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sinistra

Note sull’aggressione contro Cuba e sulla desistenza geopolitica*

di Eros Barone

nlxknlckj.jpegL’attuale crisi energetica che Cuba sta affrontando non è né un fenomeno naturale né un semplice deficit delle infrastrutture: è invece il culmine di un assedio geopolitico pianificato con precisione sistematica nel corso di sei decenni. Ciò che l’isola sta vivendo oggi è l’intreccio micidiale tra la guerra economica tradizionale – il blocco – e un contesto internazionale i cui protagonisti, anziché agire per ridurre lo squilibrio dei rapporti di forza, hanno optato per quella che si può definire una “geopolitica della desistenza”. In altri termini, Cuba affronta non solo l’ostilità dell’Impero, ma anche l’abbandono silenzioso di coloro che, in teoria, dovrebbero sfidare l’ordine unipolare. D’altra parte, il blocco esiste perché Cuba sfida ancora lo ‘status quo’ e rimane un fenomeno scomodo all’interno del sistema capitalistico globale. Se Cuba non rappresentasse una minaccia reale, basterebbe ignorarla, ma il fatto che una simile anomalia – un paese socialista a soli 145 chilometri di distanza da un colosso imperialista - debba essere eliminata dimostra che la sua semplice esistenza è intollerabile per l’ordine che quel colosso intende perpetuare.

 

  1. Un naufragio con molti spettatori

Sennonché è necessario chiedersi che cosa rimanga della solidarietà internazionale quando i gesti simbolici sostituiscono le azioni concrete? Che cosa significa davvero sostenere Cuba quando il cappio si sta stringendo intorno al collo della vittima e il soffocamento diventa tangibile? E soprattutto: che cosa rivela dello schieramento geopolitico, che afferma di volere un mondo diverso, il fatto che resti a guardare un naufragio senza alzare un dito per soccorrere i naufraghi? Nelle dichiarazioni che improntano la loro retorica, la Russia e la Cina rivendicano un mondo multipolare, la fine dell’unipolarità e il rispetto della sovranità. Ma il loro vero obiettivo – rivelato dalle azioni piuttosto che dalle parole – è la graduale integrazione nelle regole del sistema che affermano di sfidare; il loro vero obiettivo non è la trasformazione dell’ordine mondiale, ma la negoziazione di un luogo più confortevole al suo interno. Coinvolte nei loro conflitti prolungati – l’Ucraina per la Russia, Taiwan e il Mar Cinese Meridionale per Pechino –, entrambe queste potenze hanno adottato una posizione difensiva.

Il loro sostegno a Cuba si è ridotto alla deplorazione formale nelle assise internazionali e alla fornitura di determinate risorse, senza sfidare strutturalmente il blocco. Non inviano il petrolio necessario, non creano linee di credito che aggirino le sanzioni, non scortano i rifornimenti all’isola con le loro navi. Se viene chiesto loro di motivare un simile atteggiamento, la risposta è quella del politico opportunista: il momento non è giusto, i costi superano i benefici, dobbiamo essere realistici. Ma il realismo, in un contesto di natura bellica, è solo un altro modo di muoversi verso una capitolazione precoce. Comportandosi in tal modo, stanno facendo un errore di calcolo strategico che la storia non mancherà di punire. Ogniqualvolta uno Stato che ha un certo potere permette all’ordine egemonico di distruggere un anello della catena senza costi, l’ordine, che su quella catena si fonda, si rafforza e l’Impero si avvicina di un altro passo a sottomettere coloro che credevano di essere al sicuro. Il messaggio che da coloro che pretendono di essere realistici viene inviato alle proprie popolazioni e ad altri Paesi dipendenti è quindi terribile: la solidarietà è un lusso che non possiamo permetterci; occorre desistere; sappi che, quando arriverà il tuo turno, sarai solo.

In tal senso, la posizione di Brasile e Colombia è, forse, l’esempio paradigmatico della bancarotta contemporanea del progressismo. Lula da Silva e Gustavo Petro, due leader che devono il loro successo politico alla prospettiva della trasformazione sociale e della sovranità regionale, hanno optato per quella che si può definire una “retorica della solidarietà non impegnativa”: dichiarazioni di sostegno morale, richieste di dialogo ed interventi verbali negli incontri internazionali. Ma mentre circolano le parole, le condizioni strutturali soffocanti – il blocco, l’iscrizione negli elenchi degli Stati associati al terrorismo, le sanzioni finanziarie – rimangono intatte.

