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carmilla

Guerra imperialista, conversioni e tradimenti

di Sandro Moiso

Mario Isnenghi, Convertirsi alla guerra. Liquidazioni, mobilitazioni e abiure nell’Italia tra il 1914 e il 1918, Donzelli Editore 2015, pp. 282, € 20,00

DDD1914277TNella pletora di pubblicazioni e ripubblicazioni immesse sul mercato in occasione delle funeste celebrazioni del centenario del “maggio radioso”, il testo di Mario Isnenghi si distingue per la chiarezza interpretativa oltre che per l’eleganza, l’erudizione e, talvolta, l’ironia con cui è trattato l’argomento della conversione alla scelta bellicista e al capovolgimento di schieramento militare che avvenne in Italia nel corso degli undici mesi che intercorsero tra lo scoppio del primo grande macello imperialista e l’intervento nello stesso.

Lo studio di Isnenghi, i cui ambiti di ricerca hanno sempre spaziato dalle implicazioni culturali e socio-politiche del Primo Conflitto Mondiale1 al fascismo e al discorso “pubblico” sulle guerre italiane dal Risorgimento al 1945, si rivela utilissimo in tempi oscuri come quelli attuali, in cui lo scivolamento verso conflitti sempre più allargati è accompagnato da discorsi spesso soltanto imbecilli, ma ancora più spesso da motivazioni etico-politiche che nascondono, ancora una volta, i reali interessi in gioco.

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conness precarie

La Resistenza al nazi-fascismo

Una scelta che «non si poteva non fare»

Matteo Cavalleri

partigiani 300x191Gli anniversari a cifra tonda portano spesso con sé il rischio di nevrosi commemorative, i cui sintomi consistono nel manifestare con estrema intensità quelle tendenze celebrative museificanti e agiografiche – comunque sempre presenti – che comportano la corrosione del significato stesso che le date costudiscono. Questo settantesimo della Liberazione sembra non sfuggire alla diagnosi. Ecco perché può risultare politicamente decisivo pensare il 25 aprile dalla prospettiva dell’8 settembre 1943. Un gesto di strabismo teso a cogliere – nel tempo difficile, denso e sospeso del decidersi per la Resistenza – il portato di verità che ha innervato l’intera esperienza della lotta al nazi-fascismo. Che ha espresso una pratica d’azione e pensiero in grado di reggere il peso della scelta e della parte. E che ancora ci interpella.

 

Licenziando, nell’aprile del 1945, la prefazione al suo Un uomo, un partigiano lo storico – e poi militante politico – Roberto Battaglia si presenta al lettore con un rivelatore cameo biografico: «l’8 settembre 1943 ero un tranquillo studioso di storia dell’arte, chiuso in un cerchio limitato di interessi e di amicizie; l’anno dopo, l’8 agosto, ebbi il comando d’una divisione partigiana che ha dato più di un fastidio al tedesco».

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carmilla

25 aprile: che cos’è una Liberazione?*

di Luca Baiada

le donne della resistenza 586x417A settant’anni dalla Liberazione e a cento dalla grande guerra, la Germania è forte e detta legge a un continente. E poi dice che il crimine non paga.

«Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci siamo seduti / e abbiamo pianto al ricordo di Sion». Così comincia il Salmo 137, uno dei più celebri.

Ha perso la moglie e i figli, Giuseppe Verdi, ed è allo stremo delle forze. Ai moti rivoluzionari è seguita la repressione, è povero e solo, medita il suicidio. Il libretto del Nabucco, che gli hanno proposto di musicare, è aperto alla pagina di un coro ispirato a quel Salmo: «Va pensiero sull’ali dorate…». Col cuore in subbuglio scrive e scrive, e presto l’opera è compiuta: la sua vita è salva, il Nabucco infiammerà i teatri e sarà monito. Non solo le bombe di Felice Orsini, anche quelle parole, «o mia patria sì bella e perduta», diranno all’Europa l’urgenza della questione italiana. Anche dopo l’8 settembre 1943 qualcuno giurerà di aver sentito quel coro: dalle voci dei soldati, chiusi nei carri in corsa verso il Brennero. A immaginare quei treni che si arrampicano sulle Alpi pieni di uomini, vengono i brividi. Seicentomila, deportati come schiavi in Germania. Davvero cantavano quel coro, passando il confine? È nobilmente reale che sia stato udito, ma se i suoi rintocchi avessero abitato più le orecchie di chi lo sentiva, che le bocche affamate di chi era trascinato via, sarebbe un cortocircuito percettivo formidabile.

