dalla funzione legislativa, sui problemi giudiziari del presidente del Consiglio, si sente ribadire il concetto senza possibilità di appello: gli italiani lo hanno comunque votato. Che cosa significa? Che sono tutti scemi?
In effetti è vero: gli italiani lo votano. Non la totalità del ‘popolo’ che evoca l’enfatica dichiarazione, tantomeno la sua maggioranza assoluta, ma poco importa dal momento che i meccanismi di una legge elettorale lo rendono legittimamente capo del Governo. Centrali diventano dunque due altre questioni: attraverso quali informazioni il cittadino decide a chi dare il proprio voto e, data l’informazione, quale sia la sua capacità di comprenderla e di sviluppare un’opinione propria. Partiamo da quest’ultima.
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La Socialdemocrazia Reale
di Polonio210 e Said
17 settembre 2006. Elezioni politiche in Svezia. Fredrik Reinfeldt, leader dell’Alleanza per la Svezia (coalizione di centrodestra formata da Partito Moderato, Partito di Centro, Partito del Popolo e Cristiano Democratici) ottiene il 51% dei seggi parlamentari. I Socialdemocratici, guidati dal 57enne Göran Persson, si fermano al 34,9% dei voti: è il risultato peggiore dal 1914
Alle radici di una crisi
Le date, come spesso accade nella storia, altro non sono che piccole tracce su cui riflettere, indagare. Esaminare la crisi politica, ma ancor prima valoriale, della Socialdemocrazia d’oggi è compito davvero ingrato. Mettere a fuoco le diverse dimensioni del problema, proporne una gerarchia delle cause, avanzare infine delle ipotesi sulla misura delle relazioni d’influenza reciproca, risulta viepiù complicato. La tesi di fondo, che qui si propone, seguendo un filo interpretativo che volutamente elude ed esclude alcune variabili pur importanti, è che la crisi del pensiero politico e della relativa proposta socialdemocratica siano stati profondamente influenzati dalla fine dei regimi del cosiddetto Socialismo Reale.
Compiendo un passo indietro verso il vituperato ‘900, una delle chiavi di lettura più convincenti ha scientemente «ridotto» questo secolo alla titanica sfida tra due messaggi universalisti: quello americano (wilsoniano) e quello sovietico (leninista).
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Il «servilismo» italiano e il '68
di Luigi Cavallaro
I post-sessantottini non si chiedono in che modo ciò in cui hanno creduto e credono (e soprattutto ciò che hanno fatto dal 1989 a oggi) possa essere considerato la causa del declino economico e sociale di oggi. E Viale non fa eccezione
Non credo che il problema di questo Paese sia un generico «servilismo», come recentemente sostenuto su queste colonne da Guido Viale. (il manifesto 29/4) Tanto meno credo che codesto «servilismo» non abbia a che fare con le rivolte del '68 contro l'«autoritarismo» e per «la conquista di una propria autonomia personale». Mi pare piuttosto di poter dire che l'origine dei nostri problemi risieda precisamente nel rapporto tra le aspirazioni giovanili della generazione del '68 e le concretizzazioni reali della sua maturità.
È un fatto difficilmente contestabile che, attualmente, le leve del potere dell'industria culturale stiano tutte in mano a (tardi) esponenti della «generazione ribelle», equamente distribuiti fra «destra» e «sinistra». L'editoria più importante non pubblica se non ciò che si richiama alla loro costellazione valoriale. In televisione, occupano la scena come anchor-men (o women) o come ospiti dotati di diritto di parola. Beninteso, qualche spazio letterario o qualche comparsata televisiva si concede anche agli extranei, ma a condizione che i beneficati non pretendano di obiettare all'idealismo (in senso gnoseologico) dei depositari del logos.
Dal punto di vista economico e politico la situazione non è differente.
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La spettacolare morte di #osama
Osama is trending! (o era Obama?)
