Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2642
La “grande paura” della borghesia e la Rivoluzione d’Ottobre
di Sergio Cararo
Dal novembre del 1917, la realizzazione della Rivoluzione d’Ottobre in Russia trasferì la prospettiva del comunismo dalla teoria alla realtà. Nelle file della borghesia europea e internazionale, si diffuse quella che è stata definita “La Grande paura”. La stessa che era dilagata tra le monarchie europee dopo la Rivoluzione Francese, quando cadde la testa del re e i castelli dei nobili vennero assaltati e saccheggiati. La determinazione con cui i bolscevichi portarono a fondo la rottura rivoluzionaria, seminò una ondata di isteria, paura e ferocia controrivoluzionaria durata più di settanta anni.
La feroce reazione delle potenze imperialiste contro la Rivoluzione d’Ottobre e poi contro l’URSS, si può schematizzare in tre fasi storiche che hanno visto la messa in campo di strumenti diversi con il comune obiettivo di distruggere la prima sperimentazione del socialismo possibile nella storia. Questo obiettivo è stato raggiunto solo nel 1991 con la dissoluzione dell’URSS stessa.
La prima fase della “Grande Paura”
La rottura rivoluzionaria dell’ottobre avviene nel pieno della maggiore crisi e guerra interimperialista che il mondo avesse mai visto.
- Details
- Hits: 3617
Il secolo di Lenin
di Serge Halimi
Segnaliamo sul numero di ottobre dell’edizione italiana del mensile Le Monde Diplomatique che trovate in edicola con il Manifesto un ampio dossier Rileggere la Rivoluzione russa, di cui anticipiamo l’articolo di apertura
Urss: Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Il nome inizialmente non rimanda a un territorio ma a un’idea: la rivoluzione mondiale. Le sue frontiere saranno quelle della sollevazione che ha trionfato in Russia, e poi di quelle che si attendono all’esterno. Sul lato superiore sinistro di un’enorme bandiera rossa, una falce e un martello simboleggiano il nuovo Stato, il cui primo inno sarà… L’Internazionale.
Lenin, fondatore dell’Unione sovietica, internazionalista lo è di certo. Ha vissuto buona parte della sua vita di rivoluzionario di professione in esilio (Monaco, Londra, Ginevra, Parigi, Cracovia, Zurigo, Helsinki…). E ha partecipato a quasi tutti i grandi dibattiti del movimento operaio. Nell’aprile 1917, quando torna in Russia dove è scoppiata la rivoluzione e lo zar ha appena abdicato, il suo treno attraversa il territorio tedesco nel bel mezzo della Grande guerra, eppure vi si intona La Marsigliese, un canto che incarna per i suoi compagni la Rivoluzione francese. Da diversi punti di vista, nei testi di Lenin questo riferimento è più presente della storia della Russia zarista. Riuscire bene come i giacobini, «il miglior esempio di rivoluzione democratica e di resistenza a una coalizione di monarchi (1)», durare più a lungo della Comune di Parigi: ecco le sue ossessioni. Per il nazionalismo non c’è il minimo posto.
Il leader bolscevico (*) lo ricorderà in seguito: dal 1914, contrariamente alla quasi totalità dei socialisti e dei sindacalisti europei che si lasciarono arruolare nella «sacra unione» contro il nemico straniero, il suo partito «non aveva temuto di preconizzare la sconfitta della monarchia zarista e di condannare una guerra fra rapaci imperialisti».
- Details
- Hits: 3551

La formazione di un rivoluzionario comunista sotto il fascismo: Giacomo Buranello
di Eros Barone
Ma in ogni tempo il progresso della totalità è ostacolato dai
pregiudizi e dagli interessi dei singoli. Gli ignoranti
hanno i pregiudizi, i delinquenti i propri interessi da
difendere. Ed oggi il principale ostacolo all’unificazione
del mondo (non dico alla felicità degli uomini) non è certo
l’ignoranza: sono gli interessi e le ambizioni dei singoli,
dei delinquenti. Questi (o quelli fra questi che già hanno un
bottino da conservare) son sempre contrari ad ogni forma
di progresso: quando nazione significava civiltà erano
i peggiori nemici dei patrioti; ora che nazione significa regresso
sono i più validi sostenitori della nazione.
