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Secondo round? Non c’è nessun secondo round
La partita è praticamente finita in Ucraina
di Aurelien
Ora che l’Occidente globale sembra finalmente capire che la guerra in Ucraina sta andando malissimo per Kiev, i suoi opinionisti si consolano pensando che questo è solo il primo round e che ci sono ancora cinque o addirittura dieci anni di succose opportunità per abbattere l’Orso russo con ogni sorta di mezzi subdoli e per piantare finalmente la bandiera della NATO sul tetto del Cremlino. Si illudono, ovviamente, ma è utile fare un passo indietro e considerare quanto si illudono e perché.
Non dirò molto sull’attuale “offensiva” ucraina, perché non sono uno specialista militare, e comunque potrebbe essere già in gran parte finita quando leggerete questo articolo. Sembra che le previsioni di una sanguinosa catastrofe fatte dagli esperti prima dell’operazione si stiano probabilmente avverando e che, in pochi giorni o al massimo settimane, a seconda di quanto gli ucraini cercheranno di insistere, la loro capacità militare sarà in gran parte distrutta. Non molti opinionisti occidentali sembrano aver riflettuto sulle conseguenze di ciò, quindi lo faremo noi per loro. Ma nel frattempo la punditocrazia si diverte e si occupa di nuovi scenari che ritiene di poter imporre ai russi, sia in cambio di “concessioni” che la NATO potrebbe fare, sia perché… beh, questa è una domanda interessante: dopotutto sono degli illusi.
Analizziamo quindi la questione in due parti: in primo luogo, ciò che probabilmente accadrà a livello strategico nel resto dell’anno e, in secondo luogo, se c’è qualcosa, per quanto limitato, che la NATO può fare per cambiare il probabile risultato a lungo termine.
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Kosovo: cappio al collo per la Serbia?
di Enrico Vigna
Come avevo scritto mesi fa negli ultimi due articoli sulla situazione, il nodo Kosovo sta avanzando a tappe forzate verso l’ultima stazione, come da progetto USA/NATO, con le pressioni, provocazioni, minacce al governo serbo, intensificatesi negli ultimi mesi con il diktat: o con la Russia o con l’occidente. Ora con il fronte ucraino aperto, quanto sta accadendo non è casuale, è un messaggio chiaro, possente, se la Serbia non sceglie “la parte giusta”, andrà verso la sua destabilizzazione e il conflitto
In questi ultimi dieci giorni sono stato quotidianamente in contatto con i nostri referenti sul posto e con gli esponenti politici, sociali, militari, sindacali, religiosi e i rappresentanti delle enclavi, con cui sono in relazione da sempre. Premetto questo per spiegare che questo articolo non è frutto di mie personali convinzioni, ma è una sintesi, sicuramente carente e limitata, di telefonate, scambi di mail, domande, analisi tratteggiate, supposizioni, ma che sono le valutazioni dalla parte dirigente della società serba, anche con differenze politiche tra loro, che ho cercato di riportare, ma che hanno un valore indubbiamente profondo e concreto, perché arrivano “dal campo”.
La situazione è sotto gli occhi di tutti, quindi è inutile sprecare righe, anche perché nelle piazze è in continua evoluzione, ritengo e mi chiedono di sottolineare e far circolare ovunque possibile, la concezione che un concreto impegno di PACE deve fondarsi su alcuni semplici ma fondamentali punti per un negoziato reale e paritario, soprattutto non contestabile da alcuna persona onesta intellettualmente ed eticamente. Con i ferventi fondamentalisti dell’atlantismo e del mondo unipolare egemonizzato dall’occidente, ritengo sia inutile discutere. Questi semplicemente difendono i privilegi occidentali e le ingiustizie perpetrate dai tempi del colonialismo ad oggi.
