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Il destino dell’intellettuale /3

di Rino Genovese

[Le prime due parti dell'intervento di Genovese possono essere lette qui]

Se Marx avesse avuto ragione, se negli ultimi centocinquant’anni ci fosse stata una crescente polarizzazione della società in due campi – da un lato un pugno di capitalisti e, dall’altro, la stragrande maggioranza dei proletari al lavoro nell’industria, o fuori di essa come esercito di riserva –, e se questo processo fosse stato in grado di unificare culture antropologiche e lingue politiche così da precipitare in una rivoluzione mondiale, probabilmente non ci sarebbe mai stata una questione degli intellettuali come l’abbiamo conosciuta nel corso del Novecento. La distinzione tra l’intellettuale disorganico e il funzionario, che ho cercato di mettere a fuoco nelle pagine precedenti (o dovrei dire nelle “puntate”?), non sarebbe mai esistita, perché ci sarebbero stati soltanto intellettuali proletarizzati pronti a unirsi alla rivoluzione socialista. L’intellettuale disorganico, da Baudelaire a Walter Siti, non l’avremmo conosciuto. La sua possibilità, da un punto di vista sociologico generale, è data dall’enorme dilatazione dei ceti medi, dalla terziarizzazione dell’economia, dalla deindustrializzazione favorita dalle sofisticate tecnologie odierne. Quanto più i funzionari di basso, medio e alto livello hanno il sopravvento in organizzazioni di ogni tipo, tanto più un certo numero di privilegiati, o di spostati, può essere o sentirsi disorganico, sradicato, senza patria. Oggi, in clima neoliberale, ci si può indignare dell’inclinazione novecentesca di molti intellettuali per i totalitarismi di segno opposto (in certi casi, anche per ambedue): ma un piccolo borghese timoroso del crollo – sia esso quello del capitalismo o della civiltà occidentale – poteva facilmente credere, fuggendo dalla casa in fiamme, che sotto l’ala di avvolgenti ideologie potesse trovare un riparo.

Mussolini, socialista massimalista e poi inventore del fascismo, è il tipico rappresentante di una piccola borghesia intellettuale radicalizzata prima a sinistra, poi a destra.

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Contro la democrazia

Contributo a una critica dell'autonomia della politica

di Gilles Dauvé e Karl Nesic

Potremmo interrogarci sul senso dell’ennesima riflessione su un soggetto apparentemente secondario, se paragonato a questioni più urgenti come l’attuale crisi. Tutto sembra in effetti essere stato già detto sulla democrazia, dai suoi nemici e dai suoi cantori o riformatori. È di buon gusto nei paesi capitalistici detti sviluppati denunciare la desuetudine delle pratiche parlamentari e il disinteresse che suscitano.

Nessun elettore auspica che il suo voto possa cambiare profondamente la sua vita. Tuttavia, non appena si avverte che c’è qualcosa in gioco, l’interesse rinasce. Gli USA hanno un bell’essere il paese in cui la politica assomiglia più a uno show e a un business, dove milioni di brave persone si mobilitano per portare la parola dei candidati alla Casa Bianca. Si parla di ampliare il campo della democrazia, di renderla partecipativa, di farla scendere nel quartiere, nella strada, nella scuola, e alcuni sognano di instaurarla nel luogo di lavoro. La democrazia viene vissuta, se non come la risposta a tutti i problemi, quanto meno come la risposta che contiene tutte le altre. Al cospetto della democrazia ogni critica diventa sospetta, ancor più se la critica in questione mira addirittura a un mondo senza classi, senza salariato né capitale, senza Stato. Di solito l’opinione corrente ha moti di comprensione (pur con relativa condanna) per il “reazionario” che disprezza la democrazia, qualora neghi la capacità degli uomini di organizzarsi e dirigersi da sé, perché questo rientra nel gioco delle parti. Ma chi rifiuta il principio democratico nel nome stesso della capacità di auto-organizzarsi, reputando la democrazia inadatta all’emancipazione dei proletari e dell’umanità, costui è destinato a non essere compreso. Nel caso migliore passa per un provocatore amante dei paradossi, nel caso peggiore per un intellettuale traviato che a furia di non apprezzare la democrazia finirà come quelli che più l’hanno attaccata: i fascisti.

