
Il mistero (poco misterioso) della scomparsa del diritto internazionale
di Luca Benedini
In questi mesi, innumerevoli voci continuano a levarsi da tantissime parti del mondo a lamentare (quanto mai giustamente) la disapplicazione del diritto internazionale vigente. A queste lamentazioni, spesso le medesime voci aggiungono anche interessanti (e non di rado sostanzialmente valide) analisi su che cosa stia portando l’umanità e il mondo a questa brutale situazione che per molti versi ricorda l’ottocentesco selvaggio West statunitense dove in pratica vigeva semplicemente la “legge del più forte”, con tutte le violente e drammatiche conseguenze odierne di questo....
C’è tuttavia un aspetto che sembra sostanzialmente mancare in questa serie di lamentazioni e di analisi: il fatto – e l’esplicita consapevolezza che dovrebbe derivarne – che, in qualsiasi situazione e su qualsiasi scala (da quella locale a quella appunto internazionale), la forza del diritto si basa non solo sugli accordi, sui patti e sulle decisioni pubbliche presi in passato e non ancora sostituiti da più nuove deliberazioni “ufficialmente riconosciute” ed eventualmente sul valore umano, pratico, etico e culturale di tali accordi, patti e decisioni, ma anche e necessariamente sulla presenza sia di sanzioni ed eventualmente punizioni per chi non rispettasse il diritto vigente, sia di azioni precauzionali ed eventualmente difensive per proteggere la comunità da chi appunto volesse danneggiare la comunità stessa proprio non rispettando il diritto in questione. Inoltre, evidentemente, per attuare all’occorrenza queste sanzioni e/o azioni occorrono sia personale umano (cui spesso si fa riferimento con termini come “forze dell’ordine” e “magistratura”), sia regolamentazioni adeguate e accurate (e conformi ai diritti umani riconosciuti, alla legislazione generale vigente, ecc.) per le varie attività di tale personale, sia strutture operative collegate alle attività in questione: strutture come sedi organizzative, tribunali, centri di detenzione per le persone che risultassero pericolose per la comunità, mezzi operativi (che nel mondo moderno e nell’ambito specifico della vita pubblica hanno ovviamente a che fare innanzi tutto con mezzi di trasporto e armi), e così via.
Se non ci fosse tutto questo “contorno” concreto (comprendente appunto la sostanziale definizione di sanzioni e di altre azioni, il personale umano pronto a intervenire, le connesse regolamentazioni e le strutture operative disponibili) non si riuscirebbe nemmeno a impedire a un bambino di picchiarne un altro alla scuola materna; figurarsi nel caso di guerre internazionali... Rimane vero che la filosofia della nonviolenza ha identificato in molti casi la possibilità di agire a difesa della comunità umana e della vita appunto senza ricorrere all’uso di violenza, ma anche in questi casi permangono ugualmente sia l’idea di sanzioni e di azioni precauzionali o difensive, sia il bisogno di persone che partecipino all’attuazione di queste forme di intervento, sia la presenza di modalità di fondo che diano una direzione e dei confini a tali forme, sia all’occorrenza la disponibilità di qualche struttura operativa che aiuti a concretizzare le forme in questione. E in non tutti i casi la filosofia della “nonviolenza estrema” (quella cioè che rifiuta anche la “legittima difesa” e in tal modo si oppone a qualsiasi forma di scontro fisico, anche se strettamente difensiva) appare applicabile con successo per proteggere in maniera efficace dalla violenza di malintenzionati il resto dell’umanità e/o il cosiddetto “mondo naturale”. Cioè: i malintenzionati troppo malintenzionati sono pronti ad andarci a nozze con il punto di vista di chi sostiene la “nonviolenza estrema”, e tanto più in un mondo come quello contemporaneo in cui c’è una enorme disponibilità di armamenti capaci di uccidere rapidamente e a distanza migliaia e anche milioni di persone e di distruggere sempre a distanza non solo intere città ma anche intere regioni. Peraltro, quel tipo di malintenzionati c’era anche in passato, dal momento che anche prima delle particolarmente potenti armi moderne sono avvenuti dei veri e propri genocidi da parte di bellicosi gruppi di popolazione pronti a cercare di distruggere e annientare – o eventualmente schiavizzare in maniera brutale – altri interi popoli allo scopo di conquistare e occupare a proprio piacimento i territori in cui tali popoli vivevano...).
In altre parole, se si parla del diritto vigente come di qualcosa di esistente, reale, efficace e applicabile occorre parlare non solo della mera distinzione tra ciò che in base a tale diritto è previsto e accettabile e ciò che non lo sarebbe, ma anche di quel “contorno” concreto, senza il quale qualsiasi forma di legislazione, di normative, di trattati, di diritto, ecc. rimane in pratica semplicemente “fuffa”...
Tra interventi difensivi e prevenzione
Per essere un po’ più chiari ed evitare troppe parole senza dei precisi riferimenti fattivi, si può ricordare qui – come si è già fatto in precedenza in questo stesso sito nell’intervento L’Onu e il conflitto russo-ucraino: potenzialità inattuate – che, «durante l’ultimo decennio del ’900, l’Onu e la comunità internazionale non consentirono né all’esercito dell’Iraq di Saddam Hussein di invadere stabilmente il Kuwait e di controllarne le risorse, né alle forze armate della Serbia di Milosevic e alle milizie paramilitari loro alleate di prendere il controllo della Bosnia-Erzegovina e di devastarla a loro piacimento in base a piani di “pulizia etnica” e di accaparramento economico, né all’esercito indonesiano e alle milizie paramilitari sue alleate di attuare simili forme di “pulizia etnica” nella Timor Est da loro occupata. I modi specifici in cui vennero attuati allora quegli interventi internazionali [...] tra l’altro all’epoca vennero notevolmente – e nel complesso si direbbe giustamente – criticati, nel primo caso per l’eccessiva fretta di ricorrere alle armi» e per la sotterranea manipolazione attuata su questa vicenda «dall’inizio alla fine da Washington a opera dell’amministrazione Bush senior» (la quale «prima a livello diplomatico incoraggiò Saddam Hussein a invadere nel 1990 il Kuwait e subito dopo quest’invasione divenne la più aggressiva avversaria di essa e del regime iracheno»...) «e, all’opposto, negli altri due casi per l’eccessiva lentezza [...], ma il loro significato di fondo è chiarissimo sul ruolo che in certi casi drammaticamente cruenti spetterebbe indiscutibilmente all’Onu in nome della vita stessa di questa o quella popolazione» [1]. Un altro esempio è stata la fine del regime dell’apartheid in Sudafrica: quando praticamente tutta la comunità internazionale si schierò contro quel regime economicamente, politicamente e giuridicamente (e in parte anche militarmente, con le sconfitte rimediate dal regime stesso nei suoi interventi all’estero in Angola e in Namibia durante gli anni ’70 e ’80 grazie soprattutto agli interventi tecnici e militari provenienti da Cuba, come ha ricordato ad esempio Noam Chomsky in due interviste effettuate nel 2014 per Democracy Now!) [2], schieramento che si verificò in particolare nella prima metà degli scorsi anni ’90 (quando anche il governo statunitense smise di sostenere quel regime esplicitamente o sotterraneamente), di fatto il regime dell’apartheid non poté che cadere....
In breve, ci sono situazioni di aggressione violenta in cui senza un rapido intervento armato che protegga le popolazioni aggredite si verrebbero a verificare veri e propri massacri, diffuse stragi e persino genocidi, come mostrano non solo la seconda guerra mondiale (in cui il Reich nazista e l’impero giapponese stavano cercando di impossessarsi brutalmente di interi continenti massacrando e praticamente schiavizzando milioni di persone come fosse la cosa più normale del mondo), ma anche episodi successivi come l’aggressione indonesiana a Timor Est, le guerre dell’ex Jugoslavia (non si dimentichino ad esempio l’emblematico massacro di Srebrenica e l’ampio ricorso alle “pulizie etniche”...), i tentativi dell’Isis di acquisire il controllo di ampie regioni usando approcci bellici estremamente sanguinari, o altre vicende violentissime – e quanto mai complesse – come il conflitto fra hutu e tutsi nel Ruanda e in aree limitrofe. In casi meno gravi possono forse bastare accurate e puntuali iniziative soprattutto economiche e legali, nelle quali da un lato si stabiliscano ad esempio embarghi economico-commerciali nei confronti di regioni i cui governi non stanno rispettando il diritto vigente e la legalità e dall’altro lato si valuti la posizione giuridico-legale dei principali rappresentanti politico-militari inerenti a tali governi alla luce appunto del diritto vigente (incluse quelle parti del diritto che numerosi esponenti delle élite politiche, economiche, militari e persino religiose stanno tentando sistematicamente di svuotare il più possibile di peso e di significato nel mondo per avvantaggiarsi degli effetti di questa sostanziale “scomparsa”). Ma anche in questi casi la presenza di un supporto operativo militare ed armato – una presenza non necessariamente coinvolta in azioni di conflitto, ma magari semplicemente nella forma di presenza deterrente – può risultare tendenzialmente necessaria, se si vuole ad esempio che un embargo sia efficace o che l’arresto giudiziario di un esponente politico o militare possa diventare qualcosa di effettivo e non rimanga soltanto una serie di “parole al vento”...
