Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

sbilanciamoci

Intervista vera al vero Karl Marx (anno 1871)

di R. Landor

Landor, corrispondente del World, intervista Marx a Londra il 3 luglio 1871. Soltanto un paio di mesi prima, la Comune di Parigi, cui Marx aveva partecipato, era stata soffocata nel sangue. www.internazionale.it

03clt1Londra, 3 luglio 1871. Mi avete chiesto di raccogliere informazioni sull’Associazione Internazionale e io ho cercato di farlo. Attualmente, si tratta di un’ardua impresa. Londra è indiscutibilmente il quartier generale dell’Associazione, ma gli inglesi sono spaventati e sentono odor d’Internazionale dappertutto, come re Giacomo sentiva odor di polvere da sparo dopo la famosa congiura. Naturalmente, il livello di consapevolezza dei membri dell’Associazione è aumentato con la sospettosità del pubblico e se gli uomini che la dirigono hanno un segreto da custodire, il loro stampo è tale da custodirlo bene. Ho fatto visita a due dei suoi esponenti più in vista; con uno di essi ho parlato liberamente e qui di seguito riferisco il succo della nostra conversazione. Mi sono personalmente accertato di una cosa, e cioè che si tratta di un’associazione di veri lavoratori, ma che questi lavoratori sono guidati da teorici politici e sociali appartenenti a un’altra classe. Uno degli uomini che ho visto, fra i massimi dirigenti del Consiglio, si è fatto intervistare seduto al suo banco da lavoro, e a tratti smetteva di parlare con me per ascoltare le lamentele espresse in tono tutt’altro che cortese da uno dei tanti padroncini del quartiere che gli davano da lavorare. Ho sentito quello stesso uomo pronunciare in pubblico discorsi eloquenti, animati in ogni loro passo dalla forza dell’odio verso le classi che si autodefiniscono governanti. Ho capito quei discorsi dopo aver assistito a uno squarcio della vita domestica dell’oratore. Egli deve essere consapevole di possedere abbastanza cervello da organizzare un governo funzionante ma di essere costretto a dedicare la sua vita alla più estenuante routine di un lavoro puramente meccanico. Pur essendo un uomo orgoglioso e sensibile, era continuamente costretto a rispondere a un grugnito con un inchino, e con un sorriso a un ordine che sulla scala dell’urbanità si collocava più o meno allo stesso livello del richiamo che il cacciatore lancia al suo cane.

Print Friendly, PDF & Email

losguardo

Il mondo deve cambiare

Storia e rivoluzione in Eric J. Hobsbawm

di Gabriele Vissio

7 Mafai Il lavoro storiografico di Eric J. Hobsbawm rappresenta ancora oggi un punto di riferimento obbligato per lo storico dell’età contemporanea e, più in generale, per chiunque sia interessato a comprendere le grandi trasformazioni della contemporaneità tra Otto e Novecento. Se è vero che le sue opere appaiono ormai datate, la sua periodizzazione dell’età contemporanea, suddivisa in un Lungo Ottocento e in un ‘breve’ Novecento,2 mantiene un indiscutibile fascino e costituisce, nonostante tutto, uno straordinario affresco della storia degli ultimi due secoli.

Proprio a partire da questa periodizzazione possiamo rilevare l’importanza che Hobsbawm attribuisce agli eventi rivoluzionari, che segnano e organizzano l’intero movimento della storia contemporanea. È la duplice rivoluzione industriale e politica che segna l’inizio dell’Ottocento borghese; è la rivoluzione del 1848, con il proprio fallimento, a marcare l’inizio del trionfo della borghesia che si prolunga sino agli anni Settanta del secolo, e che darà forma a quel sistema-mondo imperiale che condurrà alla Guerra del 1914 e alla rivoluzione del 1917, dando così avvio al nuovo secolo. E in particolare il Novecento sarà il «secolo delle rivoluzioni», non solo perché le donne e gli uomini di quel periodo assistettero al maggior numero di eventi rivoluzionari di quanto non fosse mai accaduto prima, ma anche perché la storia del Secolo breve coincide di fatto con la storia dell’Unione Sovietica, lo stato nato dalla rivoluzione.

Sarebbe riduttivo credere che la rivoluzione costituisca per Hobsbawm l’elemento chiave nella periodizzazione della storia contemporanea solo in ragione di una comodità storiografica o di una fortuita coincidenza di date.