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Che cos'è il debito?

Denaro, crisi e progresso sociale secondo un antropologo

Philip Pilkington intervista David Graeber

sumericommercioSu cosa si fonda il valore del denaro? Come si origina il debito? Di fronte alla crisi globale che scuote oggi le più potenti economie capitalistiche del pianeta, sono probabilmente molti i profani di economia che, come il sottoscritto, si sono posti magari per la prima volta nella loro vita domande del genere.

Ho quindi deciso di realizzare e pubblicare su questo blog la traduzione di un'interessante intervista all'antropologo (nonché militante anarchico) David Graeber, già professore associato di Antropologia a Yale e oggi assistente di Antropologia Sociale presso la Goldsmiths University di Londra. La brillante carrellata storico-antropologica proposta da Graeber nel suo ultimo lavoro "Debt: the First 5.000 Years"(MelvilleHouse Publ.), ci riporta alle origini del credito nell'Antica Mesopotamia e all'invenzione delle prime forme di moneta coniata da parte dei grandi imperi del passato, offrendo spunti particolarmente interessanti per interpretare la "crisi del debito" che sta sconvolgendo gli equilibri del mondo capitalistico. 

L'intervista, disponibile in inglese sul blog naked capitalism, è stata realizzata dal giornalista e scrittore irlandese Philip Pilkington. Traduzione di Don Cave. Un grazie a  DueCents (aka Paul D-Boy Kondratiev) per la segnalazione.

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Philip Pilkington: La maggior parte degli economisti sostiene che il denaro fu inventato per sostituire il sistema basato sul baratto. Ma le ricerche svolte hanno condotto a risultati completamente diversi, dico giusto?

David Graeber: Sì, c'è una storiella convenzionale che è stata raccontata a tutti noi, un "c'era una volta" – nient'altro che una fiaba, in effetti. Non merita davvero di essere introdotta diversamente da così: secondo questa teoria, in origine tutti gli scambi erano fondati sul baratto. "Sai cosa ti dico? Ti darò venti galline per quella vacca. O tre punte di freccia per quella pelliccia di castoro o per qualcos'altro tu possa offrirmi." Questo creava degli inconvenienti, magari perché il tuo vicino non aveva bisogno di galline in quel momento, ragion per cui si dovette inventare il denaro.

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Sovranità e ritorno alla centralità della "politica"

Massimiliano Piccolo

La realtà ci offre, come sempre, infiniti spunti. La globalizzazione priva di aggettivazioni è stata smascherata dai fatti, si è rivelata per quello che è: il tentativo di governo economico, politico e ideologico del capitale nei modi possibili della sua attuazione.

Si tratta di un tentativo fallito per le contraddizioni insanabili che questo processo genera da sé. Fallimento riconosciuto da tutti. Parallelamente anche la tesi storiografica e politologica sulla presunta estinzione degli stati-nazionali mostra tutta la sua debolezza scientifica. L’inferenza logica cercata e, da taluni, auspicata era, conseguentemente, l’impossibilità e quindi l’inutilità della presa del potere. Mancando il luogo, lo spazio, della direzione politica, l’inversione di rotta è impossibile era affermato come Verbo, per cui meglio guardare a soluzioni possibili (cioè compatibili col modo di produzione capitalista). Qualcuno ringrazia per tanta grazia; certamente non i lavoratori né tutti quelli che hanno a cuore margini più ampi di partecipazione democratica e collettiva alle scelte politiche. Crisi della sovranità si dice. E sia. Crisi, però, non significa estinzione o annichilimento ma trasformazione possibile: nulla è già scritto.