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Jeux de massacre
di Enrico Tomaselli
Mentre assistiamo alle prime mosse dell’ormai famosa offensiva ucraina, preludio a quella che sarà probabilmente la più grande battaglia della guerra, a migliaia di chilometri dalla linea del fronte altri schieramenti si muovono, non meno importanti per le sorti del conflitto. All’interno del NATOstan almeno tre diverse posizioni si confrontano, ma tutte assolutamente incapaci – dopo oltre un anno di demonizzazione del nemico – di considerare la Russia al di là della propria semplicistica schematizzazione.
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Tanto tuonò che piovve. Inevitabilmente, dopo averne parlato per mesi, e sotto la crescente pressione statunitense, l’Ucraina ha rotto gli indugi ed ha avviato la sua offensiva. Siamo in effetti ancora ai preliminari – prima le operazioni di gruppi DRG per sondare il terreno, ora puntate offensive più consistenti (in cui vengono per la prima volta impiegati carri e corazzati NATO) con cui gli ucraini cercano battaglia, in attesa di individuare il punto debole dello schieramento russo, e su cui successivamente lanciare il grosso della forza di sfondamento (5/600 carri MBT, un migliaio di corazzati, forse 20/30.000 uomini, più le riserve).
Questo lungo periodo di incubazione però, non ha fatto che danneggiare le effettive possibilità di successo, sia perché ha ovviamente dato più tempo ai russi di prepararsi (non solo costruendo linee di difesa fortificate in profondità, ma anche accumulando riserve), sia perché ha fortemente logorato la capacità bellica ucro-NATO.
In particolare, sono risultati significativamente deleteri alcuni passaggi, che hanno fortemente indebolito il potenziale offensivo ucraino.
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Guerra e pace
di Alessandro Valentini
La guerra tra Russia e Ucraina, e in termini più complessivi tra Russia, Nato e Stati Uniti, viene spesso presentata come un ritorno alla “guerra fredda”. Il paragone però è fuorviante, non regge. Nella “guerra fredda” vi erano due sistemi, politici, economici e sociali ben definiti: da una parte il capitalismo, dall’altra parte il socialismo realizzato. Tutta la diplomazia e le relazioni internazionali ruotavano attorno a questa realtà, anche i numerosi paesi cosiddetti non allineati, come la Jugoslavia, l’India e la stessa Cina, si muovevano dentro questo contesto. E pure le strategie militari, compresa la corsa al riarmo delle due superpotenze, Usa e Urss, non prescindevano dai rapporti di forza usciti dalla Seconda Guerra Mondiale. Tant’è che, nonostante la contrapposizione tra blocchi, vi erano spazi, per una serie di paesi, anche europei, per poter condurre iniziative diplomatiche in parte autonome, che comportavano anche scambi commerciali e relazioni economiche. Si pensi all’azione delle socialdemocrazie, in primis di quelle tedesche e scandinave, o ai rapporti economici fruttuosi che i governi italiani di centro-sinistra stabilivano con l’Unione Sovietica e gli altri paesi socialisti. Nessuno statista occidentale, in quegli anni, fece mai dichiarazioni bellicose nei confronti dell’Urss o tentò di praticare una linea volta a smembrarla. Unica eccezione fu Churchill, che subito dopo il ’45, sconfitta la Germania nazista, si avventurò in dichiarazioni forti di aggressione militare all’Urss di Stalin, che non aveva ancora la bomba atomica, ma rimase una voce isolata e non fu ascoltato, per fortuna, dagli statunitensi. Tutti gli Stati di entrambi i blocchi si muovevano all’interno di quanto stabilito dagli accordi di Yalta che sancivano la presenza di due sfere di influenza, quella degli Usa e quella dell’Urss.
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Cosa succede in Kosovo. "In ogni caso saremo con la guerra in casa per altri decenni"
Alessandro Bianchi e Chiara Nalli intervistano il generale Fabio Mini
Come l’AntiDiplomatico abbiamo avuto l’onore di intervistarlo più volte sul conflitto in Ucraina. La prima intervista, in particolare, è stata letta da oltre 100 mila italiani, che hanno così trovato un valido antidoto alla propaganda martellante e a senso unico.
