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Schiudere spazi di libertà
conversazione con Ida Dominijanni*
Anche a te chiediamo, come ai nostri precedenti interlocutori, se, a tuo avviso, in una situazione di grande emergenza civile come quella italiana, esiste un compito dell’intellettuale.
Il compito dell’intellettuale è sempre lo stesso: interpretare il presente, demistificare il potere, aprire spazi di libertà praticando, e non solo predicando, libertà. Michel Foucault ne ha dato una raffigurazione perfetta nei suoi commenti al testo kantiano Checos’èl’Illuminismo? Naturalmente è lo stesso Foucault ad averci messo in guardia una volta per tutte da una certa concezione idealistica dell’intellettuale che lo vorrebbe estraneo al potere, ricordandoci che se il potere è sempre armato di sapere, il sapere a sua volta ha sempre a che fare con il potere: perché lo esercita e perché non c’è intellettuale, fosse pure il più critico, che non sia situato all’interno dello stesso regime di verità e dello stesso ordine del discorso della sua epoca che il potere garantisce e presiede. Mi sembra un punto rilevante per la situazione italiana di oggi.
C’è un punto preliminare, però, da chiarire: quando parliamo dell’intellettuale di oggi e del suo compito, a chi ci riferiamo? Quale figura sociale abbiamo in testa? C’è una vasta letteratura che negli ultimi anni ha denunciato e lamentato la fine dell’intellettuale, facendo riferimento a una specifica figura del rapporto fra cultura e politica che ha percorso e illuminato il Novecento. Quella figura, si dice – penso alla ricostruzione che ne ha fatto Alberto Asor Rosa nel suo libro-intervista con Simonetta Fiori intitolato Ilgrandesilenzio – ha resistito all’attacco mortale del totalitarismo fascista e comunista. Dopodiché si è spenta nel campo della destra, ma ha avuto la sua magnifica stagione a sinistra, nella doppia versione dell’intellettuale “organico” e “critico”. Quest’ultimo, attraverso ripetuti strappi con l’ortodossia (nel ’56, nel ’68, nell’89), ha mantenuto alta la funzione civile e politica di un pensiero autonomo, e tuttavia militante; schierato non tanto con un partito quanto con una parte, la classe operaia e i valori dell’emancipazione sociale e della democrazia.
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Salvare il genere umano, non solo il pianeta
di Lucien Sève*
È più facile rimettere in discussione i nostri sistemi di consumo piuttosto che quelli di produzione? Se nessuno più ignora l’ampiezza della crisi ambientale che l’umanità sta affrontando, la crisi di civiltà, a cui questa si accompagna, rimane poco conosciuta. Non si può tuttavia uscire dall’impotenza se non la si diagnostica e non se ne misura l’effettiva gravità
Il pianeta Terra, modo di dire per designare il nostro habitat naturale, peggiora a vista d’occhio, ne siamo largamente consapevoli e non c’è formazione politica che non includa, almeno nei suoi discorsi, la causa ecologica. Il pianeta Uomo, modo di dire per designare il genere umano, peggiora in maniera altrettanto allarmante, ma non si è consapevoli del livello di gravità raggiunto e non c’è formazione politica in grado non foss’altro di attribuire alla causa antropologica un’importanza pari a quella ecologica. Di questo contrasto sorprendente vogliamo dare conto in questa sede.
Se chiedete ai meno politicizzati che cosa sia la causa ecologica vi verrà risposto, a colpo sicuro, che il riscaldamento del clima, causato dai gas a effetto serra, ci porta dritti verso un’era di catastrofi, che l’inquinamento della terra, dell’aria e dell’acqua ha raggiunto, in molti luoghi, delle soglie insostenibili, che l’esaurimento delle fonti di energia non rinnovabili fondamentali condanna il nostro attuale modo di produrre e di consumare, che l’uso dell’energia nucleare comporta dei rischi senza ritorno. Più d’uno menzionerà le minacce alla biodiversità per concludere, con parole sue, con l’indifferibile urgenza di ridurre l’impronta ecologica dei paesi ricchi. Come fanno i meno politicizzati a sapere tutto ciò? Grazie ai media che garantiscono un’informazione ecologica costante. Grazie alle esperienze dirette che lo provano, dal tempo che fa ai prezzi del carburante. Grazie ai discorsi di scienziati e politici che elevano saperi parziali al rango di visioni globali convertendoli poi in programmi politici affissi un po’ ovunque. Nel corso degli ultimi decenni si è così costruita una cultura capace di dare coerenza a molteplici motivazioni e iniziative di cui si compone tale grande questione, la causa ecologica.
Chiedete adesso notizie della causa antropologica.
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Quali sono le prospettive? Violenza o non-violenza? Indignazione o rivolta?*
H.S.
Per quasi un anno ormai, una serie di eventi in un mondo dominato dal capitale stanno causando timori e speranze.
Le paure si materializzano, ormai tre anni, nell’impossibilità per il capitale di risolvere la sua crisi economica e finanziaria. Questo è l'oggetto di molti commenti e previsioni, compreso il nostro. Questi commenti raramente affrontano il problema centrale: come mantenere il tasso di profitto, elemento centrale del funzionamento del sistema capitalista (1)?
"Paure" non è veramente la parola giusta, perché se nel breve periodo, non c'è alcun dubbio che la massa degli sfruttati e degli esclusi sopporta già e dovrà sopportare ancora di più il peso dei tentativi di salvataggio del sistema, in sintesi accrescere lo sfruttamento del lavoro riducendo i salari, la resistenze, le lotte, e le problematiche intrinseche al sistema possono dare la speranza, a un termine più o meno lungo, che il sistema crollerà. Senza sapere quali scontri e catastrofi accompagneranno questa caduta (2).
Le ragioni per sperare questa fine possono essere viste nell’apparizione, sicuramente timida ma comunque significativa, quasi contemporaneamente per un intero anno, di lotte in vari settori. Alcuni sono una ripetizione di lotte precedenti, altri hanno caratteristiche che abbiamo visto altre volte, molto occasionalmente, già riconosciute, ma con una nuova dimensione nel numero e nel tempo.