Tutto si svolge come se una sorta di identificazione con l’aggressore fosse all’opera, un meccanismo con cui un soggetto sottoposto a una forza superiore interiorizza i valori e la logica di quel potere per poter sopravvivere. Non si tratta di un tradimento consapevole ma di un adattamento che, nel tempo, diventa costitutivo della propria identità: è la sindrome di Stoccolma nel campo geopolitico. Qualcosa di tutto ciò si verifica con alcuni governi progressisti latino-americani; hanno incorporato la logica del sistema imperialistico – le sue istituzioni, i suoi mercati, le sue regole – a tal punto che non possono più immaginare un’azione politica che rompa con quel sistema, anche se la proclamano necessaria nel loro discorso. Brasile e Colombia dimenticano che se essi fossero oggi una vera retroguardia strategica, ciò non sarebbe un favore che farebbero a Cuba; sarebbe una necessità per sé stessi. Se gli Stati Uniti continuano a condizionare l’equilibrio nella regione – come fanno con la loro politica di sanzioni, il loro dominio del FMI, il loro controllo dell’OSA e la loro influenza sulle forze di destra locali – su chi potranno contare Lula e Petro quando la marea reazionaria li colpirà? Astenendosi dall’agire con decisione, avranno bruciato quella retroguardia di cui avranno un estremo bisogno. Il caso del Venezuela è il più doloroso, perché rappresenta la mutilazione di un progetto che un tempo era il pilastro della solidarietà regionale. Oggi il Venezuela è di fatto soggetto alle decisioni geopolitiche degli Stati Uniti. Il regime di sanzioni estreme e il rapimento di Maduro e Cilia Flores hanno raggiunto il loro obiettivo: soggiogare lo Stato venezuelano, costringerlo a negoziare da una posizione di debolezza e ridurre la sua influenza internazionale. Il Venezuela non può più aiutare Cuba perché può a malapena aiutare sé stesso. Se l’Impero può soggiogare il Venezuela, che possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo, che speranza ha un paese più piccolo senza quella risorsa? Ma i governi della regione non stanno traendo la conclusione corretta. Invece di unirsi per rompere l’assedio, si disperdono, negoziano separatamente e sono destinati a cadere uno dopo l’altro. Alcuni dei piccoli paesi che hanno ricevuto la solidarietà cubana – medici nei loro villaggi, insegnanti nelle loro scuole, brigate nel mezzo dei loro disastri – stanno ora voltando le spalle. Quello che non riescono a capire è che, voltando le spalle a Cuba, stanno contribuendo a distruggere l’unico tessuto di solidarietà che potrebbe proteggerli quando saranno sulla linea di tiro. È sempre stato così: tutti quelli che scelgono di salvarsi da soli finiscono isolati e poi soggiogati.

 

  1. Doppio legame” e diplomazia giugulatoria

Di fronte a questo scenario, l’obiezione liberale – e a volte anche quella di un certo segmento della sinistra – suona prevedibile: perché fare appello agli altri? Cuba non dovrebbe provvedere a sé stessa? Questa domanda merita di essere decostruita rigorosamente, perché opera come una trappola retorica che normalizza la violenza del blocco e incolpa la vittima. L’autarchia è un mito nel sistema del mondo contemporaneo. Nessun paese è un’isola, nemmeno le isole stesse. Gli Stati Uniti non sono isolati: dipendono da una rete globale di basi militari, dal dollaro come valuta di riserva imposta al mondo attraverso gli accordi di Bretton Woods e la pressione delle sue portaerei, e dalle catene di approvvigionamento che sfruttano sistematicamente. La Cina non si regge da sola: dipende dalle materie prime africane e latino-americane e dai mercati globali per la sua sovrapproduzione industriale. La Russia non è isolata: la sua potenza energetica è ridotta a zero senza i gasdotti e senza acquirenti disposti a pagare per la sua tecnologia militare. Quindi, la dipendenza non è l’eccezione nel sistema internazionale, ma è una regola strutturale: quello che varia è il tipo di dipendenza e il margine di autonomia che può essere costruito al suo interno. Un paese come Cuba deve sopravvivere, nonostante sia bloccato dall’imperialismo.