Un conflitto che aveva previsto, per le scelte scellerate della Nato, e del quale ne ha da subito indicato rischi, portata e scenari, poi tutti effettivamente realizzati.
Dalle pagine del Fatto Quotidiano e con le sue interviste, il generale Fabio Mini si è imposto come una delle voci più credibili e autorevoli. Con il suo libro “L’Europa in guerra” (Paper First) ha offerto informazioni imprescindibili da cui partire per ogni discussione seria sull'argomento.
L’Europa è in guerra in Ucraina. Ma c’è un altro scenario che inquieta e molto in queste ore. Come ex capo di Stato Maggiore del Comando NATO per il sud Europa, nonché comandante delle operazioni di pace a guida NATO in Kosovo, dall’ottobre 2002 all’ottobre 2003, nessuno più del Generale Mini può aiutarci a comprendere quello che sta accadendo in questi giorni in Kosovo. Quante possibilità ci sono che si possa infiammare questo nuovo (vecchio) fronte?
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Generale in Kosovo, i disordini di lunedì hanno visto il coinvolgimento e il ferimento di circa 30 militari della KFOR, tra cui 11 soldati italiani. Il contingente italiano della KFOR è visto con grande stima dalla popolazione serba di Kosovo. Nella dispersione dei manifestanti nel comune di Zvecani sono stati esposti in prima linea proprio i militari italiani. Ritiene che ci siano specifiche considerazioni dietro questa scelta?
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Biglobalizzazione, Ma è proprio così?
di Alberto Bradanini
Secondo la teoria delle relazioni internazionali nota come realismo (o neorealismo), che ad avviso dello scrivente più di altre consente di decifrare gli accadimenti in corso, protagonista della scena internazionale è lo Stato e il conflitto, politico o militare ne costituisce il carattere dominante. Essendo il potere la posta in gioco, ogni stato mira ad accrescere forza e influenza a danno di altri. Si tratta di una teoria in essenza a-valoriale, che a dispetto dello stupore dissenziente del cosiddetto Occidente non fa distinzione alcuna tra sistemi democratici (liberalismo politico/economia di mercato) e autocrazie o dittature. Secondo tale ermeneutica, i canoni di condotta dei soggetti internazionali sono costanti, a prescindere da tempi e luoghi, i momenti di cooperazione rari e instabili e le difformità da contesto a contesto toccano solo aspetti minori.
In seno a tale scuola di pensiero le leggi identificano le tendenze, le invarianze e le possibili associazioni, mentre le teorie spiegano le ragioni di tali associazioni. Per i realisti, in sostanza, la storia tende a riproporsi ovunque sulla scorta di simili modelli e canoni di comportamento.
Diversamente, per la scuola idealista il mondo procede costantemente in direzione del progresso, come lo storicismo in filosofia. L’essere umano è al centro dell’azione dello stato e la pace perpetua costituisce il fine da perseguire tramite le istituzioni internazionali, l’interazione bilaterale e l’impegno valoriale. Tale obiettivo presuppone l’impegno etico a battersi contro il cinismo e l’indifferenza, anche quando il successo è faticoso e la battaglia un’apparente scelta d’ingenuità.
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"La verità è che l'esercito ufficiale ucraino è stato cancellato"
Clayton Morris intervista il colonnello Douglas MacGregor
Il colonnello Douglas MacGregor rivela la devastante verità sull'esercito permanente dell'Ucraina: è stato cancellato. Il Presidente Zelensky questo fine settimana ha detto che ci sono lunghe file ai centri di reclutamento dell'Ucraina, ma non ci sono prove. La Russia continua a decimare la difesa aerea in tutta l'Ucraina in vista dell'offensiva di giugno.