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rifonda

L’ “invenzione” della classe operaia*

Marx e il “partito come classe”

Paolo Favilli

sara samori la settimana rossa 533x360“Finito il concetto di una vita, di un sapere tecnico, di un lavoro. Il lavoratore del futuro dovrà essere pronto a un riciclaggio continuo, se non vuole finire accantonato in un mercato del lavoro in perenne riconversione, dove sicuri e tranquilli probabilmente saranno solo i conferenzieri occupati a vendere la necessità di non essere né sicuri né tranquilli” (M. Vázquez Montalbán, 1994)

 Vorrei iniziare riflettendo su alcune affermazioni di un grande scrittore italiano: Italo Calvino.

Calvino, agli inizi degli anni sessanta, affrontava, con la consueta “leggerezza metodologica”, il problema della “centralità operaia” nel discorso culturale contemporaneo in uno di quei suoi articoli costruiti in attento e calibrato equilibro tra specifico letterario e teoria della società, ed affermava: “Da più di un secolo a questa parte, il termine “operaio” da denominazione d’una condizione sociale o professionale è diventato elemento esplicito o implicito di ogni discorso culturale. (…) l’operaio è entrato nella storia delle idee come personificazione dell’antitesi”1.

Certamente le culture del marxismo sono state essenziali nella determinazione del valore di immanenza universalistica attraverso il quale il termine “operaio” ha espresso tanto la soggettività che l’oggettività di un processo storico che avrebbe dovuto, negando l’esistente, concludersi in un orizzonte di liberazione totale.

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giap3

#Foibe o #Esodo?

«Frequently Asked Questions» per il #GiornodelRicordo

di Lorenzo Filipaz

foibedelirio[Oggi pubblichiamo un importante testo di Lorenzo Filipaz. Lorenzo è triestino e figlio di un esule istriano. Dal ramo materno è di ascendenza slovena. Fa parte del gruppo di inchiesta su Wikipedia «Nicoletta Bourbaki». Appassionato delle storie della sua terra di confine, da anni ha intrapreso un percorso di ricerca e autoanalisi sul cosiddetto «Esodo giuliano-dalmata». L’intento è quello di capire cosa sia andato storto, per quali ragioni l’esodo da Istria e Dalmazia sia diventato una narrazione così platealmente assurda e antistorica, e come mai i figli di una terra meticcia siano diventati i pasdaran del nazionalismo.

L’approccio è quello di una seduta psicoanalitica, una sorta di terapia post-traumatica. Terapia in ritardo di sessant’anni, ma più che mai utile agli odierni discendenti di esuli, per disinnescare certi meccanismi difensivi che favoriscono reticenze e strumentalizzazioni.

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clashcityw

Voltandosi verso il "sole dell'avvenire"

Un'intervista a Valerio Evangelisti

2015 02 03 evangelistPubblichiamo una chiacchierata che abbiamo avuto con lo scrittore Valerio Evangelisti. Valerio nelle sue opere ha spaziato tra diversi generi, dal fantasy alla fantascienza, al romanzo storico.

I suoi ultimi due libri, “Il sole dell'avvenire. Vivere lavorando o morire combattendo” e “Il sole dell'avvenire. Chi ha del ferro ha del pane”, ci raccontano, partendo da vissuti individuali, dello sfruttamento e delle lotte proletarie che hanno attraversato l'Emilia-Romagna dal periodo post-risorgimentale agli anni '20 del secolo scorso. Già il semplice racconto di quei periodi ci permette di riappropriaci di un patrimonio utilissimo, e per questo non possiamo non consigliarvi di leggere i suoi libri, ma Valerio oltre a essere uno scrittore affermato, è un prezioso compagno e abbiamo provato con lui a tracciare differenze e similitudini col periodo storico che stiamo vivendo.
Buona lettura!

