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Il D-Day di Kiev
di Enrico Tomaselli
Arriva o non arriva? La più mediatica delle controffensive dei tempi moderni, più volte annunciata, non ha ancora preso corpo, ma la finestra temporale entro cui può iniziare si restringe di giorno in giorno. Per l’Ucraina è un vero e proprio all-in, perché se dovesse fallire non ci sarà la possibilità di lanciarne un’altra. E per avere successo, non sono pochi gli elementi che si devono mettere in asse, nel giusto modo.
* * * *
Quel che serve agli ucraini
Sono ormai mesi che si parla della controffensiva ucraina e, come sempre in questi casi, più se ne parla più crescono le aspettative – soprattutto occidentali. Da un lato, ovviamente, le leadership atlantiche vorrebbero vedere almeno un successo tattico, che consentisse di dare un senso all’enorme invio di armi e denaro con cui è stata sommersa l’Ucraina negli ultimi 14 mesi, oltre che dare agio alle forze armate ucraine di riprendere fiato, così da poter prolungare ancora la guerra. Dall’altro, le opinioni pubbliche (soprattutto europee) che sperano in una rapida conclusione del conflitto, non osando tifare per Mosca, si crogiolano almeno nell’illusione di una vittoria di Kiev.
Ma dietro il massiccio schermo propagandistico, ormai si intravede sempre più lo scetticismo realista di molti analisti ed esperti di cose militari. Per dirla con le parole di Franz-Stefan Gady, analista dell’International Institute for Strategic Studies, “gli ucraini potrebbero ottenere un successo tattico (…) innescando una disfatta nella fase iniziale della controffensiva. Se questo sarà sufficiente per l’Ucraina per ottenere guadagni strategici a lungo termine – figuriamoci vincere la guerra – è tutta un’altra questione.” (1)
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La fame nel mondo e lo (squallido) gioco dell'UE sul grano ucraino
di Fabrizio Poggi
Mentre la “fraterna” Polonia “senza frontiere" con l'Ucraina introduce il divieto su importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, è prorogata fino a maggio l'esportazione in Africa di cereali da Ucraina e Russia, la cosiddetta Black Sea Grain Initiative che, approvata da Russia, Ucraina, Turchia e ONU, dovrebbe garantire la sicurezza di navigazione per cereali, derrate alimentari e fertilizzanti spediti da porti ucraini, attraverso corridoi marittimi sul mar Nero.
Dal giugno 2022, allorché fu firmato l'accordo, prorogato ogni quattro mesi, sono state trasportate quasi 25 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate verso 45 paesi. Prima della guerra, Russia e Ucraina erano tra i primi dieci produttori mondiali di grano e tra i cinque maggiori esportatori di grano e fertilizzanti verso Europa, Asia e Africa. Tra parentesi, la Russia lo è tuttora.
Il 25% circa dei carichi, scrive Pius Adeleye su “Jeune Afrique”, va a paesi con grossi deficit alimentari, in particolare nel Corno d'Africa; ma i principali beneficiari dell'accordo sono Cina, Spagna, Turchia e Italia. Secondo la FAO, almeno sedici paesi africani importano la maggior parte del grano da Russia e Ucraina; nel complesso, tra il 2018 e il 2020, l'Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 mld dall'Ucraina.
Sull'edizione russa di “Forbes”, Aleks Budris scrive però che Mosca minaccia di non approvare la quarta proroga dell'accordo: lo scorso 7 aprile, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha detto che «Se non ci saranno progressi nella rimozione degli ostacoli all'esportazione di fertilizzanti e cereali russi, valuteremo quanto l'accordo sia necessario». L'Occidente dovrà allora servirsi delle rotte terrestri e dei porti sul Danubio, specialmente in Romania, già così inflazionati.
