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Le quattro fasi dell’era post sovietica
di Fulvio Bellini
Premessa: i tre livelli di lettura de “La fine della storia e l’ultimo uomo”
Nel 1992 venne pubblicato un libro particolare, che immediatamente suscitò un acceso dibattito dividendo il campo tra dichiarati avversari e segreti estimatori: La Fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama. Nonostante il successo di pubblico, si trattava di un libro dedicato alla classe dirigente occidentale, ed in particolar modo statunitense, celebrativo della “presunta” vittoria, e spiegheremo perché presunta, del cosiddetto mondo libero sull’Unione sovietica e sul blocco del socialismo reale. Negli anni novanta le élite occidentali furono pervase da un autentico delirio d’onnipotenza che Fukuyama ebbe lo spirito cortigiano ma anche un innegabile coraggio di tradurre in un libro allo scopo d’ammantarlo in una nobile veste tessuta di filosofia della storia. Il politologo statunitense, in nome e per conto delle élite occidentali, annunciava “urbi et orbi” che la Storia universale dell’uomo, non intesa come concatenazione cronologica di avvenimenti, ma come movimento complessivo dell’umanità espresso nel termine tedesco di Weltanschauung, era finalmente giunta al suo epilogo. Questa tesi del libro, ma attenzione non l’unica, si concentrava sull’analisi delle ragioni che avevano determinato le sconfitte in tutto il mondo da un lato del “totalitarismo comunista” e dall’altro dei regimi dittatoriali di destra, disfatte che avevano aperto la via, come se le acque del Mar Rosso si fossero nuovamente aperte di fronte a Mosè, all’affermazione mondiale della democrazia liberale e del suo indissolubile “compagno di strada”: il capitalismo del libero mercato. Sottoposto ad una critica marxiana, nel libro di Fukuyama è possibile scorgere tre livelli di lettura: uno che riguarda la distorta interpretazione filosofica della storia degli anni novanta; uno che attiene più propriamente alla delineazione di una ideologia del mondo Occidentale; ed una che individua involontariamente un nuovo ciclo storico.
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L’autismo occidentale
di Enrico Tomaselli
L’autismo (dal greco αὐτός, aütós – stesso) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da deficit della comunicazione verbale e non verbale, che provoca comportamenti ripetitivi. In un certo senso, questa definizione ben si attaglia al comportamento degli USA – e quindi dei vassalli del NATOstan – sulla scena internazionale. Con l’accendersi del conflitto in Ucraina, questo autismo ha raggiunto nuove, pericolosissime vette.
In un certo senso, questa definizione ben si attanaglia al comportamento degli USA – e quindi dei vassalli del NATOstan – sulla scena internazionale, ma sicuramente con l’accendersi del conflitto in Ucraina questo autismo ha raggiunto nuove, pericolosissime vette.
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L’ombelico del mondo
Gli Stati Uniti hanno immaginato, teorizzato, perseguito ed infine realizzato il sogno di un dominio globale a partire da un’idea di eccezionalità (auto attribuita), la quale, a sua volta, si traduce nel famoso destino manifesto (1). Tale propensione ha trovato il suo coronamento nel 1945, con la vittoria nella seconda guerra mondiale, per poi raggiungere il suo apice nel corso della guerra fredda. Ovviamente, nel corso di questa lunga traiettoria politica, l’élite statunitense – e di riflesso la popolazione del paese – ha maturato la crescente convinzione che il proprio successo globale fosse la controprova della propria titolarità ad ottenerlo. Coerentemente con lo spirito dell’etica protestante-capitalista (2), negli States ha preso forma una vera e propria ideologia suprematista, il cui fondamento culturale è la convinzione di incarnare l’ideale di giustizia.
