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Contro il pop
intervista a Paolo Mossetti
Dalla religione del lavoro alla Londra post-Brexit, dall'anarchismo individualista alla prospettiva di un'Europa “mediterranea”: una conversazione con Federico Campagna, filosofo, attivista e autore di L'ultima notte
Il sottotitolo è già una mappa: Anti-Lavoro, Ateismo, Avventura. E il movimento, al contrario dei soliti pamphlet pieni di denuncia, numeri e indignazione, è tutto in ascesa: si racconta ciò che ci tiene incatenati, il trionfo di una nuova religione – quella del Lavoro – e poi si naviga attraverso una miriade di rotte per uscirne. Non sarà un viaggio facile. E saranno proprio le convinzioni di noi gente di sinistra che verranno messe in crisi.
Ispirato da una serie di articoli pubblicati tra il 2008 e il 2013 sul blog che lui stesso ha contribuito a fondare, L’ultima notte del filosofo e attivista Federico Campagna è tra i casi editoriali più interessanti del panorama saggistico attuale. Pubblicato tre anni fa dalla londinese Zero Books dopo che la bozza – caso più unico che raro – era stata consegnata direttamente in inglese dal suo autore, tradotto in italiano da Postmedia (Milano), il libro ha riscosso il plauso di intellettuali affermati come Simon Critchley, Mark Fisher, Franco Berardi o Saul Newman. Secondo quest’ultimo, “Campagna ha scritto niente di meno che un nuovo L’Unico e la sua proprietà, aggiornato per la nostra contemporaneità neoliberale – un’epoca in cui in teoria l’ego individuale regna libero e supremo ma dove, in realtà, l’individuo è soffocato dall’estasi celestiale della fede e della rinuncia a sé”.
Federico Campagna lo incontro a Londra, nella casa dove ha vissuto negli ultimi otto anni, a New Cross, un quartiere operaio a sud del Tamigi ora invaso da studenti alla moda.
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La Cina, il capitalismo di Stato e la crisi del Washington Consensus
Daniela Palma
Chi avrebbe mai scommesso sulla capacità di tenuta delle ricette “neoliberiste” propugnate dal Washington Consensus a quasi dieci anni dall’inizio della crisi economica più grave dopo quella del ’29, che tiene ancora nella morsa gran parte delle economie occidentali? Non molti, pensiamo, ma sta di fatto che la crisi è tuttora trattata come un accidente della storia e che se siamo ancora lontani dalla piena occupazione è perché – si dice – il processo di liberalizzazione del mercato del lavoro da anni intrapreso non è del tutto sufficiente a consentire un adeguato libero gioco delle forze del mercato. E, stando sempre a questa narrazione, con l’emersione dei paesi di nuova industrializzazione e la pressione concorrenziale esercitata dai loro molto più bassi livelli salariali, sarebbero necessari interventi di liberalizzazione persino più incisivi. Ma questa narrazione è destinata ad essere messa sempre più in discussione quanto più si estenderà e si consoliderà lo spazio occupato dai nuovi protagonisti dello sviluppo mondiale lungo percorsi che con il Washington Consensus hanno molto poco a che fare, come già ampiamente dimostra la straordinaria ascesa economica e politica conseguita dalla Cina. Ed è questo uno tra i più preziosi contributi che ci offre Diego Angelo Bertozzi con la recente pubblicazione di Cina, da“sabbia informe” a potenza globale [Imprimatur editore, 2016, 346 pp], un lavoro di profondo scavo nella travagliata vicenda di un paese che, dismessa agli inizi del ‘900 la veste feudale del “Celeste impero”, deve trovare il giusto slancio verso l’uscita dal sottosviluppo, dovendo contrastare le molte tendenze disgregatrici interne su cui, all’avvio di questo processo, fanno leva le potenze coloniali dell’occidente.
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Perché è nata la rivista "Materialismo Storico" e in che misura se ne poteva fare a meno guadagnando anche tempo
di Stefano G. Azzarà
Nell'epoca della frantumazione e della dispersione del nostro patrimonio politico e culturale, la moltiplicazione delle voci in campo non è ricchezza ma sintomo della debolezza e della confusione oggettivamente esistenti. Oltretutto, questa frantumazione è favorita dalla rivoluzione tecnologica digitale, che estendendo al livello di massa la possibilità di diventare piccoli produttori indipendenti di contenuti intellettuali, sollecita inevitabilmente atteggiamenti e derive anarchicheggianti.
Più che aggiungere sigle a sigle, riviste a riviste, insomma, bisognerebbe unire ciò che è stato diviso, sulla base di pochi punti minimi che definiscono una piattaforma di resistenza.
Ho chiaro questo problema da diversi anni. Nel momento in cui mi sono posto l'obiettivo di dare nuovamente un punto di riferimento agli studiosi di orientamento marxista e storico-materialista, che si trovano oggi assai isolati nel lavoro accademico, la prima cosa che ho cercato di fare è stata perciò quella di partire dall'esistente, ovvero dalla realtà. E provare in primo luogo a rilanciare ciò che già c'era. Una rivista, in particolare, del cui comitato redazionale facevo parte e che da tempo languiva in una crisi editoriale e politico-culturale che era, a sua volta, specchio di una difficoltà più complessiva.
