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scenari

A rimetterci la pelle

Nota su Al di là del principio di piacere

di Alessandra Campo

42B0016E 2EED 41A7 9172 4B0A817E8652Quelli che appaiono
come custodi della vita 
sono stati 
in origine
guardie del corpo della morte

Freud, Al di là del principio di piacere

A rimetterci la pelle, e l’identità, in seguito alla scoperta dell’al di là del principio di piacere, è il piacere stesso. Dopo il ’20, da un punto di vista psicoanalitico, esso resta privo di una definizione, perché quella classica, e fechneriana, messa in campo da Freud sin dai tempi del suo Progetto per una psicologia scientifica non è più praticabile. Il piacere come scarica o diminuzione della tensione ha mostrato la sua parentela con la morte o, a dir meglio, con quella pulsione di morte intravista da Freud al cuore di ogni organismo[1].

Si è detto variamente come il testo del ’20 sia un libro la cui funzione è, soprattutto, decostruttiva[2]. Si tratta, in modo particolare, di indeterminare le opposizioni classiche. In primo luogo, quella tra vita e morte. Poi quella tra piacere e dispiacere. Eppure, questa indeterminazione non è un obiettivo scientemente perseguito da Freud. La sfumatura tra i contrari è, bensì, l’effetto inatteso delle nuove evidenze offerte dalla clinica dei reduci di guerra. I loro sogni, com’è noto, intaccano la tesi per cui la funzione onirica è una funzione di appagamento del desiderio inconscio in quanto, a tornare in essi, è proprio l’evento traumatico denunciato come fonte di sofferenza nello stato di veglia.

Questo è un caso, tra tanti, in cui lo spiacevole si congiunge enigmaticamente a un piacere, che è, anzitutto, piacere della ripetizione dello spiacevole. Ve ne sono altri, tuttavia, in cui è il piacere, la sua ricerca, a mostrarsi solidale con la produzione di dolore.

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sinistra

Appunti di una lezione mai svolta

di Davide Romano

Foto stralci di inchiesta 720x445Sí vedrem chiaro poi come sovente per le cose dubbiose altri s’avanza, et come spesso indarno si sospira.

(Francesco Petrarca, Canzoniere, sonetto XXXII)

Cari ragazzi,

nel mese di marzo alcuni di voi hanno svolto un tema sul modo in cui la malattia nota come COVID-19 è entrata nella vostra vita. La traccia si concludeva con un’accorata lettera pubblicata a marzo su «Famiglia Cristiana» e presto diventata – conformemente allo spirito dei nostri tempi – virale. Pungolato dalle parole dell’autore, lo psicoterapeuta Alberto Pellai, in quei giorni ho cominciato anch’io a mettere per iscritto alcuni pensieri che andavo rimuginando sin dall’inizio della chiusura scolastica e che avrei voluto condividere con voi; mi ero però imposto il silenzio e una pausa di studio, anche per evitare di turbare la sensibilità di qualcuno nel clima apparentemente edificante di allora. L’evolversi degli eventi proprio nella direzione da me paventata mi ha indotto infine a rompere gli indugi e a completare le mie considerazioni, pur nella consapevolezza che, per vari motivi, non potrò inviarvele o esporvele personalmente. Quando un giorno vi giungeranno forse per via indiretta, vi sorprenderà vedermi esprimere in maniera tanto esplicita, come non era mai successo in precedenza. A scuola mi sono sempre limitato a suggerirvi ogni tanto fugaci spunti provocatori e velate allusioni a idee e argomenti controversi, ma il tempo della prudenza e del temporeggiamento è ormai passato da un pezzo: è giunto il momento di cominciare a parlare senza infingimenti, chiamando, con Giordano Bruno, “la verità per verità […], le imposture per imposture, gl’inganni per inganni”1, e dicendo liberamente – mi scuserete l’espressione, che cito dal letterato del Cinquecento Pietro Aretino – “pane al pane, e cazzo al cazzo”2. Se quello che scriverò vi sembrerà deludente, scriteriato, poco comprensibile o semplicemente noioso, siate indulgenti: potrete pensare che in fondo è opera di un povero “cervel pazzo”.