Print Friendly, PDF & Email

marx xxi

Effetti economici del fascismo

di Lorenzo Battisti

ventennio lavoratoriI duri anni di crisi che stiamo attraversando stanno portando una rinascita dei movimenti di estrema destra in tutti i paesi europei. Questo aumento è dovuto anche ai consensi che questi partiti riescono ad ottenere nei quartieri popolari. Il successo di questi partiti non è solo elettorale o legato esclusivamente al voto di protesta, ma è testimoniato dal diffondersi del sostegno a questa ideologia in vasti strati sociali dei paesi europei: sulle reti sociali si osserva periodicamente il riproporsi diffuso di testi che rivendicano e ricordano i successi del ventennio fascista in Italia, fatto di grandi investimenti e di istituti sociali a favore della popolazione. In sostanza il fascismo viene descritto come un regime bonapartista che, sotto la guida carismatica di Mussolini, ha soggiogato la borghesia italiana, ha contribuito al rilancio e al successo economico del paese e ne ha diffuso i benefici tra tutta la popolazione. Questi risultati vengono ulteriormente esaltati facendo il confronto con gli insuccessi politici ed economici della democrazia repubblicana. Tutto questo è vero? È vero che il fascismo ha migliorato la condizione di tutta la popolazione? I suoi risultati sono stati migliori della democrazia repubblicana?

 

II fascismo

Cerchiamo prima di descrivere quello che fu il fascismo storicamente. Un’approfondita analisi del fascismo fu fatta da Togliatti nel celebre “Corso sugli avversari”, tenuto a Mosca nel 1935: questa analisi copre tutta l’evoluzione del movimento fascista, dalle origini fino alla soglia della Seconda Guerra Mondiale.

Print Friendly, PDF & Email

materialismostorico

Industrializzazione e progresso

La lezione della Rivoluzione d’ottobre

di Giorgio Grimaldi

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017 licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

26925 Favai New York LinguerrimPremessa. Dalla rivoluzione socialista a quella borghese e viceversa

Per dimensioni, dinamiche e contenuti, solo la Rivoluzione francese può essere proposta per un’analisi comparativa con la Rivoluzione d’ottobre, mentre il ciclo rivoluzionario inglese e a maggior ragione la Rivoluzione americana, pur preparando anche sul piano ideologico gli eventi del 1789, fanno riferimento a blocchi sociali troppo diversi da quelli che saranno protagonisti dei rivolgimenti successivi. Naturalmente - e non solo dal punto di vista cronologico - il rapporto tra queste due grandi epoche di crisi storica va subito rovesciato: la Rivoluzione francese è stata uno sconvolgimento politico e sociale le cui ripercussioni su larga scala hanno dato avvio a un ciclo rivoluzionario che si sarebbe concluso esattamente duecento anni dopo.

Tralasciamo gli avvenimenti intermedi come la Comune di Parigi. Tralasciamo anche il fatto che alla fine del XIX secolo la borghesia nel prendere il potere abbia dovuto mettere in azione forze a lei conflittuali, aprendo la strada a istanze nuove e più avanzate; forze anche contrapposte agli interessi borghesi stessi, ma che continueranno a muoversi nel solco della loro provenienza. Se la rivoluzione del 1789 ha visto la presa del potere politico da parte di una classe che già deteneva di fatto quello economico, la rivoluzione del 1917 si è trovata di fronte per lo meno un doppio ostacolo: giungere al socialismo a partire da un’economia ancora prevalentemente agraria.

Print Friendly, PDF & Email

intrasformazione

Una lunga e sofferta meditazione sulla sconfitta

di Giuseppe Guida

7951849f754567efbdd0d05913cab161«C’è un’intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra», ha scritto Walter Benjamin: «A noi, come ad ogni generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una debole forza messianica, su cui il passato ha un diritto»1. In altre parole: il tempo non è necessariamente entropico; non è solo il cumulo di rovine contemplato dall’Angelus novus. È possibile che la generazione precedente possa orientare la nuova generazione verso il futuro, non già, però, ove si consideri quest’ultimo come suscettibile di essere generato spontaneamente e meccanicamente dal passato, secondo le tradizionali mitologie del progresso, ma come luogo in cui possono essere proiettate le aspirazioni irredente degli sconfitti. E’ così che, secondo Benjamin, dal passato si riaccende «la favilla della speranza»: nel buio può ritornare, sia pure debole e discontinua, la coscienza della luce. L’opera dello storico può risultare utile a questo scopo, ove riesca a far esplodere alla superficie della coscienza momenti dimenticati del nostro passato, a recuperare frammenti di parole all’interno di vite ormai ridotte al silenzio.