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Se avessimo più di un martello… Forse non saremmo in questo guaio
di Aurelien
Forse avete osservato la politica occidentale nei confronti dell’Ucraina nell’ultimo anno o giù di lì con stupefacente incredulità, e di tanto in tanto vi siete posti domande come: Si accorgono che non funziona, perché continuano così? Perché non accettano l’ovvio? Perché non provano almeno a fare qualcosa di diverso? Non sarete stati i soli. Non sorprende quindi che Internet, alla ricerca di qualsiasi spiegazione, abbondi di teorie cospirative di europei ricattati da Washington o altro. In realtà, quello che stiamo vedendo accade in molte crisi politiche. Io la chiamo la teoria dell’inerzia della politica, e spesso incoraggia gli Stati e le alleanze a continuare a fare cose stupide, perché non riescono a mettersi d’accordo collettivamente su qualcosa di meno stupido.
Si potrebbe pensare che ormai le leadership politiche occidentali abbiano iniziato a nutrire qualche piccolo dubbio sull’utilità della loro politica di confronto con la Russia, soprattutto dopo l’intervento di quest’ultima in Ucraina. Ci sono fattori di complicazione, naturalmente: per la classe dirigente europea, come ho spiegato, questa è una guerra santa contro l’anti-Europa a est. Per molte nazioni più piccole, con poche o nessuna fonte di informazione indipendente e poca influenza, c’è poca alternativa all’assecondare ciò che vogliono gli Stati più grandi. Allo stesso modo, alcuni Stati sono guidati principalmente da uno storico razzismo anti-slavo. (Non pretendo di capire cosa stia succedendo a Washington). Ma si potrebbe comunque pensare che ormai i dubbi si stiano insinuando: dopo tutto, gli europei alla fine hanno interrotto le Crociate quando è diventato chiaro che la Terra Santa non sarebbe mai stata liberata dagli invasori arabi.
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Giocare col fuoco
di Enrico Tomaselli
Alcune brevi note sul rapporto NATO-Russia, sul come l’approccio statunitense si riveli pericolosamente inadeguato e sul perché l’irrilevanza politico-militare dell’Europa si traduca in un potenziale suicidio. Piaccia o non piaccia l’attuale configurazione politica e strategica del cosiddetto Occidente, è impossibile non rilevare come la sua supponenza sia in realtà la maggiore minaccia alla sua stessa esistenza.
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La propaganda è una normale condizione nei paesi coinvolti in un conflitto, anche quando si tratta di democrazie liberali che amano pensarsi e rappresentarsi come il paradiso della libertà di pensiero e di parola. In un certo senso, si può anzi dire che la presenza della propaganda, e la sua pervasività, possono essere assunti ad indicatori del coinvolgimento bellico.
Anche da ciò, risulta evidente quindi come i paesi della NATO siano parte attiva del conflitto in Ucraina.
Ma ovviamente la propaganda non ha solo lo scopo di mobilitare la popolazione, affinché sostenga – anche solo politicamente – lo sforzo bellico; scopo, o quantomeno conseguenza della propaganda è anche quello di rimuovere gli argomenti scomodi, le verità scomode.
Nel contesto della guerra in atto in Ucraina, ciò risulta evidente sotto molteplici punti di vista, ma ce n’è uno in particolare che effettivamente riveste (rivestirebbe) una grande importanza, e che, al contrario, scivola via.
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Le conseguenze di breve e lungo periodo della guerra
di Domenico Moro
Per comprendere le conseguenze di breve e di lungo periodo della guerra in Ucraina sull’economia mondiale, bisogna partire dai processi che modificano gli assetti e i rapporti di forza tra aree economiche e Stati. In particolare, vanno indagati i processi che coinvolgono il gruppo dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), che rappresenta la semi-periferia emergente del sistema economico mondiale, e il G7 (Usa, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, e Canada), che rappresenta il centro ricco e dominante.
