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L'Europa come campo di battaglia tra USA e Cina
di Pasquale Cicalese e Filippo Violi
"Dal nostro punto di osservazione italiano, disegniamo un perimetro di conflitti incrociati, da ciò che resta della Libia a ciò che resta dell’Ucraina passando per Golfo e Mar Nero, salvo rientrare a Parigi nel cuore dell’Europa. Ne osserveremo interdipendenze ma anche irriducibili specificità locali, proiettandole sullo sfondo della competizione geopolitica per eccellenza, quella fra Stati Uniti e Cina per il primato mondiale. (…) La cifra della geopolitica planetaria è oggi il disordine. Come in ogni fase di caos sistemico si forma una domanda di ordine. Stati Uniti e Cina sono i massimi soggetti in competizione per intercettarla, legittimarsi come cofondatori del nuovo ordine e affermarsi quali egemoni globali.(…) Forse un giorno i due contendenti stabiliranno che il migliore degli ordini mondiali possibili per entrambi è riscrivere insieme le nuove regole del gioco”. Lucio Caracciolo (direttore Limes), Il foglio 16 novembre 2015
***
Alle ore 15:00 del 13 novembre, a poche ore dall’attentato a Parigi, i data base finanziari di tutto il mondo pubblicavano le vendite al dettaglio americane dello scorso mese. Nell’anno, esse erano diminuite del 2,8% ma il dato clamoroso fu un altro. Il Dipartimento del Commercio comunicava che il rapporto tra scorte e vendite era ai massimi dal 2009 (in piena crisi mondiale), precisamente 1,38. A fronte di beni in magazzino pari a 1800 miliardi di dollari, le vendite fino ad ottobre erano pari a 1300 miliardi di dollari.
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Risposta ad Alain Badiou
Slavoj Žižek
Qui la lettera di Badiou
Caro compagno, caro amico,
la forza di pensiero che hai messo nella tua risposta mi ha commosso profondamente. Questa è quella che si dice una vera prova di amicizia: rifiutare le rapide (s)qualificazioni quando non si è d’accordo, e mettersi a pensare. Accetto tutte le critiche a riguardo della situazione politica e ideologica in Cina – qui, la tua conoscenza dello stato delle cose supera di molto la mia. Come sempre, al di là dei dettagli storici, tu tocchi l’essenziale, su due livelli. Innanzitutto, si tratta della particolare dimensione di “tra noi”, in cui viene a svolgersi il dibattito sulle catastrofi della sinistra. Questo è un punto cruciale, che non ha nulla a che vedere con il tentativo di minimizzare i danni. Al contrario, la nostra tesi dev’essere che solo la sinistra radicale è in grado di tracciare tutti i contorni di queste catastrofi . Un caso piuttosto aneddotico è quello del film La vita degli altri (2006), di Florian Henckel von Donnesmarck, celebrato e premiato con l’Oscar per aver fornito una riflessione sulla maniera in cui il terrorismo della Stasi penetrava in ogni singolo poro delle vite private nell’ex-DDR. È davvero così? A ben vedere, è quasi un’immagine rovesciata quella che appare: proprio come succede a molte descrizioni appassionatamente anticomuniste che illustrano la durezza di quei regimi (è utile in proposito ricordare che von Donnesmarck viene da una famiglia della nobiltà della Prussia orientale – il film è la sua rivincita dopo l’espropriazione e l’esilio!).
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La complessità siro-irachena ridotta all'osso
Mappa per orientarsi nel disordine mediorientale
di Pierluigi Fagan
Naturalmente, come ogni mappa, anche questa è produzione di uno sguardo soggettivo. E’ scritta di getto in tre ore, non ha note d’appoggio, si basa sulle conoscenze (relativamente limitate) dell’autore
Il problema siro-iracheno proviene dalle forme statuali che vennero imposte nel XX° secolo ad una regione che, storicamente, non ne aveva. Tale problema è esteso a tutta la fascia Africa-Medio Oriente-Asia Meridionale e venne creato per una sovra imposizione di forme statuali, lì dove storicamente si sono avuti califfati e pullulare di piccoli regni più o meno tribali. Non solo si è imposta una forma che non aveva ragioni di esistere date le tradizioni storiche, culturali, politiche e soprattutto religiose ma la stessa ripartizione, seguendo unilaterali interessi dei colonizzatori, ha assemblato pezzi di popoli incompatibili ed ha diviso in pezzi popoli storicamente omogenei.
Questo vero e proprio disastro geopolitico, in Medio Oriente, ha nome e data precisa: l’accordo spartitorio tra Francia e Gran Bretagna del 1916, negoziato tra due diplomatici che vi apposero il proprio nome, l’Accordo Sykes (UK) – Picot (FRA) con altrettanto distruttivi contributi successivi. L’anno prossimo ne ricorre il secolo di anniversario. Questa è la base del problema ma poi su questa base già di per sé contraddittoria, si sono sommate ulteriori contraddizioni lungo la Seconda guerra mondiale ed i decenni successivi.
Si arriva così con un carico di pezzi di puzzle che non sono stati torniti per combaciare, alla Seconda guerra USA-Iraq. L’Iraq era uno dei capolavori “meglio riusciti” dei geografi politici britannici: curdi (non arabi) sunniti, con arabi sunniti, con arabi e iranici sciiti. I minoritari arabi sunniti, a loro volta innaturalmente separati dai parenti dislocati nell’attigua Siria, avevano con Saddam, il governo autoritario della pentola a pressione irachena.