A margine di queste osservazioni, va sottolineato con grande forza che molte guerre – e forse tutte – potrebbero essere prevenute attraverso dinamiche come la sensibilità umana, la collaborazione tra i popoli e la ricerca tecnico-scientifica sulle varie problematiche che affliggono l’esistenza corrente dell’umanità: particolarmente emblematici da questo punto di vista possono essere considerati da un lato i due scritti sulla guerra franco-prussiana diffusi rispettivamente nel luglio e nel settembre 1870 dalla prima “Associazione internazionale dei lavoratori” – o, più brevemente, “Internazionale” – in forma di volantino o di articolo di rivista (scritti che nel 1891 vennero poi accolti in un’edizione ampliata dell’opuscolo La guerra civile in Francia, redatto anch’esso da Karl Marx per incarico del Consiglio generale dell’Internazionale come quei due scritti precedenti) e dall’altro lato il libro di John Maynard Keynes Le conseguenze economiche della pace (del 1919), un testo estremamente critico e caustico e nel contempo anche estremamente propositivo e per molti versi preveggente, mentre per una contestualizzazione storica di questa tematica può rivelarsi particolarmente significativa la parte I di Storia e democrazia: alcuni nodi cruciali, un intervento del 2023 pubblicato in questo stesso sito [3], e per approfondimenti sui metodi nonviolenti utilizzabili in queste prospettive appare particolarmente efficace un libro profondamente creativo di Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, pubblicato originariamente da Feltrinelli nel 1967 e riedito da Manni nel 2024 con l’ulteriore aggiunta di nuove ed acute riflessioni di Goffredo Fofi e di Giuseppe Moscati.
Intermezzo: la deriva dualista che ha afflitto anche Gandhi
Bisogna qui ammettere che anche Gandhi – considerato da molti il maggiore “padre moderno” della nonviolenza – diventò col tempo un sostenitore della “nonviolenza estrema”, al punto di dichiarare ripetutamente che gli ebrei europei avrebbero dovuto offrirsi docilmente ai loro massacratori nazisti, così come gli abitanti della Gran Bretagna avrebbero dovuto rinunciare a difendersi dall’aggressione nazista e offrire docilmente ad essa i propri corpi e i territori in cui essi vivevano e come avrebbero dovuto fare ad esempio anche gli etiopi qualche anno prima con l’esercito invasore italiano inviato da Mussolini [4].... Questo perché, secondo Gandhi, la guerra è un male assoluto (che quindi non è giustificabile in alcun caso) e lo spirito è più importante del corpo, di modo che lasciarsi massacrare da degli aggressori è sì un modo di sacrificare la propria esistenza corporea, ma nel contempo consente di salvare dal terrificante e incurabile male della guerra il proprio spirito e questa è la cosa più importante. Inoltre, Gandhi riteneva che questo sistematico atteggiamento infastidirebbe pesantemente gli eventuali invasori di un territorio perché ad essi non servirebbe “conquistare un deserto”, ma è una valutazione che sottovaluta drammaticamente il fatto che certi invasori sono prontissimi a colonizzare nuovi territori con proprie famiglie, aziende, ecc., e quindi sono ben felici se i precedenti abitanti di quei territori si lasciano tranquillamente sterminare e dissolvere: basti pensare a ciò che si racconta ad esempio degli unni nell’Europa centrale o dei sassoni nella Britannia verso la metà del I millennio d.C., o degli europei che alcuni secoli fa hanno invaso l’America (specialmente quella settentrionale, ma non solo) e l’Australia, o dei turchi che circa un secolo fa hanno occupato buona parte dell’Armenia di allora, o degli israeliani che col pieno consenso e la piena partecipazione dell’amministrazione Trump da Washington hanno di recente progettato esplicitamente di espellere dalla Striscia di Gaza tutti i palestinesi (o di farli morire tra guerre, fame, malattie e altri tremendi disagi) – e ciò per colonizzarla con delle famiglie ebree e con l’auspicata partecipazione straordinaria di una serie di “ricconi” stranieri – e che da anni stanno cercando di fare progressivamente qualcosa di analogo in Cisgiordania....
Direttamente o indirettamente questo punto di vista gandhiano – quanto mai esasperato e spiritualista – ha influenzato notevolmente anche molti pacifisti sia nella seconda metà del secolo scorso sia in questo secolo, anche se dubito che in tanti conoscano in modo approfondito questi aspetti del pensiero di Gandhi, che all’epoca avevano fortemente infastidito sia molti ebrei che molti britannici e molti africani. E con un tale scarso approfondimento – come purtroppo capita molto spesso nella storia umana – si può finire con l’assorbire acriticamente e poco consapevolmente dei concetti non necessariamente lucidi e accurati che sono stati formulati in precedenza da altri, in ambiti come più frequentemente quello politico o quello religioso, ma non di rado anche nell’ambito culturale in genere. Nel suo insieme, si tratta di un punto di vista che personalmente considero innaturale, miope, dualista, sostanzialmente immaturo e soprattutto tragicamente riduttivo, mentre tra le principali figure spirituali della storia umana mi appaiono molto più centrati, equilibrati e naturali punti di vista come ad esempio quelli di Lao-tze (fondatore del taoismo intorno al 5°-4° secolo a.C.) e di Gesù Cristo, che esprimono una nonviolenza profonda e intrinseca ma non estrema, accettando dialetticamente anche la possibilità esistenziale della “legittima difesa” come forma di amore per sé, per le possibili vittime innocenti di aggressione, per la vita e per un senso intrinseco di giustizia non solo ultraterrena ma anche immanente [5]; in questo si può fare un parallelo anche – più specificamente – con i tanti maestri di arti marziali che specialmente in Estremo Oriente insegnano da secoli che, da un lato, è quanto mai saggio fare creativamente tutto il possibile per evitare guerre e combattimenti ma, dall’altro lato, anche che quando si incontra qualcuno che si pone aprioristicamente in modo violento e distruttore può essere valido e utile sapersi difendere efficacemente. E – benché nell’ambito politico Gandhi abbia contribuito moltissimo allo sviluppo novecentesco delle metodologie di lotta nonviolente ed abbia fatto delle puntualizzazioni molto efficaci riguardo a diversi aspetti della vita istituzionale e culturale di una società impostata in modo democratico – sul tema specifico delle guerre, di come evitarle ed eventualmente di come affrontarle trovo complessivamente molto più savio e sensato in tale ambito il punto di vista sviluppato nella seconda metà dell’Ottocento dal “socialismo scientifico” marx-engelsiano e più in generale dalla “prima Internazionale”: a questo proposito si vedano in particolare, oltre al già ricordato La guerra civile in Francia, i due scritti di Engels Può l’Europa disarmare? (del 1893) e l’Introduzione – tuttora attualissima – che egli realizzò nel 1895 per una riedizione del marxiano Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850; in ciò si tenga anche conto, comunque, delle osservazioni storiche compiute da Keynes in quel suo libro del 1919 e riguardanti specificamente la società sempre più industrializzata ed economicamente sviluppata che si è evoluta nel ’900 (osservazioni che da diversi punti di vista potrebbero essere utilizzate come aggiornamenti di varie delle acute argomentazioni storico-economiche poste da Marx ed Engels nei loro scritti in questione).
Onu, corti internazionali e tribunali nazionali
Entrando maggiormente nei particolari della questione riguardante il diritto internazionale e le dinamiche della società odierna, va messo in evidenza che l’Onu – oggi trattata comunemente dai politici e dai diplomatici dei vari paesi e da gran parte dei suoi stessi principali funzionari come un luogo di semplici chiacchiere praticamente privo di possibilità operative – è invece nata anche come centro di azione concreta da molti punti di vista. Basta leggere la sua Carta statutaria – e specialmente i capitoli I, VI, VII, IX e XIV di questa – per rendersene conto. Quindi, l’attuale “non volontà” di politici, diplomatici e funzionari di prendere in esame e chiamare in causa la capacità d’azione dell’Onu fa già parte di una complessiva atmosfera politico-culturale che è evidentemente determinata dalle strategie delle varie élite politico-militari ed economiche che vogliono sbarazzarsi appunto del diritto internazionale e che, per farlo, cercano di sbarazzarsi in primo luogo proprio della dimensione operativa dell’Onu come organizzazione a difesa della pace, della legalità internazionale e della amichevole collaborazione fra i popoli del mondo.