Proposi pertanto alla redazione e alla proprietà della rivista un progetto di ricostruzione, che passava anche per la fondazione di un Centro studi internazionale e per una serie di iniziative parallele.
Era il 2010, quando ancora esistevano possibilità migliori di quelle odierne. Quella mia proposta incontrò tuttavia le resistenze ottuse dei soggetti interpellati, del tutto indisponibili a perdere il controllo che esercitavano sulla testata (la quale, nelle mie intenzioni, avrebbe dovuto cessare di essere una mera rivista di partito o di battaglia politica per diventare - unica possibilità di salvarla - una rivista scientifica riconosciuta come tale).
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I cento nomi
di Luca Fantuzzi
In questi giorni si è sollevato un polverone mediatico sui debitori di Montepaschi. Tutti i giornali, di destra centro e sinistra, addirittura l'ABI di Patuelli (cioè del Vice Presidente dell'epoca Mussari), per non parlare di deputati e senatori alla ricerca di una commissione di inchiesta, hanno richiesto a gran voce che fossero resi noti i cento principali morosi della banca.
Normalmente, quando c'è questa consonanza di amorosi sensi fra giornalisti (compreso il Financial Times), banchieri e politici, la cosa un po' puzza. Nel caso di specie, poi, il giochino è addirittura banale. Dire che Montepaschi è sommerso dagli NPL (cioè dai non performing loans, crediti in sofferenza o incagliati) perché gli affidati non hanno restituito quanto ricevuto non solo è tautologico, o al massimo banale (ove sottintendesse che il frazionamento del rischio di controparte riduce il rischio medesimo), ma ha oggettivamente una funzione di intorbidamento dei termini reali della crisi finanziaria, sistemica, che attanaglia il nostro Paese.
Da un lato vi sono i banchieri, che tentano di ridurre tutto il problema del sistema bancario italiano a qualche cattivo pagatore che - magari continuando a girare in Ferrari, signora mia! - ha messo in difficoltà alcuni Istituti, e is dimenticano totalmente dei loro Comitati crediti, degli uffici di audit, del ruolo che dovrebbe svolgere Banca d'Italia.
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Contro l’alternanza scuola-lavoro
di Piero Bevilacqua
Che cosa sta accadendo nella scuola italiana? Nel quasi totale silenzio-assenso dell’intellettualità nazionale e della grande stampa - salvo qualche eccezione, ma non certo critica, come quella del Sole 24 ore, e di qualche entusiasta apologeta - i nostri istituti superiori vengono progressivamente spinti a trasformarsi in scuole per l’avviamento al lavoro. L’applicazione della cosiddetta “alternanza scuola lavoro”, prevista nelle sue linee generali dal decreto legislativo del 15 aprile 2005, sta trovando, con la legge sulla Buona scuola del defunto governo Renzi, esiti sempre più chiari. Intanto quest’ultima stabilisce l’obbligo di dedicare ben 400 ore ad attività lavorative nel corso del triennio delle scuole professionali e tecniche, e 200 nel triennio dei licei. Ore che verranno sottratte allo studio per fare esperienze pratiche all’interno di fabbriche, imprese agricole, musei, ospedali, archivi, ecc.
L’integrazione delle strutture formative nella sfera delle imprese appare ben chiara dall’art. 41: «A decorrere dall’anno scolastico 2015/2016 è istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura il registro nazionale per l’alternanza scuola-lavoro». La scuola italiana diventa un ambito che marcia sempre più in stretta cooperazione con il mondo della produzione, dei servizi e del commercio.
Il silenzio su questo processo di gravissima subordinazione dei processi formativi alle esigenze di breve periodo delle imprese, dipendente da una abborracciata lettura delle tendenze del capitalismo contemporaneo, si può anche comprendere. Da noi è universale la leggenda secondo cui la scuola italiana ”è lontana dalla società” “ i nostri ragazzi escono da scuola senza nessuna esperienza della realtà”, ecc.
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Althusser e la storia
Dalla teoria strutturale dell’intero sociale alla politica della congiuntura aleatoria e ritorno
André Tosel
Pubblicato su "Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, E-ISSN 2531-9582, n° 1-2/2016, dal titolo "Questioni e metodo del Materialismo Storico" a cura di S.G. Azzarà, pp. 161-184. Link all'articolo: http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/608
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Il futuro di Althusser dura a lungo
Non è per spirito di provocazione che modifichiamo il titolo della celebre autobiografia che Louis Althusser ha redatto dopo l' uccisione della moglie nel 1980 e dopo il suo ingresso nella notte dei morti viventi. L'epoca della crisi di egemonia del capitalismo mondializzato ha risvegliato lo spettro di Marx, come già il suo amico Jacques Derrida aveva avuto il coraggio di fare in quegli anni (1993). Per il suo percorso tormentato, per la sua attitudine a porre questioni divenute cruciali dopo la sconfitta della rivoluzione comunista, il pensiero di Althusser pretende ancora di fornire armi intellettuali in grado di sfidare i nostri tempi. Questo pensiero non si limita a tornare ma entra in una nuova orbita. In verità, tale orbita è una svolta che si realizza sotto il segno di un doppio lutto delle forme d'esperienza assunte dai movimenti antisistema: innanzitutto il lutto del movimento operaio, l'unico che in tutte le sue varianti, social-democratiche o comuniste, abbia avuto un'esistenza durevole nella modernità; e, legato a questo, il lutto del movimento anticolonialista e anti-imperialista che a sua volta nel comunismo aveva trovato sostegno.