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Se riesplode l’Algeria, altro che caos libico
Karim Metref
Dietro la malattia di Abdelaziz Bouteflika infuria la lotta per il potere tra i clan rivali. E con il presidente ridotto al silenzio, ma in carica, i suoi uomini possono continuare indisturbati a saccheggiare le risorse del paese. Ma la catastrofe è dietro l'angolo
Chi si ricorda dell’Algeria? Sapete, quel piccolo paese grande come l’Europa occidentale sull’altra riva del Mediterraneo. Proprio di fronte alla Sardegna. Non si parla quasi mai dell’Algeria. Tranne se un gruppo di terroristi prende in ostaggio o taglia la testa a qualche cooperante occidentale. I media internazionali hanno sempre coperto pochissimo il paese nordafricano. Poche notizie ne escono. Anche la sanguinaria guerra civile degli anni 90 che ha falciato quasi 300 mila persone è stata una delle guerre meno documentate nella storia moderna. Sarà perché in Algeria tra un’uccisione di occidentali e un’altra non succede nulla?
Non è così. L’Algeria è un paese molto dinamico dove succedono molte cose. C’è una società civile che lotta per uscire dalla terribile situazione in cui è rinchiuso il paese dalla fine della guerra. Ci sono conflitti sociali importanti. Ultimamente ci sono stati persino scontri etnici tra popolazioni arabofone sunnite e una minoranza berberofona ibadita. Quindi c’è guerra etnica e religiosa. Il piatto favorito dell’infotainment globale. Eppure niente. Nessuno ci ha dato importanza e i timidi lanci delle agenzie sono andati a finire nella pattumiera delle notizie non notiziabili.
Questo silenzio è dovuto al fatto che l’Algeria è un paese poco conosciuto all’estero. Perché è rimasto chiuso per molti anni su se stesso. E in qualche modo lo è ancora. Ma è dovuto anche al fatto che il regime algerino è molto ricco e molto abile nell’arte di comprare il consenso internazionale. Dieci pozzi per i francesi, venti per gli americani, un gasdotto per gli italiani, qualcosina per i tedeschi, qualcosina per i canadesi… e così via. Se sai ingraziarti le multinazionali di ogni luogo diventi un paese al di sopra di ogni sospetto.
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Lezioni tedesche per la sinistra italiana
di Vladimiro Giacché
Il nuovo libro di Alessandro Somma - “L’altra faccia della Germania. Sinistra e democrazia economica nelle maglie del neoliberalismo”, DeriveApprodi, Roma, 2015, pp. 192, 13 euro - appartiene al genere decisamente raro dei libri che mantengono più di quanto promettano.
Stando al titolo, si potrebbe pensare a un testo dedicato esclusivamente alla sinistra tedesca. E questo tema nel libro, come vedremo, è approfondito a dovere. Ma, al tempo stesso, c’è un’analisi molto precisa dell’evoluzione della Germania neoliberale dai tempi di Schröder in poi. E ci sono, infine, gli insegnamenti che l’autore ritiene la sinistra italiana farebbe bene a trarre dalle vicende di quella tedesca.
Cercherò di dar conto di tutti e tre questi aspetti del libro di Somma. Partendo dal secondo, che rappresenta in verità lo sfondo da cui si stacca l’evoluzione della sinistra tedesca, politica e sindacale, negli ultimi 15 anni. Il punto di partenza di questa storia è rappresentato dalla decisione del cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder – teorizzata nel manifesto per la “terza via” da lui firmato nel 1999 assieme a Tony Blair – di abbracciare le politiche neoliberali, mandando in soffitta come superata e viziata da "presupposti ideologici" l'idea, tipica della tradizione socialdemocratica, che lo Stato debba correggere i “fallimenti del mercato". Anche la priorità tradizionalmente attribuita alla "giustizia sociale" deve cedere il passo alla necessità di "creare le condizioni per la prosperità delle imprese".
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Charles Bettelheim: l'URSS era socialista?
Il testo che affrontiamo oggi, Calcolo economico e forme di proprietà (1970) parte dalla domanda fondamentale che l’autore formula nella prefazione: “L’Unione Sovietica è socialista?”. Per analizzare tale forma di produzione, Bettelheim cerca di far ricorso ad una teoria della transizione, considerato che di società socialista sviluppata non si può parlare, per stessa ammissione di Stalin e dei suoi successori.
Per rispondere a questo interrogativo e per sviluppare la riflessione su una teoria della transizione, l’autore parte da alcuni passi dell’Engels dell’Anti Duhring, in particolare quelli che riguardano la pianificazione: “La produzione immediatamente sociale, così come la distribuzione diretta, escludono ogni scambio di merci, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merce… e conseguentemente escludono anche la loro trasformazione in valori” (cit. a p. 17); “…la società non assegnerà valori ai prodotti…Certo anche allora dovrà sapere quanto lavoro richiede ogni oggetto di uso per la sua produzione…Il piano, in ultima analisi, sarà determinato dagli effetti utili dei diversi oggetti di uso… senza l’intervento del famoso ‘valore’” (cit. a p. 18).
Eppure nessuna delle economie del socialismo reale negli anni in cui scrive l’autore realizza le previsioni di Engels. I calcoli economici non si fanno sulla base del tempo di lavoro per calcolare la forza lavoro necessaria agli “effetti utili”. Anzi il calcolo monetario ancora attraverso l’utilizzo dei prezzi di scambio, ancorché a volte pianificati, porta ad escludere che la teoria del valore sia superata in URSS e negli altri paesi socialisti.
Bettelheim distingue il calcolo economico sociale e il calcolo monetario e afferma che il secondo spesso soverchia il primo.