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Usa vs Cina: ce n’est qu’un début
Su un libro di Raffaele Sciortino
di Mimmo Porcaro
Tra gli studi dedicati al tema del conflitto internazionale, e quindi alla guerra, si fa notare il più recente contributo di Raffaele Sciortino: Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios, Trieste, 2022. Un lavoro molto denso, ricco di dettagliate considerazioni fattuali, utili sia a ribadire l’esistenza di una tendenza allo scontro globale sia a farci capire che quest’ultimo non ha necessariamente i tempi rapidissimi e le forme univoche che l’adrenalinica comunicazione social ci impone di prevedere.
All’inizio del libro l’autore così riassume i risultati principali della sua ricerca: a) i motivi e le forme dello scontro trai due paesi vanno fatti risalire a una contraddizione sistemica, che vede gli Usa costretti, per mantenere il ruolo di egemone mondiale, a spezzare la sinergia con la Cina, ossia proprio il fondamento di quella globalizzazione che è cardine dell’egemonia che si vorrebbe salvare; b) d’altra parte per la Cina la sfida è esistenziale: essa non può arrestare la propria marcia, pena la messa in crisi del compromesso di classe su cui si regge e della stessa struttura unitaria del paese, e quindi deve mantenere in vita la globalizzazione almeno finché la rottura non sarà inevitabile; c) la relativa arretratezza della Cina e i costi immani dell’esercizio dell’egemonia mondiale fanno sì, però, che non sia alle viste un “secolo cinese”; d) nemmeno è ipotizzabile un ordine multipolare, che sarebbe meramente transitorio e “riformista”; e) ne consegue che sono possibili solo la disconnessione del mercato globale, e quindi il caos, oppure l’emergere, anche grazie a questo caos, di un’alternativa mondiale capace di abolire lo strapotere della competizione e del profitto.
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Lo “scàndalo” di Xi a Mosca: “Nessun Paese ha il diritto di dettare l’ordine mondiale”
Il guanto di sfida cinese che schiaffeggia Washington e l’Occidente
di Gaspare Nevola
1. Regole cinesi e regole americane
All’indomani del vertice tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin, il portavoce del Consiglio di sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha laconicamente commentato: «La Cina non ha una posizione imparziale rispetto al conflitto ucraino», bocciando di fatto il piano cinese per porre fine al conflitto e illustrato da Xi a Mosca. «La Cina e la Russia vorrebbero che il mondo andasse secondo le loro regole» – ha aggiunto Kirby[1]. Già. Gli Stati Uniti, infatti, sostengono risolutamente che le regole dell’ordine internazionali già esistono. Già. Ma quali sono? E, poi, quali sarebbero “queste regole cinesi”?
Nel corso della sua visita a Mosca Xi Jinping aveva rilasciato importanti dichiarazioni sulla guerra russo-ucraina e sull’ordine internazionale. Primo: «L’interesse comune di tutta l’umanità è un mondo unito e pacifico, piuttosto che diviso e instabile… La risoluzione del conflitto in Ucraina sarà possibile se le parti seguiranno le linee guida del concetto di sicurezza collettiva». Secondo: «La comunità internazionale ha riconosciuto che nessun paese è superiore agli altri, nessun modello di governo è universale e nessun singolo paese dovrebbe dettare l’ordine internazionale»[2].
2. Xi a Mosca, Biden al Summit della democrazia
Con la rielezione di Xi Jinping al terzo mandato quinquennale come presidente della Repubblica Popolare Cinese, il 13 marzo a Pechino si sono concluse le sessioni di lavoro dell’Assemblea Nazionale del Popolo.
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Il nuovo concetto di relazioni estere della Russia porterà a un cambiamento fondamentale nell’equilibrio della sua politica interna
di Gilbert Doctorow
Venerdì 31 marzo Vladimir Putin ha firmato la legge sul nuovo Concetto di politica estera che guiderà la diplomazia russa negli anni a venire. Sostituisce il Concetto promulgato nel 2016 ed espone in 42 pagine, in forma logicamente organizzata, ciò a cui abbiamo assistito nel comportamento della Russia sulla scena mondiale dal lancio dell’Operazione militare speciale in Ucraina e dalla successiva rottura quasi totale delle relazioni con l’Occidente collettivo guidato dagli Stati Uniti.