La nuova biografia di Gramsci scritta da Angelo D’Orsi sembra muoversi esattamente in questa direzione. Gramsci non è qui presentato come il creatore di un patrimonio di idee che altri hanno poi provveduto a custodire ed incrementare. Ci appare piuttosto come uno sconfitto la cui esistenza chiede ancora riscatto. I Quaderni, scrive D’Orsi, costituiscono «una lunga e sofferta meditazione sulla sconfitta»2.

Print Friendly, PDF & Email

materialismostorico

Questione nazionale e «fronte unico»

Zetkin, Radek e la lotta d’egemonia contro il fascismo in Germania

di Stefano G. Azzarà*

Pubblicato su “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane", n° 2/2017 licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0

ev terza int1. La questione tedesca nel movimento comunista

Nel movimento operaio internazionale, la questione tedesca e le sue possibili ricadute sulle prospettive generali della rivoluzione socialista in Europa hanno costituito un argomento tradizionalmente assai dibattuto. Come faceva notare Pierre Broué, riportando nelle pagine iniziali della sua celebre opera sulla – mancata – rivoluzione tedesca le ottimistiche previsioni letterarie di Preobrazhenskij e gli auspici politici di Zinovev1, è un dibattito che si è fatto però tanto più necessario e intenso con l’Ottobre e soprattutto negli anni successivi alla conclusione della Prima guerra mondiale, in ragione delle profonde trasformazioni politiche che si erano verificate in Germania dopo la sconfitta e la caduta del Kaiser e nel contesto di un conflitto civile dalle conseguenze imprevedibili. Un conflitto a intensità variabile ma pressoché ininterrotto, le cui incontrollabili esplosioni – ora a destra, ora a sinistra – sembravano certamente porre le basi per la rottura definitiva di quell’ordine borghese del quale la socialdemocrazia, nelle analisi dei bolscevichi, si era fatta garante a Weimar. Ma che rischiavano al tempo stesso di condurre ad un esito decisamente diverso da quello che ancora dopo il Terzo congresso il Comintern riteneva comunque prossimo, come sarebbe in effetti accaduto in Italia con la presa del potere da parte del fascismo nel 19222.

Print Friendly, PDF & Email

carmilla

E’ successo un sessantotto!

di Sandro Moiso

Guido Viale, il 68, Interno 4 Edizioni 2018, pp. 328, € 22,00

lotta continua 1 maggio 1970 foto 01 compDal poco che si vede sui banchi delle librerie, tutto sembra esser pronto per celebrare nel 2018 un ’68 farlocco i cui i protagonisti non sembrano più essere gli operai e i giovani, studenti o meno, che lo agitarono ma soltanto gli intellettuali, gli autori, i rappresentanti della Legge e della Kultura, gli uomini e le donne buoni per tutte le stagioni, tutti rappresentanti attuali dell’establishment politico, culturale e mediatico, con le cui noiose e perniciose testimonianze alcune riviste hanno già imbottito le pagine dedicate all’attuale cinquantenario di un movimento che in realtà iniziò ben prima e da ben altri lidi. Così come ha già ben sottolineato Valerio Evangelisti nei giorni scorsi proprio su Carmilla.

Per questo motivo l’attuale quarta edizione del testo di Guido Viale “Il sessantotto tra rivoluzione e restaurazione”, uscito per la prima volta nel 1978 per le edizioni Mazzotta, potrebbe rivelarsi utile e necessaria, considerato anche il fatto che alla stessa sono state aggiunte una nuova introduzione dell’autore, 64 pagine a colori che riproducono volantini, manifesti, opuscoli e libri dell’epoca oltre al fondamentale manifesto della rivolta studentesca “Contro l’università”, scritto da Viale e pubblicato nel febbraio di quello steso anno sulle pagine del n° 33 dei Quaderni Piacentini. Mentre per gli amanti della grafica e della memoria compare anche la ristampa (estraibile) del manifesto diffuso dal Soccorso Rosso, negli anni successivi, a difesa di Pietro Valpreda e di denuncia delle trame terroristiche di Stato, disegnato da Guido Crepax.