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Morris: Poche ore fa, la Russia ha scatenato un massiccio attacco aereo sull'Ucraina. L'Ungheria è arrabbiata perché l'Ucraina ha progettato di far saltare il proprio gasdotto verso la Russia. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Germania hanno intenzione di inviare altri miliardi di armi all'Ucraina. E Rishi Sunak ha abbracciato Zelensky ieri nel Regno Unito. Quindi tutto questo denaro, tutte queste armi, cambieranno qualcosa? Se non cambierà nulla e cosa è successo durante la notte, lo faremo con il colonnello Douglas McGregor che ci fornirà la sua analisi e i suoi approfondimenti… Colonnello, è un piacere vederti, amico mio. Bentornato alla trasmissione.
MacGregor: Il piacere è mio.
Morris: Parliamo prima di tutto di quello che è successo durante la notte, della strategia e della tattica di quello che è successo durante la notte con Putin che ha lanciato una raffica di attacchi. I rapporti dicono che si è trattato di un attacco devastante da parte ucraina. Gli ucraini però dicono di averli abbattuti tutti. Anche sei missili Kinzhal, i missili ipersonici. Quindi l'Ucraina dice: "Non preoccupatevi, abbiamo tutto sotto controllo". La Russia dice che hanno colpito tutti e hanno centrato i loro obiettivi. Cosa ne pensate di quest'ultima raffica di missili contro la capitale?
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Aspettando Stranamore?
di Enrico Tomaselli
Non è soltanto questione di mancanza di volontà. A rendere complicato l’avvio di un processo negoziale e di pace in Ucraina sono le condizioni oggettive. O meglio, la posizione soggettiva degli attori in campo (USA/NATO, Russia, Ucraina), i loro obiettivi. Che al momento sono ancora troppo lontani ed inconciliabili perché si dia un terreno di mediazione possibile. Ad essere in stallo, quindi, non è la guerra ma la diplomazia. Ed è in questo che risiede il rischio vero, più che nella volontà dell’una o dell’altra parte: perché qualcuno potrebbe convincersi che è meglio una fine spaventosa che uno spavento senza fine…
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Vittoria o negoziato
Sostanzialmente, le guerre possono finire solo in due modi: o con la vittoria di una parte, che impone agli sconfitti le sue condizioni (vedi alla voce WWI e WWII), o con un negoziato. Ovviamente, questa seconda ipotesi si dà solo quando il proseguimento del conflitto, e per entrambe le parti, risulta non essere più conveniente. Stiamo parlando di una convenienza complessiva, a 360°, non semplicemente, sul terreno. Deve insomma verificarsi quella particolare congiuntura in cui tutti i soggetti coinvolti, magari per motivi diversi, giungono alla conclusione che una trattativa offra maggiori vantaggi del proseguimento delle attività belliche.
A questo punto, si apre il negoziato, che può anche essere lungo e complesso e necessita non solo di una mediazione forte ed autorevole, ma anche di una effettiva e salda volontà di trovare un accordo. Poiché, è chiaro, tutti cercheranno di ottenere il massimo in cambio del minimo.
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"Vedere la guerra attraverso gli occhi della Russia"
Un appello
di Eisenhower Media Network
Pubblichiamo la traduzione completa ad opera di Nora Hoppe dell'appello comparso su una pagina del New York Times ad opera Eisenhower Media Network
La guerra tra Russia e Ucraina è stata un disastro senza attenuanti. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise o ferite. Milioni di persone sono state sfollate. La distruzione ambientale ed economica è stata incalcolabile. La devastazione futura potrebbe essere esponenzialmente maggiore, dato che le potenze nucleari si avvicinano sempre più alla guerra aperta.
Deploriamo la violenza, i crimini di guerra, gli attacchi missilistici indiscriminati, il terrorismo e altre atrocità che fanno parte di questa guerra. La soluzione a questa violenza sconvolgente non è rappresentata da più armi o più guerra, con la garanzia di ulteriore morte e distruzione.
Come americani ed esperti di sicurezza nazionale, esortiamo il Presidente Biden e il Congresso a usare tutti i loro poteri per porre fine rapidamente alla guerra tra Russia e Ucraina attraverso la diplomazia, soprattutto alla luce dei gravi pericoli di un'escalation militare che potrebbe andare fuori controllo.