1. Le conseguenze della guerra sull’economia mondiale
La guerra è un acceleratore di processi che spesso hanno un’origine più lontana e che divengono espliciti e visibili pienamente solo ora, dopo una incubazione più o meno lunga. I processi economici mondiali più importanti in atto sono i seguenti:
- L’inflazione. La crescita dell’inflazione è cominciata nel 2021, prima della guerra in Ucraina, ed è stata determinata da vari fattori: l’enorme liquidità emessa dalle banche centrali dei Paesi del G7 per combattere la crisi e le strozzature delle linee di rifornimento di componenti e semilavorati dovute alla pandemia. Una volta che i lock down sono finiti e la domanda è ripartita la produzione è risultata inadeguata a soddisfarla, da cui la crescita dei prezzi. Se la guerra non è stata la causa originaria dell’inflazione, è, però, vero che l’ha accentuata. La guerra tra Russia e Occidente, infatti, si combatte anche a livello economico, mediante le sanzioni. Queste hanno determinato il taglio dei rifornimenti di materie prime energetiche dalla Russia verso l’Europa, aumentando i prezzi di petrolio e gas e dando nuova linfa all’inflazione, soprattutto nella Ue, a livelli che non si vedevano dagli anni ‘80.
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La guerra in Ucraina come problema mondiale e la neutralità critica di Lula
di Homero Santiago
Le dichiarazioni del presidente brasiliano Lula durante la sua visita in Cina della scorsa settimana hanno messo in fibrillazione le cancellerie dei paesi occidentali – in primis degli USA – e mobilitato i pennivendoli nostrani in una gara a scomunicare il politico brasiliano, poco propenso a schierarsi senza se e senza ma con l’Occidente. In questo intervento Homero Santiago mostra che la posizione di Lula, per quanto rischiosa, non è «né irrazionale né irresponsabile», ma si inscrive in una strategia mirata a rilanciare un multipolarismo che assegni al Sud del mondo (o, almeno, ad alcune nazioni che se ne sono intestate la rappresentanza) un ruolo nella ridefinizione degli equilibri globali, nell’ormai conclamata crisi egemonica degli Stati Uniti. Ma oltre alle dinamiche geopolitiche, che rischiano sempre di nascondere gli effetti materiali e sociali della guerra, il testo di Homero ci permette anche di considerare la guerra in Ucraina da una prospettiva che non si lascia soffocare dall’alternativa “con l’Occidente o con Putin”, e riesce a osservare aspetti che da vicino non si riesce o non si vuole vedere. Tra questi il razzismo che continua a definire le politiche di accoglienza dei paesi dell’UE, la cui esasperazione determinata dal conflitto in Ucraina stabilisce un differente fronte di schieramento contro la guerra anche tra coloro che la osservano dal Sud globale.
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Agli occhi di molti Europei la posizione di neutralità assunta dall’attuale governo brasiliano di fronte alla guerra in Ucraina deve apparire veramente strana. A peggiorare le cose, questa posizione ufficiale è occasionalmente accompagnata da dichiarazioni controverse, come è accaduto la scorsa settimana, durante la visita del presidente Luiz Inácio Lula da Silva in Cina: «gli USA devono smettere di incoraggiare la guerra e l’Unione europea deve iniziare a parlare di pace».
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Guerra in Ucraina. Ma che sta succedendo ora?
di Gianandrea Gaiani*
Sapere cosa avviene davvero al fronte, durante una guerra, è sempre impossibile. Si possono mettere insieme frammenti di informazione, spesso – o sempre – deformati dalle contrapposte propagande.
Bisogna insomma essere molto diffidenti e allo stesso tempo curiosi, non innamorarsi delle proprie ipotesi ed essere pronti ad ammettere di esserci sbagliati.
Il contrario, insomma, di quel che avviene nelle redazioni di tg e giornali (italiani e occidentali, in genere), che prendono i bollettini del ministero della guerra ucraino e li riconfezionano come “notizie”.