Ho trovato poche sorprese nel documento proprio perché ribadisce ciò che ho letto in un discorso dopo l’altro di Vladimir Putin, ciò che ho letto nella lunga Dichiarazione congiunta rilasciata a conclusione della visita del presidente cinese Xi Jinping a Mosca il 20-22 marzo.
Vi si ritrovano parole familiari, come “mondo multipolare”, che la Russia si sta sforzando di far nascere in uno sforzo congiunto con la Repubblica Popolare Cinese. Si tratta della creazione di un nuovo ordine post-Guerra Fredda, più democratico, che attribuisca maggior peso nelle istituzioni internazionali alle nuove potenze economiche emerse e che sia più rispettoso delle diverse culture e soluzioni di governance dei Paesi di tutto il mondo rispetto all'”ordine basato sulle regole” che Washington sta lottando con le unghie e con i denti per preservare, poiché è una bella copertura per l’egemonia globale americana. Il nuovo ordine mondiale sarà costruito sul diritto internazionale concordato nell’ambito delle Nazioni Unite e delle sue agenzie. La nuova architettura di sicurezza sarà onnicomprensiva e non lascerà nessun Paese al freddo.
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Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale
di Alessandro Scassellati
La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore […] il nuovo non può nascere e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Antonio Gramsci
Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente.
Mao Zedong
Negli ultimi mesi la Repubblica Popolare di Cina si è segnalata per uno spiccato attivismo per cercare di ridefinire una propria visione di un ordine internazionale alternativo a quello offerto dall’Occidente – il cosiddetto “rules-based international order” (anche se le «regole» non sono state mai veramente scritte da nessuna parte ad eccezione della Carta delle Nazioni Unite, un’organizzazione di cui fanno parte 193 Stati che però vede le risoluzioni della sua Assemblea Generale sistematicamente ignorate dagli USA e dalle altre grandi potenze1), la Pax Americana2 -, avanzando proposte sulla sicurezza globale e sulla risoluzione del conflitto ucraino.
A fine febbraio, il Ministero degli Esteri cinese ha pubblicato tre fondamentali documenti che definiscono la visione cinese del mondo e della comunità internazionale. Il concept paper della Global Security Initiative (GSI), il documento US Hegemony and its Perils e il documento che illustra la proposta cinese per una soluzione politica alla guerra in Ucraina.
Documenti che hanno l’ambizione di presentare la Cina come forza per la stabilità e la prosperità globali, che vuole ispirare una “modernizzazione” post-occidentale in tutto il mondo, in particolare nel Sud del mondo, non perseguita attraverso la guerra, il colonialismo o l’espropriazione.
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Tedeschi sotto & russi fuori
di Diana Johnstone*
Lo scopo della NATO: “Tenere gli americani
dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”
(frase attribuita a Lord Hastings Ismay, segretario
generale della NATO 1952-1957)
«Divide et impera» è la regola eterna dell'Impero
Soprattutto, non permettere ai ragazzi più grossi di far comunella. Cerca piuttosto che si azzuffino tra loro fino a prendersi per la gola l'uno contro l'altro. Mezzo secolo fa, bloccato nell'impossibilità di vincere la guerra del Vietnam, il Presidente Richard M. Nixon ascoltò il consiglio di Kissinger che lo esortava ad un'apertura delle relazioni con Pechino al fine di approfondire le divisioni tra Unione Sovietica e Cina.
Ma ora chi sono i ragazzi più grossi e da quando lo sono? Evidentemente le priorità sono cambiate. Otto anni fa, uno dei più influenti analisti geostrategici americani, George Friedman, definì quale fosse l'attuale principale priorità del divide et impera, quella che ora troviamo all'opera in Ucraina.