Sessant'anni fa, il presidente John F. Kennedy fece un'osservazione che oggi è fondamentale per la nostra sopravvivenza. "Soprattutto, pur difendendo i propri interessi vitali, le potenze nucleari devono evitare quegli scontri che portano l'avversario a scegliere tra una ritirata umiliante o una guerra nucleare. Adottare questo tipo di approccio nell'era nucleare sarebbe solo la prova del fallimento della nostra politica, o di un desiderio di morte collettiva per il mondo."
La causa immediata di questa disastrosa guerra in Ucraina è l'invasione della Russia. Tuttavia, i piani e le azioni per espandere la NATO ai confini della Russia sono serviti a provocare i timori russi. I leader russi lo hanno ribadito per 30 anni.
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La Guerra contro il mondo multipolare
di Hauke Ritz*
Politici di spicco suggeriscono che si potrebbe rischiare una continua escalation della guerra in Ucraina perché una vittoria russa sarebbe peggiore di una terza guerra mondiale. A cosa è dovuta questa enorme volontà di escalation? Perché sembra non esistere un piano B? Per quale motivo l’élite politica degli Stati Uniti e quella della Germania hanno legato il proprio destino all’imposizione di un ordine mondiale a guida occidentale?
Non si può ignorare che il mondo occidentale sia in preda a una sorta di frenesia bellica nei confronti della Russia. Ogni escalation sembra portare quasi automaticamente alla successiva. Non appena è stata decisa la consegna di carri armati all’Ucraina, si è parlato della consegna di jet da combattimento. Un drone spia americano era appena stato abbattuto vicino al confine russo dal passaggio ravvicinato di un caccia russo, quando la Corte penale internazionale dell’Aia ha pubblicato un mandato di arresto per Vladimir Putin. Criminalizzando il presidente russo, l’Occidente ha deliberatamente distrutto il percorso verso una soluzione negoziale e ha portato l’escalation a un nuovo livello. Ma come se il livello così raggiunto non fosse abbastanza alto, la Gran Bretagna ha annunciato la consegna di munizioni all’uranio, considerate armi “convenzionali” che lasciano una contaminazione radioattiva sul luogo dell’esplosione. La risposta di Mosca non si è fatta attendere ed è consistita nella decisione di posizionare armi nucleari tattiche in Bielorussia a stretto giro.
La rinuncia al controllo dell‘escalation
Da dove deriva questa disposizione quasi automatica all’escalation da parte dei politici al potere oggi? È un fenomeno di decadenza? Qualcosa di analogo si verifica quando l’adattamento allo Zeitgeist (lo spirito del tempo) è diventato più importante dell’adattamento alla realtà. Oppure la disponibilità all’escalation può essere spiegata razionalmente? È forse l’espressione di un certo obiettivo politico che è stato minacciato ma che non può essere abbandonato dalla classe politica al potere e che quindi sembra raggiungibile solo attraverso un azzardo?
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War games
di Enrico Tomaselli
I giochi di guerra tra Russia ed USA si fanno sempre più pericolosi, ma è proprio dietro la volontà di evitare lo scontro diretto e, contemporaneamente, giocando al tiro alla fune, che si nascondono i pericoli maggiori. Ancora una volta, nessuno dei due avversari sembra comprendere del tutto l’altro, e questo può avere conseguenze terribili. Rischiamo di trovarci sul serio in guerra, senza che nessuno lo volesse davvero.
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I moderati del Kremlino
Si è molto discusso, anche su queste pagine, sugli obiettivi che Mosca si prefiggeva di raggiungere, avviando l’Operazione Speciale Militare, e su come questi si siano assai velocemente dimostrati irraggiungibili. Cosa che ha costretto ad un radicale cambio anche della strategia militare.
Ma un elemento è sicuro: nonostante la propaganda occidentale lo abbia dipinto come un pazzo sanguinario, il nuovo Hitler – Putin (ed il gruppo dirigente che lo affianca, a partire da Lavrov) è, al contrario, un uomo prudente, per certi versi si potrebbe dire un moderato. Di sicuro, la strategia politico-militare sviluppata via via dal 24 febbraio 2022 è stata ed è caratterizzata da un elevato autocontrollo, che cerca costantemente di evitare l’escalation del conflitto.