Sono ormai maturi i tempi a che l'opera teorica cardine di Louis Althusser possa uscire da quel silenzio totale che l'ha tenuta rinchiusa nel corso degli anni ‘80-90 e possa essere interrogata per contribuire ad aprire una nuova prospettiva, fornendo così gli elementi indispensabili per quella critica dei tempi che ogni pensiero dell'emancipazione esige.
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Reificazione ed Antagonismo
L'operaismo, la Teoria critica e le aporie del «marxismo autonomo»
di Frédéric Monferrand e Vincent Chanson
L'operaismo e la Teoria critica francofortese non rappresentano soltanto due dei tentativi più stimolanti di rilancio del progetto marxiano della «critica dell'economia politica» negli anni 1960, ma costituiscono anche le due fonti d'ispirazione principali del «marxismo autonomo». Tuttavia, le divergenze così come i punti di incontro di queste due tradizioni raramente vengono studiate di per sé. Per Vincent Chanson e Frédéric Monferrand, un simile studio va svolto dal punto di vista di una teoria del capitalismo. Da Adorno a Panzieri e da Pollock a Tronti, in effetti si delinea una stessa diagnosi sul divenire-totalitario del capitale. Ma la questione di sapere quali pratiche opporre ad un tale processo, disegna un'alternativa in seno a questa costellazione: laddove in Negri e nei teorici post-operaisti, la sussunzione del sociale sotto il capitale produce di per sé una soggettività antagonista («l'operaio sociale» o «la moltitudine»). per Krahl, al contrario, implica un'accresciuta frammentazione della forza lavoro. E per Chanson e Monferrand, il riconoscimento di tale frammentazione costituisce la condizione di ogni ricomposizione politica del proletariato.
* * * *
Ci proponiamo qui, in quest'articolo, di instaurare un dialogo fra l'operaismo e la Teoria critica della Scuola di Francoforte, due tradizioni che hanno giocato un ruolo di primo piano nello sviluppo delle sinistre extraparlamentari tedesche ed italiane degli anni 1960, e che si sono sforzate di riattivare il senso ed il contesto del concetto di «critica» secondo il quale Marx pensava il suo rapporto con l'economia politica [*1].
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Dal sommerso ai robot
Lo stato di salute del lavoro e le sfide che ci aspettano
di Francesco Seghezzi
Nelle ultime settimane il dibattito politico sul lavoro è stato calamitato dal tema dei voucher, al punto che, immaginando uno straniero che legge per la prima volta le notizie del nostro Paese, potrebbe facilmente pensare che la maggioranza della popolazione italiana venga oggi retribuita mediante buoni lavoro.
Ma, volendo provare a tracciare alcune delle tematiche che il mondo del lavoro dovrà affrontare nel 2017, la prima affermazione da fare è che quello dei voucher è un piccolo problema, piccolissimo, come ci ha ricordato qualche giorno fa la prima nota congiunta sui dati del lavoro prodotta da Istat, Inps, Ministero del lavoro e Inail: i voucher corrispondono allo 0,23% del costo del lavoro complessivo italiano.
Questo non significa che non vi siano casi di abuso e non vi siano settori che colpevolmente utilizzano questo strumento per ridurre il costo del lavoro e le tutele dei lavoratori, ma di certo non siamo di fronte al problema principale del problematicissimo mercato del lavoro italiano.
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L'uomo nuovo
Marco Cedolin
Quando intorno alla metà del secolo scorso l'elite mondialista che di fatto gestisce le sorti del pianeta e dei suoi abitanti iniziò a strutturare le basi per la costruzione di un nuovo ordine mondiale (o comunque lo si voglia chiamare di una nuova società che potesse risultare funzionale ai propri interessi) comprese immediatamente come la globalizzazione fosse la strada migliore da percorrere per ottenere il risultato voluto. Le basi di un progetto di questo genere erano già state poste negli anni 30, quando il Council on Foreign Relations americano concepì strutture come la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario internazionale che nacquero ufficialmente a Bretton Woods nel luglio 1944 ed ebbero senza dubbio modo di affinarsi quando a partire dal mese di maggio 1954 iniziarono le riunioni del gruppo Bilderberg, deputato a fare sintesi e delineare le strategie.......
Nello stesso periodo, ad ottobre del 1947 a Ginevra vide la luce il GATT (General Agreement on Tarifs and Trade) composto inizialmente da 18 paesi fra i quali l'Italia (che entrò a farne parte nel 1949) e destinato a comprenderne 37, che si proponeva l'obiettivo di eliminare tutto ciò che potesse in qualche misura ostacolare il commercio internazionale.