La domanda corretta, quindi, non è quella che chiede perché Cuba non sia autosufficiente, ma perché si esiga da lei un livello di autosufficienza che non viene richiesto a nessun altro. Una simile richiesta è chiaramente asimmetrica, e non è innocente: è una trappola discorsiva perfida che colloca l’isola in una posizione impossibile, per poi presentare la sua impossibilità come prova del suo fallimento. Una sorta di “doppio legame” viene imposto a Cuba: essa è sottoposta ad una condizione che non può soddisfare, ed è poi accusata per non aver potuto soddisfare tale condizione. Ancora una volta Cuba viene imprigionata nella semantica fallace di un discorso fondato sul doppio legame: se resiste, è una dittatura che fa soffrire il suo popolo; se negozia, sta cedendo al ricatto imperiale; se chiede aiuto, è uno “Stato fallito” che non ha la forza per sostenersi. Non c’è via d’uscita all’interno del discorso dell’Impero, perché il discorso dell’Impero non è progettato per concedere una via d’uscita ai suoi avversari, ma per sottometterli.

Il copione storico della diplomazia giugulatoria è più o meno sempre lo stesso ed è stato sempre eseguito dall’Impero con variazioni minime. In primo luogo, la vittima viene portata al tavolo del negoziato con la promessa di negoziare, ma in realtà con l’obiettivo di guadagnare tempo. Mentre la controparte confida nella via diplomatica, l’Impero continua ad applicare sanzioni, rafforzando l’opposizione interna e preparando il terreno per la sovversione. In secondo luogo, viene avanzata la richiesta di concessioni unilaterali e fatta valere una posizione di forza assoluta. Ogni concessione fatta dalla parte più debole viene interpretata come un segno di ulteriore debolezza e va incontro ad una maggiore pressione. Il meccanismo è sinistro nella sua logica giugulatoria: più uno cede, più si deve cedere. La negoziazione diventa così un processo di svuotamento progressivo della sovranità. In terzo luogo, se l’Impero non ottiene ciò che vuole con un falso dialogo e un reale ricatto, esso invade o distrugge: con l’invasione diretta, come a Panama, a Grenada e in Iraq; con il colpo di Stato, come in Honduras nel 2009, come in Bolivia nel 2019; con la guerra a bassa intensità, come in Nicaragua negli anni ’80; con la distruzione economica sistematica, come a Cuba, in Venezuela e in Iran. In ogni caso, la diplomazia è solo il preludio all’aggressione. Coloro che, in buona fede, esortano Cuba a negoziare con gli Stati Uniti ignorano la vera procedura, che non consiste nello spingerla al tavolo per impegnarla nel dialogo, ma nello spingerla al tavolo per arrendersi nelle condizioni più sfavorevoli possibili.

 

  1. Una nuova versione del Comma 221: “Stato fallito” e sovversione interna

Il blocco non è una sanzione; è un meccanismo disgregante progettato per provocare un’implosione dall’interno. Offrire aiuti umanitari, per quanto prezioso possa essere, senza rompere il blocco finanziario ed energetico è come pensare di poter curare un tumore senza estirparlo. L’obiettivo strategico del blocco - che nella terminologia militare è chiamato “guerra di quarta generazione” o “regime change” per soffocamento - è quello di impedire allo Stato, che ne è il bersaglio, di soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione, in modo che la popolazione stessa finisca per ribellarsi al governo. Non vi è nulla di casuale in questa strategia: è deliberata, è documentata, ed è stata applicata con vari gradi di intensità per più di sei decenni. Di fatto, è una variante del paradosso del Comma 22: se ti sottometti alla logica della diplomazia giugulatoria e ti siedi al tavolo della trattativa, hai già perso; se rifiuti quella logica, dimostri di essere tanto irragionevole quanto pericoloso e meriti di essere schiacciato.

Il blackout non è solo l’interruzione nell’erogazione dell’energia elettrica; è una pedagogia della paura, una lezione che l’Impero impartisce giorno dopo giorno. Ogni ora senza elettricità, ogni difficoltà nell’ottenere cibo, ogni medico privo di medicine è un promemoria crudele circa il costo della resistenza e la durata della sofferenza che questa comporta. Tutto ciò viene spiegato dall’Impero con la narrazione dello “Stato fallito”, per cui la colpa è sempre della vittima. E in questa inversione della causalità, per cui la vittima diviene causa del suo male, risiede l’aspetto più perverso dell’intera operazione: la costruzione di una narrazione che inverte la causalità. L’impero non distrugge puramente e semplicemente, ma elabora anche il procedimento discorsivo per far sembrare la distruzione meritata o inevitabile.