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L’Italia è un paese razzista
di Anna Curcio
L’Italia è un paese razzista. È inutile girarci intorno. Non bastano le dichiarazioni di Napolitano sulla necessità di concedere la cittadinanza ai figli e alle figlie dei migranti nati in Italia per metterlo in discussione; né può farlo il ministero per l’integrazione che Monti si è affrettato ad istituire per addolcire, almeno a sinistra e nell’area cattolica, la pillola amara dei sacrifici e dell’austerity. Benvenuti nel deserto del reale, ieri a Firenze è andata in scena l’Italia. E Casseri, tutt’altro che pazzo depresso, è prima di tutto un italiano, nel senso che riflette pienamente l’identità razzista di questo paese. È tutta la storia del paese, la sua identità e la costruzione della sua narrazione ad essere intrisa di violenza razzista. Ed è una storia lunga che affonda le radici nella costruzione unitaria di cui stiamo festeggiando il centociquantesimo anniversario. Una storia fatta di linciaggi ed esecuzioni sommarie: prima i “meridionali” poi l’”altro” coloniale, gli ebrei, oggi i rom e i migranti internazionali. Una storia che ci parla di sopraffazione e sfruttamento, di marginalizzazione e violenza. Una violenza cieca, brutale ma ahimè assolutamente reale, che ho già visto andare in scena ormai troppe volte.
Quello che è successo a Firenze, non è un episodio isolato. Fa parte piuttosto di un sistema, una modalità reiterata di relazione con i tanti e le tante migranti che lavorano in questo paese. È la costruzione del mostro, del diverso al cuore della narrazione nazionale che evoca paure irrisolte. “Guarda, un negro; ho paura!” ha riassunto efficacemente Franz Fanon. È dunque con lo sguardo razzista che dobbiamo fare i conti, con quell’idea che la razza – che non è mai un attributo biologico ma è una categoria socialmente costruita per la marginalizzazione e subordinazione di alcuni gruppi sociali – è fatta di gerarchie: i bianchi sopra, i neri sotto, punto.
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Lilliburlero
by Federico Campagna
Vorrei cominciare con un’immagine. Una scena del film Barry Lyndon, diretto da Stanley Kubrick. Sullo sfondo nebbioso di una campagna Europea del diciottesimo secolo, la voce fuori campo introduce l’avanzata delle giacche rosse inglesi contro la retroguardia francese, asserragliata in un frutteto. ‘Though this encounter is not recorded in any history books, it was memorable enough for those who took part.’ Secondo lo stile militare dell’epoca, la fanteria marcia lungo il prato, in file orizzontali e parallele. I Francesi sono disposti anch’essi in file, le prime inginocchiate, le seconde in piedi, le terze pronte a ricaricare i fucili. L’avanzata è lenta, estenuante, al suono dei flauti che intonano il Lilliburlero. Come direbbe il personaggio di Vincent Cassel in una banlieue di vari secoli dopo, ‘il problema non è la caduta, ma l’atterraggio’. E qui, l’atterraggio e la caduta quasi si fondono. I fanti inglesi avanzano, a passi cadenzati. Le truppe Francesi restano immobili, prendono la mira. I fanti mantengono il passo. I Francesi attendono l’ordine dei superiori. I fanti proseguono. L’ordine arriva. Fuoco. Le prime file della fanteria inglese cadono decimate. Le seconde file, imperturbabili, prendono il posto dei caduti. La marcia continua. Le truppe francesi ricaricano i fucili. Fuoco. Il prato si riempie di cadaveri vestiti in divise rosse. Le terze file si fanno avanti di nuovo. La marcia prosegue, lentissima. Fuoco. Guardando questa scena non ho potuto che pensare al futuro che ci attende. La marcia è lenta, ma inesorabile. I ristoranti e gli aeroporti sono ancora pieni, come diceva Berlusconi. I fucili nascosti nel frutteto hanno appena iniziato a sparare. Le prime file sono cadute, ma, si sa, nelle prime file ci va da sempre la carne più a buon mercato. I vecchi, i giovani, gli operai, gli immigrati. Alla prima raffica sono saltate le pensioni, sono arrivati gli accordi di Pomigliano, sono finiti i soldi per le scuole e le università, sono affondati i barconi dei migranti.
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La fabbrica dell’uomo indebitato*
Maurizio Lazzarato
In Europa la lotta di classe, così come è accaduto in altre regioni del mondo, si manifesta e si concentra oggi intorno al debito. La crisi del debito minaccia anche gli Stati Uniti e il mondo anglosassone, paesi dai quali ha avuto origine non solo l’ultimo crollo finanziario, ma anche e soprattutto il neoliberismo. La relazione creditore-debitore, che definisce il rapporto di potere specifico della finanza, intensifica i meccanismi dello sfruttamento e del dominio in maniera trasversale, perché non fa alcuna distinzione tra lavoratori e disoccupati, consumatori e produttori, attivi e inattivi. Tutti sono dei «debitori», colpevoli e responsabili di fronte al capitale, che si manifesta come il Grande Creditore, il Creditore universale. Una delle questioni politiche maggiori del neoliberismo è ancora, come illustra senza ambiguità la «crisi» attuale, quella della proprietà, poiché la relazione creditore-debitore esprime un rapporto di forza tra proprietari (del capitale) e non proprietari (del capitale). Attraverso il debito pubblico, la società intera è indebitata, cosa che non impedisce, ma anzi esaspera «le diseguaglianze», che è tempo di chiamare «differenze di classe».
Le illusioni politiche ed economiche di questi ultimi quarant’anni cadono le une dopo le altre, rendendo ancora più brutali le politiche neoliberiste. La New Economy, la società dell’informazione, il capitalismo cognitivo, sono tutti solubili nell’economia del debito. Nelle democrazie che hanno «trionfato» del comunismo, pochissime persone (qualche funzionario del Fmi, dell’Europa, della Banca centrale europea e qualche politico) decidono per tutti secondo gli interessi di una minoranza.
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L’idiota in politica
Gianvito Brindisi
Lynda Dematteo
L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord
trad. it. di M. Schianchi, prefazione di G. Lerner.