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carmilla

COVID Marx, per un comunismo pandemico

di Fabio Ciabatti

CO MA 5Il distanziamento sociale cui ci costringe l’epidemia da COVID-19 si configura, a prima vista, come la versione più estrema dell’isolamento individualistico tipico della società borghese. Il mondo che stiamo vivendo ci appare popolato da atomi che evitano qualsiasi rapporto sociale con gli altri atomi, fatti salvi quelli strettamente utilitaristici, necessari a soddisfare i bisogni materiali essenziali. Stando così le cose, sembriamo proprio fottuti, intrappolati come siamo in un sogno che non è il nostro. E’ il sogno di Margaret Thatcher: “La società non esiste. Ci sono solo gli individui, uomini e donne, e le loro famiglie”. Ma è davvero così?

Per rispondere a questa domanda partiamo da una famosa affermazione di Marx: “L’uomo è nel senso più letterale uno zoon politikon, non soltanto un animale sociale, ma un animale che solamente nella società può isolarsi”. Queste parole, seppur scritte nell”800 per polemizzare con le “robinsonate” degli economisti borghesi, possono aiutarci a comprendere qualcosa della crisi attuale. Per capire come sia possibile, aggiungiamo un’altra affermazione dello stesso Marx, immediatamente precedente a quella prima citata, che riporto di seguito con una piccola variazione: “l’epoca che genera questo modo di vivere, il modo di vivere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali (generali da questo punto di vista) finora più sviluppati” (nell’originale al posto della parola “vivere” si trovava “vedere”).1

Quello che vorrei sostenere è che, per quanto paradossale possa sembrare, per isolarci al massimo al fine di evitare il contagio abbiamo bisogno del livello più alto possibile di sviluppo dei rapporti sociali. Non siamo in una società che si basa su piccole unità produttive sostanzialmente autosufficienti dal punto di vista della produzione dei beni di prima necessità, come poteva essere la società contadina precapitalistica.

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quieora

Lettera agli amici del deserto

di Marcello

mm 2000x1200Miei cari amici, mie care amiche,

poche cose come lo scrivere delle lettere ai propri più cari amici di una vita è più confortante in momenti come questo. Spero che questa mia vi trovi bene, e belli come io vi porto dentro di me. Alcuni di noi staranno vivendo con maggiore sofferenza questi giorni ma l’amicizia, cioè l’essere più prossimi di qualsiasi prossimo, fa sì che possiamo condividerla e perciò alleggerirla se lo vogliamo. Semplicemente perché, in virtù dell’amicizia, siamo portati senza sforzo a vivere con la vita dell’altro. In questa clausura che ci è toccata, dobbiamo restare aperti come non mai al vento dell’amicizia che è capace, come sappiamo, di soffiare al di là di ogni distanza.

Come forse avrete anche voi avuto modo di notare ci troviamo, a seconda dei nostri paesi, da qualche giorno o settimana tutti ridotti alla quarantena in un tempo che, per un caso che ha qualcosa di perturbante, è anche quello della quaresima. Tempo tradizionalmente di introspezione, di rinunce e infine, forse, di riconciliazione. E siccome, chi mi conosce lo sa, ho sempre pensato che non esiste «il caso» ma che questo è solo una maniera di rassicurarci, una superstizione attraverso la quale ci costringiamo a credere che ciò che accade, il modo in cui accade, non abbia alcun significato per noi, ho pensato che questa coincidenza faccia parte dei segni dei tempi che sono qui e che siamo chiamati a interpretare.

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soc.psicoanalisicritica

Il coronavirus e il fantasma di Joker

di Adriano Voltolin

SPL5031570 002 702x1024Credo, immagino come molti altri, che i provvedimenti presi dal governo, in presenza di un virus nuovo rispetto al quale non abbiamo ancora sviluppato strumenti atti a contenerlo, siano complessivamente ragionevoli. Lo scopo è quello di rallentare fortemente la contagiosità del virus evitando che le persone si assembrino; strumento elementare se si vuole – come sparare alle gomme di un auto per fermarla quando i freni per qualche motivo non funzionino – ma antico (era quello utilizzato contro le pestilenze) e collaudato.

Quel che si vuole però mettere in rilievo in questa sede è la natura dello strumento utilizzato per far questo, lo stato di eccezione, il quadro in cui questo si inserisce e le sue ripercussioni nella vita civile di ogni giorno.