InfoFreeFlow
Non c’è che dire! Un fine settimana degno di Walt Disney per l’infosfera globale: il principe sposa Cenerentola con un matrimonio da favola e l’orco cattivo muore. Sull’atmosfera fiabesca aleggia l’ectoplasma di papa Wojtytla: la circolarità di sentimenti ed emozioni prodottasi tra media broadcast e social network deve aver dato alla testa all’onorevole Biancofiore del PDL, che in preda ad una crisi mistica ha gridato al miracolo, causando lo sdegno imbarazzato del Vaticano. Dulcis in fundo una chicca dal sapore frodiano ce la regala la Fox annunciando in diretta la morte di Obama Bin Laden: a guardare il razzismo del suo linguaggio ed i veementi attacchi contro il presidente statunitense verrebbe da pensare più ad un lapsus che ad una gaffe.
Non manca il sarcasmo in rete di fronte alla morte del leader di Al Qaeda: c’è chi si chiede se finalmente sarà possibile portarsi il bagno schiuma in aereo o se l’incarnazione del male non abbia segretamente ceduto al fascino dell’Iphone 4 bianco o magari al vizio (tutt’altro che occidentale) di quattro amene chiacchiere sui social network. Attivata per sbaglio la geolocalizzazione dei tweet?
Dal sapore più amaro e retorico sono invece i tweet di coloro che si domandano se l’affermazione della categoria metafisica del terrore nel nostro immaginario non abbia effettivamente vinto visto il caro prezzo pagato per “sconfiggerlo”: nella lunga lista delle “casualties” prodottasi a cavallo delle due guerre scatenate per dare la caccia ad un singolo personaggio possiamo elencare centinaia di migliaia di vittime civili e le nostre libertà fondamentali. Mission accomplished?
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Lotte sociali in Italia
In ordine sparso contro la Crisi
L'Italia, come altri paesi d'Europa e non solo (si pensi ai recenti scontri nel nordafrica), da qualche mese a questa parte è teatro di lotte sociali a cui non si assisteva da tempo, sia per numeri che per intensità.
Già due anni fa il movimento studentesco dell' »Onda Anomala« aveva coinvolto migliaia di studenti universitari contro l'ennesimo episodio di disinvestimento nei confronti dell'Università pubblica (i famigerati tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario presenti nel documento di programmazione economico-finanziaria estivo). Esso si unì alle più generali mobilitazioni del mondo della formazione che vedevano coinvolti studenti medi e insegnanti della scuola primaria e secondaria contro le riforme della scuola del Ministro Gelmini.
Esso però, non riuscendo ad intercettare un più generale malcontento della società (anche quello antigovernativo della sinistra »legalista«, nella veste del quotidiano La Repubblica, accompagnò solo i primi passi del movimento), rimase sostanzialmente isolato fino a spegnersi inesorabilmente con il calo fisiologico post-autunnale, ottenendo poco o nulla.
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Lettera a un giovane morto invano per una pace che non ci sarà
Restiamo Umani
Vik da Gaza city
Caro Vittorio,
da uno dei tanti inutili uffici pace messi su nei comuni d’Italia (per salvarsi la coscienza e continuare intrighi e politica di piccolo cabotaggio), l’amica Ornella ha fatto spuntare oggi sul video del mio PC, un comunicato di Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, nel quale si annuncia che «il 29° Seminario nazionale» di tale organizzazione «che si apre oggi ad Assisi sarà dedicato a Vittorio Arrigoni». Chissà, ti dedicheranno pure strade, scuole, parchi!
Che ipocrisia!
Trovo indecente, subdola, viperina la prontezza con cui si gioca d’anticipo su ogni possibile concorrente e ci si appropria della tua morte. La lobby pacifista italiana ti vuole “santino pacifista subito”! Guai se, ragionando sulla tua uccisione, si uscisse dal piagnisteo! La spiegazione da far circolare nel “mercatino della pace” è una sola ed è già pronta: Lotti ha detto che la tua uccisione è «assurda». E chiude così qualsiasi interrogativo più scomodo.