Feltrinelli, Milano 2011, pp. 266, euro 16,00
ISBN 978-88-07-17207-6
Quella attuale è certamente per la Lega Nord una delle crisi più gravi che si ricordino nella sua oramai ventennale storia politica: mai come negli ultimi mesi il partito di Umberto Bossi è apparso infatti dilaniato dai conflitti interni, ciò a cui ha fatto seguito l’ennesimo e disperato tentativo di recupero dei vecchi miti fondatori della secessione e del razzismo, nella speranza di cementare nuovamente l’unione padana ed epurare le frange più ostili ai padroni del partito. A fronte di ciò, la lettura del volume di Lynda Dematteo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord, restituisce perciò l’effetto di un ulteriore affondo nel travaglio della formazione nordista. In questo libro, di scrittura chiara e di agevole lettura, la Dematteo ricostruisce la storia simbolica della Lega attingendo alla sua esperienza di un anno e mezzo all’interno dell’ambiente leghista bergamasco e raccogliendo una vasta gamma di aneddoti che ben rendono il senso vissuto dell’ideologia padana. Un senso che sfiora talvolta il tragicomico, come nel caso del sindaco di Coccaglio che ha inventato il White Christmas per rivendicare il Natale come festa identitaria, e che pur sostenendo l’assenza di criminalità nel proprio comune, ha ritenuto tuttavia doveroso controllare a tappeto le case degli extracomunitari; o in quello della giovane militante che ha rivendicato la necessità, per lavorare nella bergamasca, di apprendere il dialetto locale – nella stessa misura in cui per lavorare all’estero è necessaria la conoscenza della lingua inglese; o infine in quello del ministro ideatore del Maiale day, che ha condotto un suino al guinzaglio nel luogo in cui doveva sorgere una moschea per ‘infettarne’ il terreno.
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Se il femminismo è un brand*
di Cristina Morini
Far nuovamente detonare la radicalità del pensiero e dell’agire delle donne è un compito arduo. Il femminismo ha segnato diverse generazioni in modo vivace e vitale. Ma adesso? Ha perso la forza rivoluzionaria delle origini? Di certo non gli è stato risparmiato lo strazio che è capitato ad altri ambiti (dal sindacato ai partiti politici fino ai movimenti). Il periodo attuale, con una povertà imbarazzante di argomenti ma con profonda e sottile violenza, non fa che alimentare la spirale del silenzio attraverso il potere di persuasione e di repressione dei propri complessi dispositivi di comando. Precarietà, pubblicità, giornali, televisioni, opinionisti, mercati finanziari (ed entità “metafisiche” correlate): tutto è predisposto per omologare e comprare, incanalando verso un solco prestabilito ogni dinamica conflittuale, ogni pulsione dell’anima, piegandone il verso nel senso della compatibilità, della razionalità, della misurabilità, della “normalità”. Tuttavia l’essere umano - la donna come l’uomo - non può mai avere una sola dimensione. C’è sempre un che d’insopprimibile, qualcosa che manca nel conto, che sfugge, fortunosamente, a ogni previsione.
Il libro di Nina Power, La donna a una dimensione ci dice questo in sole, densissime, 90 pagine e noi facciamo sfacciatamente il tifo per lei. Tradotto recentemente in Italia dopo la sua pubblicazione in Gran Bretagna nel 2009 [One Dimensional Woman, Zero Books], è un libro per il nuovo femminismo, fuori da ogni retorica, fuori da ogni tentazione nostalgica e identitaria. Guarda con acuto e a tratti - per chi legge - doloroso disincanto ai processi di manipolazione a cui le donne sono oggi sottoposte. L’ironia tagliente a cui l’autrice ricorre non è solo un tratto dello stile ma una probabile soluzione per prendere distanza dai nuovi mostri che ci assediano (finanza e protesi, pratica del cutting e “masturbazione come precondizione alla shopping”).
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25 NOVEMBRE: il personale è politico e il sociale è il privato
di Elisabetta Teghil
Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.
Ma, prima di tutto, cosa significa per noi la parola donna?
La definizione biologica di donna non ci appartiene, come non ci appartiene il concetto di donna, strutturazione fittizia del patriarcato in funzione dell’asservimento e dell’oppressione.
Donna è una categoria socialmente costruita ed è un termine tutto interno al sistema patriarcale.
Ma è l’oppressione stessa che definisce l’insieme delle oppresse e comprende tutte coloro che sentono l’oppressione maschile sulle loro pelle e che questa società vuole, con sistematicità e violenza, mantenere e ricondurre nei suoi paradigmi.
La riappropriazione del termine donna avviene, quindi, attraverso la riappropriazione delle categorie di oppressione che a quella parola sono legate.
Il termine donna sarà usato, quindi, come se fosse sempre tra virgolette.
Con violenza di genere sulle donne intendiamo la violenza sessuale/economica/verbale/psicologica/fisica fino al femminicidio del maschio sulla donna.
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La democrazia dei senza parte
Mario Pezzella
Pochi concetti sono stati banalizzati come quello di “democrazia”. Rancière cerca di restituire al termine tutto il suo significato originariamente radicale e di verificarne il significato attuale. Secondo la critica marxista più ortodossa, la democrazia – come ogni credenza in un diritto uguale per tutti – non è che “ideologia”: essa è una maschera illusoria, oppio dei popoli, che occulta la vera questione dell’emancipazione sociale. Non varrebbe dunque la pena di preoccuparsene: rovesciati i rapporti di produzione capitalistici, una nuova formazione sociale avrebbe gradualmente realizzato l’eguaglianza concreta tra gli uomini, e superato quella puramente formale e giuridica del capitalismo.
Rancière accetta in parte i fondamenti di questa critica, ma prova a rovesciarne i termini negativi in una contraddizione positiva. E’ vero, quando la democrazia si autopresenta come uguaglianza realizzata, questa è menzogna ed illusione; perché alla sua base sussiste un torto e una disuguaglianza sostanziale, tra coloro che detengono il potere e la grande schiera dei sottomessi, che Rancière chiama i senza parte: essi non sono riconosciuti parte dello Stato a pieno titolo, come i membri della classe dominante. Tuttavia, l’esistenza di questo torto non rende inutile il parlare di democrazia, ma ne costituisce l’essenza politica profonda: la democrazia non è uno Stato realizzato, ma il processo grazie al quale i senza parte acquistano consapevolezza di sé e pretendono di rovesciare il rapporto di servitù in cui si trovano: “Il torto è semplicemente il modo di soggettivazione entro cui prende forma politica la verifica dell’uguaglianza…Il torto istituisce un universale singolare, un universale polemico, associando al conflitto delle parti sociali la manifestazione dell’uguaglianza, come parte dei senza parte”(57)[1].
Se l’uguaglianza è riconosciuta come principio, ma in effetti lo Stato esclude una parte dei senza parte dalla cittadinanza, allora chiederne un’applicazione più completa ed estesa significa riattivare il conflitto tra chi è privo di diritti e chi li possiede.