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Della guerra. Crisi e conflitti dell'imperialismo
Giulia Bausano - Emilio Quadrelli
“La guerra oggi non è niente di diverso da quello che era prima. Essa aumenterà la domanda di navi, aumenterà i rischi dei trasporti e i prezzi delle merci; la speculazione avrà una ripresa...Al contrario se non viene alla guerra, il mondo dovrà ancora aspettare a lungo un miglioramento naturale che è ancora lontano” (In P. Togliatti, La preparazione di una nuova guerra mondiale da parte degli imperialisti e i compiti dell'Internazionale comunista)
Incipit
Mentre si stava completando la revisione del presente saggio Parigi era sotto attacco. Cellule islamiche combattenti, legate all'Isis, hanno portato la guerra non solo dentro le metropoli imperialiste ma lo hanno fatto colpendo direttamente la popolazione. Non si è trattato di un attacco indiscriminato, come sostenuto da gran parte dei commentatori e analisti distratti, bensì di una serie di azioni che miravano a colpire i rituali maggiormente frequentati dalla popolazione: la cena al ristorante all'inizio del week–end, un concerto live e, rituale tra i rituali, lo stadio. Nessuna “follia terrorista” ma una lucida e razionale strategia di guerra. Il suo obiettivo, ampiamente raggiunto, è stato quello di riportare la dimensione di massa della guerra proprio là dove, il “pensiero strategico”, l'aveva archiviata nel museo della storia. L'imperialismo fondamentalista, con questa mossa, spiazza l'intero archetipo della forma guerra coltivato dagli imperialismi occidentali ponendolo in una oggettiva situazione di crisi. Mettendo sotto scacco lo stile di vita della popolazione raggiunge un triplice obbiettivo: in prima istanza pone in una condizione cognitivamente impensabile, e probabilmente insostenibile, le popolazioni occidentali le quali, della guerra, avevano un'idea non distante dal videogame; in seconda battuta logora il nemico il quale, di fronte ad attacchi simili, non può che precipitare in una situazione di panico permanente obbligandolo a consumare, senza che la cosa apporti, con ogni probabilità, a qualche risultato concreto, enormi quantità di mezzi e di risorse nell'illusione di garantire la sicurezza dentro i propri territori;
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«Fascismo islamico»? Le parole sono pietre
Leonardo Mazzei
Lo sbandamento lessicale e concettuale - in definitiva, politico - di buona parte della sinistra
La strage di Parigi non ha colpito soltanto le sue vittime dirette. Tra i suoi effetti collaterali c'è pure l'intelligenza di tante persone bombardate da una propaganda asfissiante. Fin qui nessuna novità. La macchina mediatica fa il suo lavoro, e gli strateghi dell'imperialismo incassano un nuovo (per quanto temporaneo) consenso. Tutto ciò è sostanzialmente inevitabile, al pari delle nebbie in autunno. Quel che inevitabile non sarebbe è lo sbandamento di chi dice no alla guerra, accettando però il lessico ed i concetti di fondo di chi la guerra la fa sul serio da decenni. Per mettere a fuoco la questione basta pensare ad una categoria usata con una discreta leggerezza a sinistra: quella di «fascismo islamico», nella versione più sguaiata addirittura «nazismo islamico». Che una simile semplificazione venga usata dalla destra e da tutto il mainstream mediatico certo non stupisce; che venga addirittura ripresa da tanti a sinistra è invece l'indice di un pauroso sbandamento politico e culturale.
Limitiamoci ad un paio di esempi, di certo non gli unici, ma sufficienti a far capire di cosa stiamo parlando. In un breve comunicato, Paolo Ferrero riesce a ripetere ossessivamente, per ben 4 volte, il riferimento al nazismo: «barbarie nazista dell'Isis», «i nazisti dell'Isis», «il nazismo dell'Isis», «logica nazista». Spostandoci più a sinistra, abbiamo il caso del Pcl. «Contro l'imperialismo ed il fascismo islamico» si legge nel titolo del comunicato sui fatti di Parigi. Se non altro qui si cita l'imperialismo, ma si usa di nuovo (e non soltanto nel titolo) la categoria di «fascismo islamico», mentre almeno Ferrero nazifica l'Isis e non l'intero Islam.
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It's the immigration, stupid
Dalla proibizione alla tassazione della immigrazione
di Stefano Bartolini
Si muovono progetti innovativi nella sinistra europea. Una parte dell'establishment della sinistra radicale, come il francese Melenchon leader del Parti de Gauche, il tedesco Lafontaine guru della Linke, Varoufakis in Grecia, Fassina in Italia e - pare - il nuovo leader del Labour inglese Corbyn - lavorano a un progetto europeo di una sinistra che si presenterebbe alle varie elezioni nazionali in nome di una agenda comune: l'uscita dall'Euro. L'euro per come è stato costruito e gestito è una prigione insopportabile per molti popoli. Il piano A è cambiarlo. Ma se non fosse possibile dobbiamo avere un piano B ed è l'uscita. Se l'unica alternativa è tra stare dentro o fuori da una prigione, meglio fuori - anche se fuori non è un granché.
Non discuterò se l'uscita dall'euro sia o meno desiderabile, per concentrarmi invece su questo: quali possibilità ha questo progetto di far uscire la sinistra radicale europea dalla sua marginalità? In sostanza, quanti consensi elettorali può portare questa agenda? Funzionerà o sarà l'ennesimo buco nell'acqua?