1) Lo stato di eccezione, tema sul quale si è soffermato il collega Sarantis Thanopulos qualche giorno fa sulle colonne de Il Manifesto, è il discrimine attraverso il quale, secondo Carl Schmitt, si chiarisce chi detiene il potere. L’eccezione è qualche cosa che sospende la regola, cioè il funzionamento normale: nel caso per esempio di una pandemia, come quella attuale, certe libertà individuali e collettive dei cittadini vengono ridotte per proteggere la collettività. Le decisioni vengono allora prese da chi ha il potere di assumerle sospendendo ogni procedura di discussione e di collegialità.

E’ evidente che lo stato di eccezione è giustificabile a due condizioni: che sia limitato al tempo nel quale la causa per la quale è stato adottato viene risolta e che costituisca una modalità non abituale di affrontare i problemi.

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sinistra

Circa il giusto modo di invecchiare

Dedicato a Nicoletta Dosio 3

di Eros Barone

1557131536990190 24 boccaccinoTutte le civiltà conosciute si caratterizzano per la contrapposizione tra una classe di sfruttatori e delle classi di sfruttati. La parola vecchiaia esprime due specie di realtà profondamente diverse a seconda che si consideri quella o queste. Ciò che falsa le prospettive, è che le riflessioni, le opere, le testimonianze concernenti l’età avanzata, hanno sempre riflettuto la condizione degli eupatridi: sono soltanto loro a parlare. 1

Affinché la vecchiaia non sia una comica parodia della nostra esistenza precedente, non v’è che una soluzione, e cioè continuare a perseguire dei fini che diano un senso alla nostra vita: dedizione ad altre persone, a una collettività, a una qualche causa, al lavoro sociale, o politico, o intellettuale, o creativo. 2

Simone de Beauvoir, La vieillesse.

  1. Un archetipo della gerontologia: il De senectute di Cicerone

La vecchiaia non è un argomento allegro, perché evoca il carattere ineluttabile della morte, di cui essa è considerata l’anticamera. Tuttavia, conviene parlarne e rifletterci sopra, perché in tal modo, oltre a neutralizzare l’angoscia che provoca, di primo acchito, il discorrere di entrambe – della vecchiaia e della morte -, è possibile far emergere,, di fronte all’‘unheimlich’ 4 che è il loro carattere fondamentale, da un lato i limiti della riflessione filosofica occidentale e, dall’altro, un approccio alternativo e una diversa prospettiva.

Da questo punto di vista, il trattato di Cicerone, Cato maior, de senectute, è esemplare: in primo luogo, perché, riassumendo l’essenziale delle idee dell’antichità classica sul tema, influenzerà durevolmente il pensiero occidentale posteriore e, in secondo luogo, perché, come suole accadere tanto ad autori antichi quanto ad autori contemporanei (lo vedremo prendendo in esame la riflessione di Norberto Bobbio su tale tema), è evidente lo sforzo, che ne pervade ogni pagina, di esorcizzare lo spettro incombente della morte.

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doppiozero

Ci saranno improvvise esplosioni, epidemie

di Luigi Grazioli

ballard levinson 0“J. G. Ballard è uno dei pochi scrittori di fiction del ventesimo secolo dall’immaginazione così singolare da aver ricevuto un suffisso in inglese: in -esque o -ian, come nel caso di “Kafkesque” e “Dickensian””, scrive Simon Reynolds nel saggio che accompagna la traduzione inedita della video intervista All that mattered was a sensation che il grande scrittore inglese ha concesso a Sandro Moiso nel 1992, ora pubblicata in un’edizione bilingue corredata da un apparato iconografico e da una bella introduzione dello stesso Moiso, a cura di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti, per le edizioni Krisis. “Per alcuni lettori Ballard ha saputo imporre il suo modo di vedere tra i nostri occhi e il mondo”, tanto che è impossibile non pensare alla sua opera di fronte a eventi catastrofici, esplosioni di violenza, sesso traumatico, celebrità assassinate, comunità isolate che implodono, periferie degradate, grandi strutture stradali che sembrano ecosistemi autonomi ecc., che ritroviamo un po’ ovunque nella realtà degli ultimi decenni, dove le più cupe distopie del grande scrittore inglese, che apparivano solo estremizzazioni di aspetti appena accennati della società a lui (tra il 1960 e il 2000), sembrano essersi puntualmente realizzate, talvolta andando persino oltre la sua immaginazione.