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Le lezioni del capitale
Che cosa ci rivelano l’assassinio di Gheddafi e l’osceno tripudio della Clinton
di Franco Soldani
Solo chi nuota controcorrente può sperare di risalire alla fonte.
Lao Tze
Premessa
A partire dall’11 settembre 2001, la data chiave con cui si apre veramente, e non solo sul piano cronologico, il nuovo secolo, le diverse amministrazioni statunitensi, coadiuvate in questo da tutto l’Occidente di cui sono la superpotenza dominante, ci hanno fatto precipitare in un mondo alla rovescia in cui viviamo ancora oggi. In particolare oggi direi, dopo dieci lunghi anni di rodaggio della nuova macchina della propaganda. E un decennio di stress collettivo a seguito della “war on terror” seguita a quell’avvenimento cruciale. Non a caso. Come ci spiega infatti Edward Hunter, <<la gente è molto più impressionabile dalla propaganda quando è già in un intenso stato di tensione>>. È per questo che tendono a tenerci permanentemente sulla corda. Con tutti i mezzi. Soprattutto, è appena il caso di dirlo, tanto è manifesta la cosa, con le varie forme di terrorismo che sanno orchestrare così bene.
Indipendentemente dalla nostra volontà e persino contro di essa, siamo ormai entrati in un lungo viaggio come quello di Alice, senza alcuno specchio però da attraversare. La sua superficie, anzi, ci rimanda nuovamente le immagini più consuete e ordinarie della realtà, e ci ripete di non aver nient’altro da mostrarci. Questo è tutto quello che c’è. E tu uomo più non dimandare.
Da questo punto di vista, la megamacchina in questione funziona ormai perfettamente e l’attuale presidente degli Stati Uniti, che ne ha preso formalmente il volante o, se si vuole, si è impadronito del suo joy stick, può con confidenza affidarsi al regno metaorwelliano che gli odierni Megamedia, con tutto il tenebroso fascino di una creazione dal nulla, hanno disegnato appositamente per noi. In questo reame delle loro brame finalmente realizzato si assiste ormai ad una inedita pièce postnovecentesca:
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Ecco lo sciopero generalizzato
Felice Mometti
Riuscita a Oakland la giornata di blocco del 2 novembre indetta non dai sindacati ma dall'assemblea Occupy. Bloccato il porto, le scuole, molti uffici, il traffico. Nonostante le leggi durissime e l'assenza del sindacato ufficiale
Non sono state le 54 ore consecutive di blocco della città dell’ultimo sciopero generale di Oakland, quello del dicembre del 1946, ma lo sciopero generale di mercoledì 2 novembre lascerà dei segni visibili nei luoghi del potere politico-economico, nel movimento che occupa le piazze e nel sindacato americano. Innanzitutto per la modalità di convocazione. Uno sciopero generale della città indetto da un’assemblea generale - e non dai sindacati - espressione di un movimento di soggetti plurali con tanto di votazione democratica rappresenta una novità assoluta negli Stati Uniti, ma crediamo lo sarebbe anche da altre parti.
L’organizzazione dello sciopero è avvenuta in soli 6 giorni con il coinvolgimento di tutto il movimento Occupy Oakland e con il sostegno, in varie forme, da parte dei movimenti delle altre città. Lo sciopero è stato inteso come una forma di conflitto che doveva attraversare tutti gli ambiti della società e non solo i luoghi di lavoro. La sfida era molto alta. La legge Taft-Hartley del 1947, ulteriormente peggiorata a livello federale nel 1959 e da una miriade di delibere, ingiunzioni delle amministrazioni locali, nei fatti vieta lo sciopero generale a qualsiasi livello e non riconosce alcun diritto a praticarlo. Le sanzioni sono pesantissime, dal licenziamento all’arresto. Occupy Oakland, nei pochi giorni di preparazione dello sciopero, ha fatto una campagna a vasto raggio illustrando i vari modi di partecipazione allo sciopero, garantendo la difesa legale in caso di provvedimenti disciplinari. Sono state usate le forme più tradizionali di comunicazione, come l’autoproduzione di volantini e manifesti diversi a seconda dei destinatari, ma anche quelle più innovative come il massiccio uso di social network e piattaforme audio-video del web 2.0. Fino agli incontri assembleari con i portuali di Oakland.
Le grandi centrali sindacali, come l’Afl-Cio e Change to Win, hanno cercato in un primo momento di boicottare lo sciopero invocando le clausole contrattuali antisciopero che avevano sottoscritto nei contratti delle singole categorie – come se non bastassero le leggi vigenti- e allo stesso tempo contestando la modalità di convocazione. Poi, viste le prese di posizione di alcuni importanti Local di Oakland (una specie di sezioni sindacali territoriali) degli insegnanti e dei portuali che pur non dichiarando sciopero appoggiavano la mobilitazione, hanno preferito non contrapporsi frontalmente. Solo la piccola e storica IWW e il Local 10 dei portuali, già protagonista nel 2003 del blocco delle navi cariche di armi destinate alle truppe in Iraq, hanno effettivamente organizzato lo sciopero sui luoghi di lavoro.
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Merce e magia
di Vittorio Giacopini
Più che un caso eclatante di pensiero unico (già la parola “pensiero” è esagerata) si è trattato di un’allucinazione collettiva, di un abbaglio. Scegliere tra i necrologi di Steve Jobs il più brutto o il più bello o il più melenso appare impresa titanica, impossibile e poi non si tratta di stilare classifiche. È il sintomo a colpire, impressionante; quest’eco planetaria, il contagio. Abbagliati o allucinati o in mala fede, scrittori, esperti, pensosi artisti, grintosissimi blogger, opinionisti hanno adottato toni rapiti, lirici, ispirati, e l’effetto melassa è stato immediato.
Ovvio, ci sono state vette di prosa zuccherina impareggiabili – aprivi il giornale e ti veniva il diabete – e vere e proprie idiozie, vere indecenze (ma la palma del peggiore va a Jovanotti: “il suo discorso alla Stanford University è l’upgrade del sogno di Martin Luther King”…). Però neanche la “melassa” è decisiva: disgusta e lascia irritati, ma non conta. E poi, a farla breve, le parole ricorrenti erano più meno quelle, sempre le stesse. Tutti a scrivere e tutti a scrivere uguale, come per una curiosa afasia, ma logorroica. Il Mago della rete, il genio hippy, l’apostolo della “libertà”, il “Ceo della bellezza”, il “visionario”. Anche le voci di dissenso hanno rispettato il copione, poco da fare (il carattere di merda, la prepotenza, la gestione tirannica, l’impazienza: solo tocchi di colore, compiacenti).