Rassegniamoci, dunque?
È una buona, consolidata, abitudine italiota non andare a fondo sui “fatti di sangue”.
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Il comune che verrà
Davide Borrelli
Appunti per ripensare il legame sociale nell’epoca della comunicazione in rete
Uno spettro si aggira nel mondo, ma questa volta non si tratta dello spettro del comunismo. E’ piuttosto lo spettro del comune, o meglio della comunanza, che esprime la tensione a costruire un orizzonte condiviso tra entità che si trovano in condizioni di differenza. Diversamente dal comunismo, la passione del comune non si esprime in un manifesto ideologico né si concretizza in uno specifico programma d’azione. Per essere precisi, non costituisce neanche una categoria politica, dal momento che si manifesta come un’istanza che è insieme prepolitica, impolitica e postpolitica. Prepolitica, perché ha la forza energetica di un sentire. Impolitica, perché contesta al politico la pretesa di rappresentare la totalità dell’umano. Postpolitica, perché dispiega un nuovo orizzonte di senso e fornisce una nuova agenda per il terzo millennio, in cui trovano spazio pratiche, esperienze, soggettività e forme di vita associata rimaste per lo più in ombra e impensate nel corso della modernità.
Viviamo in tempi di globalizzazione e di comunicazione in rete, fattori che contribuiscono particolarmente ad alimentare l’esigenza che abbiamo di rimettere a fuoco e ripensare il concetto di comunità. Recentemente sono stati pubblicati diversi saggi che affrontano, a partire da differenti punti di vista ed ambiti disciplinari, questo tema, e si interrogano su come sia possibile immaginare nuove forme di socialità al di fuori delle appartenenze date (di classe, di nazionalità, di cultura, di identità ed orientamento sessuale, di etnia, di religione), in grado di garantire insieme le condizioni del massimo sviluppo del sé e della più ampia inclusione del diverso.
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L'invenzione del clandestino
di Augusto Illuminati
La minchia gli scassarono ‘sti migranti al governatore Lombardo, non solo l’uscio del capanno di Grammichele. Per questo incita i siciliani a far ronde notturne con il mitra, caso mai incontrassero tunisini in fuga da Mineo o sbarcati sulle coste. Li fulminassero sul bagnasciuga, come proclamò con scarsa padronanza dei termini marinari e ancor meno fortuna bellica la buonanima di Mussolini per l’altra invasione dell’isola, quella del 1943.
Folklore mafioso-leghista, che copre ben altre e più massicce operazioni di disinformazione e razzismo di Stato. Pensiamo a quel “falso movimento” che consiste in due serie di azioni opposte e complementari, vera e propria ideologia messa in scena per ipnotizzare il paese. Da un lato i migranti vengono trattenuti, ammucchiati oltre misura nella più inimmaginabile sporcizia e deprivazione, rinserrati in Cie e Cara o a cielo aperto sull’isola di Lampedusa –occorre mostrare le belve sudice e ribelli ai bravi cittadini italiani e ai connazionali rimasti in patria, guardate che succede a varcare il Canale. Dall’altro, li si fa oggetto, insieme agli sventurati zingari preesistenti, prototipo del nomade-migrante, di spostamenti frenetici senza nessun motivo plausibile (dal Cara di Castelnuovo di Porto a Mineo, poi anzi no, a Mineo ci vanno i tunisini, al Cara gli zingari, no poi ci vanno i libici doc, ecc.), con la stessa logica capricciosa e intimidatoria delle periodiche “traduzioni” carcerarie.