La costruzione economica dell’Europa, sotto la spinta della globalizzazione capitalistica, ha determinato un vuoto politico sempre più marcato ma gli Stati europei, com’è sotto gli occhi di tutti, non si sono disintegrati, hanno parzialmente alienato un surplus o un residuo di sovranità: quelli che si candidano alla guida del nuovo polo imperialistico europeo, infatti, alienano il surplus funzionale alla creazione della nuova entità statale, mentre gli altri, che ne costituiscono il serbatoio iniziale, alienano invece il loro residuo di sovranità.

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Popolo

Mario Tronti

<< Una quantità di parole che usiamo di continuo, e crediamo perciò di comprendere in tutto il loro significato, sono in realtà chiare fino in fondo soltanto per pochi privilegiati. Così le parole “cerchio” o “quadrato”, di cui tutti si servono mentre soltanto i matematici hanno un’idea chiara e precisa del loro significato; così pure la parola “popolo”, che molte labbra pronunciano, senza che la mente ne afferri il senso autentico >>. Così parlava il matematico e filosofo Frédéric de Castillon, partecipando, e vincendo, al concorso indetto dalla Reale Accademia Prussiana (1778), sulla questione, cara a Federico II, “se possa essere utile al popolo d’essere ingannato”. << S’intende si solito per “popolo” - scrive ancora Castillon – la maggioranza della popolazione, quasi incessantemente dedita ad occupazioni meccaniche, grossolane e faticose, ed esclusa dal governo e dalle cariche pubbliche >>. Siamo alla vigilia della Rivoluzione francese, ma siamo in Germania, dove nazione e popolo non si erano ancora incontrati, come era da tempo accaduto, attraverso le monarchie assolute, in Inghilterra, Francia e Spagna. Siamo quindi anche in Italia. Frédéric de Castillon arriva a Berlino proveniendo dalla Toscana. Nazione e popolo nascono insieme in età moderna. E chi li mette insieme è lo Stato moderno. Non c’è nazione senza Stato. Ma non c’è popolo senza Stato. Questo è importante, da un lato per capire, dall’altro per stringere il problema ai tempi che ci riguardano e ci impegnano. Perché il tema è eterno. Biblico, prima che storico.

Il concetto antico-testamentario di popolo - il popolo fondato da Mosè – mi sembra più vicino al concetto moderno di popolo di quanto non lo sia il demos dei Greci o il populus dei Romani. Né la città-stato né l’impero fondano un popolo. Non c’è la terra promessa, non c’è l’esilio, l’esodo, non c’è il Dio degli eserciti. I cittadini liberi nell’agorà, come la plebe sugli spalti del Colosseo, non fanno popolo. Immagini, queste, e metafore, attuali/inattuali per il nostro tempo. Popolo è concetto teologico secolarizzato. Non c’entrano niente né l’assemblea degli elettori sovrani, né la belua multorum capitum.

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consecutio temporum

Il populismo secondo Laclau

Michela Russo

L’ora solitaria dell’«ultima istanza» non suona mai,
né al primo momento né all’ultimo.

L. Althusser

Premessa

Il termine populismo, afferma Laclau, non possiede alcuna «unità referenziale proprio perché non designa un fenomeno circoscrivibile, ma una logica sociale, i cui effetti coprono una varietà di fenomeni. Il populismo è, se vogliamo dirla nel modo più semplice, un modo di costruire il politico»1. O, rovesciando i termini, il momento politico par excellence viene a coincidere, per Ernesto Laclau, con la costruzione del popolo.
Ernesto Laclau, teorico di origine argentina, è noto in Italia grazie alla recente traduzione di On Populist Reason (2005)2 e Contingency, Hegemony, Universality (2000)3, e pur tuttavia calca le scene del dibattito filosofico-politico anglosassone sin dalla seconda metà degli anni Ottanta, in particolare a partire dal volume Hegemony and Socialist Strategy (1985)4, scritto a quattro mani con Chantal Mouffe. Molte le parole spese sulla parabola intellettuale di questi due autori, in particolare per quel che riguarda la rielaborazione da loro operata della teoria gramsciana dell’egemonia nei termini di una Discourse Theory. Non intendiamo, qui, aggiungere l’ennesima parola in un dibattito che, giocato esclusivamente sul dettaglio, finirebbe nel dominio inaccessibile degli specialisti. Tantomeno intendiamo restituire una summa della produzione laclauiana. In questo spazio di riflessione dedicato al lessico della postmodernità cercheremo, per quanto possibile, di comprendere le “ragioni” di questo percorso intellettuale che, a partire dall’imprescindibile sodalizio intellettuale con Chantal Mouffe, raggiunge il suo culmine nell’analisi del concetto di populismo, al fine di affrontarne criticamente la posta in gioco, sia da un punto di vista teorico che politico.