Intrappolati in un marketing virale listato a lutto abbiamo finito per lasciarci risucchiare in un gioco di ruolo o in un imbroglio. Quando Walter Veltroni parla dell’“uomo dei sogni” (tipico suo) non ha neanche torto, tutto sommato. Sogni, appunto, il contrario della veglia, un’anticoscienza. Il “mago” ci ha stregati? Più che normale. È il mestiere dei maghi: turlupinarci (e Jobs, almeno nel farci credere di aver bisogno di cose di cui invece non si ha proprio alcun bisogno, è stato un mago). Bisognerebbe chiedersi perché abbia funzionato così bene, proprio alla grande, senza resistenza vera, senza dialettica. Nel Settecento, quando il conte Cagliostro pretendeva di essere l’uomo salvifico che sanava “tutti i mali” e tutto guariva, metà Europa abboccava, metà lo considerava un ciarlatano. Oggi è radicalmente diverso e fa un po’ effetto. Il mago è il mago (alla faccia della “scuola del sospetto”, del postmoderno). Più che di pensiero unico forse è il caso di parlare di “pensiero magico”.
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Magliette a strisce, teddy boys e black bloc
Dall’epica popolare al moral panic
Nique la Police
1) Chi ha in mente le strofe di questa canzone?
perché la Resistenza coperta fu di gloria/
E poi poi poi ci chiamavano teddy boys”
Si tratta di un pezzo, che ha contribuito a comporre l’epica popolare sulla rivolta di Genova del 1960, intolato E poi ci chiamavano Teddy Boys raccolto nell’antologia di Canti popolari socialisti e comunisti curato da Leoncarlo Settimelli e Laura Falavolti per le edizioni Savelli nel lontanissimo 1976. Il testo della canzone lo si può trovare qui.
L’aria di questo pezzo era ricavata da una canzone del fronte della prima guerra mondiale, dedicata sarcasticamente al generale Cadorna, in modo da saldare di fatto l’immaginario popolare delle generazioni del Carso e dell’Isonzo, dove fu operato il massacro concentrico più devastante di proletari e contadini italiani di tutto il ‘900, con quelle dei giovani che si affacciavano alla politica nell’Italia del secondo dopoguerra. E’ interessante però fare un’analisi dei contenuti dell’epica popolare presente in questa canzone. E soprattutto del conflitto che è ricomposto in queste strofe. Per comprendere di cosa stiamo parlando bisogna capire che la figura del giovane come Teddy Boy rappresenta una rottura antropologica nel tessuto popolare e proletario italiano degli anni ’50.
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Dopo la rivolta
Intervista a Pierandrea Amato*
Lei ha di recente pubblicato un libro, La rivolta (Cronopio), tradotto immediatamente anche in Francia, in cui ipotizza che l’età delle rivoluzioni abbia lasciato il posto a quella delle rivolte. Le pare che gli avvenimenti degli ultimi anni e soprattutto mesi le diano ragione, dalle banlieue ad Atene, da Londra a Roma?
Naturalmente ogni rivolta esprime una propria peculiarità con elementi differenti che non vanno minimizzati. Premesso ciò, credo sia possibile individuare un filo rosso che lega le rivolte che stanno ciclicamente infrangendo la normale esistenza del mondo. Si tratta, per dirla in breve, di un rifiuto politico della politica che emerge con il collasso dei tradizionali centri di governo dell’esistenza ed il fallimento sociale dell’architettura neo-liberale. Il contagio delle rivolte, la loro diffusione a catena, il tratto esemplare che ognuna di esse esprime, mi sembra confermare il carattere politico di queste insorgenze. Nel volume cui lei fa riferimento, in questo senso, cerco di pensare un fondamento onto-antropologico delle rivolte: il declino complessivo del progetto politico moderno, lascerebbe spazio alla manifestazione del carattere naturalmente rivoltante dell’esistenza umana non più imbrigliata in una serie sofisticata e disseminata di dispositivi di controllo. Per questa ragione, come lei dice, il nostro è il tempo della rivolta, quando, cioè, la priorità è l’eliminazione di tutte le istituzioni che concorrono a rendere il mondo un luogo immondo.
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Distruggere la paura, affermare il comune
Collettivo Uninomade

0. Nella sera romana illuminata dai fuochi di Piazza San Giovanni, abbiamo cominciato a interrogarci sulla giornata del 15 ottobre, su ciò che ha rivelato nelle molteplici scale geografiche che si sono incrociate a produrne la dimensione globale, sulla forza e sulle potenzialità che ha fatto emergere, sui problemi che consegna alla nostra riflessione e alle nostre pratiche. Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo da materialisti, convinti – per citare uno che la sapeva lunga – che le azioni umane non vadano derise, compiante o detestate, ma prima di tutto comprese. Proviamo a farlo con queste note, segnalando alcuni dei punti che ci sembrano più rilevanti.
1. Partita da un appello degli indignados spagnoli, la mobilitazione del 15 ottobre si è diffusa in centinaia di città ai quattro angoli del pianeta, a riprova dell’efficacia di uno stile di azione e di un linguaggio politico (quello degli indignados, appunto) che meglio di altri paiono adattarsi alle modalità asimmetriche con cui la crisi colpisce società e popolazioni in diversi contesti geografici. La profondità della rottura dello sviluppo capitalistico si è riflessa nello specchio globale del 15 ottobre, offrendo un quadro ancora parziale ma tuttavia rivelatore dell’intensità delle lotte e delle ipotesi costituenti che ovunque cominciano a presentarsi. Straordinarie sono state le mobilitazioni di Madrid e Barcellona, concluse con assedi ai palazzi del potere, con occupazioni di scuole, palazzi e ospedali. Ma molto importanti sono state anche le manifestazioni negli Stati Uniti, che hanno portato un osservatore attento come Immanuel Wallerstein a parlare del più rilevante movimento sociale in quel Paese dal ’68. Anche qui l’occupazione fisica di uno spazio centrale a New York e l’indignazione di fronte al potere della finanza sono stati i tratti fondamentali di una radicalità che si è diffusa, in particolare dopo l’occupazione del ponte di Brooklyn, in altre città statunitensi. Attorno a questi punti alti della dinamica di indignazione si sono disposte le altre iniziative, più o meno consistenti dal punto di vista della partecipazione ma comunque essenziali nel dare un respiro globale alla giornata.