Un grosso punto a favore è che economisti del calibro di Stiglitz, Piketty, Galbraith sembrano disposti ad appoggiare decisamente questa agenda. L'importanza di questo non dovrebbe essere sottovalutata: sono molti decenni che l'accusa principale che viene rivolta alle ricette economiche di sinistra è che, quando sono state sperimentate, si sono rivelate fallimentari. In sostanza la sinistra radicale viene accusata di non intendersi di economia. Diventerebbe surreale rivolgere questa accusa a premi Nobel per l'economia.
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Poste italiane: una decisione sbagliata
di Salvatore Biasco
Dopo giorni in cui abbiamo visto campeggiare sui giornali a tutta pagina “Il cambiamento siamo noi” Poste Italiane, è giunta alla quotazione. Il cambiamento (almeno parziale) è certamente quello della proprietà: lo Stato ha venduto ai privati circa il 35% della sua quota di possesso, finora totalitaria, (20% a investitori istituzionali), associandoli nella gestione. La prospettiva in cui questo si iscrive è, però, più nebulosa.
Occorre chiedersi in nome di quale strategia per il Paese ciò stia avvenendo e se non ricominci la stagione delle alienazioni del patrimonio pubblico per puro scopo di cassa. Non voglio entrare nella discussione generale sulle privatizzazioni - che poi tanto generale non è, perché abbiamo studi specifici sul loro esito in Italia (dal quarto volume sulla Storia dell’Iri, ai lavori puntuali di Massimo Florio, al giudizio della Corte dei Conti) – ma voglio fermarmi sulla specificità del patrimonio che ora viene sottoposto alla logica della Borsa.
Parto da una considerazione (ormai) inconsueta che prescinde per un momento dalle logiche aziendali. L’assetto attuale e l’evoluzione inevitabile (e annunciata) verso un azionariato di tipo public company, oppure di tipo Enel, fa perdere a Poste la vocazione come parte di uno spazio condiviso tra Stato e cittadini, che le è sempre appartenuto; quello spazio che è tra gli elementi della coesione sociale. Lo Stato italiano dalla sua formazione, era presente e identificato nel territorio con le Ferrovie, le Poste, la scuola elementare e i Carabinieri. E questo è entrato talmente nella coscienza popolare da aver radicato il convincimento che la presenza fisica dell’ufficio postale sia parte del servizio universale, quindi un diritto di cittadinanza (quando lo è di fatto solo la consegna della corrispondenza).
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Gli attentati di Parigi: a proposito di due articoli molto citati nel dibattito pubblico di questi giorni
di Italo Nobile
Gli attentati terroristici di Parigi hanno dato luogo al solito dibattito d’occasione in cui alla fine vecchie analisi e vecchie soluzioni vengono contrabbandate per nuove. In questi giorni stanno circolando due articoli, uno di Limes e uno di Famiglia Cristiana che stanno raccogliendo consenso anche a sinistra. L’analisi e la critica di questi due approcci crediamo sia propedeutica ad una analisi di più largo e lungo respiro.
Il primo articolo, quello di Limes, “Parigi, il branco di lupi, lo Stato islamico e quello che possiamo fare” è di Mario Giro, esponente della Comunità di San’Egidio e sottosegretario dell’attuale governo Renzi (oltre che del precedente governo Letta). Ridotto all’osso il suo ragionamento è questo:
Il protagonista del conflitto non è l’Occidente ma il mondo islamico e la nostra priorità è rimanere in Medio Oriente e spegnere la guerra di Siria. Sia la premessa analitica (il conflitto è islamico) sia la conclusione operativa (dobbiamo rimanere là) sono, nonostante il tono moderato e apparentemente pacifista, due punti che attestano il carattere mistificatorio della proposta contenuta nell’articolo. Vediamo più nel dettaglio.
Giro, a parte l’iniziale richiesta di dissociazione anche da parte islamica dello jihadismo (richiesta ridondante e puramente cerimoniale), dice che questa guerra che sta avvenendo in Siria non è la nostra, ma è una guerra interna all’Islam che si sta facendo dagli anni Ottanta. Una sfida intrecciata agli interessi egemonici di diverse potenze regionali musulmane (Paesi del Golfo, Iran, Egitto, Turchia) nel quadro geopolitico della globalizzazione.
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Un mondo sbagliato produce atti sbagliati
Non rinunciamo a riflettere di fronte all’orrore
di Saïd Bouamama
Mentre scriviamo il bilancio degli attentati di Parigi è di 128 morti e 300 feriti. L’orrore di questa violenza ingiustificabile è totale. Altrettanto totale deve essere la condanna, senza se e senza ma. Gli esecutori e/o i mandanti di questi ciechi omicidi non possono addurre alcuna legittima ragione per giustificare queste azioni sbagliate. La tragedia che stiamo vivendo potrà sfociare in un risveglio collettivo delle coscienze o, al contrario, in un processo di drammatica riproduzione.
Tutto dipende dalla nostra capacità di trarre insegnamento da questa situazione. L’emozione è legittima e necessaria, ma non può essere l’unica risposta. La risposta securitaria, da sola, è inefficace. È proprio in questi momenti, segnati dall’emozione collettiva, che non dobbiamo rinunciare alla comprensione, alla ricerca delle cause, e alla lucidità di fronte alla strumentalizzazione dell’orrore.
Le posizioni in merito alla nostra tragedia
Nel giro di poche ore è stata dispiegata tutta la panoplia delle possibili posizioni in merito alla tragedia. Non è peregrino soffermarci su ciascuna di esse.