Reynolds, riprendendo e commentando alcuni spunti dell’intervista, districa e ricollega in una fitta maglia questi caratteri tra di loro e, in modo illuminante, ad aspetti della società e della cultura inglese fino ai nostri giorni, dalla politica alle nuove consuetudini, dall’urbanistica alla musica, con una scrittura tanto chiara quanto acuta.

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poliscritture

E il desiderio disse: niente!

di Ennio Abate

In margine ad un convegno su Elvio Fachinelli del 1998

downloadRipubblico questo mio resoconto ragionato di un convegno su Elvio Fachinelli tenutosi a Milano nel 1998 dopo aver letto su LE PAROLE E LE COSE un ricordo di lui nel trentennale della sua morte scritto da Sergio Benvenuto (qui). Ho letto varie opere di Fachinelli e ho spesso citato il suo scritto “Gruppo chiuso e gruppo aperto” (ad es. nel 2011 qui) . Non l’ho mai conosciuto di persona (l’intravvidi solo una volta, attorno al 1988, in mezzo al pubblico alla Casa della Cultura di Milano) ma ho sentito parlare spesso di lui da Giancarlo Majorino. E mi hanno sempre particolarmente colpito il suo scontro con Franco Fortini e l’autocritica postuma di quest’ultimo nei suoi confronti. (Il «diverbio» con Fachinelli Fortini lo rievoca in una nota di «Psicoanalisi e lotte sociali», pag. 229 di Non solo oggi). L’attenzione e lo scrupolo da cronista, con cui allora segui quel convegno privilegiando ancora in un’ottica da insegnante (sarei andato in pensione in quell’anno), dimostra il mio interesse per i problemi sollevati da Fachinelli ma anche la mia diffidenza per la piega impolitica/apolitica con la quale i suoi amici e colleghi psicanalisti lo ricordarono in quel convegno, esaltando – proprio come oggi fa in maniera definitiva Sergio Benvenuto – il lato amicale e liberal-libertario del suo pensiero fin quasi a far scomparire la sua permeabilità e sensibilità alle inquietudini sociali e politiche di quegli anni. Non condividevo né condivido il ripiegamento di tanti intellettuali nei “culti amicali, cultural-editoriali e professional-corporativi ” e neppure il nuovo dogma della leggerezza antideologica oggi di moda. E trovo fiacca, puerile e sospetta l’apologia del Fachinelli “dionisiaco” di Benvenuto e il suo viscerale antimarxismo. Tanto più che lui stesso è costretto a chiedersi:

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iltascabile

Come leggere il pensiero, secondo le neuroscienze

di Federica Sgorbissa*

Lo stato dell’arte delle ricerche su decodifica del pensiero e telepatia

Untitled765Nel 1995, in Strange days, Kathryn Bigelow immaginava un futuro in cui memorie e pensieri possono essere registrati, venduti e comprati come fossero dei video. Nel film uno stralunato Ralph Fiennes interpreta Lenny Nero, una sorta di “spacciatore di ricordi” che sviluppa una dipendenza dal suo stesso “prodotto”. Un racconto simile l’aveva girato qualche anno prima Wim Wenders in Fino alla fine del mondo, dove Henry, interpretato da Max Von Sydow, è uno scienziato che resta intrappolato nelle sue ricerche, vittima, al pari di Lenny, del consumo compulsivo dei sogni altrui. Curiosamente, entrambi i film sono ambientati alla fine del 1999, con una differenza sostanziale: Strange days si spinge un po’ più avanti nell’immaginazione tecnologica e così, mentre Henry si limita a vedere i sogni su uno schermo, come fossero film, Lenny non solo può archiviare le esperienze in una sorta di minidisc, ma rivive queste registrazioni direttamente nel proprio cervello grazie allo SQUID, una specie di Playstation per ricordi.