Del resto per parlare sensatamente di guerra bisognerebbe prima studiarne la complessità, specie nel mondo contemporaneo. Per esempio, come si distingue un ”attacco” rispetto ad una semplice “esplorazione in forze”?
Oppure: si parla da mesi della tremenda “controffensiva di primavera” da parte di Kiev, che dovrebbe nei notiziari rovesciare le sorti del conflitto. Se ne parla perché è una possibilità concreta oppure per “battere cassa” con maggior forza sugli “alleati occidentali”? E questa ipotesi viene avallata dal Pentagono e dalla Nato perché realistica o per scaricare la responsabilità dell’eventuale fallimento sulle gracili spalle della junta golpista?
Per aiutarvi a districarvi tra le non notizie dei media mainstream, e darvi un quadro un po’ più articolato dell’andamento dei combattimenti, pensiamo sia utile la lettura di questo periodico aggiornamento pubblicato dal sito specializzato Analisi Difesa. Che pare saperne un po’ più della media…
Buona lettura.
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Come la "nuova Europa" ha gettato la "vecchia" sull'orlo del precipizio
di Giacomo Gabellini
A partire dal 1991, la Germania si rivelò capace di cogliere l’occasione presentatasi con il crollo dell’Urss per affinare ulteriormente il proprio livello di specializzazione nella produzione di beni di investimento complessi (automobili, aerei, treni, ecc.) e in tutti i vari aspetti della logistica, nonché per verticalizzare la manifattura e il commercio estero mediante la delocalizzazione delle produzioni dal ridotto valore aggiunto presso i Paesi dell’Europa centro-orientale. Nell’arco di pochi anni, il fenomeno ha consentito a Berlino di riprodurre nel cuore del “vecchio continente” il modello giapponese di specializzazione industriale nei comparti ad alto e/o altissimo valore aggiunto – con polacchi, ungheresi, cechi, sloveni, ecc. che hanno vestito i panni di malesi, taiwanesi, indonesiani e coreani – in grado di aggirare gli effetti negativi prodotti dai salari relativamente elevati e dall’orario di lavoro sempre più corto degli operai tedeschi.
Anni '90: la Mitteleuropa a guida tedesca
Il risultato è stata la trasformazione dell’intera area mitteleuropea, già protagonista di un rapido processo di integrazione nella Nato, in fornitrice di componenti semilavorati per conto dell’hub industriale tedesco, le cui esportazioni cominciarono a caratterizzarsi da quel momento da un forte contenuto di importazioni. Come ha spiegato Marcello De Cecco nel 2009: «la Germania, negli ultimi due decenni, ha sviluppato una struttura geografica e anche merceologica del commercio estero abbastanza simile a quella che aveva prima del 1914. È riuscita a costituire al centro dell’Europa un enorme blocco manifatturiero integrato, includendo via via tutte le aree industriali ad essa vicine in una rete produttiva le cui maglie sono divenute sempre più strette.
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Il D-Day di Kiev
di Enrico Tomaselli
Arriva o non arriva? La più mediatica delle controffensive dei tempi moderni, più volte annunciata, non ha ancora preso corpo, ma la finestra temporale entro cui può iniziare si restringe di giorno in giorno. Per l’Ucraina è un vero e proprio all-in, perché se dovesse fallire non ci sarà la possibilità di lanciarne un’altra. E per avere successo, non sono pochi gli elementi che si devono mettere in asse, nel giusto modo.
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Quel che serve agli ucraini
Sono ormai mesi che si parla della controffensiva ucraina e, come sempre in questi casi, più se ne parla più crescono le aspettative – soprattutto occidentali. Da un lato, ovviamente, le leadership atlantiche vorrebbero vedere almeno un successo tattico, che consentisse di dare un senso all’enorme invio di armi e denaro con cui è stata sommersa l’Ucraina negli ultimi 14 mesi, oltre che dare agio alle forze armate ucraine di riprendere fiato, così da poter prolungare ancora la guerra. Dall’altro, le opinioni pubbliche (soprattutto europee) che sperano in una rapida conclusione del conflitto, non osando tifare per Mosca, si crogiolano almeno nell’illusione di una vittoria di Kiev.