Dal Diario di Giacomo Buranello, 19 ottobre 1938.
Se nella storia delle forze antifasciste il 1938 fu l’anno della passione per la Spagna repubblicana, della Cecoslovacchia, della conferenza di Monaco e della fine del Fronte Popolare di Léon Blum, nonché della promulgazione, in Italia, della legislazione razziale, nella storia dell’amicizia tra quattro giovani, che si chiamavano Giacomo Buranello, Walter Fillak, Ottavio Galeazzo e Orfeo Lazzaretti, il 1938 fu l’anno dei libri e della nascita delle rispettive biblioteche.
Buranello cominciò a scrivere il suo “Diario” nello stesso anno, facendone lo specchio fedele, da un lato, del confronto con gli amici e con la madre e, dall’altro, delle sue personali riflessioni sui libri che leggeva. Al centro di tali riflessioni vi era il problema delle scelte con cui si proponeva di dare un senso alla propria vita.
- Details
- Hits: 2888
Come fare la rivoluzione senza prendere il potere ...a luglio
di Daniel Gaido (*)
Nel 1917 la Russia contava 165 milioni di cittadini, dei quali solamente 2 milioni e 700 mila vivevano a Pietrogrado. Nella capitale abitavano 390.000 operai – un terzo erano donne –, tra i 215.000 e i 300.000 soldati di guarnigione e circa 30.000 marinai e soldati di stanza nella base navale di Kronstadt.
Dopo la Rivoluzione di Febbraio e l’abdicazione dello zar Nicola II, i Soviet, guidati dai Menscevichi e dai Socialisti Rivoluzionari, cedettero il potere a un governo provvisorio non eletto che era deciso a mantenere la Russia belligerante nella Prima Guerra Mondiale e a ritardare la riforma agraria fino all’elezione dell’Assemblea Costituente, rimandata a data da destinarsi.
Inoltre i Soviet avevano richiesto la creazione di commissioni di soldati e avevano dato istruzioni di disubbidire a ogni ordine ufficiale che andasse contro gli ordini e i decreti del Soviet dei Deputati, degli Operai e dei Soldati.
Queste decisioni contraddittorie provocarono una duplice e precaria struttura di potere, caratterizzata da crisi di governo ricorrenti.
- Details
- Hits: 2927

Storia, prudenza ed urgenza
di Ottone Ovidi
La storia con le sue vicende, le sue guerre, le sue rivoluzioni e controrivoluzioni, con le sue sconfitte e vittorie nazionali nonché con la lotta di classe affascina e ispira i cittadini tutti, ed è non solo un faro che illumina l’esistenza umana ma un riflettore intorno a cui ruota l’esistenza umana tutta e rende visibile anche quelle cose che possono sembrare nascoste o invisibili. Comprendere il carattere dialettico della storia significa leggerla come processo. La dialettica come processo storico ci permette di conoscere nel corso della storia stessa nuovi contenuti, nuovi oggetti. Nel momento in cui leggiamo la storia come processo dialettico ci appropriamo di questa come parte del processo dello sviluppo sociale e perciò questa stessa ci permette di capire che il cosa, il come e il fino a che punto della nostra conoscenza è determinato dagli stadi di sviluppo del processo della società.
La legge dell’identità mediata di soggetto e oggetto, forma e contenuto, essere e divenire è la forma razionale, per altri versi l’unica forma possibile, di realizzazione della storia.
Il metodo storico non è qualche cosa di formale e preliminare, ma si identifica con l’unità tra teoria e prassi, e richiede di schierarsi dalla parte del soggetto che non rinuncia a fare coscientemente la propria storia.
