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Hikikomori e altri orrori

Il vuoto incombente di un presente senza futuro

di Mario Lupoli

hikikomori 2«Può darsi che, per il condannato a morte, l'ultimo spazio di tempo che gli rimane passi così, inarrestabile e inutilizzato» (T. W. Adorno).

«Chi ha visto delle maschere a una festa da ballo danzare amichevolmente insieme, e tenersi per mano senza conoscersi, per lasciarsi subito dopo, senza più rivedersi né rimpiangersi, può farsi un'idea di quel che è il mondo» (L. de Clapiers).

La porta sempre chiusa separa da una stanza in penombra. L’unica luce che svela qualcosa è quella blu del PC, in collegamento con il mondo virtuale. A terra il vassoio con gli avanzi di un pasto consumato distrattamente, in attesa che una madre con gli occhi rassegnati si appresti a portarlo via.

È la camera tipo di un hikikomori. Hikikomori è il termine giapponese che definisce un numero crescente di giovani, spesso giovanissimi, che chiudono le porte al mondo reale, si rintanano in un isolamento quasi totale, rotto in genere solo attraverso dispositivi elettronici. Ogni tipo di legame non viene «solamente liquefatto, ma rigettato, annientato e dissolto» (1). L’uso ludico del computer consente di occupare le ore evitando che «il senso del vuoto sia troppo incombente» (2), che il tempo si prolunghi senza nulla che possa interrompere quella monotona, infinita notte artificiale. Come era stato colto da Adorno, è proprio la durata che infatti «genera un orrore intollerabile» (3) nelle notti insonni.

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commonware

Suggerimenti per un percorso inverso

Sul rifiuto del lavoro

di Ottone Ovidi

Intervento nel dibattito sul rifiuto del lavoro aperto da Anna Curcio qui e qui

bab18Il 26 gennaio 2018 Econopoly, blog de Il Sole 24 Ore che «vuole parlare di economia in maniera seria e documentata», pubblicava un contributo di tale Enrico Verga che proponeva, dopo aver constatato che la condizione dei lavoratori salariati e di molti lavoratori autonomi fosse miserevole sotto il punto di vista sia dei diritti che della retribuzione, di ritornare alla schiavitù come base delle economia avanzate. Ovviamente promettendo poche frustate e tanto affetto da parte dei padroni, ricordando per certi versi Le dodici sedie, film diretto nel 1970 da Mel Brooks, dove il buon padrone, nonché nobile decaduto, Ippolit Vorobyaninov veniva ricordato così dal vecchio servo: «Era molto buono, ci picchiava solo la domenica!». Per altri versi, ma meno comicamente, può ricordare una delle più famose intuizioni di Karl Marx, quando diceva che «la storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa».

Nello stesso periodo veniva data notizia dei nuovi braccialetti elettronici che Amazon avrebbe presto cominciato a far indossare ad ogni suo singolo lavoratore per controllarne e dirigerne il lavoro secondo i tempi e i ritmi decisi dall’azienda. In realtà, in questo caso, si trattava semplicemente di un aggiornamento tecnologico di un’impostazione del lavoro e della produzione che era già ampiamente diffusa nelle aziende più importanti del mondo. Nel caso specifico, le metodologie produttive di Amazon erano nel 2013 state indagate da Jean – Baptiste Malet nel suo libro – inchiesta En Amazonie: infiltré dans le “meilleur des mondes”.

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blackblog

Robot: cosa significano per il lavoro ed il reddito?

di Michael Roberts

robot 28354La recente apertura, da parte di Amazon, di un nuovo punto vendita nel seminterrato del suo quartier generale a Seattle, ha provocato più di una discussione sull'argomento di come il lavoro umano verrà ben presto spazzato via dall'espansione dei robot e dell'Intelligenza Artificiale.

Nel nuovo negozio, il quale è chiaramente un "pilot", i clienti entrano, controllano i loro smartphone, scelgono ciò che vogliono dagli scaffali ed escono di nuovo. Non ci sono né casse né cassieri. Al loro posto, invece, i clienti per prima cosa scaricano un'app sui loro smartphone e in questo modo le macchine che si trovano nel negozio capiscono di quale cliente si tratta e che cosa il cliente sta prelevando dagli scaffali. Nel giro di un minuto o due, prima che l'acquirente lasci il negozio, sul suo telefono appare un pop up, come ricevuta di tutti gli articoli che ha comprato. Questo genere di sviluppo della vendita "automatica" rispecchia quella che è un'altra automazione: negli uffici, nelle automobili senza conducente, nell'assistenza sociale e nel processo decisionale.