A uno sguardo superficiale può sembrare che in pratica la capacità operativa dell’Onu sia concentrata esclusivamente nel Consiglio di Sicurezza, dove ciascuno dei cinque governi dei paesi sostanzialmente vincitori della seconda guerra mondiale (Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia) ha un diritto di veto su tutte le questioni principali. Ma in realtà non è così, in quanto in base soprattutto agli artt. 10, 12 e 22 della Carta l’Assemblea Generale può surrogare in pratica il Consiglio quando questo, essendo bloccato da dei veti, non riesce a occuparsi concretamente di una problematica internazionale, come l’Assemblea Generale stessa ha deliberato già più di 70 anni fa nella sua risoluzione n. 377 del 3 novembre 1950. Negli ultimi decenni, su questo si vedano ad esempio in italiano gli articoli Quella vecchia misura Onu utile a fermare la guerra, di Robert Fisk (Liberazione, 16 marzo 2003), Assemblea generale - L’ultima carta dell’Onu, di Isidoro D. Mortellaro (La Rivista del Manifesto, aprile 2003), il già citato L’Onu e il conflitto russo-ucraino: potenzialità inattuate e l’ancor più recente Come impedire a Israele di affamare Gaza, di Jeffrey Sachs e Sybil Fares, disponibile anch’esso in questo stesso sito [6]. E si tratta di una capacità di surroga non limitata a qualche campo ristretto (magari riguardante per lo più petizioni di principio, in sé e per sé scarsamente efficaci dal punto di vista pratico...), ma estensibile a tutto quello che può fare il Consiglio, come si è ampiamente e dettagliatamente argomentato sempre in L’Onu e il conflitto russo-ucraino: potenzialità inattuate (dove sono stati anche riportati i brani più significativi di quella risoluzione 377/1950). In tal modo, anche quando dei veti bloccano il Consiglio, l’Assemblea Generale può deliberare e attivare concretamente sia provvedimenti più semplici, come delle sanzioni economiche nei confronti di eventuali paesi aggressori (inclusa anche la possibilità di embarghi economico-commerciali) e soprattutto il divieto di qualsiasi apporto di armi (e di “materiali speciali” utilizzabili specificamente per produrre armi) dall’estero a tali paesi, sia azioni più complesse, come lo spiegamento di forze di interposizione in aree di tensione militare e di minacce alla pace o addirittura l’impiego di forze armate che contribuiscano a fermare degli episodi di aggressione bellica internazionale.
Passando al punto di vista strettamente giuridico-legale, vanno distinti in esso diversi tipi di giurisdizione. Da un lato, vi sono delle Corti internazionali: principalmente la “Corte internazionale di giustizia” (Cig), che è un organo dell’Onu e ha una funzione soprattutto arbitrale e consultiva, e dal 2002 anche la “Corte penale internazionale” (Cpi), che si occupa di indagini, cause penali e sentenze riguardanti i responsabili delle tipologie più gravi di azioni violente contro la comunità umana (genocidi e altri tre tipi di crimini: di guerra, di aggressione e contro l’umanità) e che però in conformità col proprio Statuto ha una giurisdizione che attualmente risulta piuttosto limitata geograficamente e proceduralmente. Dall’altro lato, vi sono le varie Corti nazionali, che agiscono in base alla legislazione di ciascun singolo paese e alle fonti di diritto internazionale riconosciute istituzionalmente in quel paese: in particolare, in Italia – come avviene del resto in molte altre nazioni – l’art. 10 della Costituzione precisa che «l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute» (delle quali fanno parte ad esempio la “Dichiarazione universale dei diritti umani” del 1948 e i “Princìpi di Norimberga” del 1950), mentre a sua volta l’art. 117 tutela i trattati ratificati ufficialmente dagli organi istituzionali del nostro paese e in pratica introduce nella legislazione nazionale le prescrizioni di tali trattati.
In tal modo, per quanto riguarda le giurisdizioni di tipo internazionale, secondo il diritto vigente i rappresentanti istituzionali e gli organi di governo dei vari paesi dovrebbero applicare le deliberazioni delle Corti internazionali in questione e aiutare il più possibile le loro attività e l’applicazione delle loro sentenze (o, nel caso, contestare pubblicamente e ufficialmente le loro deliberazioni entrando esplicitamente nello specifico merito giuridico di un’eventuale controversia in questione, come dovrebbe avvenire comunemente nelle procedure istituzionali di uno Stato democratico e amministrativamente trasparente). Qualora in un dato paese ciò non avvenga, le forze politiche di opposizione al governo implicato e i movimenti impegnati della “società civile” di quel paese dovrebbero segnalare pubblicamente con forza questa problematica ed eventualmente deferire alla magistratura nazionale e/o internazionale – in base alle norme vigenti – i rappresentanti politici che hanno operato in contrasto con quei princìpi di collaborazione internazionale, di trasparenza e di senso di giustizia. Si tratta, purtroppo, di un tipo di problematica molto più diffuso e radicato di quanto possa pensare un “cittadino comune” scarsamente informato sulle vicende giuridiche internazionali.
Più in particolare, allo stato attuale ben una settantina di nazioni (incluse nazioni alquanto attive nell’agone politico mondiale, come Usa, Russia, Cina, Israele, Iran, Turchia, Egitto, Libia, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, India, Pakistan, Indonesia, Thailandia, Malesia, Vietnam, Corea del Nord, Cuba, ecc.) non ha aderito alla Cpi e – quel che è peggio – è una situazione molto statica, dal momento che nell’ultima decina d’anni solo tre nazioni si sono aggiunte alle circa 120 che avevano aderito a tale Corte già tra il 1999 e il 2016 (e per di più nello stesso periodo i governi di tre nazioni aderenti – Burundi, Filippine e Afghanistan – hanno cancellato la propria adesione). Oltre tutto, diversi governi – soprattutto quelli di Usa, Russia e Israele – si sono distinti nel combattere in molti modi le attività di questa Corte (addirittura, i governi statunitensi a presidenza repubblicana – cioè quelli presieduti da Bush jr. negli anni Duemila e più recentemente da Trump – hanno approvato in modo esplicito varie leggi e decreti contro tali attività...). Inoltre, diversi governi di paesi aderenti alla Cpi si sono rifiutati di arrestare certe persone per le quali la Corte aveva spiccato un mandato d’arresto per atti criminali o hanno dichiarato pubblicamente che se avessero avuto la possibilità di arrestarle non l’avrebbero fatto comunque: ad esempio, dopo l’emissione di mandati d’arresto per il presidente del Sudan Al-Bashir e diversi suoi collaboratori a partire dal 2009 (per vari tipi di crimini in Darfur), egli fece visita ad alcuni paesi aderenti alla Corte – Kenya, Sudafrica e Nigeria – ma i governi di questi paesi si rifiutarono di arrestarlo; dopo l’emissione di mandati d’arresto per il leader russo Putin e per diversi suoi collaboratori nel 2023 e nel 2024 (per accertati crimini di guerra in Ucraina), tra i governi dei paesi aderenti alla Corte ha dato ospitalità a Putin come niente fosse il governo Khürelsükh in Mongolia; dopo l’emissione di un mandato d’arresto per il primo ministro israeliano Netanyahu e alcuni suoi collaboratori nel 2024 (per accertati crimini di guerra e contro l’umanità a Gaza), tra i governanti dei paesi aderenti alla Corte hanno dato a Netanyahu ospitalità e/o sostegno specialmente Tusk in Polonia, Orbán in Ungheria, Macron in Francia, Merz in Germania e Tajani (ministro degli Esteri nel governo Meloni) in Italia; dopo l’emissione di un mandato d’arresto nel 2025 per il generale libico Al-Masri (accusato di diversi gravissimi crimini di guerra e contro l’umanità compiuti nel suo paese), il governo italiano – specialmente nella figura del ministro della Giustizia Nordio, ma anche la premier Meloni ha dichiarato pubblicamente di aver partecipato a quella decisione – invece di convalidare l’arresto che il generale aveva appena subito a Torino, dove egli era di passaggio, lo fece liberare e riportare immediatamente in Libia con un aereo militare italiano [7].
Non è particolarmente diversa la questione per la Cig, anche se i fattori normativi e operativi che indeboliscono la sua attività sono altri. Più in particolare, quando la Cig opera in funzione consultiva sono comunque gli altri specifici organi dell’Onu che hanno consultato la Cig a dover formulare poi deliberazioni, raccomandazioni, proposte, azioni, interventi, ecc. in merito a quel caso (anche se ovviamente un parere della Cig ha già un pieno valore culturale, politico e generalmente anche etico), mentre della funzione arbitrale della Cig si occupa specificamente l’art. 94 della Carta dell’Onu: «Ciascun paese membro delle Nazioni Unite si impegna a conformarsi alla decisione della Corte Internazionale di Giustizia in ogni controversia di cui esso sia parte. Se una delle parti di una controversia non adempie agli obblighi che le incombono per effetto di una sentenza resa dalla corte, l’altra parte può ricorrere al Consiglio di Sicurezza, il quale ha facoltà, ove lo ritenga necessario, di fare raccomandazioni o di decidere circa le misure da prendere perché la sentenza abbia esecuzione». A questo proposito va tenuto conto che, d’abitudine (e in pieno contrasto con la prima frase di tale art. 94), i governi dei cinque paesi che in tale Consiglio hanno il diritto di veto lo usano tipicamente per “proteggersi” nei confronti dell’attuazione di una sentenza a loro sfavorevole della Cig e per “proteggere” nel medesimo senso altri governi da essi considerati “amici”... Inoltre va considerato che il tipo d’azione più efficace che il Consiglio può intraprendere è l’azione coercitiva sulla base del capitolo VII della Carta dell’Onu, ma una tale azione può essere intrapresa solo se sono apertamente in questione la pace e la sicurezza internazionali (e, se non è questo il caso, il Consiglio è tenuto a ricorrere esclusivamente a mezzi “non coercitivi”). Quella “abitudine” dei governi dei cinque paesi con diritto di veto e la stabile tendenza di tutti i governi a non investire seriamente della questione l’Assemblea Generale nei casi in cui il Consiglio è bloccato da un veto stanno rendendo sostanzialmente inutile l’opera della Cig nelle situazioni più cruciali e più drammatiche...