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Geopolitica, Ordine Mondiale e Globalizzazione
di Federico Pieraccini
Comprendere gli obiettivi e le logiche che accompagnano l’espansione di nazioni o imperi è sempre di fondamentale importanza per poter trarre conclusioni importanti per il futuro
Nei seguenti quattro capitoli intendo gettare le basi per una facile comprensione, molto approfondita, dei meccanismi che muovono le grandi potenze. Per riuscirvi occorre analizzare le teorie geopolitiche che concorrono, da più di un secolo, a modellare le relazioni tra Washington e le altre potenze mondiali. In secondo luogo è importante verificare come i principali oppositori geopolitici di Washington (Cina, Russia e Iran) si stiano organizzando da anni per porre un argine all’azione distruttiva di Washington. Infine, è importante osservare il cambiamento epocale nella dottrina di politica estera americana negli ultimi vent’anni e soprattutto come la nuova amministrazione Trump intenda cambiare corso e definire nuovamente priorità e obiettivi.
Il primo capitolo si concentrerà quindi sull'ordine internazionale, la globalizzazione, le teorie geopolitiche, la loro traduzione in concetti moderni e come sia mutata la nozione con cui si esercita il controllo su una nazione straniera.
Prima di affrontare le teorie geopolitiche che regolano l’ordine internazionale, è importante capire gli effetti della globalizzazione e il mutamento dell’ordine internazionale, conseguenze dirette di una Strategia antica degli Stati Uniti che mira a controllare ogni aspetto del pianeta con mezzi economici, politici, culturali e militari.
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Marc Bloch oltre la nouvelle histoire
Prospettive teoriche da riscoprire*
Adriana Garroni
Con questo articolo si ripercorrere una tappa fondamentale della storia della storiografia moderna: la reazione contro il positivismo del tardo XIX sec. fino all’elaborazione di nuovi metodi e nuovi oggetti della ricerca storica novecentesca. Si propone un’analisi del dibattito storiografico francese novecentesco, dalla storia totale di Marc Bloch e Lucien Febvre alle riflessioni di Le Goff e altri storici sulla antropologia storica e sulla, tanto celebrata quanto criticata, dilatazione dell’ambito della ricerca storica. Si sostiene la necessità di riscoprire quegli strumenti intellettuali di analisi e di sintesi, ravvisabili certamente nell’opera di Bloch, coi quali elaborare non solo nuove sintesi della conoscenza storica, ma anche una interpretazione complessiva delle nostre società, che è condizione necessaria per il loro miglioramento.
Gli ultimi decenni del XIX sec. furono caratterizzati da una vera e propria “rivolta contro il positivismo”;1 come ha scritto lo studioso italiano Angelo D’Orsi, dall’«avvento di una nuova epistéme, ossia l’insieme delle concezioni e dei modi di considerare e organizzare i processi della conoscenza»,2 ponendo così le basi per il salto qualitativo della storiografia novecentesca.
La nuova storia si proponeva di accogliere i migliori risultati della storiografia positivista e le innovazioni metodologiche e interpretative apportate dalle altre scienze sociali. Influenzati dal marxismo, gli storici statunitensi furono i primi a parlare di new history3 e a dare nuova enfasi ai fattori socio-economici nella spiegazione storica. Cominciarono a occuparsi di intellectual history e respinsero le divisioni disciplinari per concentrarsi sui legami che le diverse attività umane intrattengono con la storia delle società. E così, nel corso del Novecento si affermò in Europa e negli Stati Uniti l’attenzione verso la storia della cultura in senso generale, delle idee e delle abitudini mentali degli uomini in una data epoca e in un dato ambiente. Si trattò di una trasformazione complessiva della scienza storica, dei suoi oggetti e del suo metodo, che avrà esiti diversi nei diversi ambienti intellettuali. A questo proposito D'Orsi ha osservato che:
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Difesa della lezione frontale (o, per chi preferisce, «Lezione frontale 2.0»)
di Daniele Lo Vetere
La «Lezione Frontale»
Tre aneddoti.
a) Una volta mi è capitato di intercettare casualmente la conversazione di due studenti intorno a due loro insegnanti. Entrambi i colleghi facevano, come si poteva facilmente inferire, una “lezione frontale”. Eppure la loro reputazione presso i due ragazzi era ben diversa: «Ah, quando parla X, capisco la filosofia; invece Y fa una... Lezione Frontale» (smorfia incerta tra noia e senso di sufficienza).
b) Capita (o capitava, qualche decennio fa) di sentire frasi come queste: «la Lezione Frontale è mera trasmissività e ripetizione del sapere!», «la Lezione Frontale veicola il sapere in forme autoritarie!», «esistono alternative alla Lezione Frontale!» (quest'ultima con esiti irresistibilmente comici, perché, nel caso in cui il contesto sia un'aula in cui ci si specializzi per fare gli insegnanti o ci si aggiorni, viene quasi sempre pronunciata nel corso di una... Lezione Frontale).