Print Friendly, PDF & Email

marxismoggi

Per la rivoluzione e per la controrivoluzione: Gramsci e Gentile

di Emiliano Alessandroni*

gentile croce gramsciNei Quaderni del carcere, allorché si trova a illustrare il concetto di unità tra teoria e pratica, e tra storia e filosofia, Antonio Gramsci insisterà più volte sull'affermazione di Engels secondo cui, non già una corrente culturale, ma il proletariato tedesco in carne e ossa sarebbe l'autentico «erede della filosofia classica tedesca»1. Quelle spinte universalistiche che lo sviluppo, ancorché critico, dell'Aufklärung avevano sprigionato, sotto l'influsso di un evento di portata mondiale come quello della Rivoluzione Francese, trovavano ora una nuova incarnazione nelle lotte di classe ai tempi di Engels e in un'altra Rivoluzione dagli effetti planetari, come presto fu quella dell'Ottobre, ai tempi di Gramsci.

Diametralmente opposto, a tal proposito, risulta il giudizio di Giovanni Gentile. Per questi, tutte le lotte ingaggiate dai ceti subalterni per acquisire diritti sociali e i tentativi di sollevazione da parte delle masse popolari, costituiscono una forza anetica e materialistica suscettibile di disgregare lo spirito statale. Egli condanna quest'ascesa a partire dal superamento delle restrizioni censitarie nel suffragio, affermando che con l'estensione del diritto di voto «il potere centrale dello Stato» si è visto «indebolito, piegato al vario atteggiarsi della volontà popolare attraverso il suffragio popolare»2.

Print Friendly, PDF & Email

sinistra

La Rivoluzione d’Ottobre

di Paolo Giussani

1989 0 3401.

La Rivoluzione del 1917 sta all’ideologia rivoluzionaria del XX secolo all’incirca come la resurrezione di Lazzaro sta alla fede nella divinità del Cristo, è proprio una disdetta che nel seguito Lucifero si sia preso una bella rivincita.

La vecchia guardia bolscevica è stata eliminata; si è creato un regime politico autocratico retto in coabitazione da ex-menscevichi ed ex-burocrati dell’apparato zarista che ha disposto del controllo dei mezzi di produzione, distribuzione, comunicazione, di tutto quanto; l’economia e la società dell’ex-impero zarista si sono trovate ad essere quasi completamente isolate dal resto del mondo; i lavoratori hanno assunto un atteggiamento completamente passivo e apatico nella più atomizzata società che sia mai esistita nell’epoca moderna. Assieme alla patetica recita della guerra fredda, tutto questo è formidabilmente servito a dimostrare che il capitalismo e la società occidentale sono il migliore dei mondi possibili, anzi l’unico possibile, deviando dal quale si violano le leggi della natura generando mostri che non sono neppure in grado di riprodursi regolarmente. La prima (presunta) grande rivoluzione socialista si rivelava essersi convertita nel miglior sostegno politico e ideologico alla permanenza del capitalismo.

Print Friendly, PDF & Email

illatocattivo

Ti ricordi?

A cent’anni dall’Ottobre russo: la questione dell’internazionalismo

Il Lato Cattivo

red square moscow russia c3d71cC'è chi immagina che l'esperienza storica dell'Ottobre 1917 sia ancora e sempre pregna di mirabolanti lezioni da impartire al presente, in primis riguardo alla «necessità del partito»... o della democrazia nel partito... o della non-democrazia nel partito (non ebbe forse ragione Lenin, solo contro tutti, sostenendo le Tesi di Aprile?); o, all'opposto, riguardo alle ragioni per cui la forma-partito o l'idea comunista tout court debbano necessariamente tramutarsi in un nuovo dominio... Insomma, ce n'è per tutti i gusti. Potendo disporre di una macchina del tempo, sarebbe interessante spedire tutti questi cultori della Historia Magistra Vitae proprio nella Russia del 1917, per vedere allora quanto poco il senno di poi sarebbe loro di conforto. Alcuni di costoro si scannano ancora per sapere esattamente in quale anno-mese-giorno le cose hanno cominciato a buttar male per la rivoluzione. Nel '21 (NEP)? Nel '24 (morte di Lenin)? Nel... (compilare a piacere, ndr)? Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là. Poi arriva il solito anarchico impolverato, con l'aria di quello a cui non la si dà a bere: «...e Kronstadt???». Ecco un piccolo campionario dei temi e dei dibattiti che non appaiono in questo breve testo, se non per l'unico uso che oggi se ne può fare: lo scherzo.