Ad esempio, il 16 marzo 2022 la Cig ha deliberato che – in attesa di un ulteriore e più preciso pronunciamento della Corte sul merito della controversia russo-ucraina in corso – il governo e l’esercito della Russia sospendessero immediatamente le loro azioni militari in Ucraina e che anche il governo e l’esercito dell’Ucraina, come quelli russi, avrebbero dovuto astenersi da qualsiasi azione che avrebbe potuto aggravare o estendere la controversia tra i due paesi. Ma – come tutti più o meno sanno ormai – il governo e l’esercito russi non ottemperarono minimamente alla deliberazione della Cig (a dispetto della prima frase di quell’art. 94) e “ovviamente” il veto russo bloccò poi ogni possibile azione del Consiglio.... In modo simile, il 19 luglio 2024 – su richiesta dell’Assemblea Generale dell’Onu – la Cig ha ufficialmente valutato che la duratura e continuativa occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale e andrebbe quindi conclusa il più presto possibile, che le attività di colonizzazione israeliana di tali territori vanno fermate immediatamente e i coloni ivi installatisi vanno evacuati, che lo Stato d’Israele deve prendersi carico di una serie di riparazioni per i danni ivi causati, che tutti gli altri Stati e le organizzazioni internazionali devono prendere atto di queste illegalità e interrompere nei confronti dello Stato d’Israele qualsiasi forma di aiuto e collaborazione che possa contribuire a mantenere l’illegale situazione corrente, e che in particolare l’Onu dovrebbe valutare quali prescrizioni e ulteriori azioni possano servire a porre termine all’illegale presenza dello Stato d’Israele nei territori palestinesi. Ma – come quasi tutti più o meno ormai sanno – nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu il governo statunitense continua a porre sistematicamente il proprio veto a qualsiasi iniziativa concreta che risulti sfavorevole allo Stato d’Israele.... E soprattutto, a dispetto della succitata risoluzione 377/1950, nessun governo ha proposto all’Assemblea Generale di ovviare a questi veti occupandosi pienamente della guerra russo-ucraina che è in corso dal febbraio 2022 e della nuova fase – brutalmente distruttiva e pressoché totale – che si è avviata nell’occupazione israeliana della Striscia di Gaza nell’ottobre 2023 in risposta a una serie di atti terroristici molto gravi organizzati contro la popolazione israeliana dal gruppo palestinese Hamas (atti che peraltro hanno avuto un impatto estremamente minore di quello avuto poi da questa militarmente esponenziale reazione israeliana)....
Le cose cambiano di poco se si esamina il punto di vista delle varie magistrature nazionali. Come si era già notato in Irak chiama Onu (Rocca, 1° febbraio 2004), in base ai “Princìpi di Norimberga” qualsiasi tribunale penale del mondo dovrebbe aver automaticamente giurisdizione sui crimini riconosciuti nell’ambito di questi Princìpi: i “crimini contro la pace”, cioè l’attuazione di guerre non di difesa e la complicità in esse; i “crimini di guerra”, come ad esempio l’omicidio volontario in ambito bellico e azioni ad ampio raggio quali la distruzione deliberata di centri urbani o villaggi e le devastazioni non giustificate da necessità militari; e i “crimini contro l’umanità”, come ad esempio lo sterminio o la deportazione attuati contro una popolazione civile. E ciò dovunque abbiano avuto luogo crimini di tale genere e chiunque li abbia commessi. Si tratta, in pratica, degli stessi reati che da circa un quarto di secolo costituiscono per l’appunto anche il “campo di attività” della Cpi. Ma generalmente le magistrature penali nazionali hanno da questo punto di vista il “vantaggio” di non avere limiti procedurali.
È perciò possibile, pressoché in qualsiasi paese del mondo, fare passi per dare inizio a procedimenti giudiziari nei confronti di coloro che in tempi recenti hanno gravemente violato i “Princìpi di Norimberga” in conflitti come ad esempio quello russo-ucraino, quello israelo-palestinese (conflitto questo che poi l’esercito israeliano ha ampliato di sua iniziativa e con grande intensità ad altri paesi come Libano e Siria) e quello tra Usa e Israele da una parte e Iran dall’altra. E si potrebbero aprire procedimenti relativi anche a conflitti meno recenti, come ad esempio la guerra Nato-Jugoslavia del 1999 e la seconda “guerra del Golfo”, cioè l’aggressione di Usa e Gran Bretagna all’Iraq avvenuta nel 2003 [8]. Ciò non significa che, nel caso in cui in qualche nazione un tribunale riconosca colpevoli a questo proposito un certo numero di esponenti delle gerarchie politico-militari di paesi come ad esempio Russia, Israele e Usa, questi tre Stati siano tenuti a estradare verso quella o quelle nazioni le persone in questione. Però, significa senza ombra di dubbio che queste persone non potrebbero più mettere piede in tali nazioni senza finire in prigione per qualche crimine previsto sin dal 1950 in quei Princìpi e, nel contempo, che un tale procedimento giudiziario costituirebbe un significativo precedente per altri procedimenti in qualsiasi nazione sulla stessa questione o su ulteriori simili questioni che purtroppo si presentassero in futuro. Tuttavia, finora è rarissimo che la magistratura di qualche paese, di sua propria iniziativa o sulla base di esposti provenienti dal mondo politico o dalla “società civile” del paese stesso, apra procedimenti giudiziari contro individui di altri paesi che abbiano commesso altrove crimini come quelli previsti dai “Princìpi di Norimberga” (e questo può essere considerato, alla fin fine, come un limite piuttosto grave nell’agire sia della magistratura, sia – e ancor più – del mondo politico e della “società civile”, in quanto solitamente i magistrati operano appunto sulla base di esposti, denunce, ecc. presentati da dei cittadini o da delle loro organizzazioni). Naturalmente, tra l’altro, nulla impedirebbe che procedimenti simili possano venire aperti anche in paesi come appunto Russia, Israele e Usa, nei confronti di esponenti politico-militari locali (oltre tutto, in tal caso vi sarebbero ipotesi di reato ancor più vaste, per violazioni anche della Costituzione ed eventualmente di altre leggi nazionali), ma in tutti e tre questi paesi la legislazione vigente tende a concedere molti privilegi ai maggiori esponenti politici e indirettamente anche agli esecutori delle loro decisioni, col risultato complessivo di una scarsa possibilità o “capacità di fatto” della magistratura di perseguire eventuali crimini commessi o indirizzati da tali esponenti.
Considerazioni attuali di fondo, anche sulle mille giravolte di Trump
Così, l’apparente scomparsa attuale del diritto internazionale deriva non solo dagli sforzi di quegli esponenti delle élite politico-militari ed economiche che desiderano ardentemente tale scomparsa per potersi comportare sempre più come i monarchi assoluti di una volta e i loro principali coadiutori (comportamenti il cui emblema è sostanzialmente la frase L’état c’est moi – cioè “Lo Stato sono io” – attribuita al seicentesco re francese Luigi XIV, noto anche come “Re Sole”) [9], ma anche dal fatto che comunemente chi non apprezza questa scomparsa non cerca nemmeno di rammentare e sottolineare l’esistenza dell’ampio “contesto concreto” che circonda le prescrizioni specifiche di tale diritto, né tanto meno di chiamare in causa tale contesto e di metterlo in moto.