“L'interesse primario degli Stati Uniti è la relazione tra Germania e Russia, perché insieme rappresentano la sola forza che ci può minacciare,” spiegava Friedman.
L'interesse principale della Russia è sempre stato quello di avere una zona cuscinetto di paesi neutrali nell'Europa dell'Est. Lo scopo degli Stati Uniti invece è di costruire un cordon sanitaire di stati che le siano ostili, dal Baltico al Mar Nero, a far da barriera di separazione definitiva tra Russia e Germania.
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Iran e Medio Oriente, intrecci regionali e grandi potenze
di Alberto Bradanini
La doverosa attenzione alla nozione di complessità consiglia cautela quando si tenta un’analisi della scena mediorientale, dove sedimentazioni storiche e interessi delle Grandi Potenze (ex o attuali) si mescolano con sovrastrutture religiose, arretratezza culturale, assenza di prospettive di vita e lavoro per popolazioni giovani e frustrate, cui si aggiunge un acuto, e non senza ragione, risentimento contro l’Occidente, quello del passato coloniale e del presente neocoloniale.
Davanti alla Grande Menzogna (globalista, militarizzata e americano-centrica) che anche in Medio Oriente controlla la narrazione degli eventi far emergere qualche aspetto di plausibile riflessione non è impresa facile. Ci si limiterà qui a qualche misurata ponderazione, con un cauto sguardo sull’orizzonte.
Come altrove, anche in Medio Oriente i fattori identitari sono costituiti da lingua, etnia, colore della pelle, religione (o anche famiglie religiose), tutti intrecciati tra loro e su cui soffiano i detentori di privilegi e le Grandi Potenze, in primis gli Stati Uniti, per estrarre benefici politici e ricchezze materiali.
A seconda di tempi e luoghi, alcuni fattori prevalgono su altri. La religione – per sua natura messaggera di orizzonti messianici – occupa un posto centrale, vittima e insieme protagonista di fanatismi, arretratezze socioculturali e posture antimoderne, su cui prosperano gerarchie ecclesiastiche e oligarchie di ogni risma. È invece storicamente deficitaria un’agenda di rivendicazioni sociali alla luce dell’emarginazione politica e culturale nella quale sono relegate le classi subalterne.
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Competizione tecnologica. I segnali del sorpasso cinese
di Vincenzo Comito
Secondo molti centri di studio occidentali la Cina prevale sugli USA in gran parte dei settori tecnologici chiave e si appresta a superarli in tutti gli altri. Gli Stati Uniti si stanno impegnando con ogni mezzo per bloccare la rincorsa del rivale e l’esito della gara non è affatto scontato
La gran parte delle persone in qualche modo interessate al tema pensa che la Cina stia sviluppando fortemente nel tempo la sua presenza nelle tecnologie avanzate, ma che gli Stati Uniti mantengano un rilevante vantaggio complessivo sul paese asiatico nel settore.
La svolta forse più importante in tema di lotta competitiva tra gli Stati Uniti e la Cina sul fronte delle nuove tecnologie si è verificata nel 2015, quando il paese asiatico ha svelato un suo piano all’orizzonte 2025 (il “Made in China 2025”) che si poneva l’obiettivo di raggiungere gli Stati Uniti entro tale data sul fronte della gran parte delle tecnologie innovative. Da allora assistiamo a un’escalation crescente delle ostilità statunitensi verso la stessa Cina, ostilità che negli ultimi mesi ha raggiunto con Biden certamente un’intensità parossistica, con nuovi episodi quasi ogni giorno: gli Stati Uniti cercano di contrastare a tutto campo e con tutti i mezzi – da quelli economici, a quelli politici, tecnologici, militari – l’ascesa del rivale, in particolare, appunto, nelle nuove tecnologie.
