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I rapporti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu

di Thierry Meyssan

224654 26f63.jpgDonald Trump ha capito chi è Benjamin Netanyahu durante le elezioni presidenziali statunitensi truccate del 2020. Nonostante le apparenze, da quel momento i due uomini non sono più sulla stessa lunghezza d’onda. Il presidente Trump sogna di concludere la pace ovunque c’è guerra, il primo ministro Netanyahu invece persegue il progetto sionista revisionista di conquista del Medio Oriente, che non ha nulla in comune con il sionismo di Herzl. La tenacia iraniana ha messo a nudo i loro programmi e ha avuto la meglio sui loro compromessi.

* * * *

Abbiamo molte difficoltà a comprendere il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Per interpretarlo e coglierne la profondità dobbiamo analizzare innanzitutto i legami storici tra le due nazioni, indi l’evoluzione politica di Donald Trump durante i due mandati presidenziali.

 

Gli Stati Uniti e Israele

Il mito della creazione degli Stati Uniti nel 1620 da parte dei Padri Pellegrini è tradizionalmente presentato come esodo dei puritani dissidenti della Chiesa anglicana. Sarebbero fuggiti dal “Faraone” (re Giacomo I d’Inghilterra), avrebbero stipulato un “Patto” durante la traversata del “Mar Rosso” (l’Oceano Atlantico) e avrebbero fondato la colonia di Plymouth. Ecco perché gli statunitensi sarebbero un “Popolo eletto”, allo stesso titolo degli ebrei.

Questa narrazione è stata sostenuta da tutti i presidenti degli Stati Uniti, da George Washington a Donald Trump, senza eccezioni [1]. Viene celebrata ogni anno il quarto giovedì di novembre, con la festa del Thanksgiving (Ringraziamento).

Il sostegno degli Stati Uniti allo Stato di Israele è quindi un dato di fatto mai messo in discussione pubblicamente.

Il vero fondatore del sionismo contemporaneo non è un ebreo, ma un cristiano dispensazionalista: il reverendo William E. Blackstone, predicatore statunitense secondo il quale i veri cristiani non parteciperanno alle prove della fine dei tempi. Insegnava che i veri cristiani saranno rapiti durante la battaglia finale – l’“estasi della Chiesa”, in inglese the rapture – e che gli ebrei, dopo aver scatenato questa battaglia, ne usciranno vittoriosi e convertiti a Cristo [2].

Il reverendo Blackstone riuscì a convincere Theodor Herzl a unire le preoccupazioni dei dispensazionalisti e quelle dei colonialisti. Per farlo sarebbe bastato concepire il progetto di creare Israele in Palestina e moltiplicare i riferimenti biblici. Grazie a questa idea piuttosto semplice, riuscirono a far aderire al progetto la maggioranza degli ebrei d’Europa. Oggi Herzl è sepolto in Israele, sul Monte Herzl, e lo Stato ha posto nella sua bara la Bibbia annotata, donatagli da Blackstone.

Blackstone e Herzl crearono artificialmente l’idea secondo cui tutti gli ebrei del mondo sono discendenti degli antichi ebrei di Palestina. Da allora il termine ebreo si applica non solo alla religione israelita, ma designa anche un’etnia. Fondandosi su una lettura letterale della Bibbia gli ebrei sono diventati i beneficiari di una promessa divina in terra palestinese.

La decisione di creare uno Stato ebraico in Palestina fu presa congiuntamente dai governi britannico e statunitense. Fu negoziata dal primo giudice ebreo della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, sotto l’egida del reverendo Blackstone, e fu approvata sia dal presidente Woodrow Wilson sia dal primo ministro David Lloyd George, sulla scia degli Accordi franco-britannici Sykes-Picot per la spartizione del Medio Oriente. Il loro accordo fu reso pubblico gradualmente.

Il presidente Wilson incluse tra gli obiettivi di guerra ufficiali la creazione dello Stato di Israele. È il n. 12 dei 14 punti presentati al Congresso l’8 gennaio 1918. Prese questa decisione due mesi dopo la Dichiarazione Balfour dei britannici [3].