Ma dietro il massiccio schermo propagandistico, ormai si intravede sempre più lo scetticismo realista di molti analisti ed esperti di cose militari. Per dirla con le parole di Franz-Stefan Gady, analista dell’International Institute for Strategic Studies, “gli ucraini potrebbero ottenere un successo tattico (…) innescando una disfatta nella fase iniziale della controffensiva. Se questo sarà sufficiente per l’Ucraina per ottenere guadagni strategici a lungo termine – figuriamoci vincere la guerra – è tutta un’altra questione.” (1)
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La fame nel mondo e lo (squallido) gioco dell'UE sul grano ucraino
di Fabrizio Poggi
Mentre la “fraterna” Polonia “senza frontiere" con l'Ucraina introduce il divieto su importazione e transito di prodotti agricoli ucraini fino al 30 giugno, è prorogata fino a maggio l'esportazione in Africa di cereali da Ucraina e Russia, la cosiddetta Black Sea Grain Initiative che, approvata da Russia, Ucraina, Turchia e ONU, dovrebbe garantire la sicurezza di navigazione per cereali, derrate alimentari e fertilizzanti spediti da porti ucraini, attraverso corridoi marittimi sul mar Nero.
Dal giugno 2022, allorché fu firmato l'accordo, prorogato ogni quattro mesi, sono state trasportate quasi 25 milioni di tonnellate di cereali e altre derrate verso 45 paesi. Prima della guerra, Russia e Ucraina erano tra i primi dieci produttori mondiali di grano e tra i cinque maggiori esportatori di grano e fertilizzanti verso Europa, Asia e Africa. Tra parentesi, la Russia lo è tuttora.
Il 25% circa dei carichi, scrive Pius Adeleye su “Jeune Afrique”, va a paesi con grossi deficit alimentari, in particolare nel Corno d'Africa; ma i principali beneficiari dell'accordo sono Cina, Spagna, Turchia e Italia. Secondo la FAO, almeno sedici paesi africani importano la maggior parte del grano da Russia e Ucraina; nel complesso, tra il 2018 e il 2020, l'Africa ha importato circa 3,7 miliardi di dollari di cereali dalla Russia e 1,4 mld dall'Ucraina.
Sull'edizione russa di “Forbes”, Aleks Budris scrive però che Mosca minaccia di non approvare la quarta proroga dell'accordo: lo scorso 7 aprile, il Ministro degli esteri Sergej Lavròv ha detto che «Se non ci saranno progressi nella rimozione degli ostacoli all'esportazione di fertilizzanti e cereali russi, valuteremo quanto l'accordo sia necessario». L'Occidente dovrà allora servirsi delle rotte terrestri e dei porti sul Danubio, specialmente in Romania, già così inflazionati.
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Usa vs Cina: ce n’est qu’un début
Su un libro di Raffaele Sciortino
di Mimmo Porcaro
Tra gli studi dedicati al tema del conflitto internazionale, e quindi alla guerra, si fa notare il più recente contributo di Raffaele Sciortino: Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, Asterios, Trieste, 2022. Un lavoro molto denso, ricco di dettagliate considerazioni fattuali, utili sia a ribadire l’esistenza di una tendenza allo scontro globale sia a farci capire che quest’ultimo non ha necessariamente i tempi rapidissimi e le forme univoche che l’adrenalinica comunicazione social ci impone di prevedere.