Ma gli ultimi dati e alcune tra le più recenti valutazioni pongono in forte dubbio l’opinione comune e la possibilità da parte statunitense di riuscire a fermare i processi in atto, che vanno per molti versi nella direzione di una crescente tendenza al primato tecnologico del paese asiatico.
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Una rossa primavera
di Enrico Tomaselli
Mentre il mondo si polarizza e si assiste sempre più di frequente a un distacco tra l’occidente ed il resto del mondo, la guerra in Ucraina si avvia probabilmente a segnare una nuova fase del conflitto, rompendo l’attuale stasi apparente. I prossimi mesi potrebbero risultare di grande importanza, non tanto nel decidere l’esito del conflitto, quanto nell’influenzarne fortemente la durata. Mentre i governi europei sembrano rassegnati a subirne il sanguinoso prolungamento
Una drôle de guerre?
Apparentemente, la situazione attuale della guerra ucraina sembra ricordare il primo conflitto mondiale: guerra di trincea, scarsa mobilità, cambiamenti della situazione lenti e non decisivi. In parte, questa percezione deriva per contrasto da ciò che abbiamo introiettato come idea di guerra moderna, a partire dal Blitzkrieg della seconda guerra mondiale sino alle fulminanti campagne contro l’Iraq e la Libia. Così come, per altro verso, da una scarsa conoscenza del grande pubblico delle specificità del teatro di guerra, cui si aggiunge quanto diffuso da una propaganda grossolana ed omissiva (quando non del tutto mendace), spesso riportata da pseudo esperti, privi di cognizione e competenza almeno quanto il pubblico al quale si rivolgono.
Questa guerra, dunque, ci appare più strana di quanto in realtà non sia. Questo perché, in fondo, noi tutti vorremmo che finisse in fretta. La sua lentezza va, dunque, confrontata con la velocità con la quale noi vorremmo si svolgesse.
Ma è poi davvero una guerra lenta e di trincea? Lo è solo in parte, e solo per una parte del tempo. La natura del terreno, intanto, è estremamente condizionata dall’andamento stagionale. Le piogge autunnali trasformano il terreno in fango, l’inverno lo gela, la primavera disgela e riporta il fango, l’estate asciuga. La mobilità, quindi, è limitata ad alcuni periodi dell’anno, mentre negli altri mesi è estremamente complicata, soprattutto per i mezzi pesanti. C’è inoltre da considerare l’assoluta anomalia di questo conflitto, un vero e proprio unicum nella storia – e non solo di quella moderna. Diversamente da tutte le guerre combattute dall’occidente, dal 1945 in poi (con la sola eccezione della guerra di Corea), questa non è una guerra asimmetrica.
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L’Ucraina e la "trappola di Tucidide"
di Michael Brenner
Professore emerito di Affari internazionali all’Università di Pittsburgh e Fellow del Centro per le relazioni transatlantiche del SAIS/Johns Hopkins. Michael Brenner è stato direttore del programma di relazioni internazionali e studi globali dell’Università del Texas. Ha lavorato anche presso il Foreign Service Institute, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e Westinghouse. È autore di numerosi libri e articoli sulla politica estera americana, sulla teoria delle relazioni internazionali, sull’economia politica internazionale e sulla sicurezza nazionale
Agli occhi dei funzionari statunitensi, l’importanza dell’Ucraina va ben oltre il suo intrinseco valore geopolitico o economico. Questo era vero nel 2014 come lo è nel 2021 – e sicuramente oggi. Il significativo investimento degli Stati Uniti nella campagna per riportare l’Ucraina nell’orbita occidentale indica quali sono gli obiettivi strategici più ampi di Washington. In parole povere: la crisi è radicata nelle preoccupazioni di Washington nei confronti della Russia. Ha poco a che fare con l’Ucraina in quanto tale. Questo sfortunato Paese è stato l’occasione, non la causa, dell’attuale confronto.