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Monte dei Paschi di Siena: un disastro costruito con metodo
di Renato Strumia*
Il disastro Monte Paschi di Siena: combinazione perversa tra poteri forti, politica d’accatto, vigilanza latitante, elusione delle regole. Ma, soprattutto, il fallimentare bilancio del processo di privatizzazione del sistema bancario italiano
“Oggi la banca è risanata, e investire è un affare. Su Monte dei Paschi si è abbattuta la speculazione ma è un bell’affare, ha attraversato vicissitudini pazzesche ma oggi è risanata, è un bel brand”. Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei Ministri, al Sole 24 Ore, 22 gennaio 2016.
Una valutazione ragionata sul disastro Monte Paschi di Siena richiede almeno tre livelli di analisi.
Il primo livello attiene alla questione del “mercato” e del suo evidente fallimento nella soluzione della crisi, non solo del caso specifico e non solo del settore bancario, ma dell’intero sistema economico.
A dire il vero occorre estendere il ragionamento all’intera esperienza della privatizzazione delle banche italiane, per arrivare alla disarmante verità: il privato ha fallito e il pubblico ne deve pagare il prezzo. In estrema sintesi le banche pubbliche, trasformate in spa, privatizzate e quotate a partire dai primi anni ’90, sono diventate aziende come le altre, oggetto di contesa e speculazione, spremute per profitti di breve periodo, allontanate dalla originaria missione del fare credito e finanziare l’economia reale, infine abbandonate al loro triste destino.
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Yours for the Revolution
di Valerio Evangelisti
La Nova Delphi Libri ha appena pubblicato, in una nuova traduzione di Andrea Aureli, Il tallone di ferro di Jack London (pp. 368, € 14,00). Questa è l'introduzione di Valerio Evangelisti al volume
Ai partigiani italiani, durante la Resistenza, i comandi suggerivano una serie di letture da fare nei momenti di pausa, tra un’azione e l’altra. Tra i libri consigliati non mancava mai Il tallone di ferro di Jack London, spesso associato a La madre di Gorki. Una sorta di scuola quadri letteraria.
E’ solo uno dei segni della straordinaria fortuna del romanzo, fin dal momento della sua pubblicazione, nel 1907. Nel giro di pochi anni era già tradotto in una quantità di lingue, e conosceva ristampe che si sarebbero moltiplicate fino ai giorni nostri. Eppure non è l’opera migliore di London: ha parti fortemente didascaliche, le psicologie sono appena abbozzate, a eccessi di dialoghi dal ritmo di un catechismo incalzante succedono capitoli di frettolosa narrazione dei fatti.
Cosa fa, dunque, de Il tallone di ferro un libro formidabile, capace di passare da generazione a generazione? London lo scrisse, secondo la testimonianza della figlia Joan, dopo la sconfitta della rivoluzione russa del 1905, e perché allarmato dal moderatismo crescente che stava impregnando il Partito socialista americano, cui apparteneva. Intendeva divulgare in forme accessibili i principi fondamentali del marxismo, e specialmente della sua variante rivoluzionaria. Quella a cui aveva aderito nel 1896, quando si era iscritto all’intransigente Socialist Labor Party di Daniel De Leon.
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Hobbes e il riconoscimento. Antropologia, morale, politica
di Francesco Toto
1. La specificità dell’umano
Nella riflessione hobbesiana la frontiera tra l’animale e l’umano è un confine poroso, che congiunge e separa. Da un lato, Hobbes prende le distanze da una visione dell’umano come una regione della natura separata dalle altre, e include tra i tratti che l’uomo condivide con gli altri animali non solo la sensazione indotta dall’azione dei corpi esterni, l’immaginazione o memoria derivante dall’attenuarsi della sensazione, il «discorso mentale» costituito dalla successione più o meno regolata delle immagini, l’esperienza accumulata attraverso la stratificazione e la connessione delle memorie, ma anche la previsione del futuro a partire dall’esperienza che chiamiamo prudenza, l’immaginazione occasionata da parole o altri segni volontari che chiamiamo intelligenza, e persino quell’avvicendamento di desideri e avversioni che termina nella volontà e determina l’azione, ricevendo perciò il nome di deliberazione[1]. Dall’altro lato, il filosofo non manca di mettere in evidenza differenze relative tanto alla sfera della natura quanto a quella dell’artificio. Sul piano naturale la diversità principale è rappresentata da un particolare tipo di discorso mentale, che parte dall’immaginazione di una cosa per ricercare «tutti i possibili effetti che essa è in grado di produrre», e che a differenza di quello che muove da un effetto dato o desiderato in direzione delle cause o dei mezzi in grado di produrlo non è «comune agli uomini e alle bestie»[2]. In primo luogo, questo percorso mentale che va dall’immaginazione delle cose a quella delle loro conseguenze possibili si collega alla «singolare passione» della curiosità, o «desiderio di conoscere il perché e il come» che distingue «l’uomo […] dagli altri animali»[3].
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Tempesta perfetta
Note sulle cause e sulle possibili soluzioni
di Collettivo Comunista Genova City Strike
Il 2017 è l'anno del centenario della Rivoluzione di Ottobre. Un anniversario che le forze comuniste del mondo si apprestano a ricordare. Ma le commemorazioni si svolgeranno in un mondo che è attraversato da una profonda crisi economica di cui ancora non si intravedono le soluzioni e le possibili vie di uscita.