Nonostante la visionarietà di Bigelow e Wenders, il capodanno del 2000 è passato senza la nascita di nessuna tecnologia simile. A distanza di vent’anni, tuttavia, si stanno effettivamente ottenendo grandi avanzamenti nel campo della decodifica di sogni e pensieri e, almeno parzialmente, della trasmissione brain-to-brain. Fra gli scienziati più attivi e ottimisti c’è Moran Cerf, professore della Kellogg School of Management della Northwestern University, imprenditore high-tech e consulente scientifico di Hollywood (oltre che ex-hacker). “Con l’elettroencefalografia oggi si possono avere decodifiche anche molto precise, usando dispositivi indossabili e non invasivi”, dice Cerf a il Tascabile.

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doppiozero

Massimo Recalcati. Le nuove melanconie

di Maria Laura Bergamaschi, Anna Stefi

edward hopper morning sun 5a 1024x698L’ultimo libro di Massimo Recalcati, Le nuove melanconie, si apre con un esergo tratto dal Vangelo di Giovanni, lo stesso esergo che Giacomo Leopardi scelse come ingresso a La ginestra: “e gli uomini vollero le tenebre piuttosto che la luce”. Il godimento senza limite, cifra del capitalismo, ha assunto oggi un nuovo volto, complementare al primo, diventando godimento della chiusura: dall’iperattività all’autoreclusione. Così i confini – porosi, aperti, essenziali perché si produca relazione – sono diventati muri. L’esito di questo essere-per-le-tenebre sarebbero dunque i disturbi melanconici sul piano della sofferenza individuale – l’esistenza come peso da trascinare, l’assenza del sentimento della vita, il culto del denaro e del possesso –, e la difesa a oltranza dei propri confini identitari sul piano del vivere sociale – una nuova pulsione securitaria che separa gli uni e gli altri.

L’espansione maniacale capitalistica, scrive Recalcati, ha lasciato attorno a sé solo un mucchio di ceneri, e quello cui assistiamo è una nuova deriva melanconica. Il rapporto solipsistico con l’oggetto ha prodotto una chiusura autoconservativa del soggetto su se stesso, spezzando ulteriormente ogni legame sociale: “l’esigenza della protezione si confonde con una condizione di asservimento”. La vita rinuncia alla vita in cambio della sua difesa.

Il discorso fascista trae la sua forza da questo desiderio consustanziale alla vita umana di difendersi dalle perturbazioni del mondo esterno. L’identità è minacciata dallo straniero e i porti devono essere chiusi per evitare ogni contaminazione: rinunciare al gioco della vita per evitare la quota di rischio che ogni gioco implica, la perdita di padronanza che l’assunzione del proprio desiderio chiede.

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anticitera

Schiavitù senza padroni

di Alessandro Della Corte

c38fd11c10f722670c1cc704a15cc2eaQualche tempo fa sono capitato su un articolo divulgativo che parlava di un recente esperimento di fisica fondamentale[1]:

Prendete un pallone. Da calcio, da basket, da pallamano; non importa. Sparatelo con un cannone e riprendete la scena con telecamere ad altissima definizione. […] Ora è il momento di fare un passo in avanti: rimpicciolite il pallone fino a farlo diventare un oggetto quantistico (un elettrone, un fotone; non importa) e ripetete l’esperimento con un mini-cannone e una mini-telecamera. Vi accorgerete che le cose cambieranno parecchio. Senza tirarla troppo per le lunghe, non riuscirete più a concludere la misura come prima. Perché la vostra mini-telecamera perturberà irrimediabilmente la traiettoria del mini-pallone, diventando di fatto parte integrante e attiva dell’esperimento. […] Piccola pausa: cosa vuol dire entangled? Il termine entanglement, che non ha una precisa traduzione italiana, definisce un bizzarro (l’ennesimo) fenomeno quantistico in cui due o più particelle sono intrinsecamente collegate tra loro in modo tale che le azioni o le misure eseguite su una di esse abbiano effetto istantaneo e irreparabile sulle altre. Con questo in mente, torniamo all’esperimento.

Eccetera, eccetera. Testi di questo tipo mi deprimono. Non perché l’esempio scelto (abbastanza a caso) sia particolarmente cattivo nel suo genere; si trovano facilmente cose molto più invereconde. Il mio problema è il genere stesso, e in particolare lo stile tipicamente usato. Si avverte l’ansia, il terrore che il lettore si spaventi, o peggio ancora si annoi e smetta di leggere. Lo si percepisce dal periodare convulso, dall’abbondanza di espressioni tipiche del parlato che dovrebbero dare sollievo tra una parola difficile e l’altra, dai grassetti distribuiti generosamente e un po’ a caso.