Allo Stato cubano si impedisce di importare cibo, medicine, carburante e pezzi di ricambio; si impedisce di accedere al credito; lo si sottopone ad una guerra mediatica; lo si punisce se commercia con chiunque: ebbene, quello Stato dovrà, per definizione, affrontare enormi difficoltà nel normale funzionamento. Poi, quando quelle difficoltà si manifestano – ‘blackout’, carenza, migrazione – i corifei dell’Impero e i suoi portavoce locali gridano che è uno “Stato fallito” e che il socialismo non funziona. Tuttavia, la categoria di “Stato fallito” non è descrittiva, ma performativa. Qualificare Cuba come “Stato fallito” non serve a descrivere una realtà, ma a costruire una realtà che giustifichi l’abbandono e alla fine l’intervento. Sennonché uno Stato veramente fallito non sopporta 65 anni di blocco e non ha un tasso di mortalità infantile inferiore a quello degli Stati Uniti; non forma i medici che salvano vite in tutto il mondo; non mantiene un sistema educativo universale, non sviluppa una propria ricerca scientifica capace di mettere a punto vaccini efficaci, e non esprime una cultura incisiva. Quello che l’Impero chiama uno “Stato fallito” è, in realtà, uno Stato aggredito che si rifiuta di inginocchiarsi di fronte al Leviatano imperialista. Questa è, precisamente, la ragione della furia dell’Impero: Cuba non fallisce ma resiste, e questa resistenza è, per chi si crede padrone del mondo, intollerabile.

 

  1. Scelte possibili e inaccettabili, scelta necessaria e dirompente

A questo punto sorge, inevitabile, una domanda: quali sono le scelte che si presentano al gruppo dirigente cubano? O, per essere più precisi, quali sono le scelte che sono state lasciate ad esso? La prima è accettare di negoziare in condizioni, come si è detto, giugulatorie. Questo è ciò che raccomandano i borghesi liberali ben intenzionati: coloro che desiderano che Cuba si impegni nel dialogo e negozi con gli Stati Uniti. Ma negoziare con un Impero che ti punta la pistola alla tempia non è un dialogo; può essere soltanto una resa condizionata. Cuba ha dimostrato la volontà di dialogare in più occasioni, ma sempre da una posizione di dignità: sedersi a negoziare oggi senza prima rompere il blocco energetico e finanziario significa accettare l’inaccettabile. Il risultato sarebbe una omologazione che equivarrebbe al graduale affossamento del progetto rivoluzionario, così come è accaduto nell’Europa orientale dopo la caduta del ‘Muro’, ma con l’incombente presenza dell’Impero a soli 145 chilometri di distanza. La seconda scelta è la resistenza eroica ma solitaria, un percorso che Cuba segue da decenni. Ma quale prospettiva può avere una resistenza, sia pure eroica, senza una retroguardia? La terza possibilità è quella a cui punta l’Impero: l’implosione. Un esito prodotto dalla sofferenza accumulata ed esasperato dalle forze di opposizione finanziate dall’Impero; un esito che consentirebbe un intervento umanitario o una transizione concordata, sempre però in vista del ripristino di un rapporto di subordinazione neocoloniale. La quarta scelta – l’unica che potrebbe cambiare veramente la situazione – non dipende da Cuba. Dipende da coloro che, dichiarando di sostenere Cuba, decidono di passare dalle parole ai fatti, inviando il petrolio necessario, dispiegando delle navi, scortando le forniture e rompendo il blocco finanziario con misure concrete. La quarta scelta pone un’alternativa drastica, che non lascia spazio né alle declamazioni pseudo-solidaristiche né alle tergiversazioni opportunistiche: o è azione o è complicità.

Eppure, in mezzo a questo desolante panorama vi è un fattore antagonistico che l’analisi geopolitica classica tende a sottovalutare. Cuba ha qualcosa che nessun blocco è in grado di annientare: ha i popoli del mondo più di quanto abbia gli Stati. La solidarietà degli Stati è fragile, perché dipende dai governi, dai cicli elettorali e dalle alleanze che cambiano; la solidarietà tra i popoli è più lenta e più difficile da organizzare, ma quando viene attivata, non può essere sanzionata dal FMI o circoscritta dalla NATO. Non vi è nessun altro paese al mondo che possa far valere una rete di movimenti di solidarietà così diffusi, persistenti e radicati attraverso più generazioni, come Cuba. Questo tessuto umano è una risorsa strategica che nessun bilancio convenzionale, stilato da un punto di vista geopolitico, prende in considerazione.