Print Friendly, PDF & Email

fondaz.sabattini

L’eredità rimossa del ‘77 Operaio

di Gianni Rinaldini*

settantasette csA quarantanni di distanza, le diverse iniziative e pubblicazioni che si riferiscono al '77, lo propongono prevalentemente come l'anno dei movimenti e del diffondersi della violenza armata organizzata e degli atti terroristici.

Scompare in questo modo il '77 operaio cioè la straordinaria presenza in campo della soggettività degli operai che dalla fine degli anni sessanta, ha rappresentato la vera novità, nei modi, nei contenuti e nelle forme per la trasformazione democratica della società.

Mi riferisco alla vertenza del gruppo Fiat, che allora coinvolgeva circa 200.000 tra lavoratori e lavoratrici, che dopo 100 ore di sciopero, si concluse nel mese di luglio con un grande successo e allo sciopero generale dei metalmeccanici promosso dalla Flm con manifestazione a Roma il 2 dicembre '77, contro le politiche economiche del governo monocolore di Giulio Andreotti, il cosidetto "governo delle astensioni" che si reggeva sul voto di "non sfiducia" del Pci, cioè sull'astensione alla Camera e sull'uscita dall'aula, al Senato.

Tutto ciò non può e non deve essere oscurato o negato nella trasmissione della memoria, perché semplicemente non aiuta a capire che cosa è successo prima, durante e dopo il '77 nella storia sociale politica di questo paese.

Per questo l'iniziativa sul '77 operaio, deve anche essere l'occasione per una riflessione sull'importanza di quella stagione.

Print Friendly, PDF & Email

prometeolibero

“Eravamo combattenti, non terroristi”

Giacomo Di Stefano intervista Sergio Segio

sergio segio susanna ronconi matrimonio ansaÈ un uomo distinto, ha poco più di sessant’anni e si occupa di diritti umani e di disuguaglianze sociali. Se un ragazzino di 15 anni lo sentisse parlare penserebbe che Sergio Segio sia un docente universitario di lungo corso. Mai potrebbe immaginare che Segio ha passato gran parte della sua vita in carcere ed era il comandate militare di un’organizzazione armata di estrema sinistra: Prima Linea. Un gruppo protagonista negli ‘anni di Piombo’ di violenze e omicidi ai danni di docenti universitari, magistrati e agenti di polizia. Dopo oltre 20 anni di reclusione, Segio dal 2004 è un uomo libero e oltre all’impegno nel volontariato ha collaborato con vari quotidiani nazionali e da qualche anno dirige il magazine Human Right. Quest’intervista – che Segio ci ha concesso gentilmente e che si è svolta in forma indiretta, con consegna delle domande in forma scritta e presentazione scritta delle risposte – non nasce come apologia della lotta armata né come la riabilitazione dell’immagine di una figura controversa. Ma come pretesto per approfondire una stagione della nostra storia da un punto di vista inedito, spesso conosciuto in maniera superficiale e non dalla voce dei suoi protagonisti.

* * * *

Segio, il gruppo terroristico che ha fondato, Prima Linea, in sei anni (1976-1983) si è macchiato di 23 omicidi. Tra i vari motivi di rimorso, quali sono le cose che hanno provocato un senso di pentimento maggiore?

Print Friendly, PDF & Email

marxismoggi

Russia 1917. Un anno rivoluzionario

di Elena Fabrizio* 

2401 03La parola/è un condottiero/della forza umana, scriveva Majakovskij nel 1926 in uno dei suoi magistrali versi, con i quali reagiva furioso al suicidio del poeta Sergèj Esénin, un gesto di insopportabile rinuncia a combattere con la parola e quindi a esaltare la vita dopo che si sia contribuito anche a trasformarla. Majakovskij è stato il più grande poeta rivoluzionario, per aver trasformato se stesso nel proprio tempo mentre questo tempo lavorava al progresso della civiltà con un dinamismo che non ha pari nella storia mondiale. Un dinamismo ciclopico, per parafrasare Pasternak, che travolge o stravolge, in cui «tutti si sentono grandi nel loro disorientamento», «come se ognuno fosse oppresso […] da una natura eroica rivelatasi in lui» (Il dottor Živago).