La superficialità con cui si guarda comunemente al diritto internazionale nel mondo attuale è evidente anche dal considerevole numero di commentatori che, pur lamentandosi della guerra russo-ucraina, insistono che la responsabilità della guerra non è del governo Putin ma dell’Ucraina e soprattutto della Nato, che hanno “costretto” il governo russo a intervenire per difendere le popolazioni russofone del Donbass – coinvolte da diversi anni in una mai risolta guerriglia locale contro l’esercito ucraino – e soprattutto per tutelare i “legittimi” interessi imperialistici della Russia sulle aree limitrofe, tra le quali è inclusa l’Ucraina. Ora, queste considerazioni da un lato pretendono che sia legittimo che quelle aree (in pratica, le varie nazioni che assieme alla Russia facevano parte dell’Urss e che sono divenute indipendenti con la dissoluzione di quest’ultima, tra il 1990 e il 1991) non siano completamente indipendenti e libere di impostare con propri criteri la propria politica estera ma siano soggette – per motivi incomprensibili a parte un evidente tentativo russo di ripristinare in un modo o nell’altro l’antico impero degli zar – a una sorta di protettorato russo, il che non ha assolutamente alcun fondamento nel diritto internazionale; e dall’altro lato dimenticano che la Carta dell’Onu (organizzazione cui la Russia aderisce) prevede ampiamente delle solide procedure in caso di controversie che possono minare la pace internazionale, procedure di cui si occupano in particolare i capitoli VI e XIV di tale Carta: sono queste procedure che il governo russo avrebbe dovuto evidentemente invocare e avviare a seguito della prolungata guerriglia nel Donbass, non certo usare quella guerriglia come scusa per invadere col proprio esercito l’Ucraina.... Addirittura, diversi dei commentatori in questione hanno sostenuto anche che la Nato si è costituita nel 1949 in funzione anti-russa, ma si tratta evidentemente di un enorme errore storico o di un’enorme falsificazione, in quanto la Nato in realtà si è costituita in funzione anti-Urss, quando l’Urss sosteneva princìpi politici di tipo staliniano ed era assolutamente contraria al tipico capitalismo occidentale. Caduta l’Urss post-staliniana (col risultato pratico che il capitalismo è stato abbracciato rapidamente e pienamente in tutte le nazioni nate dalla dissoluzione dell’Urss), la Nato non ha più nulla di effettivo contro la “nuova” Russia supercapitalista.... Anzi, l’una e l’altra sono come sorelle (infatti Trump e Putin fanno politicamente l’amore da un bel po’ d’anni, e non certo a caso...). In altre parole, Putin finge di avere un enorme conflitto d’interessi con la Nato per poter avere una carta da giocare allo scopo di cercare di giustificare le sue pretese imperialistiche sull’Ucraina e su altre nazioni ex-Urss.... E Trump cerca di non contraddirlo perché la guerra russo-ucraina fa enormemente comodo a Trump e al suo approccio politico che si fa beffe del diritto internazionale e che nel contempo rilancia il più possibile gli interessi del “complesso militare-industriale”.... Una delle più lampanti “cartine di tornasole” del duraturo inciucio esistente tra Putin e Trump è rappresentato dall’evidentissima ed estremamente insistita vicinanza politica che in questi anni il governo Orbán in Ungheria ha mantenuto sia con Putin che con Trump (il quale ha addirittura inviato il suo vice Vance a sostenere pubblicamente Orbán prima delle recentissime elezioni parlamentari ungheresi, che invece hanno visto una clamorosa sconfitta dello stesso Orbán...).
In sintesi, tutti coloro che cercano disperatamente di giustificare l’aggressione putiniana all’Ucraina e di dare alla Nato e all’Ucraina stessa la responsabilità di questa aggressione dimenticano semplicemente che, se anche Putin e il suo entourage avessero avuto ragione a criticare pesantemente il governo ucraino e la Nato, questa non era una ragione per aggredire un paese, ma era caso mai una ragione per far pesare economicamente il grande ruolo che il commercio con la Russia aveva da tempo in Ucraina (così da stimolare con forza il governo ucraino ad ascoltare di più le ragioni del governo russo) e per sollecitare la diplomazia internazionale – e in particolare appunto l’Onu – a occuparsi seriamente delle questioni in gioco in Ucraina. In altre parole, anche ammettendo – cosa in realtà per niente facile – che le tesi del governo russo sulla “questione Donbass” e sui pericoli derivanti alla Russia dalla crescente vicinanza politica tra i governi di Kiev e organizzazioni sovranazionali sorte in Occidente come l’UE e la Nato avessero qualcosa di valido e di veramente significativo, nel 2022 il governo russo non avrebbe affatto dovuto invadere militarmente l’Ucraina (come invece ha fatto) ma, oltre appunto a limitare i rapporti economico-commerciali russi con l’Ucraina e a sollecitare la comunità internazionale su questi argomenti, avrebbe dovuto rivolgersi con forza all’Onu in base ai capitoli VI ed eventualmente XIV della Carta ponendo l’accento sia sulla problematica costituita dalle tensioni nel Donbass sia sui motivi concreti, effettivi e pubblicamente argomentabili (sempre ammesso che esistessero...) secondo cui la nazione russa sarebbe stata minacciata se ai suoi confini ci fosse un’eventuale presenza di nazioni associate all’UE e/o alla Nato. Ma il governo Putin preferì fare tutt’altro: cioè fare la guerra.... In altre parole, chi dà alla Nato e all’Ucraina la responsabilità della guerra avviata dal governo Putin ha già accettato intrinsecamente l’idea che siamo in un mondo in cui il diritto internazionale vigente non conta e non vale praticamente nulla e che, quindi, dal punto di vista giuridico nulla alla fin fine impedisce al governo di un paese di mandare il proprio esercito a occupare un altro paese, mentre dal punto di vista etico è sufficiente che quel governo sbandieri qualche motivazione ufficiale anche poco plausibile, ma ripetuta con molta insistenza, per far sì che tale governo non sia pubblicamente da criticare per questa occupazione.... Ovviamente ai commentatori in questione potranno non piacere queste parole, ma in realtà è essenzialmente e platealmente ciò che essi stessi stanno dicendo dietro la facciata – spesso pesantemente polemica – dei loro discorsi....
Così, tra le altre cose, Trump ha usato la guerra russo-ucraina e quella israelo-palestinese prima come aiuto per farsi eleggere alle elezioni presidenziali del novembre 2024 (infatti all’epoca dichiarò più volte in maniera roboante che se avesse vinto lui le elezioni avrebbe fermato in un solo giorno queste due guerre e, parallelamente, attribuì con insistenza il loro perdurare all’insipienza del presidente democratico Biden, allora in carica), poi – dopo la propria vittoria elettorale – come occasione per far fare affari alle élite statunitensi in Palestina e in Ucraina e per dare possenti stimoli economici alle industrie belliche statunitensi grazie a quei due conflitti, e nel contempo anche come scusa per poter dire che ormai il diritto internazionale non conta più nulla e nella politica mondiale contano solo la forza militare ed economica e la capacità di usare tale forza ricattando in tutti i modi possibili le popolazioni e i governi dei vari paesi e, se questo non basta, minacciandoli di devastanti azioni militari e poi eventualmente attuando qualcuna di tali azioni con la stessa leggerezza e noncuranza che si potrebbe avere andando a fare una tranquilla nuotata in una baia calma, idilliaca e appartata: “se non fate come dico io, scatenerò un inferno su di voi...!”, quante volte ormai il mondo ha sentito Trump fare dichiarazioni pubbliche di questo tipo durante questo suo secondo mandato presidenziale, dichiarazioni cui poi è seguita talvolta la concretizzazione di qualcosa di quanto in esse era stato minacciato....
Non a caso, dalla vittoria presidenziale di Trump è passato circa un anno e mezzo e la guerra russo-ucraina è ancora lì come niente fosse, mentre quella israelo-palestinese è stata un po’ frenata in Palestina – ma solo dopo una distruzione estrema e ferocemente sanguinaria – e in compenso è stata pure espansa al Libano, alla Siria, all’Iran e direttamente anche agli Usa (smentendo così ancor più platealmente gli ormai “vecchi” proclami preelettorali di Trump sulla sua estrema e sagace volontà di pace...) e a sua volta Trump ha continuato a lanciare quasi ogni giorno proclami roboanti e assolutistici ma sempre differenti ogni volta. Addirittura, da quei proclami di pace è poi passato a una serie di proclami apocalittici in cui ha minacciato ad esempio di distruggere con le armi statunitensi – e sempre in un solo giorno – la millenaria civiltà persiana lasciando al suo posto soltanto polvere e macerie, oltre ovviamente a grandi quantità di morti che per Trump non sembrano nemmeno degni di essere nominati (come del resto non erano degni di essere nominati gli innumerevoli palestinesi morti, feriti o ripetutamente trasformati in affamati profughi a Gaza o in altre regioni del Medio Oriente: praticamente l’intera popolazione della Striscia di Gaza – più di due milioni di persone – e pure gli abitanti di diverse parti di Libano e Siria hanno subìto questo brutale trattamento dall’esercito e ovviamente dal governo israeliani riforniti dagli Usa di quantità quasi infinite di armamenti e protetti sistematicamente dal governo di Washington all’Onu e in qualsiasi altra sede internazionale...).