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Tra ideologie e finzioni

Franca D'Agostini

<La logica di ciò che non esiste . Incontro con il filosofo Graham Priest, che ha inaugurato il «dialeteismo», ossia la prospettiva logica in base alla quale esistono contraddizioni che non comportano il collasso della razionalità. In questa pagina considera le ricadute politiche della sua teoria nella prospettiva di Marx e Engels: solo il pensare in termini di contraddizioni, porta a progettare azioni politiche efficaci

Da parecchio tempo la politica è orfana della grande teoria. Secondo alcuni è una buona cosa. Fine delle ideologie, inizio di qualcosa di nuovo: forse inizio dell'impolitico, o della politica pura, pragmatizzata, di puro provvedimento. O anche: inizio di movimenti spontanei, senza avanguardie intellettuali e senza leadership, come le rivolte nordafricane o gli indignados spagnoli. Secondo altri invece «con le ideologie abbiamo perso anche le idee», ovvero: «abbiamo perso la capacità di ragionare in grande», come ha detto di recente Gustavo Zagrebelsky. In realtà non è lontano il tempo in cui proprio il grande pensiero era sotto accusa, in quanto grand récit (per il postmodernismo militante) o in quanto generatore di società chiuse (per Karl Popper). Però è abbastanza facile vedere che la perdita del disegno complessivo ha portato la prassi, orfana della teoria, a smarrirsi nelle secche della politica personalizzata e consumistica: una trappola in cui, come sappiamo, è caduta anche la sinistra.

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Romano Alquati: una cooperazione libera ed aperta

di Ferruccio Gambino

Fino ai primi anni dello scorso decennio Romano Alquati ha continuato a scrivere e a insegnare, anche se i testi dell’ultimo periodo della sua vita sono conosciuti soltanto da cerchie ristrette. Uscito in forma di dispensa, il suo “Corso del 2000” di sociologia industriale è uno di tali scritti e, come altri di Alquati, ha l’apparenza di un testo magmatico, irto di rimandi, sospensioni, dissolvenze. In realtà, ad una lettura appena attenta, il “Corso 2000” costituisce un notevole saggio inteso a rilanciare lo studio della società industriale contro una sociologia generale che oggi “rimuove l’industrialità dell’agire”. Si tratta di un’industrialità, come egli scrive, nella quale è immerso circa ”un quinto” dell’umanità, mentre gli altri quattro quinti ne sono ai margini. A prima vista, l’analisi  risulta impassibile rispetto ai problemi politici; in realtà, non appena ci si addentra nella  prosa parlata di queste lezioni, la passione politica di Alquati traspare nella forma interrogativa in cui egli pone agli interlocutori/interlocutrici le aporie della nostra condizione.

Come sempre, non sorprende la proverbiale franchezza  di Alquati nei confronti di posizioni che egli giudica ormai superate. Neppure il Marx  dei “Lineamenti fondamentali” viene risparmiato. Contrariamente a quel Marx, che definiva la società come “la somma delle relazioni, dei rapporti in cui…[gli] individui stanno l’uno rispetto all’altro”, Alquati presenta la sua definizione di società spingendola in avanti verso il suo contesto industriale: “una trama d’attività\lavori cui sono stati addetti attori\lavoratori…regolata da un mix di mercato e gerarchia (quindi – fra l’altro – non è una trama di relazioni fra persone…”.