Per più di 20 anni, da quando Vladimir Putin è salito al potere, la denaturazione della Russia come potenza significativa sulla scena europea (e ancor più su quella mondiale) è stata un obiettivo fondamentale della politica estera statunitense. L’ascesa del Paese dalle ceneri, simile a una fenice, ha innervosito Washington, sia i politici che gli esperti dei think tank. Nemmeno la minaccia di gran lunga maggiore rappresentata dalla Cina per il dominio globale degli Stati Uniti ha alleviato questa ansia. Al contrario, la temuta prospettiva di una partnership sino-russa ha rafforzato il desiderio di indebolire – se non eliminare completamente – il fattore Russia nell’equazione strategica statunitense.
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No, non è l’egemonia. Cosa c’è in ballo nello scontro tra Cina e Stati Uniti
di Fabio Ciabatti
Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios Editore, Trieste 2022, pp. 352, € 29,00

Lo scontro tra Cina è Stati Uniti è solo all’inizio. Si tratta di una complessa e inevitabile sfida sistemica dagli esiti quanto mai incerti. La Cina, per quanto rapidamente ascesa al rango di potenza mondiale, è ben consapevole di essere più debole del suo avversario e per questo non può e non vuole sfidare l’egemonia americana a livello planetario, per quanto essa risulti indebolita. E questo sia detto con buona pace degli antimperialisti d’antan, quelli che mai hanno elaborato fino in fondo il lutto per la scomparsa della vecchia Unione Sovietica e per questo immaginano un mondo multipolare in cui possa risplendere la stella del nuovo stato guida socialista. Ciò detto l’imperialismo è una questione quanto mai seria e gli esiti dello scontro tra Cina e America saranno fondamentali per le sorti dell’umanità intera. Con buona pace, questa volta, dei puristi della lotta di classe per i quali l’unica cosa importante è lo scontro diretto tra borghesia e proletariato, concepito in una sorta di vuoto geopolitico generalmente privo di riferimenti alla dimensione bellica.
Questo è solo un piccolo assaggio, con l’aggiunta da parte nostra di un pizzico di pepe polemico, dal ricco ed elaborato piatto rappresentato dall’ultimo libro di Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Si tratta di un testo in cui la geopolitica non è considerata come mero scontro tra potenze statuali ma è concepita come “economia e politica concentrate allo stadio dell’imperialismo”, capace di tenere insieme contraddizioni inter-borghesi e di classe, competizione inter-capitalistica e crisi socio-politica. Strutture, strategie, contingenze è il sottotitolo del libro che esprime il tentativo di dare conto sia degli ineludibili meccanismi oggettivi che governano il nostro mondo a livello planetario sia delle istanze progettuali collettive che cercano di modificare il contesto di riferimento. Il tutto nell’ambito di un processo che rimane aperto a differenti esiti, benché essi non risultino certamente infiniti e indefiniti.
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Biden d’Arabia e la fine del mondo unipolare
di Domenico De Simone
La straordinaria giornalista Laura Ruggeri segnala e trasmette su Telegram uno spezzone di questo programma televisivo, una serie di gag sullo stato di salute mentale del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden che da mesi impazza sulla televisione di Stato Saudita. Una esterrefatta imitatrice di Kamala Harris cerca di accompagnare e supportare il Presidente ma non riesce ad evitarne le figuracce da rincretinito totale che ormai dispensa urbi et orbi sin dal tempo della sua rielezione. Naturalmente questa trasmissione è stata realizzata e mandata in onda con il pieno consenso del principe saudita Mohammad bin Salman Al Sa’ud, capo del governo ed erede designato del trono saudita, ed è particolarmente indicativa dell’orientamento dei Sauditi nei confronti del grande alleato americano, con cui re Faysal aveva stretto un patto ferreo preferendoli agli inglesi sia per la ricerca e l’estrazione del petrolio sia per la protezione militare.