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iFu. L’ambivalenza rimossa di Steve Jobs
Diradatasi parzialmente la cortina di incenso attorno alla morte di Steve Jobs, ed il cordoglio unanime ed ovattato, occorre fermarsi a riflettere criticamente sulla sua parabola e sul suo lascito nel nostro presente, e trarne le opportune lezioni.
Steve Jobs è stato un capitalista nell’accezione più classica di questo termine: ha saputo appropriarsi della ricchezza creativa della controcultura e della cooperazione degli anni ’70 ed ’80 statunitensi e servirsene per creare e veicolare bisogni e tendenze di mercato. Destreggiandosi, con abilità da riconoscere, tra cyber-èlite e masse, contribuendo alla perdita d’aureola delle prime ed alla messa a lavoro generalizzata dell’intelligenza delle seconde, tramite interfacce sempre più semplificate.
In particolare, l’attraversamento della scena dell’Homebrew Computer Club, fucina di numi dell’ICT da Richard Stallman a Lee Felsenstein è stata un prerequisito indispensabile per Jobs per agire pienamente nella successiva fase di socializzazione del web. Molti attacchi vengono rivolti a Steve Jobs da parte del mondo hacker, che lo accusa di aver svenduto al grande business l’innocenza della comunità amatoriale – profittando egli stesso del decisivo apporto tecnico del cofondatore di Apple Steve Wozniak.
Il che è vero, tanto più inserendosi in un graduale e generalizzato processo di cattura e massificazione del desiderio degli informatici presso il grande pubblico che porterà al declino dell’autonomia dei cosiddetti cybersoviet.
Ma ci si deve anche chiedere: si potevano socializzare diversamente queste spinte? Cosa ha portato a non farlo?
Per ironia della sorte, il gran ritorno di Jobs alla guida di Apple avviene a fine anni ’90, in concomitanza con l’ascesa dell’open source come strategia di sviluppo e commercializzazione del software libero; un processo storico che non lascia indifferente l’uomo di Cupertino, come prova l’implementazione di Mac OS X. Ma mentre l’open source facilita la circolazione del codice – pur certamente in maniera interessata ed ambigua – la nuova Apple con l’avvento dei nuovi device di consumo di beni digitali fa presto a trincerarsi nell’approccio closed.
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In lotta contro la cartolarizzazione del futuro
Girolamo De Michele
Da dove partire per disegnare il campo dei problemi aperti dal nuovo anno scolastico? Forse da una vicenda apparentemente locale: lo scambio di messaggi tra una lobby di presidi toscani, i cosiddetti “diciotto”, e i collettivi di cinque scuole superiori di Pontedera. Ai presidi che si ritengono in diritto di fare la morale agli studenti – «gli studenti devono essere consapevoli che se la politica è cosa seria e importante, devono risultare serie e credibili le forme della loro protesta. Dobbiamo dire in tutta sincerità che non possono risultare tali le occupazioni che si sono ripetute negli ultimi anni», i collettivi rispondono alzando il tiro: «Voi dove eravate quando a poco a poco la scuola, e con essa il futuro di un intero paese, veniva scippata, derubata, quando a poco a poco tagliavano i bilanci, le ore, i professori, i banchi, la carta, le iniziative? Voi dove eravate mentre a poco a poco aumentavano le spese militari, le spese per la politica, le spese per le scuole private, per i privilegi, per le caste? Voi dove eravate quando si precarizzava il lavoro nel nome del libero mercato e della concorrenza, quando i vostri diplomati non sapevano dove sbattere la testa per trovare un lavoro? Voi dove eravate quando la cultura, che noi difendiamo era calpestata, derisa, ridicolizzata da grandi fratelli e idiozie televisive, quando l’informazione si faceva sempre di più disinformazione di regime? Forse dietro scrivanie ad applicare circolari contraddittorie e inapplicabili, contrarie al buon senso, contrarie a chi vuol difendere il diritto di una scuola pubblica di tutti e per tutti. Forse a dire che la legge è legge, che va applicata! Probabilmente dissero così anche i Presidi quando nel 1938 furono emanate le leggi razziali, forse dissero così, sicuramente dissero così».
Nella risposta dei collettivi sono ben chiari due punti fermi: la doppia natura dell’istituzione scolastica, al tempo stesso strumento di trasmissione del sapere dominante e di critica del sapere; e la visione generale all’interno della quale può essere colta la specificità “locale” della scuola.
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Franco Berardi Bifo, Carlo Formenti: L'eclissi
di Girolamo De Michele
Franco Berardi Bifo, Carlo Formenti, L'eclissi. Dialogo precario sulla crisi della civiltà capitalistica, Manni, Lecce 2011, pp. 96, € 10.00
«Direi che questo dialogo è come una specie di brogliaccio, di quaderno di appunti, la mappa di una mappa». Queste parole che concludono il dialogo tra Carlo Formenti e Franco Berardi Bifo rendono, quantomeno per approssimazione, l'idea di ciò che possiamo aspettarci da L'eclissi, testo scaturito dalla sbobinatura di una discussione tra due dei più acuti osservatori della crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Non si tratta di osservatori impassibili né imparziali, com'è giusto. L'uno e l'altro hanno un retroterra culturale in quel pensiero che si suole definire “post-operaismo”, dal quale si sono in qualche modo distaccati senza per questo rinnegare né le esperienze passate, né, soprattutto, gli strumenti teorici che il post-operaismo ha prodotto.
Ambedue sono stati tra i primi ad occuparsi in modo critico del mondo delle reti informatiche, con una diversità di approcci che oggi converge verso una posizione comune di sostanziale pessimismo, che i due autori sostengono da tempo e che meriterebbe di essere rintracciata nella loro bibliografia, a cui spesso questo dialogo allude. Dall'idea di una società aperta e priva di limiti, propria di una visione ottimistica delle reti, siamo costretti a risvegliarci dalla constatazione dei tanti Walled Gardens, dei giardini recintati che si moltiplicano in rete, un po' come le enclosures nelle campagne inglesi del XVI secolo. È a tutti gli effetti «un walled garden, un giardino recintato rigorosamente proprietario, dal quale gli utenti non possono uscire per navigare nel web aperto», iTunes. È un walled garden di fatto Facebook, un'applicazione che gli cui utenti scambiano per l'intero web, finendo per rimanere confinati all'interno di un ambiente che sostituisce il web svolgendone (in apparenza) tutte le funzioni.