Tutto ciò significa che ben presto gli esseri umani verranno del tutto sostituiti da macchine intelligenti in grado di imparare e da algoritmi? In quanto ho scritto precedentemente, ho delineato una previsione di quelli che potrebbero essere i posti di lavoro che verranno perduti grazie ai robot, nel prossimo decennio o più. Sembra essere enorme: e non solo per quanto attiene al lavoro manuale nelle fabbriche, ma anche per quel che riguardano i cosiddetti lavori da colletti bianchi come il giornalismo, le banche e perfino gli economisti!

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operaviva

Il motore invisibile

Virtualità e potenza della «forza lavoro»

di Giso Amendola

cid 0B2B0C07 B04B 4BE7 9C3F 4A66B230B5DE 1000x675Gli appassionati di teologia politica frequentano molto quel passo di Walter Benjamin dove si racconta del turco meccanico. Il turco meccanico, racconta Benjamin, è un automa che raggiunse una grande popolarità mostrando di sapere giocare a scacchi: ma le sue capacità, in realtà, erano dovute a un uomo di bassa statura e di grande abilità scacchistica, nascosto dentro il finto automa. Per Benjamin, l’«invisibile» è l’anima teologica che abiterebbe il materialismo. Roberto Ciccarelli è andato a caccia anche lui del motore invisibile del nostro tempo, o meglio, del motore invisibilizzato, di quell’energia che, pure costantemente sotto i nostri occhi, è continuamente occultata dai dispositivi di governo. Solo che Ciccarelli non guarda in un presunto Altro o Altrove, e neppure nelle sfere comunque più o meno trascendenti che custodirebbero qualche presunta «scintilla» della decisione politica, com’è nella tradizione delle teologie politiche che solitamente si richiamano al turco benjaminiano. Per lui, l’energia nascosta non è affatto nascosta, e tantomeno è nei cieli: il motore è tutto presente sul piano di immanenza, ed è nascosto non perché teologicamente profondo, tantomeno perché la verità ami nascondersi, ma perché i meccanismi di sfruttamento e l’inadeguatezza delle nostre categorie di indagine congiurano per rendere impossibile nominarlo.

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quadernidaltritempi

Liberi dal lavoro

Il domani (quasi) possibile

di Roberto Paura

L'editore Nero porta in Italia il testo fondamentale della nuova sinistra accelerazionista

in rilievo inventare il futuro 02 Occupy Wall StreetNel 2013 due giovani ricercatori inglesi di sinistra, Nick Srnicek e Alex Williams, pubblicano l’ennesimo manifesto per una “new Left”. Lo chiamano Manifesto per una politica accelerazionista, e produce i consueti dibattiti nei ristretti ambienti dell’accademia critica e di quella militanza intellettuale fortemente minoritaria che non disdegna di usare le nuove tecnologie. Il resto del mondo lo ignora. Accade lo stesso con il libro che i due autori pubblicano due anni dopo, estendendo le tesi succintamente esposte nel manifesto: Inventing the Future. Lo dimostra il fatto che in Italia il volume è arrivato solo ora, tre anni dopo, e pubblicato da una nuova intraprendente micro-casa editrice, Nero, collegata al progetto editoriale del magazine Not diretto da Valerio Mattioli.

Eppure, Inventare il futuro meriterebbe ben più notorietà di quella che sembra godere solo se si frequenta la stessa bolla in cui le tesi di Srnicek e Williams sono nate e si sono diffuse: perché è un testo che fornisce finalmente un orizzonte nuovo a una società priva di futuro e condannata da un triste e declinante presentismo, e lo offre a tutti, anche se si rivolge per impostazione solo ai militanti di sinistra (che gli autori si premurano, da buoni accademici, di definire come l’insieme dei “seguenti movimenti, posizioni e organizzazioni: socialismo democratico, comunismo, anarchismo, libertarismo di sinistra, anti-imperialismo, antifascismo, antirazzismo, anticapitalismo, femminismo, autonomia, sindacalismo, movimento queer e una gran parte del movimento ecologista, nei suoi vari gruppi alleati o ibridati con le categorie precedenti”).