Questa alleanza, molto stretta e forte nonostante i numerosi contrasti, dichiarati e non, sia rispetto ad Israele che sul prezzo del petrolio, ha comunque retto fino a qualche anno fa, quando i rapporti si incrinarono decisamente per la conclusione dell’indagine della CIA che accusava il principe Mohammad di essere il mandante dell’assassinio del giornalista saudita dissidente Khashoggi, entrato nel Consolato saudita a Istanbul e lì scomparso. Khashoggi era editorialista del Washington Post e una voce molto seguita negli Usa. Il governo Biden in un primo momento, ha sostenuto con forza le accuse a Mohammad, ma poi Biden si è reso conto che stava perdendo un alleato fondamentale nello scacchiere mediorientale e non solo, e quindi nel luglio scorso si è recato a Riyadh per cercare di riallacciare i rapporti.
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La Cina e la formazione di un fronte del sud globale incrinano l'egemonia USA
di Domenico Moro
La guerra in Ucraina, per quanto sia importante, è solo un aspetto del confronto a livello globale tra la Russia e l’Occidente, cioè gli Usa e i loro alleati più stretti dell’Europa occidentale e del Giappone. All’interno di questo confronto acquista, inoltre, un ruolo sempre più importante la Cina, che si sta ritagliando una posizione di mediatore internazionale. La competizione si gioca su diversi ambiti: la de-dollarizzazione, cioè la sostituzione del dollaro come moneta di scambio globale, la conquista delle materie prime, e, a livello geostrategico, la costruzione di un fronte del Sud globale, che si sta sottraendo all’influenza statunitense e occidentale e sta stabilendo rapporti sempre più stretti con Cina e Russia. Quest’ultimo aspetto è di primaria importanza, perché la costruzione di un unico fronte, il Sud globale, disallineato se non contrapposto all’Occidente, sancisce una modifica, epocale e dalle conseguenze inedite, dei rapporti di forza e degli equilibri mondiali. Ovviamente tutti i cambiamenti storici hanno una incubazione di lungo periodo, ma subiscono accelerazioni improvvise che li rendono evidenti. Così è stato per la guerra in Ucraina che sta diventando il banco di prova della costruzione di un fronte globale che può mettere in crisi l’egemonia mondiale statunitense, che dura ininterrottamente dalla fine della Seconda guerra mondiale.
La formazione di un fronte del Sud globale appare visibile in sede Onu in occasione delle votazioni sulle risoluzioni di condanna della Russia per quanto sta accadendo in Ucraina. Già il 2 marzo del 2022, poco dopo l’inizio delle ostilità, 35 paesi si erano astenuti.
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La guerra in Ucraina, un anno dopo
di Giorgio Paolucci
Ché quer covo d’assassini
che c’insaguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quattrini
che prepara le risorse
pe’ li ladri de le borse
(Trilussa)[1]
È trascorso ormai più di un anno da quando è scoppiata la guerra fra la Russia e l’Ucraina e tutto lascia presagire che sia destinata a durare ancora per molto tempo.
La pace, per quanto tutti la invochino, in realtà non la vuole e non può permettersela nessuno.
Innanzitutto gli Stati Uniti. Per loro era particolarmente importante impedire che si consolidasse una area economico-finanziaria da consentire ai suoi membri di poter fare a meno dell’impiego del dollaro come valuta di riserva internazionale e mezzo di pagamento per regolare il loro interscambio commerciale. Vale a dire, da un punto di vista geopolitico: di impedire che l’asse Berlino (Ue)/Mosca/Pechino si consolidasse fino a divenire irreversibile. Cosa che sarebbe accaduta qualora fosse entrato in esercizio il North stream 2.
Però dopo un anno di guerra ed aver ottenuto:
- la messa fuori uso, attaccandoli militarmente - come ha denunciato il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh 2]- sia del North Stream 1 che del 2.
- di costringere così la Germania e mezza Unione europea ad acquistare il loro gas benché di gran lunga più inquinante e più costoso di quello russo;
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