- Details
- Hits: 3565

Norman Bethune
di Eros Barone
La fusione organica tra medicina e comunismo nel crogiuolo ardente della passione internazionalista
1. Una vita breve e straordinariamente intensa
Norman Bethune: chi era costui? L’‘incipit’ di carattere interrogativo e di sapore manzoniano non è fuori luogo quando un nome ricompare dopo tanto tempo. La risposta è la seguente: Norman Bethune ha un posto nella storia per il contributo che ha dato, in qualità di medico, oltre che alla ricerca scientifica, alla causa dell’emancipazione dei popoli oppressi.Eppure, quando il Nostro nasce il 4 marzo 1890, figlio di un pastore protestante presbiteriano e nipote di un nonno medico, a Gravenhurst, tranquilla cittadina sulle rive di un bel lago a nord di Toronto, nulla fa presagire la sua futura carriera. Sennonché ciò che affascina il giovane Norman è la medicina come ricerca scientifica e impegno sociale: un binomio che è la chiave di lettura della sua personalità e di tutta la sua attività. Nel 1915 Bethune interrompe gli studi all’università di Toronto per partire volontario come portantino infermiere nella prima guerra mondiale. Nel 1917, a causa di una ferita, viene trasferito in Inghilterra; qui presterà servizio nella marina britannica come tenente medico sino al completamento degli studi e al conseguimento della laurea in medicina (1919).
- Details
- Hits: 2143
Violenta, non troppo
di Mike Haynes (*)
Viviamo in un mondo violento e non possiamo evitare di affrontare da un punto di vista politico questo problema.
Nel 1917, la violenza della guerra si era propagata in ogni dove. Nell’ultimo capitolo della sua Storia della rivoluzione russa, Trotsky scrive:
«Non è forse significativo che il più delle volte a indignarsi per le vittime delle rivoluzioni sociali siano gli stessi che, se pur non sono stati fautori diretti della guerra mondiale, ne hanno almeno preparato ed esaltato le vittime, o quanto meno si sono rassegnati a vederle cadere?»[1].
Si stima che il numero dei morti durante la prima guerra mondiale, fra militari e civili, ammonti a una cifra tra quindici e diciotto milioni. Alla fine del 1917, un medico socialista calcolò che “la folle corsa della giostra della morte” aveva portato a “6.364 morti al giorno, 12.726 feriti e 6.364 disabili”. Probabilmente, la precisione che dimostra non è corrispondente alla realtà, ma il suo senso delle proporzioni lo è. La gente moriva in battaglia, nonché per le privazioni e le malattie che ne conseguivano.
- Details
- Hits: 2395
Riflessioni sui bolscevichi
di Alexander Rabinowitch*
La Rivoluzione d’Ottobre e l’inizio della costruzione dello stato sovietico a Pietrogrado
E’ annunciata per il prossimo 14 settembre l’uscita del libro dello storico americano Alexander Rabinowitch “1917. I bolscevichi al potere” (Feltrinelli). Si tratta della riedizione di quello che è diventato ormai un classico tradotto in tutto il mondo della storiografia sulla rivoluzione russa già pubblicato in Italia nel 1978 dalla Feltrinelli. Nel 1989 fu il primo lavoro di uno storico occidentale sulla rivoluzione bolscevica a essere pubblicato in Russia con grande successo tra gli storici e i lettori (oltre 100.000 copie della prima edizione andarono rapidamente esaurite). Purtroppo è l’unico testo disponibile in italiano di uno dei più importanti studiosi della Rivoluzione del 1917. Dà l’idea di quale sia stato il clima culturale nel nostro paese negli ultimi decenni il fatto che dagli anni ’70 non siano stati tradotti gli altri suoi lavori, in particolare gli altri due volumi della sua trilogia sulla rivoluzione: Prelude to revolution e The Bolsheviks in Power: The First Year of Bolshevik Rule in Petrograd che nel 2007 uscì in contemporanea in edizione russa e inglese. Vi proponiamo la traduzione della conferenza che Alexander Rabinowitch ha tenuto presso la Humboldt University di Berlino il 14 ottobre 2010 in occasione della ripubblicazione in Germania del libro. (M.A.)