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eticaeconomia

Lavoretti

di Riccardo Staglianò

social media manager multiple hatsCon la tecnologia, contro la retorica

Vorrei chiarirlo subito, non sono contro la tecnologia. Sono innamorato della tecnologia, da sempre. Sono contro la retorica, contro lo spettacolino di son et lumière che le hanno allestito intorno i banalizzatori della «distruzione creatrice», contro i pubblicitari che hanno tirato a lucido gli slogan e i giornalisti che si sono precipitati a testimoniare nella causa di beatificazione, contro i lobbisti che ne hanno venduto una rispettabilità istituzionale e i politici che l’hanno comprata senza fare una piega. In buona sostanza è la lunga denuncia di una pericolosa impostura linguistica, quella che sta provando a farci credere che «sharing economy» si traduca davvero con «economia della condivisione», con tutto il bene che ne deriverebbe. Un nuovo capitalismo, quello delle piattaforme, tanto generoso e altruista quanto il vecchio, che abbiamo conosciuto fino a oggi, era spietato ed egoista. La sharing economy invece, sotto i brillantini della narrazione prevalente, presenta solo vantaggi. Economicamente efficiente. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta. Chi la critica dunque non può che essere una brutta persona. Peccato che, a dispetto dei termini, piú che condividere, la gig economy – cominciamo a chiamare le cose per quel che sono: economia dei lavoretti – concentri il grosso dei guadagni nelle mani di pochi, lasciando alle moltitudini di chi li svolge giusto le briciole. Share the scraps economy, l’ha ribattezzata Robert Reich.

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doppiozero

Non è lavoro, è sfruttamento

Cristina Morini

banksy poundlandMarta Fana, dottore di ricerca presso l’Institut d’Études Politique de SciencesPo a Parigi e giornalista, ha scritto un libro che, giunto alla terza edizione in poche settimane, è diventato occasione per tornare a discutere della condizione del lavoro in Italia. Si intitola Non è lavoro, è sfruttamento con involontario ossimoro, poiché, evidentemente, il lavoro è sempre sfruttamento. Benché infatti abbia fondato la possibilità per gli individui di uscire da relazioni di servitù e la possibilità di “esistere per sé stessi”, tuttavia, a partire dall’avvento del sistema di produzione capitalistico, esso è attività comandata (“lavoro comandato,” nell’espressione di Adam Smith), cioè, anche e soprattutto, fonte di ricchezza per altri. Certo, Marx non era arrivato a immaginare un mondo nel quale l’accumulazione sarebbe stata capace di crescere pur evitando di pagare del tutto (o quasi) la “merce” per eccellenza, “la madre di tutte le merci” come l’ha definita Sergio Bologna, cioè esattamente il lavoro. Processo che si sta traducendo in un’esplosione esponenziale della dinamica dello sfruttamento che si scarica sugli esseri viventi e sulle risorse naturali, con creazione di profitti smisurati che non generano alcuno sviluppo per il pianeta e i suoi abitanti ma solo il dilagare della diseguaglianza e della sofferenza. 

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sbilanciamoci

Il lavoro, quello sconosciuto

di Claudio Gnesutta

Sbilanciamo le elezioni/Al di là dei periodici sussulti alla presentazione dei dati statistici sull’occupazione il progressivo deterioramento delle condizioni di lavoro in atto nel paese non sembra scuotere la nostra classe politica

Bansky murales coperto06Sembrerebbe una questione importante per la politica italiana se si considerano i periodici sussulti alla presentazione dei dati statistici sull’occupazione in cui i pochi decimi percentuali di variazione del tasso di disoccupazione o la crescita di qualche migliaio di occupati a tempo determinato sollevano entusiasmi o scoramenti per l’avvicinarsi o l’allontanarsi del mitico milione di nuovi posti di lavoro dell’era berlusconiana. Eppure, molto più contenute e generiche sono le riflessioni della nostra classe dirigente alle altre numerose indicazioni (anche statistiche) che denunciano il persistente deterioramento che, da lunga data, subisce il “lavoro” – inteso sia come condizione per la sopravvivenza economica, ma anche come strumento di inclusione civile –, processo strettamente legato all’estendersi delle disuguaglianze sociali e all’ampliarsi delle povertà.

