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Ucraina: e le ragioni di Mosca?
di Fabrizio Casari
La proposta di negoziato avrà un suo primo atto nelle prossime ore in Bielorussia. Zelensky negozierà con l’auricolare dal quale la Casa Bianca gli dirà persino come respirare. Mosca attende che vi siano le condizioni per la tregua richiesta da Zelensky, che chiede tutto e il contrario di tutto a distanza di due tweet. Una buona notizia comunque, ma lo step che conta è il prossimo con Biden. La fine della guerra non comporta necessariamente la fine delle ostilità, ma chiedere una tregua senza proporre contemporaneamente una riunione dove aprire il confronto è azione ipocrita e velleitaria. Se si vuole fermare l’azione militare ne serve una politica. Il resto è avanspettacolo.
Servirebbe un quadro veritiero della situazione a Kiev e non immagini dei bombardamenti in Siria o nella ex Jugoslavia spacciati per bombe russe in Ucraina. Tra i paradossi cialtroneschi spicca la manifestazione di israeliani nei territori occupati della Palestina che protestano contro l’occupazione russa dell’Ucraina!! Tra le migliaia di fake news brilla la storiella inventata degli eroi dell’isola dei serpenti che sarebbero morti insultando i russi: niente di più falso, gli 82 militari si sono arresi senza sparare un colpo e la Russia ha già diffuso il relativo video. Ma è rimarchevole anche la scena del padre che saluta il figlio che scappa dalle bombe: non erano di Kiev, era una famiglia del Donbass e scappava verso la Russia. E così diverse altre immondizie spacciate dai giornali, radio e tv affiliati alla NATO. Tutto già visto. La propaganda di Zelensky si copre di ridicolo. Sul ponte di comando delle fake news c’è il M-I6 inglese, come già fece per la Siria.
Le ovvie proteste occidentali circa l’inviolabilità di uno stato sovrano da parte di chi negli ultimi anni ha invaso quattro paesi ed ha causato circa 2 milioni di morti non sono serie. Ascoltare l’indignazione occidentale per l’invasione dell’Ucraina da chi ha occupato e distrutto Libia, Siria, Irak e Afghanistan appare ridicolo.
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L’ombrello della NATO e la responsabilità diretta dei governi nazionali europei
di Giuseppe Germinario
Come avete visto, abbiamo pubblicato il video, munito di traduzione in italiano, dell’intervento di Vladimir Putin del 21 febbraio scorso, seguito da numerosi interventi di commento e ricostruzione del contesto, per altro ancora in corso. Qui sotto, invece, pubblichiamo il testo integrale di un secondo intervento, diffuso il 24 febbraio e pubblicato meritoriamente da https://www.nicolaporro.it/cari-russi-e-questione-di-vita-o-di-morte-ecco-la-discorso-di-guerra-di-putin/?fbclid=IwAR2oNO8jfIJDCVCGnqpu1Lnfpcq7PHLAyzurl7Xno8Fmp16WVwt-QCAgFCM .
Da qui lo spunto per alcune ulteriori considerazioni che pongono con le spalle al muro nella quasi totalità il ceto politico e la classe dirigente europei, in particolar modo quello italiano, per meglio dire italico.
La NATO, come dovrebbe essere noto, si professa come una alleanza militare difensiva, prevede il ricorso all’unanimità nell’avviare azioni militari, vincola l’adesione di nuovi membri all’assenso di tutti gli stati e all’inesistenza di situazioni conflittuali all’interno di quel paese e con altri paesi, dispone di una clausola di mutuo soccorso (art. 5) in caso di aggressione ad uno degli stati membri. I redattori di questo blog, al netto comunque degli eventuali vantaggi e svantaggi derivati dall’adesione, sanno e sostengono che non è così. Tant’è che pochi sanno che la NATO è nata, scusate il gioco di parole, anni prima del Patto di Varsavia. A maggior ragione non lo è dal momento della caduta della ragione di esistere della NATO: la implosione dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia nel 1991.
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Con Putin, what so? La storia e l’antimperialismo richiedono di non essere equidistanti
di Fosco Giannini
Riceviamo e possiamo pubblicare in anteprima per la collaborazione sempre più stretta tra l'AntiDiplomatico e Cumpanis questo bellissimo editoriale del direttore Fosco Giannini
La sera del 21 febbraio ultimo scorso Putin – dopo una responsabile pazienza durata ben otto anni – ha rotto gli indugi e ha parlato. Lo ha fatto dalla televisione di Stato russa e il suo discorso ha trovato il consenso del popolo russo, ha scatenato la felicità del popolo del Donbass, ha scosso il fronte imperialista mondiale, ha provocato l’isteria degli USA e della NATO, facendo salire brividini di paura sulle schiene poco diritte delle anime belle della variegata “sinistra democratica e progressista” italiana.