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doppiozero

Ok, Boomer! Per una vecchiaia meno seria

di Mauro Portello

2122913 clint1Fermo restando che “rendere la vita meno seria è una fatica immane e una grande arte”, come dice John Irving, vale comunque la pena insistere nella riflessione sulla vecchiaia per la semplice ragione che solo facendolo possiamo pensare di riuscire a escogitare qualcosa di meglio che ce ne possa difendere. Chissà, magari proprio nella vaghezza del qualcosa sta il “meno serio” di cui abbiamo bisogno.

“Ok, boomer!” si è sentito rispondere sarcasticamente un anziano deputato neozelandese qualche settimana fa dalla sua giovane collega venticinquenne Chlöe Swarbrick che intendeva dire “Adesso tocca a noi”. E così il baby-boomer diventa il nuovo soggetto sulle spalle del quale dovrà compiersi il salto evolutivo della concezione della vecchiaia, piaccia o no. Con la cultura disinvolta, spregiudicata e ribelle della sua umanità rock dovrà affrontare la sfida. E, per questo in particolare, sono convinto che François Jullien abbia ragione quando dice che “quel che viene prima è la dimensione culturale”, che ciò che si pensa, oggi, può essere più determinante di ciò che si fa, più di quanto si creda. Personalmente sono convinto che la nuova vecchiaia ne sia un’importante verifica.

È un vero tourbillon antropologico con cui stiamo facendo i conti. Tutti possono verificare che nella propria vita quotidiana degli ultimi tre decenni sono apparse nuove abitudini alimentari, linguistiche, estetiche, economiche, morali, provenienti appunto da quel mondo globale che non sempre per tutti è ancora facile identificare e utilizzare. E l’interazione con l’informazione globalizzata che la Tecnica ci mette a disposizione è probabilmente la maggiore fonte di questi cambiamenti. Gli adattamenti culturali sono in corso.

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labottegadelbarbieri

Se accuso questo «J’accuse»

di Fabio Troncarelli

Sul bel film di Polanski, sul caso Dreyfuss, sullo sciagurato Harris, sui rasoi e sugli scriba-lecchini

310px JaccuseFinalmente è uscito nelle sale il film di Polanski sul caso Dreyfus. Dico finalmente perché è stato giustamente molto apprezzato (da critici e pubblico a Venezia) e perchè effettivamente è molto bello. Polanski è uno dei pochi registi che sa fare ancora cinema, quello di una volta non il “birignao” dei patiti dei pupazzi animati. Però non è detto che gli riesca sempre tutto. Farlo notare non significa rompere le uova nel paniere per il gusto di farlo. Vediamo perché.

In originale il film si chiama «J’accuse» riprendendo il titolo di un famoso articolo di Emile Zola. In italiano si chiama invece «L’ufficiale e la spia» che riprende – in omaggio agli editori di libri sempre più assatanati di quattrini facili e sempre più a corto di idee originali – il titolo del best seller del giornalista e scrittore inglese Robert Harris da cui la pellicola è stata tratta. Il legame con il romanzo di Harris non è secondario: come ha scritto Mauro Donzelli: «sulle [sue] pagine era tutto descritto, inquadratura per inquadratura, gesto per gesto1». Ecco, il punto è proprio questo: per alcuni, come Donzelli, ciò significa che Harris è un genio «che meriterebbe più attenzione». Per altri invece, come me, Harris è una palla al piede che fa sprofondare il fim in una palude. Come del resto tutti i romanzieri che vogliono “romanzare” la storia e pretendono di ficcare la fiction dove non serve, anzi stona, come un attore che recita sopra le righe e aggiunge versi inutili a capolavori.

Una volta da ragazzo ebbi la disgrazia di vedere Romeo e Giulietta di Shakespeare nell’orrenda, catastrofica versione di un regista famoso: un bric-a-brac esagerato e sgangherato che intendeva solo imbambolare, ridurre a uno straccio l’innocente spettatore.