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sinistra

Amadeo Bordiga e il Partito Comunista Internazionale

di Diego Giachetti

001 MGzoomNel 1929 Trotsky definì «vivente, muscoloso, abbondante» il pensiero di Amadeo Bordiga, il quale si era schierato al suo fianco nella lotta contro lo stalinismo, nonostante la diversità dei rispettivi punti di vista su alcuni problemi di non poco conto. Non a caso la sua espulsione dal Partito Comunista d’Italia, avvenuta nel marzo del 1930, fu motivata proprio sulla base del suo “filostrotskismo” manifestato nel confino di Ponza. L’espulsione giungeva a conclusione di una parabola politica consistente, nella quale il rivoluzionario napoletano aveva svolto un ruolo di primo piano nel partito socialista e poi in quello comunista sorto nel 1921. L’arco di tempo che comprende questa lunga e intensa militanza politica è l’oggetto del lavoro svolto e pubblicato da due autori, Corrado Basile e Alessandro Leni (Amadeo Bordiga politico, Colibrì, Torino, 2014). Nel libro si affiancano in modo circostanziato i fatti della lotta di classe con il pensiero e l’operato di Bordiga, l’attenzione si concentra in particolare sul lavoro politico compiuto da Bordiga fino al 1926, data con la quale si identifica la sconfitta della tendenza da lui rappresentata. La biografia politica del protagonista è attentamente messa in relazione al contesto storico, sociale, politico entro il quale si sviluppò evitando avvitamenti celebrativi su se stessa. Il lettore percepisce, pagina dopo pagina, il confronto vivo e vivace tra interlocutori politici e contesto storico entro il quale si sviluppò l’analisi bordighiana di fenomeni rilevanti per la storia del movimento operaio italiano e internazionale: dalla prima guerra mondiale, alla rivoluzione russa, alla fondazione del nuovo partito comunista, all’emergere della reazione fascista accanto ai primi sintomi di involuzione staliniana del potere bolscevico.

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carmilla

Guerra alla guerra

di Sandro Moiso

Marco Rossi, Gli ammutinati delle trincee, Dalla guerra di Libia al Primo conflitto mondiale 1911-1918, BFS Edizioni, Pisa 2014, pp.86, € 10,00

“Armateci pure o uomini sanguinari che l’ora della riscossa è suonata anche per noi. Moriremo per un’altra guerra più terribile di questa ma questa guerra sarà contro di voi e a tutti i pari vostri” (lettera a Vittorio Emanuele III, Salandra, Sonnino; maggio 1915)

ammutinatiLa retorica nazionalista della guerra per la patria non ha mai smesso di cercare di affermarsi nei media, nei peggiori libri di storia e nel discorso politico, anche a cento anni di distanza dalla prima grande strage del XX secolo. Infatti, soltanto due settimane fa le massime autorità dello stato celebravano la giornata delle forze armate e della “vittoria” nella prima carneficina mondiale, con parole inneggianti all’uso dell’esercito anche nei confronti del pericolo interno costituito dall’antagonismo sociale.

Pochi giorni prima il solerte TG News 24 non si era lasciato sfuggire l’occasione di tornare a celebrare i fasti di Enrico Toti, che già aveva segnato d’orrore i libri di testo di storia della mia infanzia e gioventù con l’immagine del mutilato che si immolava davanti alle trincee nemiche lanciando verso di esse le proprie stampelle. Eppure da decenni la storiografia e l’opposizione di classe hanno dimostrato la falsità di quel discorso e della narrazione, sostanzialmente fascista, che ne era derivata negli anni successivi al conflitto.

Ben venga quindi la pubblicazione del testo di Marco Rossi, ad opera della solita meritoria Biblioteca Franco Serantini di Pisa, che rispolvera ed illumina la feroce e determinata opposizione che si sviluppò nei confronti della Prima guerra mondiale sia tra la popolazione civile che tra i militari impegnati al fronte, in Italia e nel resto d’Europa e del mondo.