È ormai dalla lunga campagna elettorale di Biden contro Trump che si è inferocita la linea bellica USA e NATO contro la Russia e la Cina. Una linea elettorale che ha subito preso, drammaticamente, corpo durante il summit del G7 in Cornovaglia, nel giugno 2021, con Biden già presidente degli USA, quando dal summit uscì un sanguinoso, febbricitante, delinquenziale progetto strategico – il Documento di Carbis Bay, sottoscritto da tutti i presenti, dagli USA al Canada, dall’intera Ue alla Gran Bretagna sino al Giappone – che chiedeva la costituzione di un vastissimo fronte mondiale (politico, economico, ma prioritariamente militare) contro la Russia e la Cina.
Da allora, quel già vasto fronte G7 con l’elmetto in testa, si è allargato e rafforzato con le nuove spinte alla guerra anti russa e anti cinese della Corea del Sud, dell’India ora reazionaria di Modi e dell’Alleanza Aukus – USA, Gran Bretagna, Australia – che subito dopo il summit in Cornovaglia ha deciso di dotare l’Australia di una flotta di sottomarini a propulsione nucleare da sguinzagliare come controllo e provocazione lungo tutti i mari del sud della Cina.
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Ucraina: la guerra è iniziata. “Operazione Speciale” della Russia [DIRETTA]
L'esercito russo sta meticolosamente annientando tutte le forze militari ucraine, che non riescono a reagire
Avevamo appena pubblicato la notizia dell’annuncio da parte di Putin della decisione di intraprendere operazioni militari speciali in Donbass. Poco dopo le minacce sono passate ai fatti: l’attacco sembra essere stato molto più esteso, colpendo direttamente le città ucraine. Le bombe russe hanno colpito l’aeroporto di Kiev, e jet russi hanno sganciato bombe sulla città di Kharkov. Esplosioni anche a Dnepropetrovsk, dove sono state annientate le basi della 25esima e 93esima brigata dell’esercito ucraino. L’esercito russo sta annientando metodicamente tutte le basi militari ucraine, la contraerea e gli aeroporti.
La popolazione è in fuga dalla capitale, mentre le navi russe dopo aver bombardato pesantemente stanno attraccando a Mariupol. Tutta la flotta ucraina è stata annientata in un colpo. Il comando delle operazioni attaccato riferisce che gli obiettivi dei bombardamenti russi sono soprattutto aeroporti e quartier generali militari, il segretario Stoltenberg ha condannato le operazioni russe.
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Mosca riconosce le Repubbliche popolari del Donbass
di Fabrizio Poggi
Nella tarda serata di lunedì 21 febbraio, Vladimir Putin ha firmato il decreto di riconoscimento delle Repubbliche popolari di Lugansk e di Donetsk quali stati «indipendenti, democratici, sociali e di diritto», da parte della Federazione Russa. Insieme ai leader delle due Repubbliche, Leonid Pasečnik e Denis Pušilin, Putin ha sottoscritto anche un accordo di amicizia, collaborazione e aiuto tra L-DNR e FR, come era stato chiesto dai due leader del Donbass.
La firma di Putin è arrivata pochissime ore dopo il termine della riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza russo (organo consultivo), svoltasi nel pomeriggio, nel corso della quale praticamente tutti gli intervenuti – Ministri della difesa e degli esteri Sergej Šojgu e Sergej Lavrov, Primo ministro Mikhail Mišustin, Segretario del Consiglio di sicurezza Nikolaj Patrušev, ex Primo ministro e attuale vice presidente del Consiglio di sicurezza Dmitrij Medvedev, ecc.) – si erano pronunciati per il riconoscimento delle Repubbliche popolari.
Di fatto, subito dopo la seduta del Consiglio di sicurezza, al telefono con Emmanuel Macron e Olaf Scholz, Putin aveva loro già annunciato che, a momenti, avrebbe messo la firma in calce al decreto. Ora la cosa è fatta.
In Donbass si esulta e si parla di data storica.
Dalle cancellerie europee, invece, come da copione, lamentazioni di «delusione» e annunci di sanzioni europeiste contro Mosca. «Condanna», anche questa scontata, da parte del Segretario generale NATO, Jens Stoltenberg e riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza ONU.