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BCE, il colossale fallimento del quantitative easing
di Thomas Fazi
Dopo otto mesi di quantitative easing, l’eurozona è più debole che mai. Ecco perché
A più di otto mesi dall’avvio del programma di quantitative easing della BCE, Mario Draghi e i vari leader nazionali non paiono avere dubbi: «Il programma è stato un successo». Ma tutto questo entusiasmo è giustificato? Guardiamo i numeri. Partiamo dal tasso d’inflazione. Com’è noto, il mandato della BCE prevede un solo obiettivo – il mantenimento del tasso d’inflazione ad un livello vicino al 2 per cento – ed è dunque normale giudicare l’operato della banca centrale innanzitutto in base a questo parametro, anche perché uno degli obiettivi dichiarati del QE è proprio quello di far riavvicinare l’inflazione all’obiettivo del 2 per cento. Bene, da questo punto di vista i dati parlano chiaro: ad ottobre l’inflazione è tornata negativa (-0,1 per cento, manco a farlo apposta esattamente lo stesso livello registrato a marzo di quest’anno, quando la BCE ha avviato il suo programma di acquisto titoli).
Ma sarebbe un errore attaccarsi allo “zero virgola”. La situazione è ben più grave, infatti: la verità è che è il tasso d’inflazione medio dell’eurozona, senza considerare gli enormi differenziali di inflazione tra paesi, è inferiore all’obiettivo dichiarato del 2 per cento dalla fine del 2012 e inferiore all’1,5 per cento – sotto il quale possiamo parlare de facto di deflazione – dall’inizio del 2013. In altre parole, da quasi tre anni.
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Facebook: junk emotion
Riccardo Manzotti
Le emozioni, a parte quelle elementari, non sono innate. Si imparano. Si assimilano. Si imitano. Si inventano. Le emozioni hanno mille sfumature. Rendono la vita più ricca o più dolorosa. Sebbene siano personali e private, poche cose premono con maggiore forza per essere espresse e gridate. A volte ci guidano bene e a volte ci consigliano male. Sono intime, ma le usiamo per comunicare. In questo ruolo ambiguo, tra interiorità e mondo esterno, arriva la nuova possibilità di interazione di Facebook – sei emozioni per esprimere il proprio stato mentale e giudizio. Invece del solito like azzurro, ci sarà una barra sulla quale compariranno sette emoticon, sette simboli animati che rappresentano altrettante emozioni convenientemente espresse da mono-bisillabi. Oltre al già noto like, arriverà l’amore love, la risata haha, la gioia yai, la sopresa wow, la tristezza sad e la rabbia angry. In questo modo, secondo Chris Tosswell, responsabile dei prodotti di Facebook, gli utenti avranno “più modi per celebrare, commiserare o ridere insieme”. Le nuove icone emotive daranno “più possibilità di esprimere una reazione a un post, in maniera semplice e veloce”. Tutto bello, ammiccante e divertente.
Benvenuti nella società delle Junk emotion – emozioni semplici, chiare, poche e uguali per tutti. Perché sforzarsi di trovare le parole giuste per descrivere un sentimento quando si può attivare una bella emoticon già pronta, disegnata così bene che – siamo sicuri! – tutti la troveranno simpatica. E poi il numero ridotto facilita la scelta. Poche semplici emozioni che ci guideranno anche nella vita quotidiana e che, finalmente, saranno sempre le stesse. Finite quelle complicazioni inutili e decadenti dove si cercava il mistero di una emozione attraverso metafore sottili – la tristezza che avvolge come il miele di Guccini, i sottili dispiaceri di Battisti, le lucide follie di Vasco, le gradazioni di Flaubert, le impalpabili tessiture di fumo di Musil.
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Il silenzio che uccide ancora
Quarta strage terroristica nel cuore dell'Europa
Patrick Boylan
Dopo la notte di terrore a Parigi avvenuta il 13 novembre, i mass media sono riusciti – ancora una volta – a pilotare le nostre reazioni. Quando impareremo a non lasciarci manipolare?
Undici anni fa (11-3-2004) una serie di bombe esplosero nella metropolitana di Madrid, uccidendo 191 passeggeri. E' stato il primo atto terroristico condotto sul suolo europeo in risposta alle guerre di occupazione europee e statunitensi, prima in Afghanistan (2001) e poi in Iraq (2003) – guerre, peraltro, senza l'autorizzazione ONU e quindi del tutto illegali.
L'anno successivo (7-7-2015) quattro bombe terroristiche esplosero nella metropolitana e in un autobus di Londra, causando complessivamente 56 morti: è stato il secondo contrattacco jihadista sul suolo europeo . E il motivo è stato identico al primo, come dichiarò poi uno degli attentatori londinesi, un musulmano trentenne di origine pakistano: “Ogni giorno il governo da voi eletto democraticamente commette delle atrocità contro il mio popolo, in ogni angolo del pianeta; la vostra complicità con il vostro governo vi rende direttamente responsabili [di queste aggressioni].”
Pochi giorni dopo quell'attentato a Londra, io scrissi, per un giornale online dell'epoca, un editoriale intitolato “Il silenzio che uccide .” Mi meravigliavo che, dopo il loro lutto, i britannici non avessero provato anche un moto di rabbia contro un governo che li ha messi nel mirano di possibili attentatori, attaccando ed occupando illegalmente due paesi che non rappresentavano alcuna minaccia alla sicurezza nazionale e la cui unica “colpa” era quella di possedere vaste riserve di petrolio o una posizione geografica strategica
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Paris (après Beirut)
di Raffaele Sciortino
A qualche giorno dai fatti parigini - tra il dolore e lo sconforto dei più, l’ipocrisia ben celata dei pochi - si può tentare, cautamente, un esercizio di verità? Forse. Ma, va detto, solo se si evitano semplificazioni e comunque non senza derogare al politically correct. Si tratta al momento solo di un esercizio di analisi, privo di ricadute pratiche, oltretutto per una piccolissima minoranza. Ma neanche va sottovalutata la possibilità che, tra i discorsi deliranti che gioco forza montano in un mondo sofferente e a sua volta delirante, faccia capolino una sensibilità diversa e trasversale in grado (ancora) di porsi qualche domanda di fondo sul luogo storico che ci capita di abitare.