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micromega

Il crollo del Muro di Berlino e le retoriche dell’Occidente

di Angelo d’Orsi

25-anni-caduta-muro-berlino-anniversario-510Il settimanale tedesco Die Welt in occasione dei 25 anni del Mauerfall (il cosiddetto “crollo del Muro”), ha realizzato un dossier sulla ricorrenza, dando la parola ad alcuni trentenni (compresi fra i 26 e i 35 anni), ossia individui che il 9 novembre del 1989 erano bambini, da uno a dieci anni. Il quadro che dipingono è di grande interesse, e nell’insieme si può definire problematico. Il pensiero critico, insomma, sopravvive, e non si lascia imbavagliare dallo spirito della celebrazione, quella beota di chi non ha perso l’occasione, in questi giorni, per inneggiare al liberalismus triumphans, magari tirando in ballo la situazione geopolitica attuale, con cenni al ritorno alla guerra fredda per colpa dell’aggressività dell’“Orso russo”.

Dibattiti tv, servizi sui giornali, interviste, hanno riproposto luoghi comuni, stucchevoli e spesso fuorvianti, anche se stavolta va rilevato un minimo di pudore in più rispetto al passato: forse effetto della crisi che si sta impietosamente prolungando, lasciando una scia sempre più scura di dolore, tra rassegnazione inerte e rivolta incipiente. Ma l’apologetica dell’Occidente domina, e prevale, di gran lunga, incurante di quel che le vicende internazionali ci hanno regalato come prodotto della fine del bipolarismo, e ingresso nell’era unipolare, con lo strapotere, militare, economico, finanziario, culturale, degli Stati Uniti d’America, il vero Big Brother della famiglia umana.

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movimentooperaio

Rievocazioni del muro

di Antonio Moscato

Hope-for-other-walls 590-490Impressionante quanto le commemorazioni del venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino, con tutto quel che ne seguì, non abbiano risposto minimamente agli interrogativi sul perché un sistema che veniva presentato sistematicamente come potentissimo e pericoloso si sia sgonfiato come un pupazzo di neve al primo sole.

Preoccupa che il PRC sul suo sito (http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=14888) non sappia far di meglio che esaltare ancora una volta Berlinguer, e riprendere un vecchio articolo di Pietro Ingrao, non particolarmente illuminante, osservando che:

Si tende a rimuovere la “terza via”  proposta da Berlinguer e Ingrao che aveva ben altra direzione e che ispirò la battaglia prima contro la liquidazione del PCI e fin dall’inizio il progetto della Rifondazione Comunista nel quale portarono il proprio contributo anche i comunisti che provenivano dalla “nuova sinistra” e dall’antistalinismo di sinistra. Oggi quella ricerca ci sembra vivere nell’esperienza che stiamo costruendo con le altre formazioni  aderenti al Partito della Sinistra Europea come testimonia il costante riferimento a quella «tradizione»  di Alexis Tsipras e dei compagni di Syriza.

Francamente non mi sembrava che Syriza proponesse una “terza via”… Ma un’analoga conclusione si trova in un lungo articolo di Luciana Castellina sul Manifesto di ieri 8/11, che pure ammette che

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manifesto

Dov’è la festa

Luciana Castellina

Il muro di Berlino. L'89, un passaggio ambiguo, non solo gioiosa rivoluzione libertaria

intervento-castellina-germany-wallUn pez­zetto di quel muro caduto 25 anni fa ce l’ho ancora sulla mia scri­va­nia: un fram­mento di into­naco colo­rato che strap­pai con le mie mani quando accorsi anche io a Ber­lino men­tre ancora, a frotte, quelli dell’est eson­da­vano verso l’agognato Occi­dente. Furono gior­nate gio­iose attorno a quel sim­bolo di una guerra – quella fredda – che era scop­piata meno di due anni dopo la fine di quella calda.