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Allargare la NATO a est? Lezioni dalla Polonia. Editoriale
di di Francesco Galofaro
La crisi ucraina è una buona occasione per riflettere sull’identità e sul ruolo della NATO. Il 10 febbraio il suo segretario Jens Stoltenberg ha esposto la linea della “fermezza sui principi”; tuttavia, ha ricordato che sul tavolo dei negoziati vi sono nuovi briefing sulle esercitazioni militari e i temi della riduzione delle minacce nello spazio e in rete. La NATO non è disponibile a tornare allo status quo ante 1997 e ad accettare un qualunque limite alla propria “sfera di influenza”; allo stesso tempo, tenta un minuscolo passo verso la distensione propone scambi di informazioni e collaborazione che scongiurino incidenti militari. Il fatto è che, di fronte alle richieste della Russia, la NATO si dimostra una volta ancora un’istituzione decrepita, un fossile di quella guerra fredda che Washington in diversi contesti prova a riesumare. La NATO è sopravvissuta al nemico comunista e al momento tiene insieme due schieramenti diversi: anticinese e russofobo. La tattica imperiale americana è quella di spingere i due schieramenti in prima linea, manovrando entrambi. Nello specifico, russofobe, almeno ufficialmente, sono le repubbliche baltiche, Romania, Bulgaria, Regno unito e Polonia. Non sempre gli interessi dei due gruppi coincidono; soprattutto, talvolta l’orientamento di un Paese membro rispetto ai desiderata del socio di maggioranza può inaspettatamente cambiare.
Il caso polacco
In proposito, in questi ultimi giorni l’atteggiamento di Varsavia nei confronti della Russia, solitamente belluino, sembra insolitamente votato alla prudenza.
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Le relazioni tra Cina e Russia
di Alberto Bradanini
I rapporti russo-cinesi sono al centro della politica mondiale. Vediamone in sintesi genesi e sviluppi.
Se nel secolo scorso i bolscevichi avevano sovietizzato il marxismo, i comunisti cinesi lo hanno sinizzato. Conquistato il potere, i sovietici puntano inizialmente sulla dimensione internazionalista, presto tuttavia abbandonata per ragioni di sopravvivenza. I bolscevichi avevano raggiunto il potere in un paese dove gli operai costituivano una sparuta minoranza rispetto ai contadini/schiavi dell’impero zarista. Quella di Lenin fu una rivoluzione afferrata sul filo della storia, propiziata dall’immane macelleria della Prima guerra mondiale e realizzata in nome degli operai del mondo intero. Egli aveva il convincimento che di lì a poco gli operai europei sarebbero insorti anch’essi, rafforzando le chance della stessa rivoluzione sovietica, ancora fragile e nel mirino delle potenze borghesi.
Negli anni successivi, dovendo sopravvivere come avamposto socialista sotto assedio, l’Unione Sovietica aveva accettato il dialogo con le nazioni capitalistiche quale provvisoria linea di compromesso, nell’attesa di una rivoluzione proletaria universale, che diventava però ogni giorno più ipotetica. La vanificazione di tale speranza avrebbe portato alla russificazione del comunismo, al prevalere del nazionalismo sovietico sull’ideale internazionalista e infine – secondo la critica capitalistica e quella maoista dopo la destalinizzazione kruscioviana – all’accantonamento dei bisogni di operai e contadini.
La creazione ex-novo di un ceto relativamente privilegiato quale pilastro dei privilegi del Partito per la costruzione di una chimerica società mono-classista – un impianto edificato da J. Stalin alla scomparsa di Lenin e che poco aveva a che vedere con la dottrina di Marx – è alla base della disfatta storica del comunismo sovietico.
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Usa, Cina e futuro del sistema dollaro
L'intervista al gen. Mini sui libri di Qiao Liang
Claudio Gallo* intervista il generale Fabio Mini
Qiao Liang è un ex generale maggiore dell'aviazione dell'Esercito Popolare di Liberazione diventato celebre nel 1999 con il libro Guerra senza limiti (LEG Edizioni, 2001) di cui è coautore insieme con il collega Wang Xiangsui. Con gli usuali occhiali ideologici, i media occidentali hanno presentato lo studio come l'annuncio di un nuovo tipo di guerra che la Cina stava progettando contro l'America. Gli autori affrontavano il concetto di conflitto asimmetrico, prefigurando in qualche modo eventi che sarebbero accaduti di lì a poco, come l'attacco dell'11 settembre.