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Delirio assoluto: il cigno nero diventa grande come un dinosauro
di Mattacchiuz
Fukushima ? Una marea di falsità. Solo per business. Nord Africa e Medio Oriente? Stessa storia. Unione Europea ? Il gioco di interessi della Germania e l’interesse nel salvare le banche. E poi Dollaro USA, FBI e fiducia dei consumatori. Una solo domanda? Ma ci rendiamo conto che siamo al delirio assoluto?
Fukushima
Beh amici miei, credo che non ci siano parole per descrivere quanto successo e quanto stia succedendo ora in giro per l’intero mondo.
Personalmente, il fatto più grave ritengo sia quello rappresentato da Fukushima . Quanto accade in Giappone è PAZZESCO. E non mi riferisco solo al disastro nucleare già estremamente drammatico in sé. Personalmente mi sta salendo la rabbia. Si, una sana collera, benché non sia direttamente interessato, nei confronti del corrottissimo governo giapponese e della Tepco, l’azienda che ha in carico la gestione dell’impianto e purtroppo anche la gestione dell’emergenza. Ma badate, il governo e la Tepco non sono due entità astratte, SONO FATTE DA UOMINI E DONNE CHE HANNO DELIBERATAMENTE DECISO DI MENTIRE AL MONDO, che hanno messo a rischio di vita centinaia di migliaia di loro simili, che pure di fronte all’evidenza, hanno preferito continuare a negare la realtà e manipolare l’informazione con il presunto scopo di evitare un panico nucleare. PANICO CHE ORA CI SI RENDE CONTO È PIÙ CHE GIUSTIFICATO.
Credo che tutti sappiate quale sia stata l’evoluzione di quello che vorrebbero far passare come un imprevedibile incidente a Fukushima . Dai reattori messi in funzione già difettati (come testimoniato dall’ingegnere che supervisionava per l’Hitachi la costruzione del contenitore speciale per il reattore numero 4 ), alla sottovalutazione dei problemi che tutti i reattori stanno avendo, si sono raggiunti momenti di tragica comicità.
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Federalismo o feudalesimo?
Marco Esposito
Le tasse del Nord restino al Nord. E quelle di Belluno ai bellunesi? Quando ogni territorio rivendica la propria sovranità fiscale non si produce una riforma tributaria ma il ritorno al Medioevo
Decreto più decreto meno, il federalismo fiscale è ormai in dirittura d’arrivo. E già si intravedono i delusi. C’è chi si aspettava di più, c’è chi teme di averci rimesso le penne. Una cosa però è certa. Il Carroccio è riuscito a vincere una battaglia culturale: convincere gli italiani tutti del principio che le tasse sono dei territori, con le province ricche che per generosità più o meno forzata danno una mano a quelle meno fortunate.
Parlare di “tasse dei territori” sembra una banalità, quasi un fatto ovvio e invece la potestà dei territori sulle imposte ricorda il feudalesimo più che il federalismo. In Italia dalla fine del Medioevo non esistono tasse pagate “dai territori”. Infatti chi versa le imposte, il contribuente, può essere una persona fisica, cioè un cittadino, o giuridica, cioè un’impresa. Non è mai una città, una provincia, una regione. Eppure, con uno dei tanti cortocircuiti linguistici ideati dai leghisti, si parla ormai senza più farci caso di “Nord che paga le tasse”. “Tasse del Veneto”. Si dirà: si intende “cittadini e imprese del Nord (o del Veneto) che pagano le tasse”. Ma la differenza c’è ed è concettualmente decisiva.
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The Battleground
John Perry Barlow ha affermato che Wikileaks è stato il primo campo di battaglia della grande infoguerra mentre le rivoluzioni arabe sono il secondo. E che soprattutto molti altri ancora ne verranno.140 suggestivi caratteri da cui partire. Un trampolino di lancio per una profonda esplorazione che negli anni a venire riempirà scaffali di intere biblioteche e gigabyte di archivi digitali.
A partire dall’esplosione del Cablegate del dicembre 2010 fino alle rivolte che stanno attualmente infiammando il Nord Africa, hanno cominciato a prodursi all’interno del sistema informativo globale fratture che sembrano ormai insanabili.