Per oltre quarant’anni quella fron­tiera, e già molto prima che fosse eretto il muro, l’avevo attra­ver­sata solo ille­gal­mente: negli anni ’50 per­ché il mio governo non mi dava un pas­sa­porto valido per i paesi oltre la cor­tina di ferro (dove­vamo rima­nere chiusi nell’area della Nato) e per­ciò per par­larsi con tede­schi della Ddr, unghe­resi o bul­gari si pren­deva il metro a Ber­lino e dall’altra parte ti for­ni­vano una sorta di pas­sa­porto posticcio.

Poi, dopo la costru­zione del muro, quando noi pote­vamo legal­mente andare ad est e invece quelli di Ber­lino est non pote­vano più venire a ovest, ridi­ven­tammo clan­de­stini: per potere incon­trare, senza incap­pare nella sor­ve­glianza della Stasi, i nostri com­pa­gni paci­fi­sti del blocco sovie­tico, dis­si­denti rispetto ai loro regimi, ma con­vinti che a una evo­lu­zione demo­cra­tica non sareb­bero ser­viti i mis­sili per­ché solo il disarmo e il dia­logo avreb­bero potuto facilitarla.

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inchiesta

La fortuna del socialismo nella Germania del novecento

Dibattito sulla storia dei rapporti tra capitale e lavoro

Peter Kammerer

rosa-luxemburg-karl-liebkne1. Cantare

La parola “socialismo” è diventata incomprensibile. Porta con sé e comunica altre cose; ha cambiato contenuto. Che significato può avere la parola “produttori” in un mondo che conosce solo consumatori? L’espressione “proletario” è oggi ridicolizzata, ma sono scomparsi i soggetti, le masse che un tempo venivano così definiti? È ormai senza nome la parte dell’umanità che vive solo grazie a un lavoro dipendente? Dipendente da cosa e da chi? Il concetto di “socialismo” si è svuotato o, meglio, nel suo spazio abbandonato sono vagamente riconoscibili relitti di ogni genere e ad essere esposti in primo piano sono i suoi orrori.

Una condizione che mi ricorda il mio amore giovanile per il canto popolare tedesco. Dopo la guerra in Germania non c’erano più canzoni innocenti: ogni testo, ogni melodia era compromessa dal nazismo e dai suoi orrori. Come potevo cantare Muss i denn, muss i denn zum Städtele hinaus (“devo dunque lasciare questa città e tu, tesoro mio, rimani”) sapendo che gli ebrei rastrellati dovevano intonare questa canzone nella loro marcia verso la morte? Ci voleva il ’68 per far cantare nuovamente i tedeschi, ma preferivano Bandiera rossa e Bella ciao in lingua italiana. La mia voce era stata liberata già anni prima da Marlene Dietrich. Sentivo su un vecchio disco il suo Muss i denn, muss i denn registrato negli USA nel 1951 come “old german folk song”. E sempre dagli USA nel 1960 Elvis Presley, appena concluso il suo servizio militare in una piccola città della Germania, lanciava verso un successo mondiale la stessa canzone trasformata in Wooden heart.

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zeroconsensus

I marxisti e la Grande Guerra

di Giorgio Gattei (*)

Prima-guerra-mondialeUna pace “per sempre”: da Kant a Angell.

La guerra è brutta – e chi lo nega! Però la si fa – e come si spiega? Frutto della straordinaria stagione illuministica europea lo scritto di Immanuel Kant Per la pace perpetua (1795) si era posto il compito ambizioso di trovare la maniera di por fine a tutte le guerre, e per sempre. Alle spalle dell’opuscolo stava quasi un secolo di “guerre di successione” in cui i regnanti avevano trascinato i popoli europei in micidiali conflitti per garantirsi questa o quella ascesa al trono (guerra di successione spagnola: 1701-1714; guerra di successione polacca: 1733-1738; guerra di successione austriaca: 1740-1748 e perfino quella che le monarchie avevano appena scatenato contro la giovane Repubblica francese poteva esser vista come l’ennesima guerra dinastica per rimettere Luigi XVI sul trono di Parigi). Davanti a questo fatto evidente la soluzione avanzata da Kant risultava la più semplice possibile perché a suo dire, ad impedire le guerre, sarebbe bastato che a deciderle fossero coloro che più di tutti le sopportavano, e cioè i popoli stessi.