Qualche anno fa, Qiao ha scritto un nuovo libro, L’arco dell’impero, ancora tradotto dalla LEG (Libreria editrice goriziana). E’ la prima edizione in una lingua occidentale ed è stata curata dal generale Fabio Mini, già capo di stato maggiore del Comando NATO del Sud Europa nel 2000-2001 e comandante della Forza internazionale in Kosovo (KFOR) a guida NATO dal 2002 al 2003. Mini aveva introdotto in Italia anche Guerra senza limiti: la sua prefazione italiana è stata tradotta e inclusa nella seconda edizione cinese.
Il nuovo lavoro di Qiao è uno studio sulla superpotenza americana. Spiega il suo incredibile successo e le possibili ragioni del suo declino. Secondo Qiao, gli Stati Uniti hanno superato la logica imperiale colonialista dell’Impero britannico del XIX secolo adottando un rivoluzionario sistema di dominio economico, che ha raggiunto il suo apice con la fine gli accordi di Bretton Woods del 1971. Il potere del dollaro come moneta universale sostiene il primo impero finanziario della storia. The City Upon a Hill dei Padri Pellegrini, l'immagine dell'eccezionalismo americano amata da Reagan, è, in realtà, la Zecca sulla Collina. Con questa "economia finanziaria coloniale", la ricchezza americana è pagata dal resto del mondo.
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La nascita dell’alleanza Australia-Gran Bretagna-Stati Uniti (Aukus) e la guerra fredda americana contro la Repubblica Popolare Cinese
di Alberto Bradanini
Il tema è complesso, lo spazio limitato per definizione e alcuni passaggi appariranno apodittici. D’altro canto, tale percorso guadagna in limpidezza e posizionamento, specie quando si ha a che fare con temi cruciali come la pace, la guerra e il futuro del mondo.
Già nel V secolo a.C., Confucio aveva rilevata la necessità di procedere a una rettificazione dei nomi. Se questi sono manipolati e non riflettono la realtà – egli rimarcava – il loro uso è fonte di malintesi, un dialogo autentico tra gli uomini diviene impossibile e la vita sociale ne risente in profondità.
Giacomo Leopardi osservava al riguardo: “I buoni e i generosi sogliono essere odiatissimi perché chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. Cosicché, mentre chi fa male ottiene ricchezze e potenza, chi lo nomina è trascinato sui patiboli, essendo gli uomini prontissimi a soffrire qualunque cosa dagli altri o dal cielo, purché a parole ne siano salvi”.
In un suo scritto, Malcom X afferma che “se non si fa attenzione, i media ci fanno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono”. E questo vale anche per le nazioni.
Semplificando un po’, ma a vantaggio della chiarezza, gli Stati Uniti, a partire da Reagan essenzialmente – alla luce di un relativo ridimensionamento sulla scena mondiale – hanno gradualmente imposto una militarizzazione delle relazioni internazionali (colpi di stato, invasioni, sanzioni e interferenze di vario genere, in Europa un azzardato avanzamento della Nato verso Est, in violazione degli accordi a suo tempo definiti tra Bush padre e Gorbaciov, e via dicendo).
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Una sporca manovra euroccidentale
di Michele Castaldo
Che succede con i migranti al confine tra la Polonia e la Bielorussia, una delle tante tragedie in un mondo sempre più caotico come quello attuale? Riuscire a capire cosa si muove veramente dietro i fatti che ci vengono sbattuti in faccia è sempre più complicato. Insomma quali sono le necessità che sprigionano la forza che produce tante infamie come quelle di migliaia di persone che vengono respinte da due confini e lasciate soffrire e per alcune addirittura morire?
Romano Prodi, che si è battuto per l’Unione europea e la globalizzazione come un vero alfiere, ha il pregio della sintesi oltre che della chiarezza: « I migranti usati per il duello sull’energia. ». Cerchiamo perciò di capire perché c’è un duello per l’energia e in che modo questo viene fatto vivere sulla pelle dei migranti.