Dal punto di vista del ruolo di Internet esse producono un prisma analitico i cui cristalli irradiano sfumature cromatiche ancora indefinite ma sulle cui punte già si legge chiaramente la sconfitta di tante impostazioni ideologiche e credenze relative alla rete. E allo stesso tempo esse rappresentano una prima cartina al tornasole sugli orizzonti delle forme di militanza locale e globale on-line.
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Il rimedio della dialettica contro il culo flaccido
di Christian Raimo
Nella Metafisica Aristotele dice: inchiodali al loro linguaggio. Parla dei sofisti di basso livello, dei Megariti, di quella gente che non argomenta in modo preciso, che cerca di buttare tutto in caciara, il cui unico scopo è la delegittimazione dell’avversario. In questi ultimi tempi la battaglia delle truppe cammellate berlusconiane sta mandando in campo i riservisti: dopo la fanteria d’assalto degli yes-man, degli uomini-eco, i Bondi e i Quagliarello, c’è stato il tempo dei cecchini, i Feltri, i Lavitola, i Sallusti, quelli che sparavano ad altezza uomo ripetutamente, qualunque fosse il Boffo di turno da affondare. Ora la strategia sembra più raffinata: sono tornati da qualche settimana a questa parte a aver voce gli intellettuali sedicenti. Un Giuliano Ferrara che prende per il culo Umberto Eco su Kant, un Antonio Ricci che si riscopre debordiano e fa il verso alle femministe sul Corpo delle donne, detournando il documentario di Lorella Zanardo con un filmatino mandato in onda a Matrix, la cui tesi era: anche Repubblica usa le tette per vendere. Se è questo il livello, il conflitto viene da dire è finalmente culturale.
Dopo che l’opposizione parlamentare (il Pd in primis) ha fallito nell’arginare la sua deriva populista, dopo che quella istituzionale (la nuova destra di Fini, la morale comune) è stata miseramente azzoppata, ora tocca a noi, a chi crede che il berlusconismo sia soprattutto una malattia del capitalismo avanzato, un virus che avremmo inoculato comunque anche se Berlusconi ipse non fosse ancora al governo con una maggioranza di 320 parlamentari.
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La controriforma dell'Università
Guido Liguori
La situazione dell’università italiana e le responsabilità del centrosinistra. Come la «controriforma Gelmini» peggiora la situazione: privatizzazione, precarizzazione, fine del diritto allo studio, controllo sui contenuti della ricerca e sulla trasmissione del sapere. La lotta degli studenti e dei precari è destinata a continuare, per il diritto allo studio, al lavoro e al reddito.
La «riforma Gelmini», una vera e propria «controriforma» dell’università, è stata approvata subito prima di Natale da un Parlamento insensibile alle proteste non solo delle piazze, ma anche di vaste componenti del mondo universitario: studenti, ricercatori (precari e non), docenti, presidi, interi consigli di facoltà e corpi accademici hanno invano provato a far sentire le proprie ragioni, hanno invano provato a fermare questo ulteriore e più grave passo della università pubblica verso il baratro.
Il governo Berlusconi anche in questa occasione non ha mancato di mettere in moto la propria principale risorsa – una macchina propagandistica e massmediatica fondata sulla ripetizione ossessiva delle proprie «verità» di comodo – cercando di confondere l’opinione pubblica e di nascondere ai non addetti ai lavori la gravità dei provvedimenti assunti, la situazione reale delle università italiane, le responsabilità e le finalità che stanno dietro il loro stato attuale.