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Un travet dello sterminio

Alberto Burgio

Nell'aprile del 1961 si apriva a Gerusalemme il celeberrimo processo all'ex tenente colonnello delle SS. Le polemiche che l'altrettanto famoso reportage di Hannah Arendt suscitò in quegli anni non si sono spente, a dimostrazione che le tesi della filosofa tedesca sulla «banalità del male» coinvolgono nodi tuttora elusi sul concetto di democrazia

 Il processo all'ex-tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann si aprì l'11 aprile di cinquant'anni fa nell'aula della modernissima Casa del Popolo di Gerusalemme. A capo della sezione Ivb4 della Gestapo, Eichmann aveva diretto la realizzazione della «Soluzione finale» garantendo efficienza alla macchina dell'«emigrazione forzata» e dello sterminio degli ebrei. Al termine del conflitto era fuggito in Sud America. Nel 1960 agenti del Mossad l'avevano scovato in Argentina e tradotto clandestinamente in Israele.

Alla vigilia del processo vennero sollevate questioni di legittimità, in parte già sorte in occasione del processo di Norimberga. Si sostenne l'illegalità del rapimento (anche l'American Jewish Committee si associò alla richiesta di consegnare Eichmann a un tribunale internazionale, mentre il «Washington Post» accusò Israele di applicare la legge della giungla) e si mise in dubbio la competenza del tribunale israeliano. La corte ribatté che ogni Stato ha il diritto di processare «un criminale in fuga dalla famiglia delle nazioni» e che i crimini di Eichmann avevano coinvolto anche ebrei che durante la guerra si trovavano in Palestina.

Nonostante nel 1953 Israele avesse abolito la pena di morte, il dibattimento si concluse, dopo quattro mesi, con la condanna dell'imputato alla pena capitale per crimini contro il popolo ebraico e l'umanità. Contro la decisione del tribunale si pronunciarono intellettuali del calibro di Gershom Scholem e Martin Buber. Eichmann venne impiccato il 31 maggio 1962, dopo che la Corte suprema aveva confermato la sentenza di primo grado e respinto la domanda di grazia.

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Massimo Recalcati, L'uomo senza inconscio

Eleonora de Conciliis

paul delvaux pygmalion1. Non è esagerato affermare che, con questo suo nuovo libro*, Massimo Recalcati (che abbiamo già avuto l’onore di ospitare nel settimo numero e poi nel terzo annuario della rivista Kainos dedicato al tema Fame/sazietà) tenti di formulare un’interpretazione complessiva, e filosoficamente assai interessante, del cosiddetto postmoderno o dell’ipermodernità – com’egli preferisce definire il nostro presente per indicarne il carattere convulso, “smarrito” e compulsivo verso il godimento d’oggetto. Si tratta di un testo in cui il riferimento, magistralmente esposto, alla pratica clinica, costituisce il pungolo imprescindibile e non solo il pretesto per un ripensamento radicale della teoria freudiana delle pulsioni e di quella lacaniana dell’inconscio come linguaggio e luogo del desiderio dell’Altro: lasciandosi inquietare dall’emergenza di inedite forme di disagio (non solo quelle che cura ormai da decenni, ovvero la bulimia e l’anoressia, ma anche altre sempre più epidemiche, come gli attacchi di panico, la depressione e gli stati-limite), ovvero dai nuovi sintomi psicotici che la società contemporanea produce in individui ormai disancorati – in termini lacaniani – da qualunque struttura significante in grado di tenere insieme Legge e desiderio, l’autore cerca di capire cosa stia diventando la psicoanalisi nell’epoca dell’evaporazione del Padre e nel vuoto lasciato dalla mancata soggettivazione compiuta in suo Nome (su ciò cfr. pp. 36 e sg.).