Dunque quanto è successo a Parigi è un atto di guerra? Già ma allora verrebbe da chiedersi e approfondire: guerra tra chi e per che cosa? Però, nel proliferare di differenze della tanto decantata società dell’informazione pullulante di social network, reti all news, notiziari, giornali e quant’altro, difficilmente si troverà una risposta che si discosti da un (sospetto) unanimismo: guerra della barbarie e della follia contro la civiltà (la nostra, dove il crinale tra umori di destra e di sinistra sta solo nel se, quanto e come la si possa estendere agli altri). E mentre le sparute voci che sollevano qualche dubbio sono condannate all’irrilevanza dall’inflazione di flussi accelerati spacciati per conoscenza, si fa strada tra i più l’idea (autoconsolatoria ma non per questo meno effettiva) che finalmente anche chi ha sbagliato - finanziando e armando l’Isis - adesso avrà capito e tutti insieme, russi compresi, potremo sconfiggere militarmente il mostro.
E invece le cose non sono affatto così semplici, lineari. Se di guerra si tratta, ed è così, è una guerra complessa, a più strati, dalle logiche perverse, dove tra ras distribuiti sui territori e mandanti, globali e regionali, occidentali e non - che del Medio Oriente non da ora hanno fatto una riserva di caccia - chi è sull’avanscena spesso non gioca il ruolo principale. Può suonare brutale ma le stragi di Parigi sono di questa situazione un effetto collaterale (scandaloso l’uso di questo termine, si può usare solo per le masse di cadaveri senza nome e volto fuori del mondo occidentale?). Vos guerres, nos morts.
Proviamo a dipanare un po’ il groviglio individuando le distinte ma sovrapposte dimensioni degli attacchi parigini, fatti e antefatti, e vediamo se per caso non ci sia una logica nella follia.
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La strage di Parigi
di Spartaco A. Puttini
La strage di Parigi è senza precedenti. E' dal 1961 che la capitale francese non si trovava in stato d'eccezione. All'epoca era in corso un tentativo di putsch da parte dei terroristi di estrema destra dell'OAS, contrari all'indipendenza dell’Algeria, contro il gen. De Gaulle.
La rivolta delle banlieu del 2005 non è assolutamente raffrontabile alla situazione attuale.
Di fatto si è trattato di un'azione di guerra, compiuta da gente che la guerra la conosce, l'ha fatta e la sa fare. La dinamica di piccole unità che entrano in azione autonomamente ma in modo coordinato praticando il terrorismo contro la popolazione civile al fine di seminare la strage e colpire la convivenza e la vita civile di una comunità richiama alla mente azioni analoghe compiute in Siria nel 2011 (e da allora in poi), con i gruppi terroristi di matrice jihadista e salafita che bestemmiavano Dio al grido di "Allah Akhbar!" mentre trucidavano le loro vittime.
All'epoca, i media mainstream e settori dell'antagonismo di matrice "idiotista" parlavano di rivolta democratica brutalmente repressa dal regime di Assad. Questa volta sembrano mostrare una maggior decenza e non arrivano ad accusare Hollande delle vittime.
Il fine dei gruppi terroristi in Siria consisteva e consiste nello scardinare lo Stato, abbattere la Repubblica, rendere impossibile la convivenza, far collassare la società.
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Perchè a Parigi?
di Elisabetta Teghil
Centinaia di morti civili sono all’ordine del giorno nei paesi mediorientali, ma la notizia scivola come un dato di cronaca senza provocare particolare commozione. Quando questo avviene in un paese dell’Europa occidentale suscita una mobilitazione e un interesse assolutamente diverso e più importante rispetto a tanti analoghi episodi che tutti i giorni insanguinano quegli sfortunati paesi.
Dove sta la differenza? Forse la risposta ce la dà Aimé Césaire: ”Ciò che il borghese del XX secolo, tanto distinto, tanto umanista e tanto cristiano, non riesce a perdonare a Hitler, non è il crimine in sé, l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa procedimenti colonialisti, riservati, fino a quel momento, agli arabi d’Algeria, ai coolies dell’India e ai neri africani”.
Tutto è cominciato quando gli Stati Uniti, appoggiandosi per motivi geopolitici al governo pakistano, hanno foraggiato, finanziato ed armato la parte più retriva della società afghana, nella fattispecie i Talebani, che hanno rovesciato in un crescendo di violenze inenarrabili un governo democratico e progressista .Gli Usa, forti di quel successo e del concorso di una sinistra riformista e socialdemocratica che ha partecipato in vari modi a quei delittuosi avvenimenti, hanno replicato il gioco in tanti altri paesi. Per ricordare gli ultimi l’Iraq, la Libia e, attualmente, la Siria. I morti civili in quei paesi sono tanti e tali che è praticamente impossibile darne il numero se non con approssimazione, ma si tratta certamente di milioni. Sempre a questo proposito, il colonialismo è stata la disumanizzazione di popolazioni intere ed è stato realizzato attraverso il terrore assoluto fino a rendere vana l’idea stessa di resistenza. Tutto ciò sta avvenendo nei confronti dei popoli mediorientali con la creazione e il sostegno materiale e finanziario dell’Isis da parte degli USA che si sono appoggiati, in questo caso, agli Stati più reazionari di quell’area geografica, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar e Turchia.
