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coordinamenta

Un filo rosso: Rosa Luxemburg e Ulrike Meinhof

di Elisabetta Teghil

tumblr kr1gk99Kzq1qzt0f0o1 500“No, non voglio essere una delle vostre donne confezionate col cellophane. Non voglio essere presenza tenera di piccole risate e di sorrisi stupidamente allettanti e dovermi sforzare di essere quel tanto triste e ammiccante e al tempo pazza e imprevedibile e poi sciocca e infantile e poi materna e puttana e poi all’istante ridere pudica in falsetto a una vostra immancabile trivialità.” Ulrike Meinhof  

* * *        

Il libro appena uscito per le Edizioni Gwynplaine  “Ulrike Meinhof, una vita per la rivoluzione-R.A.F. Teoria e prassi della guerriglia urbana” a cura di Giulia Bausano e Emilio Quadrelli su Ulrike Meinhof e sui documenti della RAF, viene a distanza di 37 anni da quando l’editore Bertani pubblicò “La guerriglia nella metropoli -Testi della RAF e ultime lettere di Ulrike Meinhof”.

In quella occasione in una nota, l’editore rammentò un articolo della stampa mainstream che ipotizzava che in un “covo” erano stati ritrovati degli scritti della RAF con un elenco di nomi fra cui un certo “George Bertein”. Era facile fare il collegamento fra questa presunta scoperta e il nome dell’editore Giorgio Bertani.

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palermograd

Lenin e l'ombra lunga del militarismo

Unione Sovietica, partito bolscevico, Gramsci in alcuni recenti contributi storiografici

di Tommaso Baris

In seguito all’incontro seminariale di martedì 1 marzo tenuto presso il circolo Rosa Luxemburg, pubblichiamo una riflessione sulla storia dell’Unione Sovietica scritta da Tommaso Baris, docente di storia contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo

Revolución marzo rusia russianbolshevik00rossuoftLa storiografia italiana si è arricchita recentemente di alcuni importanti contributi sulla storia dell’Unione Sovietica, permettendoci di rendere estremamente più articolata l’immagine dell’Urss costruita nel nostro paese. In particolare punto di partenza di questa riflessione sono i lavori di Silvio Pons e di Andrea Graziosi, che hanno condensato in due importanti volumi sul movimento comunista internazionale e sulla storia dell’Urss un pluriennale lavoro di ricerca[1].

Tra le tante questioni segnalate dai due volumi vale la pena soffermarsi su quella che mi pare cruciale: la forte correlazione esistente tra Grande Guerra e forma politica assunta dal partito bolscevico nel corso della sua presa del potere. Pons insiste molto su questo aspetto cruciale, sul fatto cioè che il bolscevismo, dinanzi al massacro della Prima guerra mondiale, abbia adottato un modello organizzativo strettamente militare, introiettando fortemente nella sua cultura politica le categorie e le forme organizzative tipiche di un moderno esercito di massa in vista del suo diventare il “partito della guerra civile”. L’idea di Pons è che questo tratto burocratico-militare costituisca l’essenza dell’approccio alla politica del bolscevismo e che caratterizzi quindi le scelte politiche non solo nel corso della guerra civile russa scoppiata dopo la presa del Palazzo d’Inverno a Pietroburgo, ma che continui ad operare anche dopo la stabilizzazione dello Stato sovietico, tanto nelle sue relazioni interne che in quelle esterne.

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sinistra

Ancora sull'«Effetto di sdoppiamento»

di Roberto Sidoli, Massimo Leoni, Daniele Burgio

pitagoraQui di seguito una lettera del compagno Enrico Galavotti con la nostra risposta sulle discussione aperta con tema l'Effetto di sdoppiamento:

«Per me resta esagerato far risalire la civiltà a 9000 anni fa (singole città, come p.es. Gerico, non fanno testo perché rappresentano delle eccezioni). La nascita dell’agricoltura e dell’allevamento di per sé non implica la nascita delle classi. Diciamo che i problemi insorgono quando gli allevatori si contrappongono agli agricoltori, ma questo, su ampia scala, in varie parti del pianeta, ha cominciato ad avvenire 6000 anni fa. Una specializzazione in una mansione lavorativa di per sé non implica un antagonismo sociale.

Che poi una città come Gerico appartenesse allo stile collettivistico, quello stile tipico del paleolitico, per me è un controsenso. Una qualunque città esprime uno stile di vita non conforme a natura, quindi anticollettivistico per definizione. La città tende inevitabilmente a schiavizzare la campagna circostante, proprio perché non può pretendere l’autonomia alimentare. Essa implica già una sorta di stratificazione sociale e la comparsa della religione, che le è sempre correlata.