In effetti, a partire dalla Querela pacis (1517) di Erasmo da Rotterdam, erano stati avanzati diversi progetti di “pace universale”, ma tutti avevano il difetto di rivolgersi al buon cuore dei prìncipi affinché deponessero le loro aggressività.

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marx xxi

Lenin e la prima guerra mondiale*

di Roberto Sidoli**

pgm37Il primo conflitto planetario imperialistico non scoppiò nel luglio/agosto del 1914 per errore umano o pura casualità: come ha giustamente notato David Stevenson nel suo libro “La grande guerra” (p. 43), la tesi della guerra per errore “è oggi insostenibile” anche solo tenendo a mente la distanza temporale di più di un mese creatasi nel 1914 tra il celebre attentato di Sarajevo e lo scoppio effettivo delle ostilità sul suolo europeo.

Non fu certo una guerra divampata a “caldo”…

Inoltre la prima guerra mondiale non si sviluppò certo per assenza o scarsità di processi di globalizzazione, di compenetrazione economica tra le nazioni in conflitto, anzi. Sempre Stevenson, lontano anni-luce da qualunque simpatia comunista e marxista, ha sottolineato un punto fermo ormai assodato dalla storiografia contemporanea notando che “gli anni che precedettero il 1914 conobbero livelli di interdipendenza economica che non si ripeterono più fino a ben oltre la seconda guerra mondiale” e al 1960, visto che proprio nel 1913 le esportazioni/importazioni valevano e pesavano per circa un quarto del prodotto nazionale lordo tedesco, britannico e francese di quel tempo (Stevenson, op. cit., pp. 40-41).

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sinistra aniticap

Lavoro e diritti: l'insegnamento dell'Internazionale

di Marcello Musto

Il manifesto del 2 ottobre ha recensito, in occasione del 150° anniversario di fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, il volume curato da Marcello Musto, studioso di Marx e tra i curatori della «Mega2».  Il volume che ha per titolo “Prima Inter­na­zio­nale, Indi­rizzi, Riso­lu­zioni, Discorsi, Docu­menti”, a cura di Mar­cello Musto (Don­zelli, pp. XVI-256, euro 25), si distin­gue per due obiet­tivi, entrambi rag­giunti. Una messa a punto della ricerca attuale su que­sto fon­da­men­tale epi­so­dio della sto­ria dei mondi del lavoro e una sua ripro­po­si­zione come espe­rienza esem­plare che ritrova nel pre­sente una nuova attua­lità. Di Musto pubbliamo un articolo uscito su  A l’encontre.

international-founding-1864Il 28 settembre del 1864 la sala del St. Martin’s Hall, un edificio situato nel cuore di Londra, era affollatissima. A gremirla erano accorsi circa 2.000 lavoratrici e lavoratori, per ascoltare il comizio di alcuni sindacalisti inglesi e colleghi parigini. Grazie a questa iniziativa nacque il punto di riferimento di tutte le principali organizzazioni del movimento operaio: l’Associazione Internazionale dei Lavoratori.

In pochi anni, l’Internazionale suscitò passioni in tutta l’Europa. Grazie a essa, il movimento operaio poté comprendere più chiaramente i meccanismi di funzionamento del modo di produzione capitalistico, acquisì maggiore coscienza della propria forza e inventò nuove forme di lotta. Viceversa, nelle classi dominanti, la notizia della fondazione dell’Internazionale provocò orrore. Il pensiero che gli operai reclamassero maggiori diritti e un ruolo attivo nella storia generò ripugnanza nelle classi agiate e furono numerosi i governi che la perseguitarono con tutti i mezzi disponibili.

Le organizzazioni che fondarono l’Internazionale erano molto differenti tra loro. Il suo centro motore iniziale furono le Trade Unions inglesi, che la considerarono come lo strumento più adatto per lottare contro l’importazione della mano d’opera dall’estero, durante gli scioperi.