Questa scelta, precipuamente politica, e di cui gli europei dovrebbero essergli eternamente grati, non è il frutto di un possibile timore verso la NATO (la sua potenza militare), ma di un preciso calcolo.
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Un mondo nuovo è in costruzione
Una seconda occasione che il mondo non deve mancare
di Francesco Cappello
I BRICS crescono mattone su mattone
La gran parte del mondo si sta riorganizzando. L’obiettivo è la collaborazione, su molti diversi piani, tra Paesi/Civiltà sovrane che intendono emanciparsi dalla tossica dipendenza imposta al mondo, sin dall’ultimo dopoguerra, dal dominio egemonico statunitense.
Cinque Stati arabi, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, l’Algeria, l’Egitto, il Bahrein e i persiani dell’Iran, sono tra le 19 nazioni in procinto di unirsi ai BRICS i quali stanno, tra l’altro, lavorando allo sviluppo di una nuova valuta internazionale secondo il modello proposto a Bretton Woods da J.L.M. Keynes. Una valuta internazionale non emessa da un paese che permetterà l’abbandono del paradigma economico della “liquidità” fondato sul dollaro a favore di quello fondato sul “Clearing” o compensazione. Una vera e propria rivoluzione.
Non solo BRICS
Nel corso dello scorso anno Pechino ha dato vita a nuove iniziative politiche, in particolare la Global Development Initiative (GDI) e la Global Security Initiative (GSI). L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) condivide con i BRICS tre membri fondatori – Russia, Cina e India – tutti ispiratori di iniziative multilaterali. Sono esempi inediti, di respiro planetario, di diplomazia multipolare, volti a promuovere approcci collettivi sviluppati congiuntamente agli affari economici su scala mondiale. La SCO rappresenta uno degli elementi chiave dell’emergente sistema multipolare, insieme ai BRICS+ e all’EAEU (Unione economica eurasiatica).
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L’egemonia degli Stati Uniti e i suoi pericoli
Ministero A. E. cinese
Questo breve saggio, pubblicato dal Ministero degli Affari Esteri cinese il 20 febbraio 2023 è uno dei primi segnali del cambio di strategia da parte del governo cinese che, archiviata la storica e proverbiale paziente diplomazia, ha iniziato con più determinazione a smascherare il doppio standard che in ogni contesto gli Stati Uniti pretendono di imporre nelle relazioni internazionali. Sono testi importanti che, nonostante non aggiungano elementi di particolare novità, consentono di chiarire il punto di vista cinese in merito alle vicende internazionali passate e presenti e al ruolo degli Stati Uniti. La comprensione della politica estera di un paese socialista come la Cina, ormai non più trascurabile geopoliticamente nella composizione di un equilibrio globale stabile, ci può aiutare ad intravvedere quel mondo multipolare che pare avvicinarsi velocemente. Un punto di vista completamente tralasciato o distorto nel quadro mediatico occidentale che alimenta l’opinione pubblica con informazioni faziose ed ideologiche impedendo di fatto un confronto approfondito con quella via cinese al socialismo che, dopo il secolo dell’umiliazione, ha portato la Cina ad essere una delle principali potenze mondiali e, tra queste, una potenza di pace (Traduzione a cura di Michele Berti).