* * * *
Questa sera, voglio condividere con voi alcuni punti di vista sui bolscevichi, la Rivoluzione d’Ottobre e l’inizio della costruzione dello stato sovietico a Pietrogrado sviluppate durante quasi un’intera vita trascorsa a studiare i vari aspetti di questa materia ancora molto controversa.
- Details
- Hits: 5873
Un nazionalismo vestito di rosso
di Grant Evans e Kelvin Rowley
Grant Evans e Kelvin Rowley analizzano lo sviluppo dei movimenti comunisti in Vietnam, Laos e Cambogia e replicano alle affermazioni degli analisti occidentali, i quali hanno visto i conflitti fra questi tre paesi, successivi al 1975, come espressione di antagonismi “tradizionali”
Pubblicato per la prima volta nel 1984 e rivisto nel 1990, il libro di Grant Evans e Kelvin Rowley, Red Brotherhood at War: Vietnam, Cambodia and laos since 1975, esplora le cause dietro la guerra inter-comunista in Asia seguita alle riuscite rivoluzioni in Vietnam, Laos e Cambogia.
A detta di alcuni, tali eventi esprimevano la fine delle idee basate sull’internazionalismo socialista. Il New York Times pubblicava un editoriale intitolato “La fratellanza rossa in guerra”, nel quale annunciava con esultanza: “Questa settimana cantavano ‘L’internazionale’ in ogni angolo dei campi di battaglia asiatici, mentre seppellivano le speranze dei padri comunisti insieme ai corpi dei loro figli”. Le “speranze dei padri comunisti” potevano essere sintetizzate, dato che la guerra era causata dall’imperialismo capitalista, nel’auspicio che il socialismo internazionale avrebbe portato la pace. Questi ideali si ritrovano ora sconvolti dai nuovi conflitti che attraversano l’Indocina. Non c’è da sorprendersi se molti nella sinistra occidentale sono stati colti da confusione e disorientamento di fronte a simili sviluppi.
I tardi anni Settanta son stati l’epoca di quella che Fred Halliday ha definito Seconda guerra fredda. Ovunque in Europa, era la destra ad essere in ascesa, sia politicamente che intellettualmente.
- Details
- Hits: 3761

Le pulsioni antirisorgimentali dei nostalgici del regime borbonico e di quello austriaco
di Eros Barone
«…nel momento in cui il passato
diveniva l’avvenire e l’avvenire il passato…»
Victor Hugo, “L’uomo che ride”,
Parte seconda, Libro primo.
«L’Unità d’Italia è avvenuta con una feroce guerra di occupazione da parte dell’esercito sabaudo con un milione di morti e milioni di emigranti.» Così scriveva nel 2011, senza alcun timore di apparire ridicolo o delirante, un nostalgico del regime borbonico e delle ‘piccole patrie’ pre-unitarie in una lettera pubblicata dal quotidiano online “VareseNews”1 . Capisco, naturalmente, che l’uso politico-propagandistico della storia a fini di mistificazione e di falsificazione escluda l’obbligo della ricerca e della consultazione di fonti documentali affidabili e di testi storiografici seri; è sufficiente, infatti, per questo tipo di rigattieri della cultura prelevare dati da siti web privi di qualsiasi attendibilità e orientati in senso antirisorgimentale: puro folclore, che però rivela il carattere bifido di Internet (torbida fogna dell’ignoranza e, insieme, strumento prezioso di indagine), oltre che la deriva intellettuale di alcune fasce dell’opinione pubblica di questo Paese.