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socialismo2017

L’economia sovietica: parabola di un capitalismo atipico

di Edoardo De Marchi

Senzanome6Presentazione

Come abbiamo scritto nel nostro primo editoriale, questo blog ospiterà e produrrà sia interventi sulla congiuntura politica, sia più ampie riflessioni sulla fase storica attuale, sia testi teorici di diversa lunghezza ma di apprezzabile densità. A quest’ultima categoria appartiene lo scritto che, estrapolandolo da un suo lavoro  in progress, Edoardo De Marchi ha voluto predisporre proprio per Socialismo 2017. Si tratta di una interessante sintesi dell’intera esperienza economica sovietica, ispirata alle letture di Charles Bettelheim e Gianfranco la Grassa ma avente una propria autonoma direzione. Al di là degli accordi e dei dissensi, Socialismo 2017 sceglie o chiede testi che rimettano all’ordine del giorno la discussione sul socialismo e lo facciano con serietà teorica e culturale: si vedrà facilmente che il bel contributo di De Marchi corrisponde in pieno a questi requisiti.

EDOARDO DE MARCHI – Ha insegnato Storia nella secondaria superiore e discipline economiche presso l’Università di Venezia. Si è dedicato a studi relativi all’intreccio fra evoluzione dei paradigmi economici e trasformazioni del capitalismo, pubblicando vari testi su questi temi. Tra gli ultimi ricordiamo Verso un nuovo capitalismo , Unicopli 2007 (con G. La Grassa) e L’economia politica del capitalismo industriale, Unicopli 2011.

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carmilla

Appuntamenti mancati, indirizzi sbagliati

di Sandro Moiso

Corrado Basile, L’«OTTOBRE TEDESCO» DEL 1923 E IL SUO FALLIMENTO. La mancata estensione della rivoluzione in Occidente, Edizioni Colibrì 2016, pp.170, € 15,00 

1224647 german government forces stand in a berlin streetCorrado Basile da anni si dedica a ricostruire criticamente la storia dell’esperienza della Sinistra Comunista italiana ed internazionale nel corso del XX secolo e, in particolare, della sua parabola nei primi decenni dello stesso. La sua ultima fatica editoriale pertanto si colloca in tale continuità di studi, ma, allo stesso tempo, si propone come un’importante riflessione su temi e problemi ancora di cocente attualità. Primo tra tutti quello della centralità , o meno, della classe operaia e del suo ruolo all’interno di un radicale sovvertimento del modo di produzione attuale e della politica di alleanze che, attraverso le sue organizzazioni e partiti, dovrebbe saper mettere in piedi in una tale prospettiva. Ben al di là, naturalmente, della “egemonia”, principalmente culturale, teorizzata da Gramsci.

Tema delicato in cui una sorta di idealizzazione della stessa, ricollegabile alle trasformazioni avvenute forse più a partire più dall’inizio del ‘900 che ai fondatori del socialismo, ha forse raggiunto nell’operaismo degli anni settanta, e nei suoi attuali epigoni, il suo limite e il suo massimo rilievo teorico.1

Fin dalla premessa l’autore si chiede, a proposito della mancata rivoluzione tedesca del 1923,

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manifesto

Il piombo degli anni

Ron Augustin intervista Wienke Meinhof

Incontro con Wienke, sorella di Ulrike Meinhof

10 ultima storie ulrike meinhof facebookUlrike Meinhof moriva in carcere 40 anni fa, a 41 anni. Per le autorità, un suicidio. Per i militanti e i movimenti, un’omicidio di Stato su cui ancora si discute. Ulrike faceva parte della Rote Armee Fraktion. Quando morì, sua sorella Wienke aveva 44 anni. Le due donne avevano ciascuna la propria storia politica, e la condividevano. Dopo l’arresto di Ulrike nel 1972, Wienke portò avanti per decenni l’impegno a favore dei detenuti della Raf, contro l’isolamento carcerario e per la loro liberazione. In questa intervista con Ron Augustin, parla dell’evoluzione politica, della prigionia e della morte di sua sorella.

* * *

Un documentario su Patrice Lumumba, «Death Colonial Style», diretto da Thomas Giefer, mostra che ci vollero quattro decenni per rivelare le circostanze precise della sua morte. Quando hai visto l’opera di  Giefer, compagno di studi di Holger Meins, hai detto che avrebbero potuto essere necessari 40 anni anche per sapere che cosa era accaduto a Stammhein. Ci sono fatti nuovi?