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Contenuti
Introduzione
I. Egemonia politica: gettare il suo peso in giro
II. Egemonia militare: uso sfrenato della forza
III. Egemonia economica: saccheggio e sfruttamento
IV. Egemonia tecnologica: monopolio e soppressione
V. Egemonia culturale: diffusione di false narrazioni
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Turchia: l’Europa si schiera contro Erdogan ma Putin lo sta aiutando a vincere
di Giuseppe Casamassima
Russia e Turchia hanno formalizzato, pochi giorni fa, un accordo economico per la fornitura di combustibile nucleare, da parte della Rosatom, alla centrale turca di Akkuyu. Non curandosi dell’inevitabile stizza di Washington, il governo di Ankara ha così assicurato alla Turchia, che ne è carente, una nuova e importante fonte di produzione energetica, che coprirà il 10% del fabbisogno nazionale. Non approfondirò adesso l’importanza di quest’accordo, che ha inserito di fatto la Turchia nel club degli Stati nucleari e che, forse, è la premessa di una futura, storica ed inaudita partnership strategica tra Mosca ed Ankara. Qui voglio, invece, solo parlare della posizione di Recyp Erdogan che, in vista delle prossime elezioni presidenziali del 14 maggio, viene osteggiato attivamente dall’Occidente. I media europei, che ormi da marzo 2022 formano un unico coro, hanno già iniziato la campagna denigratoria contro Erdogan. La rivista francese Le Point, nel numero del 4 maggio, lo ha definito un “secondo Putin”. Ciò significa che l’Occidente vuole sbarazzarsi di Erdogan per cambiare, a proprio vantaggio, la politica estera della Turchia.
Finora, quella di Erdogan ha avuto per filo conduttore il doppiogiochismo. Giocarsi le carte che ha in mano su tavoli diversi è, per Erdogan, la tattica più utile per perseguire meglio non solo gli interessi nazionali della Turchia, ma anche il sogno geopolitico di una rinascente potenza neo-ottomana.
Nel quadro di questa voluta ambiguità[i], rispetto alla NATO, il governo Erdogan resta strettamente legato all’Alleanza Nord-Atlantica[ii], ma senza partecipare all’accerchiamento geostrategico della Russia, giacché la Turchia – nonostante le pressanti richieste di Zelensky – non solo non si è unita alle sanzioni occidentali, ma ha anche negato l’accesso al Mar Nero alle flotte militari della NATO e, di fatto, ha così appoggiato il blocco navale del porto di Odessa da parte della Marina da guerra russa, riconoscendo a quest’ultima un diritto previsto dal vecchio trattato di Montreaux[iii].
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È il turno di Taiwan dopo Kosovo e Donbass?
di Enrico Vigna
Dopo la Jugoslavia, il Kosovo, il Donbass tocca ora all’isola cinese essere usata come pedina sacrificale ai giochi geopolitici egemonici statunitensi?
Gli anni Novanta sono stati l’inizio del processo di distruzione dell'ordine mondiale che esisteva dal 1945 nella forma della Carta delle Nazioni Unite, da parte degli Stati Uniti. Nella distruzione della Jugoslavia gli USA, la NATO e l’UE hanno supportato, finanziato e armato le forze secessioniste slovene, croate, bosniache, in Kosovo hanno usato in modo ufficiale la forza militare contro uno Stato sovrano, senza l'approvazione del Consiglio di sicurezza dell'ONU, per portare al potere una organizzazione terrorista.
Nella conferenza internazionale di Bratislava nel 2000, gli USA dichiararono che qualsiasi altro stato poteva invocare questa condotta statunitense come un precedente. Ed è proprio questa dichiarazione che ha aperto una nuova fase geopolitica destabilizzante nel mondo. Non nella lettura giuridica di Bratislava, ma nella possibilità, di fatto, di poter imporre il modello balcanico e del Kosovo in particolare, targato USA/NATO, come possibilità concreta di rovesciamenti di governi sovrani o indipendenti.
Gli USA ritengono di essere l'unica potenza al mondo, che non solo è al di sopra della Carta delle Nazioni Unite, ma può anche farla valere su tutte le altre. Tutti gli altri stati devono essere subordinati ad essa, a parte quelli a cui viene dato il consenso degli Stati Uniti. Il separatismo è diventato l'arma determinante per rimodellare il mondo, come aveva chiarito la Conferenza di Bratislava con gli esempi dell’URSS, della DDR e della Jugoslavia con la loro disintegrazione pianificata.
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