Cominciamo col dire, per amore della verità, che i migranti che sostano al confine tra la Bielorussia e le barriere di Polonia e Lituania non sono come quelli che arrivano con i gommoni sulle nostre coste e molti muoiono annegati nel Mediterraneo senza mai riuscire a sbarcare. Si tratta di ceti sociali per lo più piccolo borghesi che dalla Siria, dall’Afghanistan, dal Sudan, soprattutto dal Kurdistan iracheno, arrivano in Bielorussia con visti turistici per poi transitare in Europa attraverso la porta di confine della Polonia. Di che meravigliarsi? Gli affari sono affari e le strade si trovano sempre. La storia economica degli ultimi cinquecento anni almeno è una storia ricca di contrabbando di ogni tipo, per ogni merce, perché dovrebbe meravigliare che si contrabbandi anche della merce umana da parte di ambasciate e agenzie viaggi? Le leggi sono fatte per essere aggirate.
Ma perché a un certo punto quello che filava liscio come l’olio diviene un fatto eclatante saltando alla ribalta e ponendo una serie di interrogativi ai quali è tanto difficile rispondere?
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Crisi climatica e scosse telluriche
di Piero Pagliani
Sul finire (si spera) della crisi pandemica, Greta Thunberg è tornata a farsi sentire, più arrabbiata che mai. Mi dà l'idea di una creatura che incominciando a ragionare più autonomamente sia uscita fuori dal controllo dei propri occhiuti e interessati creatori. Speriamo che sia così. Fatto è che sta spiazzando i detentori di potere, che sembra stiano capendo in ritardo che la giovane Greta non è probabilmente più quella che se ne andava, con gran tripudio di tutti i media mainstream, a New York su un ecologico catamarano, spartano ma da 4 milioni di euro, messole a disposizione da un ricchissimo principino patron dell'ecologissima Formula 1 a Montecarlo e azionista della società di voli in elicottero del Principato di Monaco (cosa che le fece toccare un minimo locale di credibilità – speriamo che non ripeta più imprese simili e abbia capito che essere un ricchissimo signore di Montecarlo e uno sfruttatore/consumatore estremo di risorse è la stessa cosa, catamarano o non catamarano).
* * * *
Dopo il caldo insistente di questa estate, i meteorologi informano che con molta probabilità avremo un inverno con temperature sotto la media (con ritorno della neve in pianura). Colpa della Niña, cioè del raffreddamento della temperatura delle acque superficiali dell'Oceano Pacifico centrale ed orientale.
Chi è interessato a capire come la Niña e il suo fenomeno opposto, cioè il Niño, o se vogliamo il clima in generale, influenzino le vicende umane, sociali, economiche, politiche e geopolitiche, può leggere con profitto il libro “Olocausti tardovittoriani. El Niño, le carestie e la nascita del Terzo Mondo” (Feltrinelli, 2002) di Mike Davis.
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La versione del Dragone: oltre la “fine della storia”
di Francesco Giuseppe Laureti
Un ammonimento inequivocabile giunge forte e chiaro dalle celebrazioni del Centenario del Partito comunista cinese e, qualora l’Occidente non vi avesse prestato sufficiente attenzione, dovrebbe porre rimedio alla propria distrazione. Mentre il panorama politico e geopolitico internazionale non lascia dubbi sull’intensificarsi della competizione globale tra “aquila a stelle e strisce” e “dragone rosso”, il discorso pronunciato il primo luglio 2021 dal Segretario del PCC e Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping ha sciolto più di qualche interrogativo avanzato dagli esperti di relazioni internazionali. Sarà la sua allocuzione a fungere da filo conduttore dell’analisi che segue e che toccherà tematiche di natura storico-politica, economica e culturale sollevate dal Presidente cinese, che per l’occasione indossava la tipica divisa di Mao Zedong.
Alle radici del risveglio dell’orgoglio nazionale
Non si può comprendere il nuovo corso della politica estera cinese senza la consapevolezza di quanto il “secolo della vergogna” e l’imperialismo europeo – che nella versione occidentale corrisponde a un periodo di prepotente sviluppo economico e tecnico-scientifico – rappresentino una ferita aperta nella memoria collettiva della Cina. A grandi linee è lo stesso Xi Xinping a ripercorrere la tremenda pagina storica:
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Afghanistan, 40 anni di devastazione imperialista nel cuore dell’Asia
di CityStrike
Sembra un ritorno al passato quello a cui stiamo assistendo in questi giorni.
Improvvisamente assediati da una bulimica quantità di veline sensazionalistiche sull’Afghanistan, riscopriamo l’esistenza di un conflitto che si protrae da 40 anni e che, dopo 20 anni di “impegno” occidentale diretto, registra la riconquista completa del controllo del paese da parte dei Talebani: esattamente il medesimo soggetto per spodestare il quale si era mossa la pachidermica macchina da guerra USA/Nato.