Un mondo in cui le forme di resistenza allo sviluppo e all'incremento dello sfruttamento dei lavoratori sono molteplici ma faticano a diventare teoria di un diverso modo di produrre e vivere. Proprio 10 anni fa nel 2007 negli USA si cominciano a vedere gli effetti di quella che scoppierà ufficialmente nel 2008 con il fallimento della banca d'affari Lehman Brothers e che sarà chiamata da tutti la crisi dei titoli subprime. Quel fallimento venne affrontato negli USA attraverso un salvataggio gestito dallo Stato ma la crisi si propagò in tempi rapidissimi in tutto il continente colpendo varie zone del mondo e interessando (in Europa) soprattutto i paesi più deboli (Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia).
La crisi è stata definita come una crisi finanziaria basandosi sul fatto che era cominciata come tale riguardando l'esplosione della bolla finanziaria di alcune banche importantissime a livello globale. In questi anni molti autori ne hanno studiato le cause e hanno partorito ricette per il suo superamento. Fatto sta che a distanza di quasi un decennio la crisi continua a persistere nonostante le ricette che hanno tentato di arginarla e di sconfiggerla.
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La riconnessione dei disconnessi
Dal moderno al complesso
di Pierluigi Fagan
Introduzione
Non tutte le riflessioni pubblicate su questo “diario di ricerca” hanno lo stesso peso. Questa che segue, ad esempio, è stata tormentata e riscritta e corretta più volte. Ho preferito pubblicarla in un’unica soluzione anche se è un po’ più lunga del solito. Concettualizza vari enti del pensiero quali la civiltà, la società, i modi di produzione, le forme politiche e le immagini di mondo in un unico ente detto “modo di stare al mondo”. Questo modo s’intende essere un sistema adattivo che ha una sua origine ed una parabola che lo porta a dover lasciare il posto ad una sua successiva versione. Come ogni sistema, ha un ordinatore, un concetto primo che ordina (dà ordine dando disposizioni) e del modo di stare la mondo moderno, s’individua questo ordinatore nel principio di disconnessione. Se il moderno che va a morire si è centrato sulla disconnessione, il complesso che va a venire dovrebbe basarsi sulla ri-connessione? Cominciando da dove?
* * * *
L’immagine è quella della metropolitana o della sala d’aspetto, individui con capo chino su qualche device che li collega al “loro” mondo che non è mai nel qui ed ora ma in un altrove. Non ci si connette col proprio intorno che è un aggregato di disconnessi, ci si connette con altri o altro. Non ci si connette nelle quattro dimensioni ma solo attraverso quella dello scambio di informazione e non lo si fa secondo i complessi codici dell’interrelazione umana ma attraverso quelli delle strettoie codificate della mediazione elettronica.
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Parlamentarismo, stato di eccezione permanente e ammissibilità del quesito sull'art. 18
di Quarantotto
Mentre sul fronte delle politiche economico-fiscali (e non a caso, visto che dovremo presto pensare alle coperture e ai "piani di rientro") domina la "questione bancaria", cioè l'insolvenza posta a carico dei risparmiatori-contribuenti in (più) momenti, sostanzialmente inscindibili (e lo vedremo nel 2017-2018), l'attività parlamentare e "partitica" appare in una sorta di stasi che ricorda molto la quiete prima della tempesta.
Formalmente, l'attività politica sembra in stallo perché vige la parola d'ordine che occorre aspettare un paio di pronunciamenti della Corte costituzionale.
Uno è quello, atteso per il 24 gennaio, relativo alla "costituzionalità" della legge elettorale, c.d. Italicum.
L'altro, ancor prima (l'11 gennaio), e ancor più rilevante in termini di valori costituzionalì, - in un Repubblica fondata sul lavoro (art.1) obbligata ad attivarsi per rendere "effettivo" il diritto relativo, con politiche economiche di pieno impiego (artt.3 e 4, comma 2, Cost. in relazione all'intera Costituzione "economica")-, è quello sull'ammissibiltà dei quesiti referendari sul jobs act.