In seguito, a Washington hanno preso un peso crescente le preoccupazioni che si vanno diffondendo nel Partito repubblicano, che nei sondaggi politici statunitensi risulta sempre più in difficoltà sull’onda dei continui e spesso controproducenti “comportamenti da bullo” e delle continue svolte decisionali di Trump, portato dalla propria estrema e sempre più galoppante megalomania a pubblicare in rete nel proprio portale addirittura una propria immagine nelle vesti di Gesù Cristo che compie uno dei suoi miracoli (il che ha enormemente infastidito tantissimi cristiani, anche tra i sostenitori e persino i collaboratori del presidente stesso...) [10]. Sotto l’evidente spinta di queste preoccupazioni, Trump ha cercato di recuperare la sua precedente aura di “uomo di pace”, facilitando la sospensione dei bombardamenti israelo-statunitensi in Iran e forzando sotterraneamente Netanyahu a fare lo stesso in Libano, dal momento che il governo iraniano richiedeva anche la sospensione degli attacchi israeliani in Libano per accettare un tendenziale “ritorno alla normalità” nei rapporti Iran-Usa e specificamente nella gestione dello stretto di Hormuz, vitale per il commercio e l’economia di molti paesi anche dell’Occidente (non a caso, i ministri di Netanyahu si sono lamentati pubblicamente del fatto che questa scelta sospensiva l’abbia presa il premier da solo senza nemmeno consultarli, ma poi alla fine hanno ritenuto di appoggiarla per l’evidente presenza di sottostanti motivi di grande peso politico...). Questo voltafaccia di Trump verso un’immagine di sé significativamente più ragionevole, più pacifica e più umanamente sensibile è avvenuto intorno alla metà dello scorso aprile, quando il presidente degli Usa ha smesso di minacciare quasi quotidianamente un inferno bellico a un paese o all’altro, ha affermato ripetutamente di essere molto interessato a giungere a una concreta e duratura pacificazione con l’Iran e ha addirittura invitato gentilmente e “umilmente” il regime di Teheran a risparmiare la vita a diverse donne iraniane condannate a morte per le loro attività e i loro comportamenti, evidentemente contrastanti con gli indirizzi del regime stesso. Ed è un voltafaccia che appare essere stato proprio un effetto di questo iniziare a rendersi conto – non necessariamente da parte del presidente in persona, ma sicuramente da parte di un’area del suo partito sempre più consistente – che l’insistito, abbaiante e megalomane bullismo di Trump sta ormai infastidendo, innervosendo, stufando e soprattutto vessando un po’ tutti e comincia a non pagare decisamente più.... Questa ennesima svolta ha avuto probabilmente a che fare anche con le caustiche e oltremodo lucide dichiarazioni di papa Leone XIV (dal Camerun, a metà aprile) sul fatto che attualmente «il mondo è devastato da una manciata di tiranni», non solo coinvolti tragicamente in guerre e in forme di generalizzato sfruttamento di popoli e territori, ma spesso anche impegnati in senso culturale e mediatico a manipolare e deformare irresponsabilmente «la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici, trascinando ciò che è sacro nelle tenebre e nella sporcizia».... Vari sostenitori di Trump, e qualcuno persino nel suo entourage, dove diversi si considerano dei “cristiani conservatori” (come del resto era quanto mai comune fra le élite autoritarie – e spesso sanguinarie – dominanti in molte società nel medioevo, a dispetto dell’evidentissima sensibilità umana e sociale del messaggio evangelico) [11], non hanno potuto che riconoscere l’appropriatezza religiosa ed etica di queste dichiarazioni (espresse da un papa che per di più è statunitense) e sono stati spinti a mettere maggiormente in discussione le narrazioni della vita sociale che negli ultimi anni sono provenute da politici come lo stesso Trump, come Netanyahu e Putin, come i più stretti collaboratori di questi tre capi di governo e come gli ulteriori “signori della guerra” che specialmente in diversi altri paesi asiatici o africani combattono brutalmente tra di loro e/o contro la gente per il controllo di risorse e popolazioni, politici che in numerosi casi mistificano enormemente appunto questa o quella religione per tentare di dare un’aura spirituale e legittima alla loro brutalità e ferocia e alle loro tendenze guerrafondaie e militariste...
Pure questo tentativo di Trump, però, ha preso rapidamente una piega incoerente e – di nuovo – bellicista, autoritaria, menefreghista e personalista quando i governanti iraniani hanno deciso non solo di impedire nello stretto di Hormuz il passaggio di navi collegate a Israele o agli Usa (nazioni i cui governi hanno comunque continuato a essere esplicitamente in guerra con l’Iran, anche se col tempo è stata concordata qualche tregua militare), ma anche di porre un pedaggio sulle altre navi intenzionate a passare in tale stretto (anche come forma di “rimborso” per finanziare nel paese le riparazioni dei grossi danni infrastrutturali, produttivi, abitativi, ecc. causati dagli attacchi bellici israelo-statunitensi totalmente privi di una giustificazione che fosse valida secondo il diritto internazionale) e hanno anche ottenuto una sostanziale accettazione della cosa da parte di molti paesi interessati al traffico marittimo nello stretto. A quel punto Trump – fregandosene dell’economia mondiale e del benessere della gente di tanti paesi – ha deciso sia di far chiudere alla Marina militare statunitense l’accesso ai porti iraniani sia di cercare di fermare nei pressi dello stretto eventuali navi che avessero pagato il pedaggio (definito “illegale” da Trump in quanto lo stretto include anche acque internazionali) [12], nella prospettiva di bloccare così gran parte del commercio dell’Iran (con effetti economici che in seguito lo stesso Trump ha ripetutamente definito più efficaci dei bombardamenti nel destabilizzare la vita del paese) e di tentare di impedire al paese le entrate dei pedaggi. Ciò ha provocato da parte del regime di Teheran una comprensibile reazione espressasi in un notevole irrigidimento nella gestione dello stretto di Hormuz [13]. Ne è derivato un risultato complessivo che ha visto progressivamente decine e decine di grandi navi bloccate in quelle acque, provocando sia un pesante aumento mondiale dei prezzi dei combustibili, dei fertilizzanti, ecc., sia difficoltà di approvvigionamento di questi prodotti in varie parti del mondo.... Così, con questa un po’ più recente versione di Trump, i bombardamenti sull’Iran che erano stati avviati a fine febbraio dalla precedente versione di Trump sono rimasti per ora interrotti in modo continuativo, ma non è così per i danni all’economia internazionale e alla vita concreta di molta gente da un capo all’altro del mondo...
Anche questa sua versione comunque è già stata mutata di nuovo dallo stesso Trump, che verso la fine di aprile ha postato nel proprio portale un’immagine di sé nella quale lui imbraccia un fucile mitragliatore su uno sfondo mediorientale di esplosioni, macerie e distruzione, con una scritta che dice – ovviamente in inglese – «Basta col bravo ragazzo!» e una didascalia che minaccia il regime iraniano affinché si dia «una regolata» e in particolare si decida a «firmare un accordo sulla non proliferazione nucleare» secondo i precisi desideri di Trump (e di Netanyahu).... In altre parole, Trump – come del resto Netanyahu – è sempre più in difficoltà nella gestione della propria politica interna (gestione sempre meno apprezzata dalla popolazione statunitense) e per cercare di risollevare nel paese il proprio gradimento ormai molto basso ricorre allo sbandieramento di sue presunte vittorie belliche internazionali da lui stesso considerate già avvenute oppure imminenti e scontate, sperando che accada anche a lui quello che accadde nel 2003 al presidente Bush jr., che dopo la rapidamente vittoriosa aggressione all’Iraq (nella cosiddetta “seconda guerra del Golfo”) vide risalire nettamente il proprio gradimento nei sondaggi politici statunitensi.... Insomma, non riuscendo finora a stravincere rapidamente questa guerra d’aggressione con i vari metodi utilizzati tra la fine di febbraio e l’inizio di maggio, né a farsi consegnare – come vorrebbero insistentemente e persistentemente lui e Netanyahu – l’uranio arricchito iraniano, né a far cadere il regime degli ayatollah sostituendolo con qualche politico-fantoccio amico servile delle élite dell’Occidente, Trump si rimette a parlare di cominciare di nuovo a bombardare l’Iran, mostrando ancora una volta quanto le sue dichiarazioni pubbliche siano volatili, incoerenti, nevrotiche, vuotamente magniloquenti e basate in realtà su una posizione sempre più debole e screditata nell’agone politico statunitense stesso e sul tentativo sempre più isterico di non far percepire agli altri questa debolezza....