No. Le conclusioni della Commissione internazionale d’inchiesta, presentate in una conferenza stampa a Parigi nel 1979, avevano rivelato tali contraddizioni all’interno dei rapporti ufficiali per cui ogni sforzo risultava orientato a occultare la vicenda.

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resistenze1

11 Marzo 2016:  Noi non dimentichiamo

A dieci anni dalla morte di Milosevic

di Enrico Vigna

12696292 10207603400975851 157834678 n 680x365Premessa storica

Nell'affrontare gli eventi verificatisi a Belgrado alla fine del Giugno 2001, culminati con il rapimento e poi la morte nel 2006 di Slobodan Milosevic, occorre partire da un dato, mai citato qui in Occidente. Alla scadenza dei tre mesi di carcerazione nella prigione di Belgrado, il collegio difensivo dell'ex Presidente della Jugoslavia, accusato, tra l'altro, di abuso di ufficio, corruzione, omicidio, stragi e concussione, presentò la domanda di scarcerazione entro il 30 giugno 2001 per assoluta mancanza di prove. Le accuse, infatti, erano tutte basate su supposizioni personali rilasciate da 12 testimoni d'accusa considerati decisivi. Nessuno di essi però andò oltre genericità, supposizioni e ipotesi di colpevolezza.

Ed ecco che, casualmente, il 28 Giugno 2001, dopo pressioni, ricatti e ultimatum da parte degli Usa e della Nato al governo fantoccio DOS, scatta l'operazione che portò al rapimento di Milosevic sotto la regia CIA avendo dichiarato che lo Stato Maggiore dell'Esercito Jugoslavo non aveva fornito né un uomo, né un mezzo per l'estradizione dell'ex Presidente.

Ci sono tuttavia delle verità nascoste, poi svelate dagli stessi stipendiati dell'Occidente, che dimostrano il grado di completa sottomissione e dipendenza dei “nuovi” governanti “liberi e democratici” incaricati di far crollare e asservire agli interessi occidentali la piccola Jugoslavia.

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palermograd

Pianificare non basta?

di Giovanni Di Benedetto

rm 43 2640Chi, ostinatamente, si pone il problema della trasformazione della società presente non può limitarsi soltanto a darne una descrizione critica, individuandone i limiti, le inadeguatezze e i punti di rottura. Oltre a formulare un’analisi che sia la più fedele possibile allo stato delle cose esistenti, deve anche provare ad esaminare le modalità con le quali, in passato, sono stati sperimentati i tentativi di cambiamento. Una tale osservazione vale a maggior ragione per il più importante, drammatico e straordinario tentativo di rottura rivoluzionaria con il capitalismo e di costruzione del socialismo compiuto lungo la storia del XX secolo. Quello relativo alla rivoluzione del ’17 e alla nascita dell’URSS.

Del sistema sovietico si sono date le definizioni teoriche più svariate e differenti: Stato operaio degenerato, collettivismo burocratico, capitalismo di Stato,  società di transizione al socialismo, società di transizione al capitalismo. E ancora, modo di produzione statuale, sistema di produzione asiatico, dispotismo statale interventista e dispotismo orientale. Il punto è, tuttavia, che nella misura in cui ognuna di queste definizioni può esprimere tracce di verità, essa comunque cela, al contempo, elementi di complessità più ampi e profondi. Peraltro, nessuna di tali definizioni può negare il fatto che, nella misura in cui l'Unione Sovietica si presentava come ‘un sistema socialista realmente esistente’, essa sembrava concretamente rappresentare un’alternativa reale e effettiva all’anarchia del capitalismo. Sì, proprio così, l’inaspettato successo della rivoluzione russa mostrò a tutto il mondo che una società socialista poteva essere edificata sulle macerie della guerra e di uno Stato imperialista.

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attiliofolliero

Arrigo Cervetto a cinquant'anni dalla nascita di Lotta Comunista

Attilio Folliero intervista Dante Lepore

3conferenzanazionaleGAAPLivorno26e27settembre1953Cinquant'anni fa, nel dicembre del 1965, usciva il primo numero di Lotta Comunista, l'organo ufficiale dell'omonimo partito fondato da Arrigo Cervetto assieme a Lorenzo Parodi. Per parlare di Arrigo Cervetto, delle sue idee, della concezione del partito abbiamo intervistato Dante Lepore, che per anni è stato militante di Lotta Comunista; ha conoscito Arrigo Cervetto e collaborato con lui nella fondazione della sede torinese di Lotta Comunista.