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Mutazioni del vocabolario politico

Luigi Cavallaro 

Di che cosa parliamo quando parliamo di sinistra. Dai processi collettivi di liberazione all'inflazionata parola-chiave libertà, un percorso di lettura per decostruire vecchie e nuove «narrazioni»: Qualcosa di sinistra di Franco Cazzola e Il partito personale di Mauro Calise

È possibile un'uscita da sinistra dalla crisi italiana? Per quanto l'atmosfera da basso impero in cui siamo precipitati in queste settimane abbia ringalluzzito non pochi intellettuali e militanti, convinti che siamo ormai al redde rationem e che basti una spallata - giudiziaria, mediatica o di piazza che sia - per sgombrare il terreno politico da colui che viene additato come caput et finis dei nostri guai, è forse opportuno avanzare qualche dubbio. Cominciando dal principio: cioè da cosa significhi concretamente «sinistra» nel tempo presente, e da chi possa conseguentemente essere definito «di sinistra».


L'imperativo dei prezzi stabili

Ci sono effettivamente molti modi per definire la «sinistra» e altrettanti criteri per differenziarla dalla «destra». Ma ce n'è uno solo che non si presta a equivoci, e - come spiega Franco Cazzola nel suo breve quanto intelligente Qualcosa di sinistra (il Mulino) - concerne le scelte relative all'elaborazione del bilancio statale (e del bilancio complessivo del comparto pubblico). È in relazione a questo criterio che si manifestano le scelte in ordine al rapporto tra stato e mercato e si evidenzia come questioni apparentemente «tecniche» (come l'ammontare del deficit e/o del debito, la misura della pressione fiscale diretta e indiretta in rapporto al Pil e l'efficacia redistributiva della spesa pubblica) si rivelino in realtà cariche di significati politici.

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progetto lavoro

La decostituzionalizzazione del sistema politico italiano

Luigi Ferrajoli*

Papa Formoso e Stefano VII Jean Paul Laurens 1870E’ in atto un processo decostituente della democrazia italiana. Questo processo si manifesta nella costruzione di un regime personale basato sul consenso o quanto meno sulla passiva acquiescenza a una lunga serie di violazioni della lettera o dello spirito della Costituzione: le tante leggi ad personam, che formano ormai un vero corpus iuris ad personam dirette a sottrarre il Presidente del Consiglio ai tanti processi penali dai quali è assediato; le aggressioni ai diritti dei lavoratori e al sindacato; le leggi razziste contro gli immigrati, che hanno penalizzato lo status di clandestino; le misure demagogiche in tema di sicurezza, che hanno militarizzato il territorio, legittimato le ronde e previsto la schedatura dei senza tetto; il controllo politico e padronale dei media, soprattutto televisivi, che ha fatto precipitare l’Italia al 73° posto della classifica di Freedom House sui livelli della libertà di stampa.

Di solito questo indebolimento della dimensione costituzionale della nostra democrazia viene interpretato come un prezzo pagato a un rafforzamento della sua dimensione politica ottenuto con il conferimento agli elettori del potere di scegliere volta a volta la coalizione di governo: in altre parole, come una riduzione e una svalutazione della dimensione legale della democrazia in favore della valorizzazione della sua dimensione politica e rappresentativa, concepita peraltro come il fondamento esclusivo della legittimità dei pubblici poteri.

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Civiltà occidentale come critica all'Occidente

Intervista di Felice Fortunaci a Marino Badiale e Massimo Bontempelli*


Una della tesi fondamentali del vostro libro è quella che riguarda la distinzione fra “Occidente” e “civiltà occidentale”. Potreste chiarirla?