All’inizio del libro l’autore così riassume i risultati principali della sua ricerca: a) i motivi e le forme dello scontro trai due paesi vanno fatti risalire a una contraddizione sistemica, che vede gli Usa costretti, per mantenere il ruolo di egemone mondiale, a spezzare la sinergia con la Cina, ossia proprio il fondamento di quella globalizzazione che è cardine dell’egemonia che si vorrebbe salvare; b) d’altra parte per la Cina la sfida è esistenziale: essa non può arrestare la propria marcia, pena la messa in crisi del compromesso di classe su cui si regge e della stessa struttura unitaria del paese, e quindi deve mantenere in vita la globalizzazione almeno finché la rottura non sarà inevitabile; c) la relativa arretratezza della Cina e i costi immani dell’esercizio dell’egemonia mondiale fanno sì, però, che non sia alle viste un “secolo cinese”; d) nemmeno è ipotizzabile un ordine multipolare, che sarebbe meramente transitorio e “riformista”; e) ne consegue che sono possibili solo la disconnessione del mercato globale, e quindi il caos, oppure l’emergere, anche grazie a questo caos, di un’alternativa mondiale capace di abolire lo strapotere della competizione e del profitto.
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Lo “scàndalo” di Xi a Mosca: “Nessun Paese ha il diritto di dettare l’ordine mondiale”
Il guanto di sfida cinese che schiaffeggia Washington e l’Occidente
di Gaspare Nevola
1. Regole cinesi e regole americane
All’indomani del vertice tra il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin, il portavoce del Consiglio di sicurezza Nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha laconicamente commentato: «La Cina non ha una posizione imparziale rispetto al conflitto ucraino», bocciando di fatto il piano cinese per porre fine al conflitto e illustrato da Xi a Mosca. «La Cina e la Russia vorrebbero che il mondo andasse secondo le loro regole» – ha aggiunto Kirby[1]. Già. Gli Stati Uniti, infatti, sostengono risolutamente che le regole dell’ordine internazionali già esistono. Già. Ma quali sono? E, poi, quali sarebbero “queste regole cinesi”?
Nel corso della sua visita a Mosca Xi Jinping aveva rilasciato importanti dichiarazioni sulla guerra russo-ucraina e sull’ordine internazionale. Primo: «L’interesse comune di tutta l’umanità è un mondo unito e pacifico, piuttosto che diviso e instabile… La risoluzione del conflitto in Ucraina sarà possibile se le parti seguiranno le linee guida del concetto di sicurezza collettiva». Secondo: «La comunità internazionale ha riconosciuto che nessun paese è superiore agli altri, nessun modello di governo è universale e nessun singolo paese dovrebbe dettare l’ordine internazionale»[2].
2. Xi a Mosca, Biden al Summit della democrazia
Con la rielezione di Xi Jinping al terzo mandato quinquennale come presidente della Repubblica Popolare Cinese, il 13 marzo a Pechino si sono concluse le sessioni di lavoro dell’Assemblea Nazionale del Popolo.
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Il nuovo concetto di relazioni estere della Russia porterà a un cambiamento fondamentale nell’equilibrio della sua politica interna
di Gilbert Doctorow
Venerdì 31 marzo Vladimir Putin ha firmato la legge sul nuovo Concetto di politica estera che guiderà la diplomazia russa negli anni a venire. Sostituisce il Concetto promulgato nel 2016 ed espone in 42 pagine, in forma logicamente organizzata, ciò a cui abbiamo assistito nel comportamento della Russia sulla scena mondiale dal lancio dell’Operazione militare speciale in Ucraina e dalla successiva rottura quasi totale delle relazioni con l’Occidente collettivo guidato dagli Stati Uniti.
Ho trovato poche sorprese nel documento proprio perché ribadisce ciò che ho letto in un discorso dopo l’altro di Vladimir Putin, ciò che ho letto nella lunga Dichiarazione congiunta rilasciata a conclusione della visita del presidente cinese Xi Jinping a Mosca il 20-22 marzo.