Ricordiamo che Arrigo Cervetto T nato a Buenos Aires, Argentina, il 16 aprile del 1927 ed è morto a Savona il 23 Febbraio 1995. Nella foto a lato, Arrigo Cervetto durante la partecipazione alla Terza Conferenza Nazionale dei GAAP, svoltasi a Livorno il 26 e 27 settembre 1953.

 

D. Il Partito, la formazione del partito del proletariato, del partito di classe è uno degli aspetti fondamentali del marxismo. Arrigo Cervetto ha affrontato tale questione. Qual è la concezione del partito in Arrigo Cervetto?

R. Questa domanda, pur nell’apparente semplicità, è complessa, dato che riconduce alla genesi e maturazione di un problema, quello del partito di classe, che non è una mera astrazione concettuale e mai era stato precedentemente posto allo stesso modo e che lo stesso Cervetto dovette sviluppare in una complessa vicenda storica.

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minimamoralia

Armi e Bagagli, un diario dalle Brigate Rosse

Cause ed effetti

di Emanuele Trevi

Pubblichiamo di seguito la prefazione di Emanuele Trevi a Armi e Bagagli (il memoir di Enrico Fenzi ripubblicato da Egg Edizioni) e un estratto dal primo capitolo del libro. La prefazione di Emanuele Trevi, che ringraziamo, accompagnava l’edizione Costa & Nolan. L’illustrazione è di Pietro Corraini

corrainiPer introdurre Armi e bagagli di Enrico Fenzi mi sarà necessario condividere almeno in parte gli stessi rischi che l’autore ha affrontato scrivendo la sua opera. A farmi accettare questi rischi non basterebbe nemmeno la profonda amicizia che mi lega a Enrico: l’argomento decisivo, in questi casi e di fronte a una materia così spinosa, non è, non può essere che il grande valore di questo libro, non a caso arrivato alla sua terza edizione (ora alla quarta, ndr). Ma è proprio intorno e in conseguenza a questa nozione di “valore” che iniziano i guai. A primo impatto, infatti, potrebbe anche suscitare fastidio e addirittura ripugnanza l’elogio delle qualità letterarie di un libro che ha per sottotitolo Un diario dalle Brigate Rosse.

È inutile negare che su un discorso che abbia questo tipo di intenzione pende come una spada di Damocle l’accusa di un cinismo sordo al male e al dolore reali evocati in Armi e bagagli. Ma questo rischio (l’accusa infamante di “fare della letteratura” di fronte a tragedie reali) è corso, in maniera molto più radicale, dall’autore in prima persona. Che al danno fatto avrebbe pure aggiunto la beffa di scriverci su un “bel libro”. Questa diffidenza per la letteratura e per il “fare della letteratura” ha radici antiche e profonde, e può vantare anche, non costa nulla ammetterlo, dei buoni argomenti.

Scegliendo nonostante tutto la letteratura, a Enrico Fenzi non è rimasta che la più svantaggiosa delle scommesse: si è affidato alla sua opera, le ha delegato interamente il compito di parlare per lui. Il che significa, prima di tutto, rinunciare all’ombrello protettivo delle proprie intenzioni.

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Ascesa e declino nella storia economica d’Italia

G. Gabbuti intervista Emanuele Felice

9f6e4a5cover25785Con Ascesa e declino. Storia economica d’Italia (il Mulino, Bologna 2015, 392 pp), Emanuele Felice offre una sintetica ma assai documentata narrazione dell’evoluzione dell’economia italiana dall’Unità ad oggi. Classe 1977, abruzzese, Dottorato a Pisa, Felice è recentemente rientrato in Italia come Professore Associato presso l’Università D’Annunzio di Chieti-Pescara, dopo un periodo di cinque anni all’Università Autonoma di Barcellona. Il suo libro è per certi versi il primo tentativo di sintesi della storia economica italiana a seguito della grande crisi – non solo quella globale ed europea degli ultimi anni, ma quella più generale italiana, che le precede di almeno due decenni. L’ultima grande sintesi accademica – quella di Vera Zamagni, intitolata Dalla Periferia al centro – si chiudeva infatti con il 1990: e già all’epoca, osservatori come Marcello De Cecco si chiedevano con amara ironia se il titolo non avrebbe dovuto essere integrato, già dalla seconda edizione, con un “…e ritorno”. Felice, che in un recente articolo con Giovanni Vecchi ha certificato questo “ritorno” nelle misure di produzione come il PIL, nel suo libro estende l’analisi alla grande mole di dati prodotti dalla storiografia economica italiana negli ultimi decenni. Relegando tuttavia la gran parte delle serie storiche nell’appendice online, i dati vengono evocati nel testo in modo da venire incontro al lettore non tecnico, non sovrastando ma accompagnando costantemente la narrazione storiografica. Proprio per questa caratteristica, Ascesa e Declino sta generando un dibattito abbastanza insolito per la disciplina sui giornali, con qualche eco anche nel dibattito politico interno al Partito Democratico. Per questo, il libro si presta a ragionare non solo della storia economica italiana, ma anche di come questa possa interrogare il presente, di quale ruolo debba avere come disciplina all’interno della formazione e del discorso pubblico italiani. Per questo motivo vi proponiamo un’intervista, come prima pietra di un focus tematico sulla storiografia economica e sociale italiana.