 

  1. Il significato epocale dell’‘abbandono’ di Cuba

L’eroica resistenza dell’Iran contro l’imperialismo ha mostrato la strada: una società, che ha interiorizzato la difesa della nazione come un valore inalienabile, ha reso nel contempo la resistenza un’arma collettiva più forte della paura. Cuba ha la stessa identità: è una nazione armata non in forza della leva obbligatoria, ma a causa di una coscienza storica accumulata in sessantacinque anni di assedio. Un’invasione di Cuba non sarebbe l’operazione chirurgica di Grenada né la passeggiata nei giardini di Panama; sarebbe un immane bagno di sangue, durerebbe anni e costerebbe migliaia di vite americane. Tutto questo, nelle democrazie liberali con l’opinione pubblica e le elezioni periodiche, urterebbe contro il limite misurabile delle bare e degli indici di gradimento presidenziali. Cuba, con la sua complessa geografia e una popolazione preparata per decenni alla difesa territoriale, potrebbe essere allora per l’Impero un nuovo Vietnam.

L’analisi della “geopolitica della desistenza” mostra non solo una serie di errori tattici isolati, ma anche, e soprattutto, la profonda crisi di coscienza che, a livello geopolitico e morale, rende impotente il fronte progressista globale. Si sono smarrite sia l’idea secondo cui la solidarietà non è un lusso morale riservato ai bei tempi, bensì una necessità strategica, sia la definizione stessa di ciò che significa un progetto politico e ideale che aspira a realizzare qualcosa di più dell’amministrazione dell’ordine esistente. Eppure Cuba è la prova vivente che è possibile resistere all’assedio della più grande potenza del mondo per decenni e mantenere un sistema sanitario universale, un’istruzione gratuita, una cultura incisiva e una dignità inalienabile. Questo non dimostra che il modello cubano sia perfetto: distruggendo Cuba, l’Impero non sta eliminando una minaccia militare, sta cancellando un esempio e cerca di dimostrare che al di fuori della normalità capitalistica non vi è spazio per alcun tipo di vita2. Ecco perché abbandonare Cuba significa arrendersi sul piano strategico. Un ordine mondiale che afferma di essere multipolare, ma non riesce a proteggere i suoi membri più vulnerabili quando l’Impero stringe il cappio attorno al collo della vittima, non è un ordine alternativo, ma una propaggine dello stesso dominio. Consegnando Cuba all’Impero, la Cina e la Russia stanno dicendo al Sud del mondo: “Se non hai petrolio o una posizione geografica vitale per noi, non ti devi aspettare nulla”. Ma questo, nel lungo periodo, li priva di veri alleati e li condanna ad un ruolo per cui anche loro, sebbene siano potenti, sono vulnerabili.

 

  1. “…lasciamo che acchiappi chi vuole”: un apologo esopiano

Quando l’Impero guarda Cuba, vede una piccola isola che esso può bloccare e soffocare quasi senza colpo ferire. Quello che non vede o, per meglio dire, ciò che non vuole vedere è che quest’isola è un vulcano quiescente situato in cima ad una linea di faglia globale. Cuba non è solo la sua geografia; è la sua storia, il suo esempio, il sogno di milioni di persone che, dovunque nel mondo, credono ancora che un altro mondo sia possibile. Perciò, se un giorno l’Impero dimentica la Corea, dimentica il Vietnam, dimentica l’Iran, dimentica che i popoli non si arrendono, e osa invadere l’isola, scoprirà che per vincere le guerre non bastano le portaerei. La guerra viene vinta dalla capacità di un popolo di dire “no” anche a costo della vita, e quel “no” pronunciato da Cuba, moltiplicato per milioni dentro e fuori l’isola, potrebbe attraversare con la sua eco l’intero pianeta.