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E la lotta di classe si sposta tra i banchi
di Marco Lodoli
Per decenni le aule sono state il luogo di incontro e di avvicinamento tra ceti diversi. Oggi le cose sono cambiate radicalmente: sotto il velo della "meritocrazia" il nostro Paese è tornato ad essere classista in modo feroce
Per alcuni decenni la scuola è servita anche ad avvicinare le classi sociali: nelle aule convergevano interessi e aspettative, si respirava la stessa cultura, si creavano possibilità per tutti. In fondo al viale si immaginava un mondo senza crudeli differenze, senza meschinità e ingiustizie. La conoscenza era garanzia di crescita intellettuale, e anche sociale ed economica. Chi studiava si sarebbe affermato, o quantomeno avrebbe fatto un passo in avanti rispetto ai padri. Tante volte abbiamo sentito quelle storie un po' retoriche ma autentiche: il padre tranviere che piangeva e rideva il giorno della laurea in medicina del suo figliolo, la madre che aveva faticato tanto per tirare su quattro figli, che ora sono tutti dottori.
Oggi le cose sono cambiate radicalmente. Chi viaggia in prima classe non permette nemmeno che al treno sia agganciata la seconda o la terza: vuole viaggiare solo con i suoi simili, con i meritevoli, gli eccellenti, i vincenti.
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Diritto d’asilo
di Giorgio Morbello e Luca Rastello
Il diritto d’asilo è uno dei pilastri dell’identità europea. "Chi, nel proprio Paese, non può godere dei diritti civili, venga da noi! Sarà accolto, tutelato, protetto, accudito. Siamo l’Europa! La patria, la culla della libertà e dei diritti umani". E non si tratta di enunciazioni di principio: è tutto stato messo nero su bianco e firmato nella Convenzione di Ginevra, per non dire delle Costituzioni dei singoli Stati. Ma a un certo punto, in modo più opportunistico che schizofrenico, questo elemento fondante è diventato un ostacolo. Terminato il pericolo del comunismo sovietico, quando noi eravamo il "bene" pronto ad accogliere chiunque riuscisse a scappare da "oltrecortina", oggi il diritto d’asilo viene di fatto negato. Non nella sua enunciazione, certamente, ma di sicuro lo è nella sua prassi.
Da questa idea di fondo è nato il saggio La frontiera addosso (Luca Rastello, Laterza): dalla constatazione che l’Europa ha mosso una vera e propria guerra al diritto d’asilo. E non in senso figurato. Si tratta di una guerra con il suo esercito, i suoi soldati, i suoi elicotteri, i suoi aerei, le sue armi. E ci sono i nemici: tutti quelli che, in fuga dai propri Paesi, cercano di entrare in Europa. E ci sono anche i "danni collaterali": gli oltre 15.000 tra uomini donne e bambini che negli ultimi dieci anni sono morti alle frontiere della fortezza nel tentativo di trovarvi rifugio da guerre, fame, persecuzioni, povertà estrema (è il dato dei morti "certificati" raccolto dal preziosissimo fortresseurope, il numero reale è sicuramente molto piu alto).
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Le contraddizioni e il no alla crociata
di Maria Nadotti
Ricevo da più fonti, a sciame, attraverso gli effimeri e non sempre aggreganti canali di Internet un Invito alle donne italiane a partecipare ad una giornata nazionale di mobilitazione domenica 13 febbraio 2011. Si intitola «Se non ora, quando?» e porta firme eccellenti e curiosamente trasversali, da Rosellina Archinto a Giulia Bongiorno, da suor Eugenia Bonetti a Margherita Buy, da Livia Turco a Emma Fattorini, da Inge Feltrinelli a Natalia Aspesi, da Susanna Camusso a Claudia Mori, da Gae Aulenti a Valeria Parrella. Poiché ogni segno di vitalità civica merita attenzione, l'ho letto con cura e disponibilità a «mobilitarmi». E così, a modo mio, mi mobilito, chiosando e segnalando quel che di questo «appello all'indignazione attiva» mi sgomenta, mi disturba, mi offende. Rivolgo dunque alle firmatarie e alle donne che hanno sottoscritto il loro appello un paio di domande il cui fine non è sabotare la loro iniziativa, ma renderla più trasparente, meno ecumenica e universalistica, più situata. Quando qualcuno ci chiede di riconoscerci in una proposta, in una parola d'ordine, in uno slogan, anche solo in una giornata di tardo inverno all'insegna dello sdegno, il minimo che possiamo fare è chiederci chi si indigna per cosa, contro chi, e perché proprio ora. E, soprattutto, se può parlare anche a nome nostro e transitoriamente rappresentarci, saturando lo spazio mediatico e l'arena politica.