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Ritorno al futuro: le origini del capitalismo
di Benjamin Bürbaumer
Da una quarantina d'anni, il dibattito marxista sulle origini del capitalismo sembra oscillare fra due posizioni antagoniste. Da una parte, le elaborazioni delle teorie del sistema-mondo (Wallerstein, Arrighi, Gunder Frank), dall'altra, quelle del marxismo politico (Brenner, Meiksins Wood, Teschke). A fronte di questa eccessiva polarizzazione del dibattito sull'emergere del capitalismo, Benjamin Bürbaumer mette in evidenza il contributo della teoria dello sviluppo ineguale e combinato (SIC). Lungi dall'essere solamente un'alternativa teorica alle due prime correnti, l'approccio svolto dal SIC apre un vasto cantiere teorico e politico, che mette in gioco la pluralità delle assi di oppressione (genere, razza, imperialismo, ecologia) nella genesi della modernità. Rifuggendo da ogni eurocentrismo e da ogni terzomondismo, lo sviluppo ineguale si rivela un concetto centrale per pensare la dialettica spaziale attraverso la storia, e per riorientare la riflessione strategica anticapitalista
Il dibattito in seno al marxismo sulle origini del capitalismo rimanda in larga misura ad una valutazione dell'evoluzione del pensiero di Marx. Tuttavia, questo dibattito è ugualmente determinato dal contesto concreto in cui ha luogo. Ne L'Ideologia Tedesca e nel Manifesto del Partito Comunista, il giovane Marx ha presupposto le origini del capitalismo più che spiegarle [*1]. Il progresso tecnologico vi gioca un ruolo centrale in quanto «il regime feudale della proprietà» viene presentato come carico di «catene» che ostacolano lo sviluppo delle forze produttive, e dichiara che andrà in pezzi per questa ragione [*2]. Al contrario, autori come Claudio Katz [*3] ed Ellen Meiksins Wood sottolineano come il Marx tardivo dei Grundrisse e del Capitale ponga l'accento sulle classi e sulle loro lotte, cose che è particolarmente ben illustrata dalla sezione sull'accumulazione nel I volume del Capitale. Questo testo mostra che la questione della proprietà dei mezzi di produzione si trova al cuore del capitalismo. Ciò non si riduce ad una semplice espansione quantitativa del commercio in quanto «al fondo del sistema capitalista, c'è la separazione radicale del produttore dai mezzi di produzione» [*4].
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Per comprendere la natura dello Stato Sociale e la sua crisi
di Giovanni Mazzetti
Quaderno Nr. 1/2017
Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo
Abbiamo più volte sottolineato, nei nostri precedenti quaderni, che stiamo attraversando una situazione nella quale prevale uno stato di confusione sociale generale. La maggior parte di noi non sa infatti che cosa sta succedendo, e anche quando ripete continuamente che “siamo in crisi”, ne ha un’idea vaga, come quelle dei nostri lontani antenati sui terremoti e sulle epidemie. Né possiamo far affidamento sui responsabili della cosa pubblica che, spesso in coro con i loro stessi oppositori, si ostinano a ripetere vecchi luoghi comuni validi in passato . In molti rinunciano così a cercare un senso della situazione, o si appoggiano sull’ipotesi opportunistica che tutto dipenda da comportamenti devianti di individui malvagi, che, cercando il loro tornaconto, causano un danno agli altri.
Tuttavia questa interpretazione costituisce l’ingenua reazione di chi non sa nulla di come intervengono normalmente le trasformazioni sociali. Coltivando l’erronea convinzione che gli esseri umani sovrastino strutturalmente la propria realtà, credono che normalmente sussista il potere di determinarne l’evoluzione, conformandola alla propria volontà. E se la loro azione non produce gli effetti sperati, ciò può accadere solo perché la volontà di qualcun altro imprime alle cose quella tendenza di cui si soffre. Ora, la volontà è senz’altro una condizione del cambiamento.
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Ministero della Verità!
Il lascito di Obama e dei suoi
di Fulvio Grimaldi
“I due massimi ostacoli alla democrazia negli Usa sono, primo, la diffusa illusione tra i poveri di vivere in una democrazia e, secondo, il cronico terrore dei ricchi che la si possa realizzare”. (Edward Dowling)
“La verità deve essere ripetuta costantemente , poiché il Falso viene predicato senza posa. E non da pochi, ma da moltitudini. Nella stampa e nelle enciclopedie, nelle scuole e università, il Falso domina e si sente felice e a suo agio nella consapevolezza di avere la maggioranza dalla sua”. (Wolfgang von Goethe)
“Essere ignoranti della propria ignoranza è la malattia dell’ignorante”. (Amos Bronson Alcott)
“Demagogo è uno che predica dottrine che sa
essere false a persone che sa essere idioti”. (H.L. Mencken)
Occhio a chi date ragione
Al superbarbafinta Minniti, passato per stretta logica da fiduciario dei servizi segreti Usa al ministero degli Interni, è bastato che un ragazzo tunisino, pensando alla suocera o al portiere che gli ha parato un rigore, scrivesse “non so se fare il bravo o fare una strage” e avesse nel telefonino un pensiero negativo su Netaniahu, per definirlo terrorista dell’Isis, acchiapparlo, sbatterlo su un aereo e rimandarlo tra i Fratelli Musulmani che governano il suo paese.
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Il suicidio delle sinistre
di Carlo Galli
La demolizione dei templi del neoliberismo, sconsacrati e delegittimati ma ancora torreggianti sulle nostre società e sulle nostre politiche, comincia dal pensiero critico, capace di risvegliare il mondo «dal sogno che esso sogna su se stesso». In questo caso, dall’economia eterodossa, declinata in chiave teorica e storica da Sergio Cesaratto – nelle sue Sei lezioni di economia. Conoscenza necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne), Reggio Emilia, Imprimatur, 2016 –, esponente di una posizione non keynesiana né pikettiana né «benicomunista», ma sraffiana, e quindi in ultima analisi compatibile con il marxismo. Nella sua opera di decostruzione delle logiche mainstream vengono travolti i fondamenti del neo-marginalismo dominante: ovvero, che il concetto chiave dell’economia è la curva di domanda di un bene; che esistono un tasso d’interesse naturale, un tasso di disoccupazione naturale, un salario naturale, e che devono essere lasciati affermarsi; che c’è equilibrio e armonia fra capitale e lavoro; che c’è relazione inversa fra salari e occupazione (e quindi che la piena occupazione esige moderazione salariale); che il sistema economico raggiunge da solo l’equilibrio della piena occupazione se non ci sono ostacoli alla flessibilità del mercato del lavoro; che il risparmio viene prima degli investimenti; che la moneta determina i prezzi; che il nemico da battere è l’inflazione e che a tal fine si devono implementare politiche deflattive e di austerità, e intanto si deve togliere il controllo della moneta alla politica e conferirlo a una banca indipendente che stabilizza il tasso d’inflazione.