Nel frattempo, continua la battaglia per la vita quotidiana, per la luce, per il cibo, e in questa battaglia i popoli del mondo hanno l’ultima parola. Cuba chiede azioni concrete: il petrolio necessario, le navi, la scorta, la rottura del blocco finanziario, la protezione del suo spazio marittimo, una forte pressione nelle organizzazioni internazionali. Questa non è una semplice richiesta di solidarietà, è una richiesta di coerenza. Ma l’ultima domanda non è per Cuba, poiché questa isola caraibica ha già dato la sua risposta con 67 anni di rivoluzione. La domanda è per il mondo, per chi pretende di volere un ordine diverso, per chi ha firmato dichiarazioni e inviato messaggi, per coloro che hanno petrolio e navi ma non le inviano, o che detengono voti decisivi nell’ONU che usano solo per astenersi. Da che parte stai? Dalla parte di coloro che inviano messaggi di sostegno o dalla parte di coloro che inviano navi e decidono di sfidare i disegni dell’imperialismo una volta per tutte?

Vorrei allora concludere queste note evocando il modo, non meno fulminante che rivelatore, con cui un umanista comunista, Concetto Marchesi, riferiva e commentava una favola di Esopo, da cui traeva un insegnamento fondamentale, relativo per un verso alla necessità del partito rivoluzionario e per un altro verso all’internazionalismo proletario quale identità costitutiva di un partito autenticamente rivoluzionario. Marchesi mostrava con l’‘exemplum fictum’ della favola che la resistenza di un popolo al dominio dell’imperialismo non si fonda sulla debolezza dei forti, ma sulla forza dei deboli. Scriveva Marchesi che «in una favola disperatamente triste e vera di Esopo ci sono due protagonisti: un uomo, il beccaio, e una moltitudine di castrati. L’uomo afferra e sgozza, siccome è suo mestiere e suo interesse: gli altri vedono sgozzare, e restano cheti e fiduciosi; perché la bestia del gregge è così: sente la mano dell’uccisore quando è afferrata alla gola. L’uomo spesso non la sente neppure allora. Narra il favolista: “I castrati erano tutti in branco coi montoni. Entrò il beccaio e finsero di non vederlo. L’uomo ne afferrò uno, lo trasse fuori e lo sgozzò. Gli altri vedevano e dicevano tra loro: me, non mi tocca; te, non ti tocca: e lasciamo che acchiappi chi vuole”. Così ne restò alla fine uno solo. Diceva al beccaio: “Come siamo stati pazzi! Quando eravamo tutti insieme potevamo fracassarti a testate. Ora invece...”. E naturalmente fu sgozzato anche lui”3».

Memorabile è, infine, la postilla con cui Marchesi chiudeva il suo commento: «Questa favola prova... che vanno incontro alla rovina coloro che non hanno saputo a tempo misurare la propria forza. Già, anche Seneca, ad ammonimento dei padroni, domandava: “E se i servi si contassero?”, dimenticando che i servi non si contano mai da sé: a far questo hanno bisogno di un altro, non servo, ma uomo libero che insegni loro l’addizione. Questa favola proverebbe, se mai, che due sono le massime sorgenti del male nel mondo: l’egoismo e la stupidità»4.


* Il presente articolo, nei primi cinque paragrafi, nasce dalla rielaborazione di un ampio articolo di Josué Veloz Serrade, intitolato Cuba, at the crossroads of hypocritical multilateralism e reperibile nella Rete al seguente indirizzo: https://mltoday.com/cuba-at-the-crossroads-of-hypocritical-multilateralism/. Nella rielaborazione ho tralasciato le interessanti osservazioni psicoanalitiche di derivazione lacaniana svolte dall’autore, che i lettori interessati potranno recuperare dalla versione inglese. Il sesto paragrafo è invece la trascrizione di un passo specifico della relazione di Eros Barone, “Popolo” e “moltitudine” nel pensiero politico di Concetto Marchesi, in Concetto Marchesi – Un umanista comunista, Atti del convegno nazionale di studi – Gallarate, 25 ottobre 1997, a cura di Claude Pottier, Casorate Sempione (Varese) 1998, p. 119.

Note

1 Il paradosso del Comma 22, formulato nel romanzo Catch 22 di Joseph Heller con lo scopo di satireggiare le petizioni di principio presenti nei regolamenti militari, nasce dalla seguente autoriflessione: “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo” (Comma 21), ma “Chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo” (Comma 22).

2 Sul valore paradigmatico della rivoluzione cubana cfr. anche il seguente articolo: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/33037-eros-barone-la-rivoluzione-cubana-un-esempio-storico-e-attuale-che-l-imperialismo-americano-vuole-cancellare.html.

3 C. Marchesi, Favole esopiche, Milano, 1951, p. 8.
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