Questa è in effetti la prima delle due tesi fondamentali del libro. Si tratta di una distinzione che è secondo noi necessaria per fare chiarezza nelle discussioni oggi frequenti, e piuttosto confuse, su questi temi. Per quanto riguarda la nozione di “Occidente”, la nostra tesi si può pensare come una critica della nozione comunemente diffusa.
Quest’ultima è ben compendiata dal sottotitolo di un libro pubblicato da Laterza (ma si potrebbero fare molti altri esempi): “Mondi in guerra”, di Anthony Pagden. Il sottotitolo recita “2500 anni di conflitto fra Oriente e Occidente”. Perché una simile espressione abbia senso, occorre pensare che vi sia una entità, chiamata “Occidente”, che esiste appunto da 2500 anni, e che questa entità, pur avendo magari subito un’evoluzione, sia identificabile lungo tutto questo arco di tempo, e vi sia una continuità nella sua evoluzione. Bene, noi sosteniamo che questa entità non esiste nella storia, ma è una costruzione ideologica.

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Parola chiave: Partito

di Mario Tronti

La parola chiave serve per aprire la porta dell’agire politico. Ecco allora la difficoltà. La parola partito sembra oggi non assolvere più a questa funzione. Bisogna capire se è la chiave che si è sverzata nel tempo, o se è la serratura a essere stata cambiata, da qualcuno o da qualcosa. La forma-partito, per continuare a usare questa formula di gergo al tempo stesso burocratica ed eloquente, si è dissolta per consunzione interna, o è stata destrutturata da infiltrazioni climatiche esterne? Ricerca. Prima di tutto ricerca. Questo si vuole dire con questo fascicolo di Democrazia e diritto. E ricerca comparata, tra presente e passato e dentro un presente plurale, fatto di storie diverse, ancora declinate nel solco tradizionale dello Stato-nazione.

Più indagine storico-politica, sociologica, politologica, che teoria. Se si è data una teoria del partito, è difficile pensare che si possa dare ancora, in queste condizioni. È interessante notare questa cosa: chi ha speso più pensiero sul tema dell’organizzazione di partito è stato il movimento operaio.

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Da dove viene il linguaggio

Valentina Pisanty

Superata una certa soglia dell'evoluzione, è la crescente complessità delle strutture cognitive a far sì che la nostra mente sia pronta per elaborare gli strumenti simbolici, oppure è l'uso del linguaggio a plasmarla, potenziandone le capacità? Questa la cornice in cui si iscrive l'ultimo libro di Francesco Ferretti Alle origini del linguaggio umano, uscito da Laterza, secondo cui la facoltà di parola è una conseguenza dell'adattamento biologico

L'essere umano è un animale. Tutti gli animali evolvono secondo i principi della selezione naturale. Dunque, a meno di non contestare queste premesse, la conseguenza è obbligata: l'essere umano evolve secondo i principi della selezione naturale. Eppure qualcosa ci trattiene dal formulare una simile conclusione. Mentre non esitiamo ad ammettere che, al pari della proboscide dell'elefante e del collo della giraffa, l'attuale configurazione del corpo umano sia l'esito provvisorio di un processo evolutivo lento e graduale, l'organo di cui andiamo più fieri - il cervello, s'intende - ci sembra appartenere a una serie diversa. È nel cervello/mente che risiedono le nostre facoltà specie specifiche: la presunta razionalità, la rappresentazione, il pensiero simbolico e, soprattutto (o forse all'origine di tutto), il linguaggio. Difficile accettare che tali facoltà altamente complesse derivino da abilità più semplici già presenti in altre specie. Quale altro animale è anche solo lontanamente capace di concepire entità inesistenti o astratte, di affrancare i pensieri dal qui e ora, di rappresentare se stesso mentre compie queste operazioni, e di elaborare e usare sistemi di simboli discreti (come le parole del linguaggio e i simboli della scrittura) i quali, oltre a essere sganciati da qualsiasi rapporto necessario con i propri referenti, possono essere combinati ricorsivamente per generare un'infinità di possibili sintagmi? Tanto più che un'illustre tradizione filosofica (da Cartesio a Chomsky) ci ha presentato l'homo sapiens come una specie «unicamente unica», incommensurabilmente diversa, staccata dal resto del mondo animale proprio in virtù delle sue funzioni psichiche superiori.