***

Il libro è organizzato seguendo le categorizzazioni classiche della storiografia italiana – Italia Liberale, Fascismo, Dopoguerra (prima e dopo Bretton Woods). Molti tuoi colleghi, in effetti, si sono concentrati su uno solo di questi periodi. Traendo beneficio dalla prospettiva di lungo periodo, è corretto mantenere questa tradizionale suddivisione rigida, o prevalgono elementi di continuità nello sviluppo italiano, come sostenuto ad esempio da Rolf Petri?

Sicuramente esistono elementi di continuità, ed è anche normale che sia così.

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popoff

Pietro Ingrao, l’uomo che non rompeva mai

di Marco Zerbino

Ritratto di Pietro Ingrao, protagonista di svolte mancate dentro e fuori il Pci, riformista di sinistra, simbolo della sinistra italiana

foto198La sinistra italiana (quel che ne rimane) piange in queste ore Pietro Ingrao, storico dirigente “eretico” del Partito Comunista Italiano deceduto nella sua abitazione romana domenica 27 settembre, all’età di cento anni. Per lui si sprecano non solo i necrologi e le inflazionate etichette giornalistiche di “grande vecchio”, “guru”, “padre nobile”, “papa laico della sinistra italiana” e simili, ma anche le menzioni e i ricordi ufficiali da parte delle più alte cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha affermato di considerare la figura di Ingrao un “patrimonio del paese”, al presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi, che ha pagato pegno alla cospicua componente ex-comunista del partito di cui è leader definendolo “uno dei testimoni più scomodi e lucidi del Novecento e della sinistra”. Perfino Giuliano Ferrara, un tempo comunista e poi passato armi e bagagli prima al Psi di Bettino Craxi e in seguito direttamente alla corte di Silvio Berlusconi, lo ha ricordato con affetto in un’intervista concessa al quotidiano Il Messaggero: “è venuto a mancare un pezzo della mia vita”.

Un simile unanimismo, se è almeno in parte comprensibile data l’elevata statura morale e culturale di un uomo che ha realmente fatto la storia dell’Italia repubblicana e del comunismo italiano, prima come giovane membro della Resistenza, poi come dirigente e intellettuale del Pci, parlamentare di lungo corso, presidente della Camera dei Deputati e infine come punto di riferimento per molti versi indiscusso di un “popolo di sinistra” ormai orfano di grandi organizzazioni politiche, di certo non aiuta a capire la specificità e il significato del personaggio. Se è vero infatti che Ingrao è, come in tanti ripetono, il “simbolo della sinistra italiana”, va detto che probabilmente lo è in tutti i suoi aspetti, incarnandone risorse e vitalità ma anche i tanti limiti storici.

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sinistra

Il rifiuto del lavoro

Teoria e pratiche nell'Autonomia Operaia

di Ottone Ovidi

tumblr mawtbhnFNQ1rs4qqbo1 1280Il rifiuto del lavoro è stato patrimonio dell’autonomia operaia degli anni settanta, intesa sia con la A maiuscola di organizzazione politica sia con la a minuscola di egemonia di pratiche nel movimento di quegli anni[1].

La prima considerazione da fare riguarda la mancanza di ricerca storiografica sul tema, dal punto di vista della teoria e della prassi messe in campo dagli autonomi. Finora, infatti, l’interesse della gran parte degli storici si è concentrato su altri aspetti quali la violenza e l’illegalità teorizzate e/o praticate dagli stessi[2].