Il presidente dell’Agenzia Ebraica, David Ben Gurion, proclamò unilateralmente lo Stato di Israele il 14 maggio 1948, ultimo giorno del mandato britannico sulla Palestina. Il giorno successivo, il 15 maggio, fu riconosciuto dagli Stati Uniti, nonché dall’Iran dello scià. Le Nazioni Unite, che stavano preparando un piano di spartizione della Palestina, si trovarono di fronte al fatto compiuto. Il Regno Unito riconobbe Israele soltanto otto mesi dopo.

Nel 1951 si costituì l’American Zionist Committee for Public Affairs (Comitato Sionista Statunitense per gli Affari Pubblici), che nel 1963 si trasformò nell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) (Comitato per gli Affari Pubblici israelo-statunitensi) per sfuggire alla registrazione come agente d’influenza straniero.

Il 22 luglio 2002 l’ambasciatore John Negroponte, all’epoca rappresentante permanente degli Stati Uniti all’Onu, durante una riunione a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza dichiarò che Washington avrebbe opposto il veto a ogni risoluzione che avesse condannato lo Stato di Israele senza condannare al tempo stesso i palestinesi [4]. Questa dottrina è tuttora in vigore. Ma non si può rimproverare la stessa cosa a entrambi i protagonisti, perché le responsabilità sono diverse, dato che Israele è uno Stato, mentre la Palestina non è ancora riconosciuta come tale. È uno stratagemma che garantisce a Israele di non essere colpita da alcuna sanzione delle Nazioni Unite, qualunque sia il suo comportamento.

Nel 2006 i professori Stephen Walt (Harvard) e John Mearsheimer (Università di Chicago) pubblicarono The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy (La lobby israeliana e la politica straniera statunitense) [5]. In questo libro dimostrarono che l’AIPAC, diventato il principale finanziatore delle elezioni legislative, di conseguenza è il vero padrone del Congresso.

 

Donald Trump e Israele

Al momento dell’insediamento alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2017, Trump non sa praticamente nulla di politica. È un uomo d’affari populista che intende «ripulire le stalle di Augia», cioè liberare Washington da ogni sporcizia e corruzione. Non è né un Repubblicano né un Democratico, è un jacksoniano che è riuscito a prendere il controllo del Partito Repubblicano,

Trump affronta il Medio Oriente attraverso gli occhi del suo consigliere per la Sicurezza, generale Michael Flynn, che ritiene Israele non affidabile e l’Iran pericoloso. Tuttavia il presidente è costretto a fare i conti con uno “Stato profondo” che lo obbliga a liberarsi di Flynn dopo solo tre settimane. È qui che scopre la personalità di Netanyahu, con cui ha un punto in comune: entrambi devono affrontare nel proprio Paese gli ingranaggi di un’amministrazione onnipotente. Trump e Netanyahu si sono già incrociati quando l’israeliano era ambasciatore alle Nazioni Unite, ma non si conoscono.

Nel 2017 Trump decide di sostenere militarmente nello Yemen Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in cambio esige che tutti gli Stati arabi smettano di sostenere le organizzazioni terroristiche create dalla CIA e dall’MI6 [6]. Di ritorno da Riyad fa scalo a Israele, dove dichiara: «Siamo appena tornati dal Medio Oriente» (sic).

Secondo il suo pensiero, Trump ritiene possibile concludere la pace in Medio Oriente quando nessuno Stato oserà difendere Al Qaeda e Daesh. In continuità con il presidente Andrew Jackson, ritiene possibile risolvere i problemi ritagliando uno Stato per gli israeliani, come fece il predecessore per gli statunitensi: relegando gli indiani nelle riserve.

Accetta quindi di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale di Israele [7] – ed eventualmente Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese – e di riconoscere l’annessione delle Alture del Golan siriano [8], nonché di tutte le aree della Palestina occupate dai coloni israeliani. Inoltre espelle da Washington l’ambasciata dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina [9].