Vi si ritrovano parole familiari, come “mondo multipolare”, che la Russia si sta sforzando di far nascere in uno sforzo congiunto con la Repubblica Popolare Cinese. Si tratta della creazione di un nuovo ordine post-Guerra Fredda, più democratico, che attribuisca maggior peso nelle istituzioni internazionali alle nuove potenze economiche emerse e che sia più rispettoso delle diverse culture e soluzioni di governance dei Paesi di tutto il mondo rispetto all'”ordine basato sulle regole” che Washington sta lottando con le unghie e con i denti per preservare, poiché è una bella copertura per l’egemonia globale americana. Il nuovo ordine mondiale sarà costruito sul diritto internazionale concordato nell’ambito delle Nazioni Unite e delle sue agenzie. La nuova architettura di sicurezza sarà onnicomprensiva e non lascerà nessun Paese al freddo.
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Le proposte della Cina per un ordine internazionale alternativo a quello occidentale
di Alessandro Scassellati
La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore […] il nuovo non può nascere e in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati.
Antonio Gramsci
Grande è il disordine sotto il cielo. La situazione è dunque eccellente.
Mao Zedong
Negli ultimi mesi la Repubblica Popolare di Cina si è segnalata per uno spiccato attivismo per cercare di ridefinire una propria visione di un ordine internazionale alternativo a quello offerto dall’Occidente – il cosiddetto “rules-based international order” (anche se le «regole» non sono state mai veramente scritte da nessuna parte ad eccezione della Carta delle Nazioni Unite, un’organizzazione di cui fanno parte 193 Stati che però vede le risoluzioni della sua Assemblea Generale sistematicamente ignorate dagli USA e dalle altre grandi potenze1), la Pax Americana2 -, avanzando proposte sulla sicurezza globale e sulla risoluzione del conflitto ucraino.
A fine febbraio, il Ministero degli Esteri cinese ha pubblicato tre fondamentali documenti che definiscono la visione cinese del mondo e della comunità internazionale. Il concept paper della Global Security Initiative (GSI), il documento US Hegemony and its Perils e il documento che illustra la proposta cinese per una soluzione politica alla guerra in Ucraina.
Documenti che hanno l’ambizione di presentare la Cina come forza per la stabilità e la prosperità globali, che vuole ispirare una “modernizzazione” post-occidentale in tutto il mondo, in particolare nel Sud del mondo, non perseguita attraverso la guerra, il colonialismo o l’espropriazione.
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Tedeschi sotto & russi fuori
di Diana Johnstone*
Lo scopo della NATO: “Tenere gli americani
dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”
(frase attribuita a Lord Hastings Ismay, segretario
generale della NATO 1952-1957)
«Divide et impera» è la regola eterna dell'Impero
Soprattutto, non permettere ai ragazzi più grossi di far comunella. Cerca piuttosto che si azzuffino tra loro fino a prendersi per la gola l'uno contro l'altro. Mezzo secolo fa, bloccato nell'impossibilità di vincere la guerra del Vietnam, il Presidente Richard M. Nixon ascoltò il consiglio di Kissinger che lo esortava ad un'apertura delle relazioni con Pechino al fine di approfondire le divisioni tra Unione Sovietica e Cina.
Ma ora chi sono i ragazzi più grossi e da quando lo sono? Evidentemente le priorità sono cambiate. Otto anni fa, uno dei più influenti analisti geostrategici americani, George Friedman, definì quale fosse l'attuale principale priorità del divide et impera, quella che ora troviamo all'opera in Ucraina.
“L'interesse primario degli Stati Uniti è la relazione tra Germania e Russia, perché insieme rappresentano la sola forza che ci può minacciare,” spiegava Friedman.
L'interesse principale della Russia è sempre stato quello di avere una zona cuscinetto di paesi neutrali nell'Europa dell'Est. Lo scopo degli Stati Uniti invece è di costruire un cordon sanitaire di stati che le siano ostili, dal Baltico al Mar Nero, a far da barriera di separazione definitiva tra Russia e Germania.
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