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Escalation della guerra permanente
Salvatore Palidda
Chiunque può dire: io o qualche mio familiare o amico avremmo potuto essere fra i massacrati nei luoghi della strage di Parigi. Allora siamo tutti in guerra? Ma io o i miei familiari e amici non abbiamo dichiarato alcuna guerra, non abbiamo fatto alcun gesto ostile contro nessuno. Cosa fare? Sperare nella protezione di chi promette «Saremo spietati!», dare loro pieno sostegno?
Contrariamente a quanto sciorinano tanti commentatori, la strage di Parigi non è un fatto orrendo mai accaduto in Europa o nel resto del mondo. Al di là della macabra contabilità da becchini, basta ricordare le bombe di un mese fa contro i manifestanti pacifisti in Turchia, o del 2004 alla stazione di Madrid, o le stragi di palestinesi con le bombe al fosforo israeliane, e centinaia di altri massacri. Secondo Claudio Magris siamo alla quarta guerra mondiale, dopo la terza – la guerra fredda, dal 1945 al 1989 – che ha fatto circa 45 milioni di morti; il Papa e altri ripetono da tempo che siamo alla terza guerra mondiale. La guerra è il fatto politico totale che s’è imposto e pervade tutto e tutti. Come tutte le guerre anche quella odierna – che non si svolge contro stati nemici e non è regolata da norme internazionali – i contendenti coinvolgono la popolazione civile massacrandola, e chiedendo il suo sostegno per proteggerla.
Ma chi sono i contendenti di oggi? Come siamo approdati alla guerra attuale? Colla «memoria corta» che viene alimentata nei paesi cosiddetti occidentali, usi a presentarsi quali «santuari di pace» in un mondo di guerre, si ignora il processo che ha portato all’attuale guerra permanente.
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L'11/9 della NATO?
di Piotr
1. Francia, paese Nato.
La serie di attentati in Francia che ha stroncato la vita a un numero impressionante di innocenti solleva subito una questione cruciale che si pone a un livello successivo alla disamina e alle disquisizioni su cosa è successo veramente e sui punti oscuri che inevitabilmente salteranno fuori, come nel caso di tutti, ripeto tutti, gli atti terroristici, non ultimo quello contro Charlie Hebdo.
Al di là dello schema solito, che sembra ormai un marchio di fabbrica, dei passaporti degli attentatori trovati subito dopo gli attacchi, come già alle Torri Gemelle, come già al Pentagono, come già al Charlie Hebdo, la storia moderna è costellata di punti oscuri di questa natura. Anche pensando a cose ben più nobili come il nostro Risorgimento, le stesse azioni di sovversione armata dei nostri patrioti (si pensi alla spedizione dei Mille) e i loro attentati (si pensi a Felice Orsini), non erano immuni dai giochi tra potenze che si svolgevano allora in Europa. Quindi lasciamo queste cose per ora in sospeso e passiamo oltre.
La domanda è, dunque, "Come reagirà la Nato?"
Già, perché la Francia è un paese Nato sotto attacco. Quindi a rigor di logica, la Nato dovrebbe intervenire per difenderlo. Questa è l'ipotesi a caldo.
Gli azzeccagarbugli dell'Alleanza Atlantica dovranno scovare le giustificazioni statutarie, ma, se c'è la volontà e possibilità politica, la fatica non sarà poi molta, visto che la Nato è per lo meno dai tempi del Kosovo che ha deciso di fare quello che vuole in barba alla sua stessa natura ufficiale e alle regole che la rispecchiavano.
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La strage di Parigi e l’era della disumanizzazione di massa
Claudio Valerio Vettraino
Sebbene sconvolti dobbiamo cercare di fare nostro il motto spinoziano, “non piangere né ridere ma comprendere”. Dobbiamo, anche se non è facile, analizzare ciò che è successo e focalizzare la nostra attenzione su ciò che ci può aiutare a capire come sia stata possibile una mattanza di questo genere.
Il primo elemento, a mio avviso, è che non abbiamo a che fare con il terrorismo “classico”, diciamo cosi novecentesco, che aveva – passatemi il termine- una base e un fondamento “umanistico”; aveva come obiettivo gli uomini-simbolo del “male” del sistema e perseguiva un nuovo (malato, deformato, deviato) orizzonte umano da edificare a qualunque costo, anche sacrificando vite umane. La morte era sì contemplata ma come elemento accidentale, insito, in questo tipo di lotta estrema e disperata (anche perché, dal loro punto di vista, il sistema non permetteva altra lotta se non quella).
Qui, viceversa, siamo di fronte ad un salto di qualità impressionante, che racconta della deriva “mortifera” che attanaglia – direbbe Freud – la nostra civiltà; una pulsione di morte, di un sacrificio salvifico e ambito da portare al cuore del nemico. Morire non è più un accidente, un effetto collaterale della lotta ma diviene l’elemento centrale, se non determinante, del nuovo, inedito, attacco in corso.