Con sconcerto scopre che purtroppo le Nazioni Unite non considerano Gerusalemme israeliana, ma territorio internazionale, e che non può farne ciò che vuole senza suscitare una forte opposizione. Curiosamente le annessioni del Golan siriano e degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi passano con minori difficoltà.

Il 3 gennaio 2020 fa assassinare il generale Qassem Soleimani [10] – probabilmente con l’accordo di personalità iraniane cui faceva ombra – pensando di tagliare in questo modo il sostegno militare iraniano a coloro che fanno resistenza al progetto di estensione di Israele «dal Nilo all’Eufrate» [11].

Ma alla fine deve riconoscere che questa strategia non porta frutti, dunque inaugura un nuovo approccio: garantire mezzi finanziari ai palestinesi attraverso gli Accordi di Abramo. Affida il compito al genero, l’ortodosso ebreo Jared Kushner [12]. Riesce a convincere gli Emirati Arabi e il regno del Bahrein il 15 settembre 2020. Molto più tardi si uniranno Sudan, Marocco e Kazakistan.

Per quanto tenace sia la sua volontà, Trump non può districare questo groviglio di nodi, di cui ogni giorno scopre aspetti della lunghissima storia. I popoli del Medio Oriente non sono come gli statunitensi: hanno alle spalle una storia millenaria e non sono in vendita. Aspettano innanzitutto il risarcimento dei danni subiti, pronti a rinunciare a ogni vantaggio economico immediato.

 

Donald Trump e Benjamin Netanyahu

Quando il 20 gennaio 2025 Trump torna alla Casa Bianca, la situazione in Medio Oriente è completamente diversa. Netanyahu non è più il politico manipolatore che conosceva. Ora guida una coalizione di sionisti revisionisti e di suprematisti ebrei e non dissimula più il suo sogno di un «Impero ebraico», secondo l’espressione di Vladimir Zeev Jabotinsky [13].

Hamas ha diretto l’Operazione Diluvio di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023. Da allora l’amministrazione Biden ha accordato pieno sostegno a Israele, ma le esazioni delle Forze di Difesa Israeliane (FDI) hanno sollevato contro Israele l’opinione pubblica internazionale, anche occidentale.

Trump, la cui rielezione è stata finanziata principalmente dai sionisti revisionisti vicini a Netanyahu – come la magnate dei casinò Miriam Adelson [14] – continua a sorridere all’“amico” Netanyahu, ma non digerisce il modo in cui questi lo abbandonò nel 2021 e riconobbe l’elezione di Joe Biden. Peggio, Netanyahu ha addirittura esitato a sostenere Kamala Harris. Ne è stato dissuaso dal fatto che Harris, quando a luglio 2024 è andato al Congresso, ha denunciato il suo agire criminale a Gaza.

Il presidente Trump inizia il secondo mandato demolendo l’intero operato di Biden, senza prendere in considerazione la possibilità che in alcuni casi potesse avere avuto ragione. Revoca il divieto di fornire a Israele bombe di peso superiore a una tonnellata [15]. Annulla le sanzioni adottate contro i coloni violenti di Cisgiordania – ignorando che Netanyahu aveva minacciato gli Stati Uniti di riattivare il terrorismo della Banda Stern [16]. Infine, impone sanzioni contro i giudici del Tribunale Penale Internazionale (TPI) [17] che hanno osato porre sullo stesso piano i criminali israeliani, tra cui Netanyahu, e i palestinesi. Sostiene il Progetto Esther per la repressione delle opinioni filopalestinesi nelle università democratiche [18]. Infine ritira gli Stati Uniti dall’UNESCO, ritenendolo colpevole di aver accettato l’adesione dello Stato di Palestina.

Poi comincia a riflettere.