In tutto questo, non si dimentichi che la guerra israelo-statunitense all’Iran è nata appunto senza alcuna giustificazione valida per il diritto internazionale – come hanno riconosciuto esplicitamente anche esponenti di primissimo piano sia di molti degli altri governi dei paesi della Nato (Italia compresa) sia della Commissione Europea – e ufficialmente appare essere stata motivata soltanto dalle paranoie di Trump, di Netanyahu e dei loro entourage. Essi infatti – senza alcuna prova in merito, e anzi in pieno contrasto con le valutazioni dell’Aiea, agenzia affiliata all’Onu – hanno continuato ad affermare che l’Iran sia molto vicino alla costruzione di una bomba atomica, costruzione che oltre a essere in grave contrasto con il “Trattato internazionale di non proliferazione nucleare” è considerata da molti politici israeliani e statunitensi come qualcosa di assolutamente inaccettabile e di pericolosissimo per il proprio paese e per gli equilibri strategici mondiali, al punto che questo pericolo “meritava” appunto la recente aggressione armata israelo-statunitense [14], tanto più alla luce dell’attuale debolezza politica del regime teocratico iraniano, profondamente contestato da ampie parti della popolazione del paese: come del resto gli stessi Trump e Netanyahu hanno pubblicamente esplicitato più volte, è evidente che i due governi aggressori miravano anche a innescare a Teheran un rapido e radicale cambiamento politico che riportasse al potere forze politiche favorevoli all’Occidente e pronte a indirizzare verso quest’ultimo il petrolio e le altre materie prime locali, ma il regime si è dimostrato più solido di quanto ritenessero gli aggressori e anzi è stato probabilmente rafforzato dall’aggressione, che ha finito con lo stimolare nel paese un diffuso – e per molti versi generico – patriottismo.... In realtà, però, quelle paranoie appaiono essere state solamente uno “specchietto per le allodole” – mirante a confondere i “cittadini comuni” dei vari paesi del mondo – e le vere cause della guerra appaiono essere state ben altre: una serie di problemi di politica interna del governo Netanyahu e dell’amministrazione Trump (non solo la presenza di crescenti insoddisfazioni popolari nei loro due paesi, insoddisfazioni che governi destrorsi, nazionalisti, militaristi e facilmente guerrafondai come questi sperano spesso di poter in parte risolvere appunto con una “bella guerra vincente”, ma anche un processo per corruzione nel quale è ampiamente accusato il premier israeliano, processo che da anni Netanyahu sta riuscendo a continuare a rimandare grazie alla continua “emergenza politica” collegata al costante stato di guerra in cui Israele continua a trovarsi...) e la consueta smania bellica del “complesso militare-industriale” (statunitense e non solo), oltre appunto al desiderio dell’amministrazione Trump di mettere le mani sui combustibili fossili e sull’uranio arricchito iraniani e al parallelo desiderio soprattutto del governo israeliano di abbattere un regime – quello iraniano degli ayatollah – che sostiene in vari modi gli Hezbollah libanesi (con i quali Israele è praticamente in guerra da tempo in quanto, in pratica, sono dei fiancheggiatori di Hamas) [15]. Tutte motivazioni che non hanno praticamente nulla a che fare col diritto vigente, con la giustizia e con la legalità, ma solamente con vari aspetti del potere....
E soprattutto non si dimentichi che, come si è già accennato qui e come è stato messo in rilievo in questi mesi da innumerevoli commentatori e anche da istituzioni ufficiali di tutto il mondo, questa guerra sta anche danneggiando aspramente l’economia praticamente di tutto il globo, inclusa quella degli Usa, e ciò sia per il pesante rallentamento nel commercio di vari prodotti (tra i quali soprattutto i combustibili fossili e diversi fertilizzanti agricoli di grande rilievo), sia per il conseguente rialzo globale dei loro prezzi, sia per i diffusi disagi pratici quotidiani – più o meno gravi a seconda dei luoghi – derivanti da tutto questo. Si tratta di effetti che hanno avuto come cause principali tanto i pesanti danni arrecati alle attività economiche iraniane dai bombardamenti israelo-statunitensi quanto i vari tipi di blocchi navali che sono stati posti nello stretto di Hormuz – e in generale nelle acque iraniane – in conseguenza di questa guerra. Trump in tal modo – soprattutto con le guerre che sta sostenendo e/o direttamente attuando, con la sua apparentemente incontrollabile e caotica smania dei dazi e con l’insistente e ricattatoria pretesa che tutte le nazioni della Nato investano in spese militari ben il 5% del loro Prodotto interno lordo (Pil) evidentemente sottraendo un sacco di risorse ad altre tematiche ben più significative e vitali come la spesa sociale e quella ambientale [16] – sta continuando a infastidire pesantemente ed esplicitamente le popolazioni e l’economia dell’intero pianeta, inclusi gli Usa stessi, e sta diventando in tal modo un problema crescente anche per i suoi originari “espliciti alleati politici internazionali”, cioè per i partiti di centro-destra delle varie nazioni, i quali non possono più continuare a seguirlo se non vogliono rischiare un prossimo tracollo elettorale come è già accaduto al suo strettissimo alleato Orbán (e al suo partito iper-conservatore e filo-russo) in Ungheria nello scorso aprile....
Paradossi trumpiani, nostalgie imperiali
Oltre tutto, Trump sta minacciando di rancori e di future gelide freddezze tutti i governi che all’interno della Nato non l’hanno appoggiato nella sua guerra all’Iran, ma lui e la sua Amministrazione sembrano da un lato non voler rendersi conto che diversi di quei governi sostanzialmente non potevano appoggiare tale guerra per ineludibili ragioni legate direttamente alla Costituzione del loro paese (come ad esempio il governo italiano) o non vedevano comunque la ragione di essere coinvolti ufficialmente in una guerra palesemente priva di alcun fondamento nel diritto internazionale e per di più anche inutile o addirittura svantaggiosa per la vita economica del proprio paese (e ciò senza che ci addentriamo qui nel fatto che nei più di 190 paesi aderenti all’Onu la Carta di quest’ultima – Carta che considera inammissibile l’effettuazione di qualsiasi “rottura internazionale della pace” – dovrebbe avere un valore basilare anche sul piano giuridico nazionale, a patto che nel paese stesso se ne ricordino in particolar modo i parlamentari, le forze politiche, la magistratura, la “società civile”...), mentre dall’altro lato sembrano dimenticare totalmente che la Nato nel proprio trattato istitutivo si pone come un’alleanza strettamente difensiva e per di più considera esplicitamente fondamentale il pieno rispetto di quanto prescritto nella Carta dell’Onu.
Trump, cioè, con i paesi alleati storici degli Usa si sta comportando come un imperatore egocentrico, narcisista, megalomane, autoreferenziale, ondivago e per di più assolutista – che cioè non riconosce nulla al di sopra di sé (nemmeno i trattati internazionali che sono in vigore da numerosi decenni e che per lui valgono a quanto pare come la carta straccia), fregandosene anche della Costituzione statunitense, che all’articolo 6 stabilisce in maniera ineludibile che la medesima «Costituzione e le leggi degli Stati Uniti che verranno fatte in conseguenza di essa, e tutti i trattati conclusi, o che si concluderanno, sotto l’autorità degli Stati Uniti, costituiranno la legge suprema del Paese; e i giudici di ogni Stato [facente parte degli Usa, n.d.r.] saranno tenuti a conformarsi ad essi» – e si aspetta che quegli alleati gli diano sempre e comunque ragione e lo seguano sempre e comunque (anche quando quello che lui prospetta non è interesse economico dei loro paesi, interesse politico dei governi implicati e/o possibilità giuridicamente riconosciuta dei governi stessi), mentre qualora gli alleati non facciano ciò che lui vorrebbe lui diviene rancoroso, minaccioso e capricciosamente rabbioso.... In pratica, Trump pretenderebbe che i governi dei paesi storicamente alleati degli Usa facciano come lui, cioè calpestino qualsiasi prescrizione del diritto internazionale, se ne freghino della Costituzione del proprio paese e vengano pienamente coinvolti non solo appunto in violazioni costituzionali ma anche in “crimini contro la pace” (internazionalmente riconosciuti dal 1950) e tendenzialmente anche in “crimini di guerra e/o contro l’umanità” (riconosciuti in maniera analoga). Oltre tutto, diversamente dagli Usa quasi tutti gli altri paesi membri della Nato hanno aderito anche alla Cpi e quindi gravi violazioni del diritto internazionale compiute dai loro governanti diventerebbero immediatamente punibili dalla Cpi stessa, con un obbligo giuridico delle istituzionali nazionali di questi paesi di conformarsi a eventuali decisioni della Cpi che li riguardino. In altre parole, Trump pretenderebbe che i governanti degli altri paesi della Nato si caccino senza batter ciglio in complicatissimi – e forse anche personalmente tremendi – guai politici e giudiziari, e ciò per seguire il “loro” presunto e supponente tycoon che si sente al di sopra di tutti gli altri umani.... Che si tratti di una crescente demenza senile o di un aspetto dell’arroganza narcisistica e sovente infinita del potere, lo si può lasciare alla libera interpretazione di ciascuno....
Ma il mondo non è – e non va – come Trump vorrebbe (fatta eccezione per l’attuale governo di Israele, che infatti Trump ha pubblicamente ringraziato di recente per essere un alleato leale, fedele e molto concreto): secondo i vari sondaggi politici, molti degli elettori di Trump lo stanno inequivocabilmente abbandonando; la fronda anti-trumpiana nel suo partito sta crescendo, mentre fino a non molte settimane fa era limitatissima; in base alla legislazione statunitense, numerosi parlamentari del Partito democratico hanno già invocato più volte l’impeachment di Trump (cioè la sua messa in stato d’accusa in sede parlamentare per gravi reati) o la sua rimozione per incapacità di compiere le sue funzioni (rimozione che, in accordo col 25° Emendamento della Costituzione degli Usa, andrebbe deliberata dal vicepresidente e dalla maggioranza dei componenti del governo), invitando anche nel contempo i militari del paese a rifiutarsi di adempiere ad «ordini illegali» come quelli che Trump sta emettendo negli ultimi tempi e che si pongono in diretto contrasto con vari aspetti del diritto internazionale [17]; il mondo giornalistico statunitense ha rivelato che Trump e il Pentagono stanno deliberatamente nascondendo all’opinione pubblica e al Parlamento stesso gran parte sia dei recenti danni subiti dalle basi militari Usa nell’area mediorientale sia dei morti e feriti verificatisi parallelamente nel personale militare [18]; molti degli “espliciti alleati politici internazionali” di un tempo si allontanano sempre più da Trump; alla fine, di questo passo, gli resterà come sotterraneo “amico internazionale” soltanto Putin, ma se Trump non gli sarà più utile anche Putin lo metterà da parte.... Lo “sputtanamento politico” di Trump – nonostante il colossale “arco di trionfo” che egli come presidente sta progettando di far edificare a Washington – sta diventando così forte che è ormai pressoché impossibile prospettare un suo significativo futuro nell’ambito politico, se non per tutti i suoi soldi che potrebbero comunque continuare a comprargli qualche piccolo ruolo in qualche “film politico di serie B”....