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Metafisica della felicità reale
di Alain Badiou
È da poco nelle librerie l’ultimo testo, "Metafisica della felicità reale", di Alain Badiou, uno dei più significativi esponenti della filosofia contemporanea. Di questo libro, pubblicato da DeriveApprodi, offriamo al lettore l’introduzione. Ringraziamo la casa editrice per la gentile concessione
Può sembrare paradossale dare per titolo Metafisica della felicità reale a un libro che, soprattutto, appare intento a districare quali siano i compiti della filosofia e che verso la fine tenta persino di descrivere i miei specifici progetti personali attinenti alla filosofia. Basta un’occhiata ai miei libri principali per vedere che la mia filosofia è senz’altro costruita, al pari di qualunque altra del resto, a partire da elementi all’apparenza disparati, ma che essa si distingue per l’uso attivo di materiali raramente associati alla felicità: la teoria degli insiemi, la teoria dei fasci di insiemi sulle algebre di Heyting o quella dei grandi infiniti. Oppure è questione di rivoluzione francese, russa, cinese, di Robespierre, di Lenin o di Mao, tanto le prime quanto i secondi marchiati dall’infamia del Terrore. Altrimenti, ricorro a poemi ritenuti più ermetici che dilettevoli, quelli di Mallarmé ad esempio, di Pessoa, di Wallace Stevens o di Paul Celan. O prendo a esempio l’amore vero, del quale da sempre i moralisti e i prudenti osservano che le sofferenze da esso indotte e la banale constatazione della sua fragilità spingono a dubitare della sua vocazione alla felicità. Senza contare che alcuni dei miei principali maestri, ad esempio Descartes o Pascal, Hegel o Kierkegaard, difficilmente possono passare per grandi allegroni. Davvero non si vede quale sia il rapporto tra tutto questo e una vita tranquilla, l’abbondanza di piccole soddisfazioni quotidiane, un lavoro interessante, un salario come si deve, una salute di ferro, una coppia serena, vacanze delle quali conservare a lungo il ricordo, amici simpatici, una casa ben fornita, una comoda automobile, un animale domestico fedele e tenerone, dei bambini deliziosi, che non danno problemi e vanno bene a scuola, insomma con ciò che di solito e a ogni latitudine si intende per «felicità».
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Il Portogallo visto dalla Grecia
di Stathis Kouvelakis
La nascita di un governo socialista appoggiato dall’esterno dal Blocco di sinistra e dal Partito comunista in Portogallo rischia di tradursi in una replica della capitolazione di Syriza?
[Il testo di Kouvelakis che qui pubblichiamo cerca di rispondere a molti dubbi e interrogativi sorti in seguito all’evoluzione politica in Portogallo: la nascita di un governo socialista appoggiato dall’esterno dal Blocco di sinistra e dal Partito comunista portoghese rischia di tradursi in una replica della capitolazione di Syriza? Sia pure con prudenza, esprimendo le proprie critiche con uno stile che dovremmo adottare tutti nei nostri dibattiti, Kouvelakis lo ritiene molto probabile. Abbiamo già pubblicato un’intervista a uno storico militante del Blocco, Francisco Louçã, nella quale questa evenienza viene invece implicitamente scartata. Nei prossimi giorni forniremo altri materiali perché questa discussione non avvenga in termini troppo generali e generici: per esempio, stralci del programma concordato fra PS, Bloco, PCP e Verdi e una cronologia del come si è arrivati a questo accordo, il primo in Portogallo da almeno quattro decenni a questa parte. Lo sviluppo della situazione portoghese e la svolta verificatasi in Spagna con la dichiarazione, per ora virtuale, di indipendenza della Catalogna, fanno della penisola iberica un’area in ebollizione alla quale è necessario prestare la dovuta attenzione. CD]
***
È solo dopo notevoli esitazioni che mi sono deciso a commentare i recenti sviluppi della situazione in Portogallo. Prima ho ascoltato con molta attenzione gli argomenti della compagna Mariana Mortagua [deputata del Bloco de Esquerda] nella seduta plenaria della conferenza Historical Materialism a Londra, il 9 novembre.
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Parigi: almeno smettiamola con le chiacchiere
di Fulvio Scaglione
Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l'Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell'aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali
E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.
Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.
Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire.
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La fabbrica delle differenze
Forza lavoro, mobilità e lotta di classe attraverso i confini d’Europa
Devi Sacchetto
Pubblichiamo la versione rivista di uno degli interventi introduttivi del workshop «Trasformazioni del lavoro e sciopero transnazionale: nuovo regime di fabbrica, precarizzazione e composizione del lavoro» organizzato da ∫connessioni precarie con Worker’s Initiative (Polonia), TIE – Global Worker’s Network (Germania), Angry Workers (Regno Unito) durante il meeting per uno sciopero sociale transnazionale che si è tenuto a Poznan all’inizio di ottobre
Per almeno vent’anni il lavoro di fabbrica in Europa è apparentemente scomparso. Quando ha cominciato a riapparire, è stato a prima vista relegato nell’Europa dell’est. Tuttavia, la crisi economica nel 2008 ha mostrato che il sistema manifatturiero, con il suo portato di servizi più o meno esternalizzati, costituisce ancora un fattore determinante per le condizioni di lavoro in Europa. Stiamo parlando di una fabbrica che ha subito diverse trasformazioni sia dal punto di vista tecnologico sia organizzativo e, ancora più importante, che è quotidianamente connessa con altre realtà in Europa e nel mondo. La fabbrica oggi è il luogo di connessione di diverse storie del lavoro che hanno luogo a migliaia di chilometri l’una dall’altra e con cui siamo costantemente in contatto. Per questa ragione, la fabbrica rappresenta il punto di intersezione di diverse forme di organizzazione del lavoro, ma anche di diverse precarietà.
Immaginiamo un giovane lavoratore o una giovane lavoratrice est-europea che abbia finito le scuole superiori. Che cosa può fare? Può cercare un lavoro, magari provando a trovare qualcosa che ha a che fare coi suoi studi.
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