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Potenza (e limiti) della Rete
di Massimo Mantellini
La rivolta di piazza egiziana stravolge le nostre convinzioni sulla realtà del Web. Che è meno libero e meno irresistibile di quanto sperato. Ma è pervasivo abbastanza da funzionare da collante oltre il virtuale
Cautela. Se c'è una parola che i recenti tumulti di piazza che hanno interessato la Tunisia e l'Egitto dovrebbero suggerire a quanti analizzano gli impatti della comunicazione di Rete, quella parola è cautela. Non tutto è chiaro. Molte delle nostre consolidate convinzioni sono andate a gambe all'aria durante la rivolta popolare per le strade del Cairo in questi ultimi giorni, altre hanno mostrato la propria grande fragilità.
Seconda cautela. I sociologi e gli opinionisti, anche quelli bravi come Malcom Gladwell, si considerino avvisati: le analisi a tavolino delle ragioni per le quali i fili di Rete sono fili deboli, inadatti ai grandi sommovimenti sociali, hanno in questi giorni - per così dire - mostrato tutta la propria fragilità ed elegante inconsistenza.
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Il #rogodilibri e la sottovalutazione del pericolo. Un’analisi
di Wu Ming 1
Non si potrà mai segnalare e linkare abbastanza l’articolo in cui Massimo Carlotto spiega che l’indignazione anti-Battisti degli amministratori/epuratori veneti è falsa come una moneta da mezzo centesimo, e quindi l’offensiva contro i libri sgraditi e soprattutto contro i loro autori, massacrati mediaticamente ad hominem, prescinde totalmente dalla questione sbandierata. Come dimostra l’epurazione silenziosa dei libri di Saviano e di Paolini, per motivi che al caso Battisti sono estranei.
Proviamo a fare un quadro della situazione.
La fase del declino di un regime può essere breve o lunga, tragica o grottesca (o entrambe le cose); di certo è sempre la fase più pericolosa. All’ombra di un regime declinante a livello nazionale, localmente si registrano le peggiori “fughe in avanti” e recrudescenze.
Recrudescenze che si incrociano – e talvolta confondono – coi tentativi sempre più marcati ed estremi di distogliere l’attenzione, alzare cortine fumogene, indicare falsi bersagli e capri espiatori. Il grido Achtung banditen! si alza sempre più alto e stridulo, insieme a strumentali richiami all’onore nazionale.
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Rebel, rebel
Cinzia Arruzza e Felice Mometti
Lo spazio politico aperto dai movimenti europei può rappresentare l’uscita di sicurezza sia dal labirinto della tragedia dei partiti di sinistra storicamente conosciuti che dal dispotismo dell’opinione
Rebel Rebel, you’ve torn your dress
Rebel Rebel, your face is a mess
Rebel Rebel, how could they know?
David Bowie
5 maggio 2010: migliaia di persone cercano di assaltare il Parlamento. nel corso della manifestazione indetta ad Atene in occasione dello sciopero generale contro le misure di austerità imposte dal FMI, dall’Unione Europea e dal governo. 10 novembre 2010: 50.000 studenti irrompono nella sede dei Tories a Londra, per protestare contro l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie. 15 dicembre 2010: le manifestazioni studentesche ad Atene rispondono ai tentativi di provocazione da parte delle forze dell’ordine, scontrandosi per ore con la polizia per le strade della città. 14 dicembre 2010: a Roma, di fronte alle cariche della polizia, anziché disperdersi o indietreggiare, gli studenti decidono di reagire. Non si è trattato dell’iniziativa di piccoli gruppi, non è stata un’accelerazione ingiustificata dell’uso della violenza, non c’è stata sopraffazione della massa degli studenti che avrebbe voluto manifestare pacificamente. Si tratta di qualcosa di diverso: soffia vento di rivolta per l’Europa.