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Più Stato, meno Stato
Elisabetta Teghil
principio di base sta qui nel dire: sì, è giusto essere intolleranti verso i
senza tetto nelle strade."
( Tony Blair- The Guardian 10 aprile 1997)
La canonizzazione del "bisogno di sicurezza" è in correlazione diretta con l'accantonamento del diritto al lavoro, scritto nella costituzione, ma vanificato dal perpetuarsi della disoccupazione di massa e dalla crescente diffusione del precariato, cioè dalla negazione di ogni sicurezza di vita ad un numero sempre crescente di persone.
La parola sicurezza ha, così, subito un profondo cambiamento semantico.
Così come la versione neoliberista della società è nata negli Stati Uniti, anche la teoria della "tolleranza zero" è nata lì. E l'una, la tolleranza zero, è figlia naturale dell'altro, il neoliberismo.
Questa nuova figura politico-discorsiva della "sicurezza" è di tutti i paesi dell 'Europa occidentale e accomuna la destra più reazionaria con la "così detta sinistra" di opposizione e/o di governo. Il primo risultato è stato quello di instaurare un apparato penale tanto
multiforme quanto iperbolico.
I teorici del "meno Stato" per quanto riguarda le prerogative del capitale, l'impiego della manodopera, lo stato sociale, esigono contemporaneamente "più Stato" in una repressione a tutto campo e senza confini, pensando, così, di dissimulare e contenere le conseguenze deleterie delle peggiorate condizioni economiche e sociali della manodopera, dei ceti medi, dei lavoratori cognitivi.
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Frammenti insurrezionali
Marcello Tarì
In tempi eccezionali fenomeni normalmente considerati marginali diventano essenziali e delineano il comune di un’epoca. Stiamo vivendo uno di quei tempi
Partire dal mezzo
Si era pensato che parole come insurrezione, rivoluzione, anarchia e comunismo fossero state per sempre rinchiuse in esangui ambienti «antisistema« e che non restasse, al meglio, che ripetere a ogni autunno il rituale movimentista. Ma oggi, in presenza di movimenti insurrezionali diffusi, sono proprio i movimentisti a ritrovarsi minoritari. Alcuni sono in affannosa ricerca di una nuova rappresentanza, se non di una narrazione di governo che si aggrappa alla capacità di resistere di un non meglio specificato «ceto medio», mentre i circoli del radicalismo si trovano espropriati della loro identità costruita proprio sull’assenza dell’insurrezione.
Sta di fatto che è davvero impossibile non riuscire a scorgere nella sua fredda sequenzialità il concatenamento insurrezionale che dalla rivolta delle banlieues francesi del 2005 corre sino ai riot dell’ultimo agosto inglese. In mezzo – sono queste tipo di sequenze storiche che mostrano cosa vuol dire partire dal mezzo – c’è l’incendio di Copenaghen, la rivolta contro il Cpe, l’interminabile insorgenza greca, la guerriglia in Campania, le insurrezioni nei paesi del Nordafrica, il blocco delle raffinerie in Francia, il 14 dicembre romano, la battaglia del 3 luglio in Val di Susa e tanti altri frammenti – una festa, un incontro, una frase – che risuonano l’uno con l’altro distorcendo finalmente la triste sinfonia imperiale che solo fino a poco tempo fa ricominciava identica, sempre daccapo, sprofondando nella noia di un mondo senza forma. La forma infatti è definita non dalla riconciliazione bensì dalla guerra tra due princìpi in lotta, diceva il vecchio Lukàcs. E la forma è venuta, infine. Potremmo dunque ripetere, intensificando la polarizzazione: la forma comune data da un’incessante rielaborazione dello scontro locale tra forme di vita. Tutta una ridefinizione delle sensibilità si gioca in questa rottura della ciclità nevropatica dei «movimenti sociali».
Se riusciamo oggi a sentirel’epoca come una verità, cioè come un fatto che abbiamo in comune,lo dobbiamo dunque a questo ritmo insurrezionale che imprime unaforma dentro questo tempo. Tempo e forma che hanno l’aspetto di una guerra per la definizione della vita stessa poiché si elabora a ogni latitudine in quanto insurrezione contro questo ambiente, ostile poiché inabitabile, che si concretizza nella pervasiva positività della metropoli. Ma che, così definendosi, prende anche congedo dalle più svariate definizioni di guerra che da un lato e dall’altro riportano tutto a una questione militare.
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Elogio di Terry De Nicolò, filosofa del terzo millennio
Miguel Martinez
Non ho seguito per nulla l’ultima vicenda che coinvolge il nostro presidente del Consiglio, il suo lenone e ricattatore di fiducia il signor Tarantini e un numero sproporzionato di Jeune-Fille di ogni età e dimensione.
Mi hanno però segnalato un video davvero notevole.
E’ un’intervista con una certa Terry De Nicolò, coinvolta non saprei, e non mi interessa, a quale titolo nella vicenda. Nell’intervista, vediamo una signora piuttosto dignitosa, per nulla appariscente, che si esprime in un ottimo italiano. Anche le parolacce che usa, ci stanno, nel contesto del discorso.
Dice la De Nicolò:
“poi se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere, tu lo devi poter fare, perché anche la bellezza, anzi sopratutto la bellezza, come dice Sgarbi, ha un valore. Se tu sei racchia e fai schifo, te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno, e viene pagato, come la bravura di un medico. E’ così, è così. Chi questo non lo capisce, “ah, il ruolo della donna viene minimizzato!”, allora stai a casa, non mi rompere i coglioni.”