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doppiozero

Elena Ferrante. La vita bugiarda degli adulti

di Stefano Jossa e Viviana Scarinci

amica genialeFerrante mon amour

di Stefano Jossa

È possibile confrontarsi con la Ferrante (con l’articolo al femminile perché è un brand: come la Lego e la Coca Cola) senza risultare invidioso se la si critica, gregario se la si celebra e vigliacco se la si ignora? Per provarci, ho indossato simultaneamente i panni del critico, che guarda sospettoso, e del lettore, che s’immerge appassionato, fondendo due identità in una. Comincerò quindi da quella del critico, che crede di aver individuato la chiave per leggere La vita bugiarda degli adulti, passando subito dopo a una dichiarazione di amore sviscerato per la sua scrittura, che mi ha fatto leggere il suo nuovo romanzo, come i quattro precedenti, tutto d’un fiato.

Nel romanzo c’è due volte, alle pagine 132 e 142-3, una sequenza di un triplice io, che rivela la natura del libro: una lunga confessione intimistica, in presa diretta, dell’esperienza di crescita di un’adolescente, che si trova ad affrontare il cambiamento del suo corpo, la fine della sua famiglia e la scoperta del sesso. Non diventerà adulta se non simbolicamente, alla fine del libro, che già sembra preludere a un successivo. Al centro c’è lei e solo lei, come si addice a un’adolescente, ma soprattutto con l’occhiolino rivolto al lettore, che si sente voyeristicamente abilitato a farlo anche lui, un racconto simile della propria vita, in prima persona e al passato. Nell’era del narcisismo di massa, quale strategia più vincente per raggiungere il numero più alto possibile di lettori? Chi non ha mai scritto un diario, o desiderato di farlo?

Lei è Giovanna, Giannì, come la chiamano tutti, ma soprattutto è Elena Ferrante, un nome di cui non si può che essere invidiosi, per il successo che ha e il mistero che l’avvolge, che le consentono di essere libera: libera da vincoli di appartenenza, libera dai ricatti del mercato, libera dai condizionamenti del chiacchiericcio intellettuale.

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paroleecose2

Il clown senza padre

di Sergio Benvenuto

Intervento tenuto al convegno Il padre oggi, 26-27 ottobre 2019, presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma. Il convegno è stato organizzato dall’IPRS (Istituto Psicoanalitico per la Ricerca Sociale) e dall’IREP

l uomo ride film ispirato personaggio joker1.

Il film Joker di Todd Phillips, che circola attualmente in Italia, è tratto dai fumetti di Batman, ma in realtà è ispirato sia al romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride, sia al film V for Vendetta di James McTeigue.

Il protagonista di Joker, Arthur, è un giovane comico fallito, con ricoveri psichiatrici nel suo pedigree, che si adatta a fare il clown di strada. Questo quasi-psicotico vive da sempre con la madre stramba, non ha mai conosciuto suo padre. A un certo punto Arthur si convince, credendo a rivelazioni della madre, di essere il figlio di un grande magnate, Thomas Wayne (questo è il nome del padre di Bruce Wayne, alias Batman, nei famosi fumetti; un padre assassinato). Wayne si candida a sindaco di Gotham, alias fumettistica di New York. La madre sostiene di essere stata l’amante di Wayne da giovane e di aver avuto da lui Arthur, figlio che il padre non ha riconosciuto. Ma secondo un’altra versione, Arthur sarebbe stato adottato dalla madre, che da piccolo avrebbe abusato di lui, fino a finire lei in manicomio. Non sapremo mai, fino alla fine del film, se Wayne è davvero il padre di Arthur o no. Arthur è marcato come figlio di NN.

Arthur, una sera, spara a tre yuppies che lo aggrediscono in metropolitana e li uccide. Si diffonde la voce in tutta l’America che uno mascherato da clown è l’assassino dei tre brokers. Ben presto questo clown giustiziere diventa un eroe per la massa dei diseredati di Gotham, che protestano contro il potere indossando tutti una maschera da clown che ride. È interessante che tutti i mascherati da clowns siano uomini. L’intera città è messa a ferro e fuoco da migliaia di clowns. Arthur, che nel frattempo ha ucciso la madre e varie altre persone, viene riconosciuto come l’assassino dei tre yuppies e glorificato dai clown ribelli. Nel frattempo un uomo, anch’egli mascherato da clown, uccide Wayne. Non dico il finale.