L’attenzione accordata a questi temi ha messo in ombra quello che invece è stato un nodo centrale attorno a cui si è sviluppata l’autonomia e larghi strati del movimento di quegli anni fornendogli forza e, soprattutto, originalità. La teoria e la pratica, appunto, del rifiuto del lavoro.

Uno studio storico di quella stagione da questo punto di vista comporta una certa difficoltà. Le piccole e grandi realtà nascono e muoiono velocemente, vi è un continuo scambio e ricambio di militanti e mancando una direzione centrale o centralizzata le stesse regole per venire inclusi e autodefinirsi appartenenti a quest’area non sono rigide[3]. Un ulteriore problema per lo storico consiste nella difficoltà di reperire documenti d’archivio perché il tipo di organizzazione di questi gruppi ha comportato una perdita notevole di materiale.

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sinistra

Guido Quazza, storico e militante

di Francesco Racco

Recensione del volume Diego Giachetti, Guido Quazza, storico eretico, Centro di documentazione Pistoia Editrice, 2015

F.Racco Quazza html 304bef5aLa ricostruzione della biografia politico-intellettuale di Guido Quazza trova opportuna collocazione nella collana “I quaderni dell’Italia antimoderata” che presenta figure significative per gli strumenti di orientamento critico e consapevole, utili nell’analisi del presente e nella progettazione del futuro. Nell’editoriale del primo numero della «Rivista di storia contemporanea» del 1972, di cui Guido Quazza è stato promotore e primus inter pares tra gli storici che la pubblicarono fino al 1995,viene esplicitato lo sforzo di interpretazione della storia italiana, nelle sue continuità e nelle sue rotture, assumendo come punto di vista privilegiato il lungo periodo, non solo delle strutture economiche ma anche di quelle statuali e istituzionali.

 

Come si fa la storia contemporanea

La rivendicazione della scientificità della storia contemporanea respinge la paura che essa si presentasse nella forma come storia e fosse nella sostanza tout court politica, e l’ideale di “una scienza storica disinteressata”, argomenti e istanze sempre avanzati come giustificazioni del suo mancato insegnamento nella scuola. La caduta di questo pregiudizio è ricondotta alla pressione sempre più forte del bisogno che la società contemporanea ha “di conoscere se stessa non solo nelle sue radici ma anche nel suo modo più prossimo e attuale di essere”. Questa prospettiva nega il pregiudizio storiografico che fa risiedere la scientificità storiografica nel disimpegno politico e civile verso le contraddizioni del presente, per cui oggetto della “vera” storiografia verrebbero ad essere solo i processi che abbiano avuto la possibilità di decantarsi e concludersi compiutamente.

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euronomade

L’infamia della guerra e della socialdemocrazia nel ’900

di Antonio Negri

08 da vinci ritratto donna 672 458 resizeLa guerra è un crimine contro l’umanità e oggi, nell’epoca nucleare, è anche crimine contro la natura e gli altri esseri viventi. Ma parlar di guerra nel secolo scorso, nel XX secolo, è parlare di Stato-nazione. Quanto è doloroso ricordare che nel XX secolo, quando si dice nazione, si dice guerra: noi tutti, qui presenti, siamo figli o nipoti (di prima o seconda o terza generazione) di sopravvissuti a quelle guerre. Dalla nascita del moderno ciascuno dei nostri Paesi è stato preda di guerre. E furono o mascalzoni o deboli di mente, comunque obnubilati da deliranti ideologie, quei letterati o politici che raccontarono ai popoli come le guerre – legate alla nascita e allo sviluppo delle nazioni europee – avessero generato la loro felicità. Pure e semplici falsità. Noi sappiamo infatti che la modernità e ciascuna delle nostre comunità nacquero dal lavoro e dal pensiero di donne e uomini forti che rinnegarono il feudalesimo e il papato, che si liberarono dalla schiavitù e lottarono per l’emancipazione del lavoro. E non dimentichiamo che questa vera storia fu sovradeterminata e travisata dalla violenza sovrana.

Essa si voleva legittimata dallo Stato, impiantata sull’identità della nazione, e pretendeva che popolo e nazione venissero considerati un unico concetto: e che quindi i sudditi – per amor di patria – fossero dallo Stato-nazione inviati al macello? Si rabbrividisce ora nel ricordare che alcuni fra i massimi intellettuali del XX secolo inneggiarono alla sovranità come bene assoluto e alla guerra e alla distruzione della nazione accanto, come necessità della vita dello Stato-nazione. Thomas Mann, 1914: