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Il suprematismo USA alla prova
di Enrico Tomaselli
Negli ultimi decenni, negli Stati Uniti ha preso il sopravvento una strana alleanza tra l’elite globalista democratica ed i circoli neocon. Questo grumo di potere è unito dalla visione messianica degli USA come del paese eletto da dio a guidare il mondo; i primi apportano all’alleanza la visione ideologica, i secondi il cinismo politico. Sempre più scollegati dalla realtà degli states, appaiono accecati dalla propria stessa narrazione e stanno trascinando il mondo occidentale in una guerra senza fine, che per di più non possono vincere. La vera minaccia del conflitto nucleare viene da lì, non dalle steppe russe.
Una America accecata
Quando si pensa al suprematismo negli Stati Uniti, il pensiero va alle correnti di estrema destra che attraversano il paese, soprattutto fuori dalle grandi metropoli e lontano dalle sponde oceaniche: quel suprematismo bianco che va dal Ku Klux Klan alle milizie neonaziste. Ma, ancora più profondo, c’è un altro suprematismo che alligna in USA, e che ha le sue radici nella dottrina Monroe (1): l’idea dell’America First. Variamente declinata, e giustificata, l’idea della supremazia statunitense sul mondo si è via via andata delineando come una mission assegnata da dio (2), ma all’ombra della quale si sono poi annidati i corposi interessi materiali delle elites economiche. Già nella formulazione della locuzione è insita questa idea: come ha recentemente fatto notare il Presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador, gli USA si pensano e si dicono l’America, laddove invece non ne sono che una parte. Anche solo il nord America, infatti, conta anche il Messico ed il Canada.
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I dieci anni che sconvolgeranno il mondo? Prima parte
Appunti per una nuova teoria dell’imperialismo
di Raffaele Sciortino
Sullo sfondo della guerra in Ucraina e della recessione economica globale, l’urto possente che segnerà il prossimo futuro e sta già rimodellando il nostro presente: lo scontro tra Stati Uniti e Cina.
È su questo cambiamento di fase che, sabato 3 dicembre, abbiamo voluto ragionare con Raffaele Sciortino a Modena, per costruire un punto di vista e un’analisi approfondita che non si trovano nelle aule universitarie, sui podcast di Dario Fabbri o tra le infografiche di Instagram. Allargando il campo sull’epoca dei torbidi e di caos crescente che avevamo già cominciato a decifrare nel Mondo di domani, nella precedente iniziativa con Raf e Silvano Cacciari, di cui avevamo già riportato gli interventi su questo blog.
È questo scontro, oggi, il nodo cruciale del sistema-mondo capitalistico, imperniato su una globalizzazione giunta a un punto di non ritorno, tra equazioni impossibili e necessità di rilancio. Un conflitto che non si limit_a alle sfere alte della politica e dell’economia, ma inciderà sempre di più nella vita quotidiana di milioni di persone, e non in modo secondario a queste latitudini.
Che forma prenderà il caos internazionale da un punto di vista di classe? Da quali contraddizioni strutturali si darà il senso di marcia dello scontro? Quali scenari si apriranno per il ritorno del conflitto sociale?
«Gli dèi della fortuna favoriscono solo chi si prepara…», si chiude così il libro che abbiamo voluto presentare. Pertanto, partendo da queste domande, ma soprattutto da questa indicazione di metodo, pubblichiamo in tre puntate il ricco intervento e il proficuo dibattito della presentazione di Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenza, ultima, preziosa e non semplice fatica di Raffaele Sciortino. In questo prima tranche, un’introduzione alla crisi della globalizzazione capitalistica a trazione americana, sviluppata sul dollaro e sul ruolo di ordine/disordine di Washington nel sistema-mondo, che traccia fin da ora qualche appunto per una nuova, e necessaria, teoria dell’imperialismo ancora da scrivere.
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La verità sulla guerra russo-ucraina
di Carlo Formenti
In un mondo ideale, quando scoppia una guerra come quella oggi in atto fra Russia e Ucraina, che minaccia di avere gravi conseguenze non solo per le popolazioni coinvolte ma per l'intero pianeta, la prima preoccupazione di chi è in grado - per cultura e competenze - di analizzare le cause reali del conflitto, dovrebbe essere quella di trasmettere le proprie conoscenze al largo pubblico dei non addetti, non solo per aiutarlo a farsi un'opinione corretta su quanto sta accadendo, ma anche per stimolarne l'impegno a fare il possibile, se non per porre fine alla strage, almeno per limitare i danni. Purtroppo non viviamo in un mondo ideale, bensì nell'Italia attuale, cioè in un Paese inglobato in due blocchi economici, politici e militari, l'Unione Europea e la Nato, asserviti agli interessi di una superpotenza come gli Stati Uniti che, oltre a essere la prima responsabile della guerra, è anche determinata a fare sì che essa si prolunghi il più a lungo possibile, nella speranza di rallentare il proprio declino, danneggiando non solo una delle nazioni belligeranti, quella Russia che assieme alla Cina è la sua maggiore controparte geopolitica, ma anche gli "alleati" europei, i quali, dovendo pagare un prezzo elevato ove il conflitto si prolungasse, vedrebbero ridursi la propria capacità competitiva nell'ambito del blocco occidentale. Non stupisce quindi che le classi intellettuali sopra evocate - giornalisti, accademici, esperti di storia, politica ed economia, ecc. -, invece di svolgere un ruolo di informazione obiettiva sui fatti e di analisi scientifica delle loro cause, siano impegnati in una forsennata campagna propagandistica contro una delle parti belligeranti, presentandola come l'unica responsabile della guerra, se non come l'incarnazione del male assoluto.
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La Questione Tedesca
di Gaetano Colonna
La Germania è oggi spinta ad assumere ancora una volta un ruolo militare. Dapprima con un discorso davanti al Parlamento tedesco il 27 febbraio 2022; ora con un lungo articolo pubblicato sull’autorevole Foreign Affairs, espressione del Council of Foreign Relations, certamente uno dei più influenti e storici think tank statunitensi, il cancelliere tedesco Olaf Sholz ha proclamato al mondo la “svolta epocale” (Zeitenwende) alla quale la Germania deve rispondere anche sul piano militare, pudicamente denominato “di sicurezza”.
Si riapre quindi la questione tedesca in Europa. Da un secolo e più, infatti, l’accusa che grava sulle spalle della Germania è quella di aver tentato per ben due volte l’assalto al potere mondiale, secondo la comoda vulgata codificata dai suoi vincitori – seppure rimessa in discussione da storici anglo-sassoni di valore, da Taylor a Clark.
Dopo due epocali tragedie che, oltre a milioni di morti e a distruzioni inimmaginabili, condussero la Germania alla condizione di Anno Zero, il paese mitteleuropeo ha beneficiato di alcuni decenni di pacifica prosperità, sia prima che dopo la sua riunificazione, barcamenandosi con una certa abilità fra Est ed Ovest: prendendo a Ovest una cultura fotocopia di quella anglosassone, e commerciando freneticamente con l’Est, ancor più dopo il crollo dell’Urss.
Destinata ad essereil campo di battaglia fra est e ovest in caso di guerrafra le superpotenze, la Germania viene inserita nella Nato il 9 maggio 1955 (a dieci anni esatti dal crollo del III Reich), anno in cui appunto vengono ricostituite le forze armate tedesche (Bundeswehr), che trovano poi una collocazione costituzionale nel 1968, quando i terremoti in corso nell’Europa orientale, culminati nell’invasione della Cecoslovacchia, facevano temere contraccolpi nei rapporti fra Usa e Urss.
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La pelle dell'orso
di Enrico Tomaselli
Gli imperi, così come ogni altra forma di organizzazione umana, sorgono, vivono e poi decadono. Nella fase di formazione, un impero manifesta una forma di aggressività espansiva, nella fase di declino una forma di aggressività difensiva. Quando un impero comincia a manifestare quest’ultima forma di aggressività, è segno inequivocabile che è iniziato il suo declino. La sola questione aperta è quanto durerà tale fase, e quanto sarà rovinosa
Giro di boa
Come sempre, la realtà prima o poi si afferma. Comincia a filtrare attraverso le maglie delle narrazioni mistificatorie, si aggruma qui e là, quindi emerge in tutta la sua evidenza. È ciò che sta accadendo, riguardo al conflitto in Ucraina. Giorno dopo giorno, si delineano i pezzi del puzzle, si ricompone il disegno complessivo. In fin dei conti, è davvero stupefacente che ancora nessuno osi dire l’intera verità.
Per quanto l’impero statunitense abbia programmato lo scontro con la Russia da almeno tre lustri, per quanto lo abbia lungamente preparato, alla prova dei fatti la sua strategia si sta dimostrando fallace.
Gli obiettivi di Washington erano almeno tre: impegnare Mosca in una lunga guerra di logoramento, tranciare definitivamente ogni connessione tra Russia ed Europa, ed isolare internazionalmente il paese nemico. Questi tre obiettivi, però, erano e sono subordinati ad una condizione ineludibile, ovvero la capacità di condurre lungamente la guerra senza uscirne sconfitti. E ciò implica il riuscire a logorare la capacità di combattimento della Federazione Russa, ed in misura abbastanza significativa, prima di trovarsi a propria volta logorati dal conflitto. L’evidenza dei fatti dice che questa condizione non si è verificata, né si verificherà, e pertanto il disegno strategico degli USA si fondava su un calcolo sbagliato.
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Anticipazione/ I russi, i russi gli americani
di Antonio Cantaro
Chi ha spento le luci della pace è il vecchio mondo di oggi, la Russia e gli Stati Uniti. L’Europa complice e vittima, allo stesso tempo. In esclusiva, per i lettori del nostro “laboratorio politico”, i passaggi essenziali dell’introduzione ad un volume di prossima pubblicazione nei primi mesi dell'anno che verrà
La pace è finita, recita il titolo di un pamphlet pubblicato sul finire del 2022. Ma chi ha spento le luci? I russi, i russi gli americani, sussurrava Lucio Dalla nel 1980 in una celebre canzone, piena di fiducia e di speranza, Futura, pensata e scritta di getto. In meno di mezz’ora, seduto su una panchina, una sigaretta accesa e un’agenda, nei pressi del Checkpoint Charlie, da dove allora si poteva passare dalla parte Ovest alla parte Est di Berlino. In Europa, nel cuore dell’Europa per tanti giovani di tante nazionalità che oggi numerosi lì lavorano, vivono, sognano, si innamorano.
Guerra in Europa, contro l’Europa
Che la guerra in Ucraina della quale “celebriamo” il primo “anniversario”, sia una guerra che si svolge nel territorio del Vecchio continente e che i suoi popoli siano quelli chiamati a pagarne il prezzo più pesante e duraturo è constatazione largamente condivisa.
Le immagini e le narrazioni dalle quali siamo stati ancora in questi mesi quotidianamente ‘bombardati’ si sono prevalentemente occupate degli ucraini, le popolazioni primariamente e indiscutibilmente vittime della guerra. E dei suoi esecutori materiali, in primo luogo l’esercito di Putin. Ma oltre le vittime e gli esecutori materiali ci sono dei ‘mandanti’ e dei ‘complici’.
A che punto è la notte?
Ad un anno dall’inizio dell’operazione militare speciale in pochi si sono occupati dei “mandanti” e dei loro “complici”. Avendo provato a farlo sin dalle prime settimane che ci separano dal quel 25 febbraio 2022, ho pensato fosse di una qualche utilità offrire al lettore l’insieme dei pensieri e degli scritti nei quali mi sono cimentato con le origini antiche e prossime della guerra ucraina.
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I misteri del Cremlino
di Nestor Halak
Durante la guerra fredda nei servizi segreti occidentali, tra i commentatori politici e persino tra i giornalisti c’erano esperti che venivano definiti “cremlinologi” per la loro supposta abilità nel decifrare i segnali provenienti dalle sempre più o meno misteriose stanze del Cremlino. Tempo prima, Churchill aveva addirittura definito la Russia come un rebus avvolto in un mistero che sta dentro un enigma: frase non proprio elegante, ma che rende il suo pensiero. Certo la mania russa per il segreto ha molto contribuito al sorgere di questa fama ed anche oggi, a più di trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica, le intenzioni, le mosse e i ragionamenti della dirigenza russa continuano ad essere di difficile interpretazione.
Eppure, paradossalmente, il presidente Putin e gli altri personaggi ai vertici dello stato russo si esprimono con una franchezza sconosciuta ai potentati occidentali, tuttavia il disegno complessivo della loro politica continua ad essere sfuggente. Forse dipende dal fatto che i media ci hanno abituato alla prevedibile ipocrisia dei nostri dirigenti, forse per una leggera discrepanza tra il mondo russo e quello europeo che non ce lo fa sentire estraneo, come per esempio quello arabo o cinese, ma la cui stessa vicinanza diventa un ostacolo per cogliere le differenze.
Di fatto, se si prendono in considerazione le azioni russe a partire, diciamo, dal colpo di stato americano a Kiev, viene da chiedersi se abbiano un senso complessivo coerente.
Proviamo a riassumere la situazione per sommi capi. L’ucraina è sempre stata di vitale importanza per la Russia, l’errore di fondo è stato quello di permettere che lo stato sovietico si frantumasse lungo le linee amministrative delle repubbliche che spesso avevano un senso solo all’interno di uno stato unitario.
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La Germania tra Europa, Stati Uniti, Cina
di Vincenzo Comito
La Germania, guidata dal Cancelliere Olaf Scholz, non condivide la politica statunitense, seguita anche da Bruxelles contro l'interesse del Vecchio continente, del decoupling dalla Cina e persegue, al contrario, una sempre crescente autonomia strategica. Mentre l'Italia e la Francia appaiono inerti
“Siamo nella giungla e ci sono due grossi elefanti sempre più nervosi se si fanno la guerra sarà un grosso problema per il resto della giungla” (Emmanuel Macron)
“il mondo sta affrontando una svolta epocale…nuove potenze sono emerse, inclusa una Cina economicamente forte e politicamente determinata” (Olaf Scholz).
Da parecchio tempo appare chiaro che l’Europa, che continua ad essere disunita, ha grandi difficoltà a restare dietro agli Stati Uniti e alla Cina sul piano tecnologico e che i tentativi di rimediare a tale gap appaiono deboli, in particolare sul piano finanziario, nonché tardivi. Il problema è tale da mettere in difficoltà le prospettive di crescita economica del continente. Con la guerra in Ucraina, si è aggiunta una questione altrettanto grave, quella del forte aumento dei prezzi dell’energia (oltre che della sua difficile reperibilità) che, in particolare in alcuni settori industriali, appare insostenibile, mentre Cina e Stati Uniti per il momento non ne risentono. Si aggiunge la forte crescita dell’inflazione, questione che questa volta l’Europa ha in comune con gli Stati Uniti, mentre in Cina le ultime rilevazioni registrano un aumento dei prezzi al consumo del 2,1%. Molti mal di testa pone anche al nostro continente la crescente rivalità tra Stati Uniti e Cina, con Biden in particolare che vuole impedire che il paese asiatico li raggiunga e li superi sul piano tecnologico, economico, militare, compito peraltro immane per gli Usa, rispetto al quale egli cerca in ogni caso di coinvolgere gli alleati con pressioni di ogni genere. Così i paesi europei sono divisi tra fedeltà politica e interessi economici.
L’inflation Reduction Plan: un colpo di grazia per l’Europa?
Più recentemente si è aggiunto ai problemi menzionati quello che potrebbe essere il colpo di grazia per l’industria del nostro continente.
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Iran e Vicino Oriente: rompicapo regionale e grandi potenze
di Alberto Bradanini
L’adesione al principio di complessità consiglia cautela davanti agli sforzi di comprendere gli eventi che si dipanano nel cosiddetto Grande Medio Oriente (GMO) termine con cui s’intende convenzionalmente un’area che parte dall’Iran, attraversa le nazioni mediorientali propriamente dette e giunge a includere alcuni paesi nordafricani che si affacciano sul Mare Nostrum.
Come altrove, anche qui i fattori identitari sono costituiti dalla lingua, l’etnia, il colore della pelle, la religione – o meglio le religioni, a loro volta divise da steccati dottrinali e interessi di potere in sottofamiglie spesso nemiche l’una all’altra. Tali fattori interagiscono tra loro in forma e intensità diverse a seconda di tempi e luoghi. La religione, messaggera di orizzonti messianici, occupa un posto centrale nelle identità di quei popoli, vittima e insieme protagonista di settarismi, arretratezze socioculturali e posture antimoderne, cui si aggiunge un’endemica instabilità politica che impedisce l’affermarsi di priorità centrate sullo sviluppo umano, il controllo pubblico delle risorse e la giustizia sociale. A quanto sopra non sono estranee le interferenze del cosiddetto Occidente, che soffiano sul fuoco delle diversità storiche, etniche e religiose di quei popoli, per depredarne le risorse attraverso politiche neocoloniali con la complicità delle oligarchie locali, civili o religiose fa poca differenza.
Quali fattori strutturali, l’iniqua distribuzione della ricchezza e la scarsa consapevolezza della natura sociale del conflitto tra dominati e dominanti, ideologicamente oscurato dalla narrazione pubblica – un analfabetismo qualitativamente non diverso da quello che fiorisce in Europa – rappresentano insieme la fonte e il prodotto di ritardo culturale, povertà e instabilità, con poche differenze tra paese e paese.
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L’offensiva d'inverno
di Enrico Tomaselli
Nella straordinaria dissociazione che caratterizza la narrazione della NATO, da un lato ci si ostina a vaticinare un’impossibile vittoria ucraina, mentre dall’altro si discute di una offensiva russa data ormai per imminente. Tutti sembrano aspettarsi un attacco contro la capitale ucraina, a partire dalla Bielorussia. Eppure, ad un’attenta analisi, quest’ipotesi appare quanto meno improbabile. Proviamo a capire perché.
Checché se ne dica, fare previsioni sul corso di una guerra è cosa estremamente difficile, soprattutto quando si prova a scendere ad un livello di dettaglio che vada oltre la macro dimensione strategica. Per un analista militare è un po’ come per gli economisti, è assai più facile spiegare quel che è accaduto che capire quel che accadrà. Ciò nonostante, il tentativo va fatto sempre comunque, per quanto difficile possa essere. E nel caso della guerra in Ucraina il compito è complicato dalla impenetrabilità del comando russo, cosa che lascia davvero un ampio margine d’errore a qualunque previsione.
Questa apparente excusatio non petita non vuole mettere al riparo da critiche la presente analisi, nel caso che le conclusioni risultassero errate, ma vale piuttosto come avviso al lettore: ciò che segue è un’analisi basata sui dati conosciuti (che sono certamente solo una piccola parte di quelli noti ai comandi militari coinvolti), che si prova ad interpretare, per trarne qualche indicazione.
Attacco a Kyev?
La maggior parte dei commentatori, anche autorevoli (1), sembra dare per scontata una imminente offensiva russa verso la capitale ucraina.
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Nel tritacarne
di Enrico Tomaselli
Dopo quella di Mariupol, un’altra sanguinosa battaglia casa per casa si sta combattendo nel settore centrale del fronte ucraino e, come quella, ha non solo un valore simbolico, ma anche un rilevante valore strategico. Se le forze armate russe riuscissero a sfondare, come appare sempre più probabile, potrebbero aprirsi la strada verso una nuova significativa avanzata. Intanto, le perdite ucraine stanno diventando elevatissime.
Tra retorica e strategia
Mentre la retorica propagandistica dei paesi NATO insiste su una sempre più fantomatica vittoria ucraina, la strategia militare sul campo sembra ormai puntare – letteralmente – sul prolungamento della guerra sino all’ultimo uomo possibile. Messa da parte l’ipocrisia precedente, in base alla quale l’occidente dichiarava ufficialmente di non voler fornire a Kyev armi in grado di colpire il suolo russo (facendo finta di non sapere / non vedere che gli ucraini lo fanno continuamente, non solo bombardando gli oblast annessi a settembre, ma anche il territorio russo storico – regioni di Kursk e Belgorod), ora c’è un via libera a questo genere di attacchi. Che non è soltanto teorico (fate ciò che volete), ma pratico (vi aiutiamo a farlo, e vi diamo i mezzi per farlo). Al cuore di questa politica, c’è la fornitura – da parte USA- degli M-142 HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System), un avanzato sistema di lanciarazzi, dotato di un modulo con sei missili di precisione GMLRS, basato su un camion FMTV da cinque tonnellate.
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Andrà tutto bene per l’Europa?*
di Valerio Romitelli
Le ricadute della guerra in Ucraina rischiano di avere effetti a catena disastrosi per l’Ue: tali da riconfigurare il vecchio continente, come nessuna crisi finanziaria, lotta sociale, rivolgimento politico o ristrutturazione economica abbiano mai fatto almeno dal crollo del muro di Berlino ad oggi.
Le cause più dirette di un simile possibile sconvolgimento a venire sono note e molteplici. Tra di esse anzitutto le restrizioni nella fornitura di gas e altre materie prime da parte della Russia difronte all’inasprimento delle sanzioni nei suoi confronti da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati. Ma anche l’intensificarsi della corsa al riarmo istigata dalla Nato e coinvolgente persino quella Germania la cui nulla autonomia militare è stata la condizione del suo primato economico nel seno dell’Ue a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Né va sottovalutato quanto una fedeltà atlantica e un’ostilità antirussa particolarmente esibite stiano favorendo il prestigio di paesi come la Polonia (forse un modello per la stessa Italia a governo Meloni?) già più volte bacchettati dal resto dell’Ue perché considerati poco rispettosi dei suoi valori liberali e democratici.
Gli esempi di ciò che ne potrà seguire sono anch’essi noti e molteplici. Tra di essi, uno dei più recenti è la chiusura dell’impianto della russa Lukoil insediata da anni in Sicilia che rischia di gettare in miseria all’incirca diecimila persone e desertificare tutta la zona tra Siracusa e Catania, finora una delle più produttive dell’isola. Ma di fronte all’aumento dei costi energetici nessuno sa quale possa essere il destino di ogni attività economica e di assistenza sociale nel seno dell’Ue, dove oltretutto la fatidica transizione Green sta perdendo quella priorità finora conclamata come assoluta.
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Questa guerra mondiale in fieri
di Nucleo comunista internazionalista
Una delle domande di fondo se non la domanda a nostro avviso di fondo a cui i rudimentali punti di orientamento qui sotto esposti cercano di rispondere è la seguente: quale è il carattere della presente guerra mondiale in fieri nella quale l’umanità è inesorabilmente trascinata e di cui è parte la guerra al momento localizzata in terra ucraina in quanto scontro armato fra la Nato-braccio armato dell’Occidente collettivo e la Russia-“ariete apripista” di un nuovo assetto “multipolare” del capitalismo mondiale?
Riguardo questo aspetto della guerra che evidentemente appare ed è centrale, la domanda può essere posta più precisamente:
essa ha o può avere un carattere progressivo dal lato delle potenze statali russa e cinese (e dietro ad esse il Sud globale del mondo) in quanto colpo di grazia vibrato all’egemonia imperialista dell’America e dell’Occidente collettivo e quindi guerra anti-imperialista che i rivoluzionari devono appoggiare; oppure essa è una contesa armata fra Stati per una diversa e “più equa” ripartizione del potere capitalistico globale, quindi guerra inter-capitalistica da sabotare da ogni lato statale dei belligeranti?
Può essere utile allo scioglimento del rebus anche prendere in esame lo storico discorso pronunciato il 30 settembre dal presidente Putin (che fa il tris con quelli, altrettanto storici, del 21 e del 24 febbraio su cui abbiamo detto in uno scritto precedente: https://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o55248:e1) in occasione dell’annessione alla Russia delle quattro provincie sudorientali di un’Ucraina che non esiste e non esisterà più per come era configurata prima il 24 febbraio.
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Sergio Romano e l’esercito imperialista europeo
di Fosco Giannini
Perché il movimento pacifista, i comunisti, le forze antimperialiste e anticapitaliste debbono dire NO all'esercito europeo
Domenica 27 novembre u.s. Sergio Romano firma un articolo, per il “Corriere della Sera”, dal titolo tanto perentorio quanto apodittico: “Se vuole contare nel mondo l’Ue deve costruire il suo esercito”. Romano è figlio della grande borghesia di Vicenza; nei primi anni ’50 partecipa all’esclusivo, importante e denso di prospettive di carriera politico-diplomatica, Seminario nordamericano di Salisburgo; studia poi, attraverso una borsa di studio della Fondazione Harkness (Istituto di studi del Commonwealth, tanto per dire…) all’università di Chicago; con così tante stigmate statunitensi, britanniche, imperialiste, nel 1954 entra alla Farnesina per poi intraprendere una lunga carriera diplomatico-politica che lo porta ad essere prima ambasciatore a Londra e poi a Mosca, quindi ambasciatore italiano presso la NATO, “visiting professor” all’università della California e tanto e tanto ancora, sia sul piano della carriera diplomatica che politica e giornalistica, esperienze di prestigio che lo portano a diventare un influente “maître à penser” della politica internazionale italiana.
Romano, anche in relazione alla sua storia, alla sua biografia intellettuale, è decisamente schierato nel campo atlantista sul piano geopolitico e nel campo liberale sul piano economico/ideologico. Purtuttavia, specie nella sua ultima fase e molto probabilmente in virtù di un surplus di esperienza concreta delle dinamiche internazionali che ha stemperato la sua lancia liberale/occidentale, è andato assumendo posizioni alquanto eterodosse rispetto ai crociati dell’imperialismo e interessanti anche per il fronte antimperialista.
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La guerra Russia-Ucraina: lo stupido e l'analista
a cura di Luigi Longo
Ho trovato interessante sia la conferenza stampa di Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, tenuta a Bruxelles il 25/11/2022 e ripresa dall’agenzia Adnkronos e pubblicata, a mò di stralcio, sul suo sito https://www.adnkronos.com/ucraina-stoltenberg-diventera-membro-nato_5EZiSZ99s7FBWwsQbcCHLa/amp.html, sia l’intervista del colonnello statunitense Douglas Macgregor rilasciata al canale polacco Votum TV e pubblicata sul sito www.comedonchisciotte.org del 24/11/2022.
Le riporto per riflettere sia sulla stupidità di Jens Stoltenberg sia sull’analisi concreta e ragionata del colonnello Douglas Macgregor.
Una precisazione e una riflessione. La precisazione riguarda il concetto di stupidità, una sorta di scherzosa (mica tanto) teoria generale della stupidità umana, elaborata dallo storico Carlo Maria Cipolla (Allegro ma non troppo, il Mulino, Bologna, 1988, in particolare le pagine 65-77) che così la definisce « Il secondo fattore che determina il potenziale di una persona stupida deriva dalla posizione di potere e di autorità che occupa nella società. Tra burocrati, generali, politici, capi di stato e uomini di Chiesa, si ritrova l’aurea percentuale […] di individui fondamentalmente stupidi la cui capacità di danneggiare il prossimo fu (o è) pericolosamente accresciuta dalla posizione di potere che occuparono (o occupano). La domanda che spesso si pongono le persone ragionevoli è in che modo e come mai persone stupide riescano a raggiungere posizioni di potere e di autorità ». Affermare, come fa Jens Stoltenberg, che « […] Se Putin, o altri leader autoritari, vede che l’uso della forza è premiato, la userà ancora per raggiungere i suoi obiettivi.
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