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Contro la disuguaglianza, ripensando il futuro
Luciano Gallino, la responsabilità e la speranza
di Lelio Demichelis
Un onore, come si dice. Parlare di Luciano Gallino, a quasi un anno dalla sua scomparsa (8 novembre 2015) è un onore per me che l’ho conosciuto, anche se tardi, il mio primo incontro con lui è avvenuto circa vent’anni fa. Non sono quindi un suo allievo nel senso classico e universitario del termine, ma sicuramente lo sono stato – e tale mi considero - per le molte cose che ho imparato da lui e che Gallino mi ha insegnato; lui che, quindi, è stato per me sicuramente un maestro, e uso deliberatamente questo termine ormai diventato fuori moda. Maestro nel senso di colui che parla, dialoga, suggerisce, propone, critica anche e corregge, a sua volta apprezzando e incoraggiando le strade, magari in parte diverse, intraprese poi dall’allievo. Maestro nel senso di avere indicato un percorso divenuto poi in gran parte comune (pur con alcune differenze), per avere condiviso riflessioni, analisi e interpretazioni della realtà. Per me, Luciano Gallino è stato questo – come maestri per me sono stati, in modi e con intensità e con forme diverse, Michel Foucault per quanto riguarda le forme del potere moderno, Günther Anders per le sue riflessioni sulla tecnica, e la Scuola di Francoforte per l’analisi dell’industria culturale, ancora della tecnica come apparato e delle nuove forme di alienazione e di omologazione.
Ma c’è anche altro, che mi lega a Gallino: la sua formazione sociologica era iniziata alla Olivetti, come tutti saprete, all’Ufficio studi e relazioni sociali.
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Debito pubblico
di Sergio Cimino
1. Il segno distintivo del dominio
— Il debito pubblico mondiale è arrivato a 60mila miliardi di dollari. Una formidabile arma politica nelle mani della classe dominante
Secondo il dato aggiornato in tempo reale riportato nel “The global debt clock” presente sul sito dell’Economist [1], nel momento in cui viene scritto questo articolo, il debito pubblico mondiale ammonta a 60.295 miliardi di dollari americani, all’incirca 56.000 miliardi di euro.
L’aumento costante del contatore riesce meglio di qualsiasi parola o confronto numerico, a rendere le dimensioni del fenomeno e la percezione della sua incontrollabilità. Quasi un’entità sovrumana, una divinità non soggetta alle condizioni che regolano l’esistenza di noi mortali.
Tic, tac, tic, tac…e nel frattempo questo Molok ha ingrandito il suo corpo di altri 5 milioni di dollari.
Come per tutte le divinità, anche il debito pubblico ha una sua storia, che in gran parte risente di quello che pensano, sono e fanno i suoi profeti. Molta nebulosità viene sparsa nei suoi dintorni, da chi ha tutto l’interesse a farne materia da iniziati.
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I recenti attentati terroristici in Medio Oriente
Cambiano alleanze e rapporti di forza
di Domenico Moro
Gli attentati terroristici di Capodanno a Istanbul, dove sono state uccise trentanove persone, e del 19 dicembre a Ankara, dove è stato ucciso l’ambasciatore russo Andrey Karlov, e a Berlino, dove sono state uccise dodici persone, per quanto possano essere diversi, hanno qualcosa che li lega. Il collegamento è rappresentato da quanto è accaduto in Siria. Qui, la caduta di Aleppo non ha rappresentato soltanto la caduta della principale città siriana nelle mani del fronte jihadista che combatte il presidente siriano Assad.
Più in generale, rappresenta la sconfitta delle forze jihadiste in Siria, che ora si vendicano nei confronti di chi li aveva appoggiati, cercando di utilizzarli ai propri fini, per poi abbandonarli. Non si tratta di una novità assoluta. L’ex agente dei servizi segreti militari italiani, Nino Arconte, ha rivelato, come ho riportato nel mio libro “La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico”, che alla radice dell’odio contro gli Usa e l’Europa fu il “tradimento” dei governi occidentali, che avevano utilizzato i fondamentalisti islamici contro i governi laici del Medio-Oriente negli anni ’80.
In realtà, la caduta di Aleppo non segna soltanto la sconfitta strategica del fronte jihadista. La guerra civile si è, sin dall’inizio, trasformata in una miniguerra mondiale. Essa è stata il terreno di scontro tra potenze maggiori, cioè tra Usa e Francia, da una parte, e Russia e, sebbene in modo indiretto, Cina, dall’altra.
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