È con la parola quale condottiero della forza umana e delle sue debolezze che Guido Carpi, profondo conoscitore dell’universo culturale e politico russo, ha scelto di narrare la rivoluzione nel suo Centenario, interpellando protagonisti e testimoni attivi che ne registrano le fasi, gli umori, le illusioni e disillusioni, le attese di palingenesi o le angosce apocalittiche. La ricchezza delle loro testimonianze biografiche, letterarie, poetiche, artistiche, filosofiche e politiche, le diverse emotività che essi esprimono o i diversi destini che essi incarnano, le loro diverse posizioni  rispetto agli eventi e le conseguenti scelte politiche restituiscono l’immagine di un periodo storico drammatico ed esaltante, in cui forte è la coscienza del tramonto di un’epoca, che alcuni cercano di ritardare, o di transizione e trasformazione verso una società altra che invece altri vogliono contribuire a progettare.

Print Friendly, PDF & Email

carmilla

1917, un anno da non dimenticare

di Sandro Moiso

China Miéville, OTTOBRE. Storia della Rivoluzione russa, Nutrimenti 2017, pp. 416, € 19,00

9788865945278 0 0 0 75Voglio chiudere questo centenario di scarse e, ancor più, confuse celebrazioni parlando di uno dei pochi testi originali ed interessanti pubblicati dall’editoria italiana nel corso dell’anno tra quelli dedicati alla ricostruzione degli avvenimenti che condussero alla Rivoluzione di Ottobre. Non a caso il testo proviene dal mondo anglo-sassone la cui tradizione storiografica, nel corso degli anni, ha continuato a dedicare grande attenzione ad uno degli episodi destinati a fondare il ‘900 e il suo immaginario sociale, culturale e politico.

Forse per questo motivo, il testo non è opera di uno storico tradizionale e non è figlio soltanto di un impegno militante, ma proviene dalla penna di uno dei più importanti autori di letteratura dark fantasy e SF degli ultimi anni: China Miéville (Londra 1972). Vincitore di numerosi e prestigiosi premi letterari in ambito fantascientifico e horror ( premio Bram Stoker nel 1999; premi Arthur C. Clarke e British Fantasy per il 2001; International Horror Guild e ancora Bram Stoker per il 2003; premi Arthur C. Clarke e Locus per il 2005; premio Locus per il 2008; poi ancora vincitore dei premi Locus, Arthur C. Clarke, British Science Fiction e World Fantasy in anni successivi e infine finalista per il premio Hugo 2012 nella categoria Miglior romanzo), lo scrittore è stato e rimane però ancora militante della sinistra radicale inglese.

Print Friendly, PDF & Email

lavoro culturale

A cosa somiglia una rivoluzione

Lenin e la politica economica sovietica

Tiziano Annulli intervista Vladimiro Giacché

Pubblicato per Il Saggiatore lo scorso 29 Giugno, Economia della rivoluzione è un’antologia di scritti di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, ampiamente introdotta e commentata da Vladimiro Giacché, filosofo normalista, economista e presidente del Centro Europa Ricerche

bolscevichi 768x570Quelli raccolti in Economia della rivoluzione sono dei testi che Lenin dedicò alla politica economica sovietica a partire dall’ottobre 1917, anno della presa del potere da parte dei Soviet, fino al marzo 1923, momento in cui la malattia che lo aveva colpito gli impedì di proseguire il suo lavoro per condurlo, quasi un anno più tardi, alla morte. Articoli, saggi, abbozzi di risoluzioni politiche, resoconti stenografici di interventi pubblici, appunti, promemoria. Economia della rivoluzione è un insieme eterogeneo di scritti – già editi in Opere Complete, pubblicate prima da Editori Riuniti e poi, ampliate, da Edizioni Lotta Continua – organizzati da Giacché secondo una scansione temporale: I) la presa del potere e i primi mesi di governo; II) lo scoppio della guerra civile e il comunismo di guerra; III) la Nuova politica economica.

Tre grandi capitoli all’interno dei quali prende corpo e si evolve la riflessione di Lenin, una riflessione che, nell’affrontare il problema dello sviluppo economico, continuamente si confronta con il portato della filosofia marxista e la sua ortodossia, riflette sulla necessità e sulla possibilità della formazione di una classe dirigente in un contesto arretrato, tratteggia i confini di una strategia politica costretta fra la ricerca del consenso, la dialettica con il capitalismo, l’imperialismo, si cimenta con i temi dell’emancipazione femminile.

Oltre cinquecento pagine che tornano attuali sia perché portatrici di una riflessione radicalmente alternativa al modo di produzione capitalistico, sia come esempio di un pensiero temerario, al tempo stesso rigoroso e pragmatico.