- Details
- Hits: 3155
La sinistra desolata
di Tim Barker
Non è un segreto che il collasso del comunismo internazionale, avvenuto dal 1989 al 1991, abbia costretto su posizioni difensive molti marxisti. Ciò che viene meno compreso è il perché siano stati così tanti altri a cogliere l'opportunità per abiurare alcuni di quelli che erano i principi più venerati del marxismo. Perry Anderson, in un saggio sorprendentemente ammirativo su Francis Fukuyama, scritto nel 1992, concludeva valutando sobriamente quello che rimaneva del socialismo. Al centro della politica socialista - egli scriveva - c'era sempre stata l'idea che un nuovo ordine di cose sarebbe stato creato da una classe operaia militante, «la cui auto-organizzazione prefigurava i principi della società a venire.» Ma nel mondo reale, questo gruppo «era diminuito in dimensioni ed in coesione.» Non è che si fosse semplicemente spostato dall'Ovest sviluppato ad Est; anche a livello globale, notava, «la sua ampiezza relativa proporzionalmente all'umanità diminuisce costantemente.» La conclusione era che uno principi fondamentali del marxismo era sbagliato. Il futuro ci offriva una sempre più piccola, disorganizzata classe operaia, incapace di realizzare il suo ruolo storico.
- Details
- Hits: 3997
Cosa ci insegnano le "Tesi di Lione"
di Eros Barone
Se il socialismo scientifico segnò una svolta dì portata decisiva nella storia del movimento operaio internazionale, scoprendo l'"algebra della rivoluzione", non vi è dubbio che le tesi del III congresso del P.C.d'I. (denominazione, questa, che non è affatto equivalente a quella di PCI, giacché indica non un partito nazionale, ma la sezione nazionale di un partito mondiale), tenutosi in condizioni di illegalità a Lione tra il 20 e il 26 gennaio 1926, costituiscano la più avanzata e matura formulazione, attraverso un organico sistema di equazioni, del problema della rivoluzione proletaria nella storia del movimento operaio italiano.
In effetti, a chiunque chieda quali siano i testi con cui sia possibile formarsi un'idea esatta dell'autentica tradizione comunista, proletaria ed internazionalista, del nostro Paese non si può che consigliare di leggere e rileggere, cioè studiare, questo scritto fondamentale che segnò la vera nascita teorico-politica del P.C.d'I., sia come attiva sezione dell'Internazionale Comunista sia come fattore operante della dinamica nazionale, attraverso la rottura con l'estremismo settario ed opportunista di Bordiga [1].
- Details
- Hits: 3672
Perchè Lenin?
di Tariq Ali
Pubblichiamo la traduzione di un estratto dal nuovo libro di Tariq Ali “The Dilemmas of Lenin“
Perchè Lenin? Per prima cosa quest’anno è il centenario dell’ultima più grande rivoluzione d’Europa. A differenza di quelle precedenti la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 trasformò le politiche mondiali e, nel processo, trasformò il ventesimo secolo con l’assalto frontale al capitalismo ed al suo impero, accelerando la decolonizzazione. Secondariamente l’ideologia dominante odierna e le strutture di potere che difende sono talmente ostili alle lotte sociali e di liberazione del secolo scorso che la riscoperta di quanta più memoria politica e storica possibile è di per sé un atto di resistenza. In questi brutti tempi persino l’anticapitalismo in offerta è limitato. E’ apolitico e non storico. Il vero scopo della lotta contemporanea non dovrebbe essere di imitare o ripetere il passato ma di assorbire le lezioni sia positive che negative che offre. E’ impossibile raggiungere questo scopo però se si ignora il soggetto dello studio. A lungo, nello scorso secolo, coloro che onoravano Lenin per lo più lo ignoravano. Lo santificavano ma raramente ne leggevano gli scritti. Più spesso che non, e in ogni continente, Lenin è stato male interpretato e usato in malo modo per scopi strumentali proprio dai suoi sostenitori: partiti e sette, grandi e piccoli che ne reclamavano il mantello.