Siccome stiamo parlando della guerra più lunga dell’epoca contemporanea, per costruire un ragionamento comprensibile sulla questione è bene riavvolgere il nastro, avendo cura di approcciare i fatti tramite gli strumenti dell’analisi marxista.
Il contesto geografico e storico
L’Afghanistan è un Paese dell’Asia centro-meridionale, che confina ad ovest con l’Iran, a sud-est con il Pakistan, a nord con le ex repubbliche sovietiche del Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan e ad est con la Cina, per soli 70km di frontiera.
Fin dall’antichità, la posizione geografica ha fatto dell’Afghanistan il crocevia dell’Asia centrale, ponendo il paese al centro di dispute imperiali di varia provenienza: dai greci ai persiani, dai mongoli a turchi, arabi, britannici e russi, praticamente ogni dominazione, dal mondo antico ad oggi, ha incrociato le proprie vicende con quelle afghane.
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Lo scenario internazionale e il ruolo dei comunisti
di Marco Pondrelli
Il 24 luglio Marx21 ha organizzato un seminario di analisi della situazione mondiale. Il dibattito è stato introdotto dalla relazione del Direttore del sito che rappresenta una sintesi dell’analisi politica e delle prospettive dell’Associazione Marx21
Non è semplice trovare un momento da cui partire per analizzare la politica internazionale del post-’89. Uno spunto per capire le linee strategiche teorizzate negli Stati Uniti dopo il crollo dell’URSS è dato dal libro di Zbigniew Brzezinski (la Grande Scacchiera) pubblicato nel 1997. In quest’opera, che partiva da alcuni articoli pubblicati negli anni precedenti, l’ex Segretario di Stato poneva le premesse teoriche della strategia statunitense nel XXI secolo. La tesi di fondo qui espressa è che per mantenere l’egemonia mondiale è necessario il controllo del continente euroasiatico.
Brzezinski non inventava nulla, prima di lui molti autori avevano affrontato questo tema, in particolare ne vanno citati due: Mackinder e Spykman. Il primo nel tentativo di rafforzare l’imperialismo inglese definisce l’Eurasia come il continente che unisce Asia, Europa e l’Africa del Nord (il confine non è il mediterraneo ma il deserto), per garantire l’egemonia dell’Impero britannico è necessario che non nasca in questo continente nessuno Stato egemone, questo perché, grazie allo sviluppo delle vie di comunicazione a partire dalle ferrovie, il dominio di questo continente garantirebbe oltre al predominio terreste anche quello marittimo emarginando il ruolo inglese. Spykman pur essendo morto nel 1943 può essere considerato il teorico del contenimento sovietico, non casualmente il suo allievo più brillante fu proprio Brzezinski.
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Cosa si sono detti Biden e Putin a Ginevra?
di Fulvio Bellini
Biden tenta di portare sul proprio fronte la Russia in versione anti cinese. Gli USA accetteranno l’uscita dallo stato di pandemia nel mondo se otterranno l’adesione di Putin alla proposta di Ginevra
La Casa Bianca ha scelto il suo obiettivo: la Cina
Nell’articolo “Joe Biden e la nuova strategia americana” pubblicato sul numero di Giugno di Gramsci Oggi, si descriveva come l’amministrazione americana fosse costretta a valutare l’uscita dalla “confort zone” rappresentata dalla pandemia da Covid-19. Grazie ai milioni di morti in tutto il mondo, gli strateghi di Washington avevano potuto rimandare la terribile scelta di quale potenza aggredire, e se non fosse stato per i vaccini alternativi russi e cinesi, con tutti i limiti e difetti che potevano avere, gli USA avrebbero tenuto segregato il mondo intero il più a lungo possibile per inabissarlo in una voragine di debiti. Ma i vaccini russi e cinesi hanno agito e di conseguenza hanno costretto all’azione anche quelli occidentali, dimostrando quasi quotidianamente di essere altrettanto imperfetti di quelli sino-russi. Nella stanza ovale si è passata la primavera a “pensare” quale scenario d’uscita sarebbe stato necessario costruire, e quale suggerimento di amici ed alleati ascoltare. Israele ha proposto di attaccare l’Iran e causare un nuovo shock petrolifero. Per convincere gli americani Tel Aviv ha anche proceduto all’allontanamento dal potere di Benjamin Netanyahu, eccessivamente legato alla destra americana, e la sua sostituzione con un governo “alla Draghi” presieduto da Naftali Bennett.
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