Prende contatto con Hamas, senza informarne l’alleato israeliano, e ottiene la liberazione dell’ostaggio statunitense, Edan Alexander. L’operazione è condotta da Adam Boehler, amico di Jared Kushner.

Quando il 4 febbraio 2025 Netanyahu gli annuncia che annetterà Gaza, Trump gli ribatte che no, saranno gli Stati Uniti a trasformare la Striscia di Gaza in una “riviera” [19].

Il 6 maggio 2025 firma un accordo di pace separato con Ansar Allah (chiamato con disprezzo Banda della famiglia Huthi, o semplicemente Huthi), senza avvertire l’alleato israeliano [20].

Informato che Israele intende usare una bomba atomica contro l’Iran, il presidente Trump, con il pretesto di impedirgli di dotarsi dell’arma nucleare, prende l’iniziativa di far bombardare i siti atomici civili iraniani. È l’operazione del 21 giugno 2025, Martello di mezzanotte [21]. Senza attendere che la Cia abbia esaminato le foto satellitari dei danni, proclama di aver distrutto tutti gli impianti iraniani.

Falliti i tentativi di rinunciare al terrorismo (2017) e naufragati gli Accordi di Abramo (2020) Tump annuncia il ricorso a un terzo metodo: il 19 febbraio 2026 fonda un Consiglio di Pace, incaricato di concludere accordi laddove le Nazioni Unite hanno fallito [22]. Si tratta di stringere alleanze con personalità libere che prescindano dalle amministrazioni sclerotizzate. Il Consiglio presenta un piano la cui prima fase è una vittoria clamorosa. La seconda invece non verrà mai lanciata perché Israele, che ha accettato il piano e ha aderito al Consiglio, vi si oppone con tutte le forze.

Il 7 maggio 2026 la radio militare israeliana annuncia che Trump ha deciso di non avere più contatti diretti con Netanyahu ritenendolo manipolato [23].

L’8 maggio Ron Dermer, uomo di fiducia di Netanyahu nonché suo ministro degli Esteri, si arrischia ad andare alla Casa Banca. Sostiene l’idea che Israele debba attaccare il Libano e gli Stati Uniti debbano attaccare l’Iran. Trump gli risponde che Israele deve rispettare gli impegni assunti.

Il 14 maggio si aprono negoziati diretti tra Israele e Libano, alla presenza di Elbridge Colby, sottosegretario alla Guerra. L’amministrazione prende atto del rifiuto di Israele di fermare la guerra in Libano. Senza indugio, Teheran, che aveva inserito la pace in Libano nell’accordo di cessate-il-fuoco nel Golfo Persico, dichiara di non potersi più fidare degli Stati Uniti e mette fine ai negoziati.

Il 1° giugno Trump accetta infine di parlare al telefono con l’amico Netanyahu. Gli dice: «Sei pazzo! Senza di me saresti in prigione. Ti salvo la pelle. Ora il mondo intero ti detesta. Il mondo intero detesta Israele a causa tua» [24].

Poi pubblica su Truth Social: «Oggi ho parlato con Bibi Netanyahu, gli ho chiesto di non lanciarsi in un grande raid su Beirut, in Libano. Ha ordinato alle sue truppe di ritirarsi. Grazie Bibi! Ho parlato anche con i rappresentanti dei leader di Hezbollah: hanno accettato di smettere di sparare su Israele e sui suoi soldati. Israele ha sua volta accettato di smettere di sparare su di loro. Stiamo a vedere quanto durerà – spero che sia per l’ETERNITÀ!» [25].

Mike Huckabee, ambasciatore degli Stati Uniti a Gerusalemme/Al-Quds, pubblica su X: «O Joe Kent non è molto intelligente oppure è semplicemente disonesto. Israele riceve 3,8 miliardi di dollari, ma ne spende molti di più per acquistare materiale militare americano. Gli Stati Uniti ricevono anche innovazioni tecnologiche, quindi il ritorno sull’investimento è molto conveniente. Il nuovo protocollo d’intesa con Israele pone fine agli aiuti e si baserà sul commercio» [26].