Atene, Londra, Roma: un epicentro che si sposta per l’Europa con una velocità non prevista. Che segnala una soluzione di continuità nei comportamenti, nella composizione, nelle aspirazioni di un settore giovanile che lascia intravedere la nuova possibile classe a venire.
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I saperi e l'Università
Piero Bevilacqua
La riforma Gelmini, definita “epocale” dalla ministra – che evidentemente ha idee confuse su ciò che sono le epoche – divenuta legge, investirà la vita delle Università italiane nei prossimi mesi. Un diluvio di norme e regolamenti da applicare pioverà sugli atenei, proseguendo ed esacerbando le tendenze dell'ultimo decennio, durante il quale “l'innovazione continua” delle cosiddette riforme ha tormentato docenti e studenti, perennemente alle prese con problemi organizzativi e novità procedurali da interpretare. Una pratica che ha assorbito non poco tempo ed energia alle loro ricerche e ai loro studi. Nulla di nuovo, dunque, se non il peggio che prosegue nella sua china, perché la riforma aggiunge un'ulteriore limitazione di risorse e di personale ai vecchi problemi.
Ciò che tuttavia iscrive la nuova legge nel quadro delle ristrutturazioni universitarie della UE è un dato di cui pochi, in verità, si sono occupati. Tutte le riforme dell' ultimo decennio non si sono neppure interrogate sulla qualità degli insegnamenti che si impartiscono nell'Università. L'unica preoccupazione che ha tenuto desta l'attenzione dei riformatori è stata quella di far corrispondere discipline e insegnamenti alle tendenze del mercato del lavoro. I solerti pedagogisti del capitale non hanno rovelli che per questo. E perciò anche un grande scrupolo nell'emarginare le discipline umanistiche, poco utili a produrre saperi strumentali, immediatamente spendibili nel mercato.
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La lotta degli studenti tra le rovine dell’università
di Franco Piperno
I). Ricordare per trasformare.
L’approvazione, da parte del Parlamento, qualche tempo fa, della riforma attribuita all’avvocata Gelmini, segna un punto di biforcazione nella traiettoria descritta dalla lotta degli studenti: o, nei primi mesi di questo nuovo anno, l’ondata di occupazioni riprenderà più tumultuosa di prima, ricreando negli atenei italiani le “comunità di insorti”; oppure, se la vita universitaria ritroverà rapidamente il suo anonimo ritmo, allora un ciclo sarà finito, ed il movimento che lo ha scatenato andrà considerato politicamente morto. Non bisogna, infatti, alimentare illusioni: se gli studenti desistono dalle forme radicali di lotta, i docenti ed i ricercatori non dispongono, in generale, né dello spessore intellettuale né del coraggio civile per sabotare la riforma; sicché, dopo qualche pantomima accademica, e.g. le finte dimissioni di presidi e vice-rettori, le dilatorie proposte di referendum abrogativi; tutto tornerà come prima, solo un po’ peggio. Di fatto, la riforma Gelmini non fa che sancire per legge, quel che da anni ormai è la condizione della vita universitaria, ivi compresa una certa dequalificazione della docenza.
Malgrado, dunque, che il futuro sia incerto, come per altro è giusto che sia dal momento che un futuro certo è un ossimoro; malgrado questo, vale comunque la pena di approntare un primo bilancio schematico della esperienza trascorsa, per imparare dagli errori commessi.
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