Osservazioni conclusive
Ora, una delle caratteristiche della sfera legislativa e di quella giudiziaria è che nella prima vengono poste delle limitazioni ai comportamenti delle persone considerati accettabili socialmente e non pericolosi per gli altri (come avveniva anticamente in modo sintetico ad esempio nei “Dieci comandamenti” dell’ebraico Mosè, nei sumerici “Codice di Ur-Nammu” e “Codice di Lipit-Ishtar” e nel babilonese “Codice di Hammurabi”) e viene definita una serie di provvedimenti e sanzioni intesi a ovviare a quei comportamenti e possibilmente a prevenirli (prevenzione che in tal modo dovrebbe tutelare e difendere anticipatamente il benessere e la sicurezza della gente), mentre nella seconda vengono applicati a seconda dei casi quei provvedimenti e quelle sanzioni, auspicabilmente in maniere che siano non solo profondamente sensate ma anche più fedeli possibile all’insieme delle norme costituzionali e delle altre leggi vigenti nel paese. Nel linguaggio corrente, gli eventuali comportamenti che vadano oltre quei limiti vengono definiti come “reati” e – nei casi più gravi – anche come “crimini”, mentre chi secondo il diritto vigente commette dei crimini è palesemente definibile come un criminale. Ed evidentemente è un apparente immediato interesse personale di chi commette reati il cercare di sminuire i propri atti in questione e il significato dei reati implicati (e ciò tanto più se si tratta di crimini, in quanto questi ultimi ricevono tipicamente sanzioni più gravi di quelle riguardanti gli altri tipi di reati)....
Anche se i mass-media, evidentemente influenzati dalle attuali élite politico-economiche (delle quali fanno chiaramente parte anche i Trump, i Netanyahu e i Putin), tendono a non parlare della cosa, alcuni degli odierni capi di governo – e dei loro principali collaboratori – sono di fatto dei criminali, in base al diritto vigente: diversi di loro dicono che nell’ambito politico il diritto non conta più nulla e conta solo la forza economica e militare, ma questo è evidentemente ciò che converrebbe a loro, non ciò che si può considerare legittimo, veritiero e in linea di massima “oggettivo”.... Ci si potrebbe chiedere – in modo simile a quanto già si fece nel 2004 nel succitato articolo Irak chiama Onu – perché mai, come sembrano sostenere tra le righe questi politici, il diritto deve esistere quando si parla di furti, di danneggiamenti alla proprietà privata, di diffamazione, di lesioni, di attentati a uomini politici dell’Occidente come Trump, ecc. (lo stesso Trump ad esempio si diverte moltissimo a chiedere attraverso la magistratura enormi risarcimenti a eventuali giornalisti che abbiano travisato o mal presentato sue dichiarazioni...), ma non deve esistere per crimini molto più gravi come una guerra non certo difensiva, con tutta la sua colossale corona di morti, feriti, devastazioni, distorsioni economiche, e così via, oppure ad esempio per attentati a uomini politici di altri continenti...?
Da un altro punto di vista, non si può che invitare coloro che a livello istituzionale, giornalistico o mediatico si lamentano pubblicamente dell’attuale crisi del diritto internazionale ad aggiungere alle loro giustissime lamentazioni anche una sottolineatura delle cose che le istituzioni dei vari paesi potrebbero fare concretamente per difendere e tutelare tale diritto: in special modo, l’applicazione dei “princìpi di Norimberga” da parte delle magistrature nazionali dei vari paesi (incluso il paese stesso in cui qualcuno si sta concretamente lamentando...), nei confronti di politici e capi militari che hanno violato tali princìpi, anche se si tratta di persone che fanno parte di altre nazioni; il ricordare che chi attua una guerra d’aggressione ad altri paesi viola inequivocabilmente la Carta dell’Onu e questo costituisce in quasi tutte le nazioni una flagrante violazione di un trattato entrato nella legislazione della nazione stessa in base alla sua Costituzione, di modo che il Parlamento e/o la magistratura di quella nazione dovrebbero intervenire per bloccare quella violazione compiuta dal proprio governo e dal proprio esercito; sottolineare e rammentare pubblicamente il più possibile le possibilità che l’Assemblea Generale dell’Onu ha di surrogare pienamente il Consiglio di Sicurezza qualora quest’ultimo sia bloccato da dei veti; invitare pubblicamente il proprio governo e i governi degli altri paesi a utilizzare lucidamente e correttamente queste possibilità nell’Assemblea Generale dell’Onu qualora appunto il Consiglio di Sicurezza non sappia agire per ripristinare la pace nel caso di conflitti armati internazionali [19]; richiedere ai governi e ai Parlamenti dei vari paesi del mondo di rispettare e applicare le decisioni della Cig e di aderire alla Cpi rispettandone in seguito le decisioni (o se essi considerano sbagliate le decisioni dell’una o dell’altra Corte facciano dichiarazioni pubbliche in merito poggiandosi con precisione, puntualità e accuratezza sulle norme attualmente vigenti, non semplicemente sui “tiramenti” dei politici al governo...).
Un’ultima questione da mettere in evidenza appare essere costituita dalla “problematica diplomatica” inerente al fatto che tra coloro che commettono crimini contro la pace, crimini di guerra e/o crimini contro l’umanità spiccano sovente dei capi di governo (o eletti dalla popolazione del loro paese o agenti come tali dopo qualche “colpo di Stato” o qualche rivoluzione). In queste persone convivono “dialetticamente”, dunque, una tendenziale funzione di rappresentanza del loro paese (su piani come in linea di massima quello economico, quello politico-istituzionale, ecc.) e una situazione personale che sarebbe più degna di una sedia di accusato in un tribunale che di una poltrona al governo.... Evidentemente, per un rappresentante istituzionale di un altro paese e della popolazione di quest’ultimo (e specialmente se si tratta di qualcuno che cerca autenticamente di essere onesto e trasparente nelle sue funzioni), può essere molto complicato valutare come rapportarsi eventualmente con l’una o l’altra di quelle persone che hanno una tale duplicità “dialettica”: ad esempio, se una di queste persone è a capo del governo di una nazione dotata di materie prime o altri prodotti particolarmente significativi per l’economia mondiale, potrebbe risultare opportuno per le popolazioni di altre nazioni che i loro rappresentanti istituzionali mantengano rapporti diplomatici “non di scontro” con i governanti in questione, anche se in realtà questi ultimi sono degli autori di veri e propri crimini.... Anche per questo il mondo istituzionale ha spesso un sostanziale bisogno di forme di sostegno solide e fattive e soprattutto di stimoli concreti ed efficaci e di proposte attuabili e precise da parte della “società civile”, che è indubbiamente molto più libera nei suoi comportamenti rispetto ai rappresentanti istituzionali di un paese. In altre parole, le difficoltà del mondo attuale dovrebbero responsabilizzare non solo i politici ma anche la “società civile” e in generale l’opinione pubblica di fronte alle maggiori problematiche della società.
Questo anche perché – come si concludeva nel 2004 in Irak chiama Onu – «i governi devono anche rendere conto ai cittadini, per lo meno nei paesi in cui questi ultimi sono riusciti, nel corso dei secoli, a conquistarsi, di solito faticosamente, un po’ di democrazia». In riferimento ai «mezzi per continuare a cercare di difendere la vita, la pace e la giustizia in campo internazionale», «la “società civile” può fare molto riguardo a essi: attraverso la discussione e l’approfondimento sul loro significato e sulle loro possibilità attuative; attraverso pressioni sulle forze politiche; attraverso le scelte elettorali; ed eventualmente, nei modi e tempi che risultassero più opportuni, attraverso specifiche iniziative in campo giudiziario»; per non parlare poi della possibilità dei movimenti stessi della “società civile” di entrare nell’agone politico [20], come ha fatto ad esempio Podemos nel 2014 in Spagna. E, ovviamente, quello che può essere fatto dalla “società civile” può essere fatto anche – e con ancora più forza quantitativa – dall’opinione pubblica stessa, cioè dall’insieme dei cittadini, per lo meno appunto nei paesi in cui c’è almeno un po’ di democrazia.










































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