L’intervistatore dice che secondo la procura, queste feste con queste donne servivano a convincere Berlusconi a fare entrare certi imprenditori nei grandi appalti, “la donna era vista un po’ come una tangente“. Un danno quindi, per l’imprenditore che non usa la donna tangente…
Risponde la De Nicolò,
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Europa, occupiamo lo spazio comune
di Ugo Mattei
Non c'è timoniere, né punto d'arrivo nell'attuale "rotta" d'Europa, cresciuta con il motto implicito "meglio che niente". L'alternativa è radicale: uscire dall'egemonia privatistica, mettere al centro della scena la lotta per un diritto del comune e contro l’accumulo istituzionalizzato della ricchezza
Tenere una rotta è possibile qualora si configurino due condizioni. Deve esserci un timoniere e il timoniere deve tener presente un punto d’arrivo cui tendere in modo il più possibile coerente. Ne segue che la metafora della rotta mal si addice all’Europa per mancanza dell’una e dell’altra condizione. Non si può escludere che nell’immediato secondo dopoguerra i c.d. padri fondatori dell’Europa, da Shuman a Spinelli da Monet ad Adenauer, avessero in mente un obiettivo, sostanzialmente quello di evitare rigurgiti di aggressività militare tedesca attraverso misure di mercato. Quello scopo, certo importantissimo, è stato raggiunto ma la sconfitta politica del manifesto di Ventotene (almeno nella sua interpretazione più ambiziosa e avanzata) ha semplicemente tramutato la cifra dell’aggressività tedesca da militare a economica, come ampiamente dimostrato inter alia dalla recente vicenda greca. Conseguenza politica del prestigio dei “padri fondatori” è stata l’ideologia, diffusasi soprattutto a sinistra, del “meglio che niente”.
In tempi recenti Delors e Prodi sono stati gli esponenti più prestigiosi della nutrita schiera di quanti sostengono la desiderabilità intrinseca del lavoro politico rivolto all’obiettivo della maggior integrazione. Dall’Atto unico europeo al Trattato di Maastricht, dall’elezione diretta del Parlamento europeo all’euro, ci si è proclamati spesso con orgoglio “europeisti” senza mai davvero fare i conti con il problema di “quale integrazione”.
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Benjamin, Facebook e la fine della distanza tra la radio e il suo pubblico
Tiziano Bonini
È vero. Il titolo suona blasfemo. Accostare la parola Facebook a Walter Benjamin può suonare come “un porno al cinema d’essai” (l’espressione non è mia, ma di un direttore di Radio Popolare per definire il programma Bar Sport all’interno del palinsesto di una radio come quella milanese). Eppure questo articolo farà proprio questo: accosterà il pensiero radiofonico di Benjamin ai cambiamenti che social media come Facebook hanno portato alla radio stessa. Si parla molto di user generated content, come se fosse un tratto distintivo dei soli social media digitali. E invece già negli anni trenta, all’alba dell’era della comunicazione di massa, Benjamin aveva intuito la radicalità di questi strumenti, se solo fossero stati aperti alla partecipazione dei lettori/ascoltatori/spettatori. I social media di oggi rappresentano solo la tappa finale di un lungo processo di abbattimento delle barriere tra emittente e ricevente. Proverò brevemente a ripercorrerne le tappe e a proporre una riflessione su cosa cambia nel fare la radio oggi, ai tempi di Facebook.
Nel 1933 Brecht, proiettando sulla radio le sue tesi sul teatro didattico, scriveva: “La radio potrebbe essere per la vita pubblica il più grandioso mezzo di comunicazione che si possa immaginare, uno straordinario sistema di canali, cioè potrebbe esserlo se fosse in grado non solo di trasmettere ma anche di ricevere, non solo di far sentire qualcosa all’ascoltatore ma anche di farlo parlare, non di isolarlo ma di metterlo in relazione con gli altri. La radio dovrebbe di conseguenza abbandonare il suo ruolo di fornitrice e far sì che l’ascoltatore diventi fornitore”. Ma ancora prima di Brecht, e in maniera ancora più brillante, era stato Walter Benjamin ad intuire il potenziale radicale della radio come “social medium”. Mentre Adorno e Horkheimer consideravano la radio uno strumento di propaganda e di intrattenimento soporifero, Benjamin, complice una maggiore conoscenza del mezzo che gli veniva dall’aver prodotto per la radio della Repubblica di Weimar novanta trasmissioni dal 1929 al 1933, mantenne una visione positiva del mezzo, capace secondo lui di trasformare il rapporto del pubblico con la cultura e la politica. Ma è nelle Riflessioni sulla radio (1930) che Benjamin esprime le idee più fertili per il nostro tempo: “il fallimento cruciale della radio è stato di perpetuare la separazione fondamentale tra i produttori radiofonici e il suo pubblico, una separazione che è in contrasto con la sua base tecnologica (…) il pubblico deve essere trasformato in testimone nelle interviste e nelle conversazioni e deve avere l’opportunità di farsi sentire”. La radio che aveva in mente Benjamin è uno strumento che riduce la distanza tra chi trasmette e chi riceve, in cui sia l’autore/conduttore sia l’ascoltatore possono rivestire il ruolo dei produttori, contribuendo entrambi alla costruzione della narrazione radiofonica.
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Refrain
Elisabetta Teghil
Fino a vent'anni fa, le grandi imprese funzionavano con un sistema di produzione integrato che impiegava migliaia di operai in sedi gigantesche.
La "nuova economia" ha ridotto le dimensioni degli impianti nei paesi occidentali attraverso le delocalizzazioni ed il subappalto: le prime in paesi dove le condizioni di lavoro sono schiavistiche, le seconde resuscitando forme, che non pensavamo più di vedere, di forte sfruttamento.
Le delocalizzazioni delle grandi fabbriche e lo sviluppo di unità di produzione in subappalto, hanno raggiunto l'obiettivo di aggirare la resistenza operaia e di costruire un nuovo rapporto con il lavoro e con le lotte sociali. Nell'ambito dei contratti lavorativi è stata introdotta ogni forma di individualizzazione, come quelle del salario e dei premi, nello sforzo, riuscito, di dissuadere gli operai/e da ogni tipo di azione collettiva. E questo comincia dalla procedura di assunzione dei lavoratori/trici che mira ad accertare la docilità dei/delle candidati/e. Questo spiega la scelta frequente, tutta nuova e diversa dal passato, di ricorrere a ragazze-madri.
Gli operai/e sono , nella quasi totalità pagati/e a salario minimo e viene fatto loro capire che non devono aspettarsi di fare carriera. Gli orari sono molto variabili, i gruppi di lavoro non si conoscono. Le lavoratrici/i vengono reclutate/i ad interim, per breve periodo, ed il rinnovo è in funzione del loro comportamento sul lavoro, nel quale devono dimostrare disponibilità e lealtà verso l'impresa. Non esercitano più un lavoro con un suo linguaggio, una sua cultura, i suoi modi di trasmissione tra anziani/e e nuovi/e, ma una sorta di opera puntuale legata ad un progetto.
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