- Details
- Hits: 2429
L’eccezione esemplare. La Rivoluzione Finlandese
di Eric Blanc
La dimenticata rivoluzione finlandese è forse fonte di maggiori insegnamenti che gli stessi avvenimenti del 1917 in Russia, stando alla ricostruzione di Eric Blanc*, che presentiamo nella traduzione di Valerio Torre del blog Assalto al cielo (assaltoalcieloblog.wordpress.com)
Nel secolo appena trascorso, i lavori di ricerca storica sulla rivoluzione del 1917 si sono per lo più concentrati su Pietrogrado e sui socialisti russi. Ma l’impero russo era prevalentemente composto da non-russi, e le convulsioni nella periferia erano solitamente esplosive come quelle del centro.
Il rovesciamento dello zarismo nel febbraio del 1917 scatenò un’ondata rivoluzionaria che inondò immediatamente tutta la Russia. Forse la più eccezionale di queste insurrezioni è stata la rivoluzione finlandese, che uno studioso ha definito «la più esemplare guerra di classe nell’Europa del XX secolo».
L’eccezione finlandese
I finlandesi costituivano una nazione differente da qualsiasi altra sotto il dominio zarista. Appartenuta alla Svezia fino al 1809, quando fu annessa alla Russia, la Finlandia godeva di autonomia governativa e libertà politica ed ebbe infine anche un parlamento proprio, democraticamente eletto. Benché lo zar tentasse di limitarne l’autonomia, la vita politica di Helsinki somigliava più a quella di Berlino che di Pietrogrado.
In un’epoca in cui i socialisti nel resto della Russia imperiale erano costretti ad organizzarsi in partiti clandestini ed erano perseguitati dalla polizia segreta, il Partito socialdemocratico finlandese (Psd) faceva politica legalmente.
- Details
- Hits: 3322
Dopo la rivoluzione: i primi atti del potere sovietico
di Vladimiro Giacchè*
Uno stralcio dell’introduzione di Vladimiro Giacché al volume Lenin, Economia della rivoluzione, Milano, Il Saggiatore, 2017, da oggi in libreria; sono state riprodotte le pagine 14-19, eliminando poche righe di testo, nonché alcune note e riferimenti testuali. Per gentile concessione dell’autore e dell’editore questa parte del libro è stata pubblicata da Marx XXI e condividiamo su Fattore K
Per creare il socialismo, voi dite, occorre la civiltà. Benissimo. Perché dunque da noi non avremmo potuto creare innanzi tutto quelle premesse della civiltà che sono la cacciata dei grandi proprietari fondiari e la cacciata dei capitalisti russi per poi cominciare la marcia verso il socialismo?
LENIN, Sulla nostra rivoluzione, 17 gennaio 1923
Quando Lenin, il 30 novembre 1917, licenziò per la stampa Stato e rivoluzione, accluse un poscritto in cui informava il lettore di non essere riuscito a scrivere l’ultima parte dell’opuscolo originariamente prevista. E aggiunse: «la seconda parte di questo opuscolo (L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917) dovrà certamente essere rinviata a molto più tardi; è più piacevole e più utile fare “l’esperienza di una rivoluzione” che non scrivere su di essa».
L’esperienza in questione era iniziata il 25 ottobre 1917 (7 novembre secondo il calendario gregoriano, che dal marzo 1918 sarebbe stato adottato anche in Russia). La notizia era stata comunicata ai cittadini russi attraverso un appello, scritto dallo stesso Lenin, in cui si dava notizia dell’abbattimento del governo provvisorio guidato da Kerenskij e del passaggio del potere statale «nelle mani dell’organo del Soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado, il Comitato militare rivoluzionario».
Page 17 of 24
















