Il primo ministro israeliano risponde su X: «Ho parlato stasera con il presidente Trump e gli ho detto che se Hezbollah non smette di attaccare le nostre città e i nostri cittadini, Israele colpirà obiettivi terroristici a Beirut.
Questa è la nostra posizione ferma.
Allo stesso tempo le FDI continueranno a operare come previsto nel sud del Paese» [27].

La rottura è ormai consumata, nonché consapevolmente accettata.


Traduzione di Rachele Marmetti

Note
[1] God’s New Israel. Conrad Cherry, Pentice Hall (1971).
[2] Jesus is coming, William E. Blackstone, 1878.
[3] The Politics of Christian Zionism (1891-1948), Paul Merkley, Frack Cass (1998).
[4] «’The Negroponte Doctrine’ concerning UN Security Council Resolutions on the Middle East». United States Mission to the United Nations. 6 October 2003.
[5] Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, Stephen Walt and John Mearsheimer, Farrar, Straus and Giroux (2007).
[6] “Donald Trump’s Speech to the Arab Islamic American Summit”, by Donald Trump, Voltaire Network, 21 May 2017.
[7] «President Donald J. Trump’s Proclamation on Jerusalem as the Capital of the State of Israel», The White House, December 6, 2017.
[8] «Remarks by President Trump at Signing of Presidential Proclamation Recognizing Israel’s Sovereign Right Over the Golan Heights», Donald Trump, The White House, March 26, 2019.
[9] «Closure of the PLO Office in Washington», State Department, September 10, 2018.
[10] «Remarks by President Trump on the Killing of Qasem Soleimani», The White House, January 3, 2020.
[11] «Full Transcript of Donald Trump’s ‘100 Days’ Interview With TIME», Time, April 25, 2025.
[12] Abraham Accords Peace Institute Annual Strategy, AAPI, August 27, 2021.
[13] “Il colpo di Stato degli straussiani in Israele”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 marzo 2023.
[14] « L’interview tellurique de Joe Kent par Tucker Carlson, qui dénonce la prise en otage de Trump par Netanyahou », par Alfredo Jalife-Rahme, Traduction Maria Poumier, La Jornada (Mexique) , Réseau Voltaire, 23 mars 2026.
[15] «US Puts 2,000 Troops on Higher Alert as Israel Readies Assault», Anthony Capaccio, Bloomberg, October 17, 2023.
[16] “A Gerusalemme la “Conferenza per la vittoria di Israele” minaccia Londra e Washington”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 13 febbraio 2024.
[17] «Imposing sanctions on the International criminal court», The White House, February 6, 2025
[18] «The Group Behind Project 2025 Has a Plan to Crush the Pro-Palestinian Movement», Katie J.M. Baker, The New York Times, May 18, 2025.
[19] «In shock announcement, Trump says U.S. wants to take over Gaza Strip», Steve Holland, Matt Spetalnick and Jeff Mason, Reuters, February 5, 2025.
[20] Dépêche 3446 : «Washington conclut un accord séparé avec Ansar Allah», Voltaire, actualité internationale, N°132, 9 mai 2025.
[21] “I retroscena della Guerra dei 12 giorni”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 1 luglio 2025.
[22] “Il Consiglio di Pace per Gaza salverà l’influenza degli Stati Uniti?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 24 febbraio 2026.
[23] «Trump cuts ties with Netanyahu over manipulation concerns: Report», Faruk Hanedar and Gizem Nisa Cebi, Anadolu Agency, May 9, 2025.
[24] «"You’re fucking crazy": Trump fumes at Netanyahu in call on Lebanon», Barak Ravid and Marc Caputo, Axios, June 1, 2026.
[25] «@realDonaldTrump», Truth Social, June 1, 2026.
[26] «@GovMikeHuckabee», Ambassador Mike Huckabee, X, June 1, 2026.
[27] «@IsraeliPM_heb», ראש ממשלת ישראל, June 1, 2026.
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