Eppure le informazioni al riguardo sono molte, le situazioni deplorate, le implicazioni temute; ma al di là del loro formale riconoscimento, non sembrano scuotere la nostra classe politica. Anzi, il fatto che il tasso di occupazione e quello di disoccupazione stiano recuperando i livelli di dieci anni fa è cantato come il superamento della lunga recessione e qualcuno si azzarda anche a menarne vanto. Ma se un’occupazione retribuita ha senso solo se offre una prospettiva di reddito in grado di garantire nel tempo condizioni di esistenza dignitose, non sono certamente questi dati a confortarci.

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conness precarie

Rifugiati, migranti e mercato del lavoro nell’Unione Europea. Alcune note

di Devi Sacchetto

Sacchetto Migranti e rifugiati e1516694919186Queste note analizzano alcuni aspetti della relazione tra il mercato del lavoro, i migranti e i rifugiati nell’Unione Europea, tenendo conto dei recenti flussi migratori provenienti non solo dall’Asia e dall’Africa, ma anche dall’Ucraina, dove continua un conflitto a bassa intensità. La gestione dei recenti flussi di rifugiati e migranti ha esacerbato la segmentazione del mercato del lavoro dell’UE, rafforzando il processo di degradazione. La politica migratoria e del lavoro dell’UE si basa sulla segmentazione del mercato del lavoro, che genera forti differenze salariali e processi di stigmatizzazione e razzismo. Tuttavia, i migranti e i rifugiati, sostenuti anche da una parte dell’associazionismo di base e da alcuni sindacati, si muovono per contrastare questa tendenza.

Negli ultimi anni i flussi di migranti e rifugiati provenienti dall’Asia e dall’Africa attraverso il Mediterraneo hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica europea. Le immagini degli sbarchi, dei campi e delle persone che camminano attraversando i confini sono diventate familiari, così come la presenza dei rifugiati.

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manifesto bologna

Amazon, le sette sorelle del silicio e gli algoritmi

Il lavoro nel nuovo Millennio

di Luigi Agostini

tecnologiaPiù che tanti tomi di Aristotele,
tre modeste invenzioni hanno cambiato la faccia del mondo:
la bussola, la stampa, la polvere da sparo.
Francesco Bacone, 1620

Premessa

La lotta dei lavoratori di Amazon di Piacenza rompe un incantesimo e apre una nuova epoca.

Amazon è una delle sette sorelle del silicio, i signori della Rete; così sono chiamate le nuove multinazionali dell’informatica.

I signori del silicio stanno sostituendo le antiche sette sorelle del petrolio nel dominio del mondo.

La determinazione dei ritmi e delle modalità di lavoro in Amazon, come in tante altre imprese, è affidata ad un algoritmo: l’algoritmo ha assunto anche il ruolo del vecchio Capo cottimo.

Ma l’algoritmo si configura - a differenza del Capo cottimo - come una presenza oggettiva, univoca, neutra. Una potenza astratta, immateriale, cioè il massimo della potenza: una potenza apparentemente assoluta, la potenza del razionale.

Lo sciopero dei lavoratori di Amazon non è quindi uno sciopero tra i tanti, ma assurge al livello di un atto di ribellione, di un segno che, anche nel nuovo Eden del capitalismo informazionale – mito costruito e sostenuto da una formidabile campagna ideologica, senza badare a spese, il rapporto tra Capitale e Lavoro non ha niente di oggettivo, resta un rapporto di forza, la cui dialettica conflittuale non può essere spenta.

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effimera

Rifiuto del lavoro, corporeità, ironia

Anna Stiede intervista Franco Berardi Bifo

Questa intervista si è svolta a Bologna nell’ottobre 2017. La trascrizione è di Shendi Veli, l’editing di Franco Palazzi

74d493f2c6de7956a54d7ca5fa62ac3b XLA: La cosa che mi ha stupito leggendo questo libretto con il tuo commento [Malgrado voi (1977)] è che tu avevi anche parlato di un bisogno di capire bene la nuova connessione tra il sapere, la tecnologia ed il lavoro. Dato che sono molto interessata alle trasformazioni dello sviluppo economico, connesso anche alla cosiddetta digitalizzazione, al virtuale, etc, sono stata stupita che tu già alla fine degli anni settanta sostenevi che per capire bene la nuova composizione della classe e ricostruire lAutonomi bisognava rivolgere lattenzione verso questa connessione; purtroppo credo che i movimenti non fossero in grado di sviluppare un comportamento collettivo per affrontare tale cambiamento. Dal punto di vista tuo e delle lotte degli anni settanta, come descriveresti questo sviluppo nella composizione di classe ma anche nello sviluppo economico?

B: Il movimento del settantasette italiano, e non solo quello italiano – però adesso parliamo di quello italiano o vorrei dire bolognese – ha un carattere complesso. Ci sono vari elementi, perché c’è un elemento diciamo anarchico, autonomo, ribellista che è simile a quello dei movimenti che dalla California degli anni sessanta va fino agli Sponti tedeschi, fino al punk. È un movimento giovanile ribelle, con caratteristiche particolarmente creative.

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lavoro culturale

Non è sfruttamento, è assuefazione

Leggendo il libro di Marta Fana

di Marco Ambra

Una recensione analitica a “Non è lavoro, è sfruttamento”, edito da Laterza (Roma-Bari 2017), che sarà presentato giovedì 11 alle 17.30 alla Biblioteca Comunale di Siena. Qui i dettagli della presentazione

sfruttamento 2Leggendo la cronaca quotidiana del declino industriale italiano, non ultimo il dibattito fra Calenda ed Emiliano sul futuro/passato dell’Ilva a Taranto, viene in mente una formidabile sentenza di Max Weber sull’etica spuria di chi dibattendo su tali questioni parte da una pregiudiziale pretesa di ragione, un’etica che «invece di preoccuparsi di ciò che riguarda il politico, vale a dire il futuro e la responsabilità davanti a esso, si occupa di questioni politicamente sterili – in quanto inestricabili – come quello della colpa commessa nel passato» (Scritti politici, Donzelli, Roma 1999, p. 219). Non che le colpe e le responsabilità, specie in sede penale, non abbiano la loro importanza, ma farle pesare all’interno di un dibattito politico significa falsificare del tutto il politico, offuscare la presa di responsabilità di fronte al futuro che dovrebbe esserne il compito.

Di fronte al declino industriale italiano il dibattito politico si polarizza così, tristemente, dietro la catena delle colpe e delle responsabilità trasformando concetti e argomentazioni in slogan lanciati fra contrapposte tifoserie: chi ha fatto le riforme contro chi non le ha fatte, chi ha accresciuto il debito pubblico contro chi ha praticato l’ortodossia ipercoerentista dell’austerità, mancando completamente l’obiettivo politico delle questioni

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la citta futura

Il “lavoro mentale” non è immateriale ed è sfruttato

di Ascanio Bernardeschi

Intervista a Guglielmo Carchedi sulle caratteristiche del lavoro mentale, della produzione di conoscenza in Internet e sulla validità della teoria del valore anche per la produzione di conoscenza

f832966028c60c879a5be606590bd8a2 XLGuglielmo Carchedi, economista marxista di fama internazionale, è stato fra coloro che più radicalmente hanno combattuto le interpretazioni di tipo neoricardiano del Capitale di Marx, contestando la determinazione simultanea – à la Sraffa – del saggio del profitto, dei prezzi di produzione dei fattori produttivi e dei prodotti. Introducendo nella sua analisi il fattore tempo e interpretando la teoria del valore di Marx come un sistema di non equilibrio, ha mostrato che tale interpretazione consente di superare tutte le obiezioni fatte al procedimento marxiano di trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Insieme a Alan Freeman ha curato e pubblicato un volume che è una pietra miliare di questa critica [1].

Ha letto anche, sempre con lenti marxiane, le caratteristiche di questa crisi economica, producendo tra l'altro un'analisi di classe delle contraddizioni insite nel processo di integrazione economica europea [2]. Recentemente ha dato un contributo teorico importante [3] per controbattere molte teorie di moda, sul lavoro cognitivo e su Internet in particolare, tendenti oggettivamente a disarmare la classe lavoratrice espungendone la componente dei lavoratori mentali e sostenendo l'inapplicabilità della teoria del valore al lavoro mentale. Insomma il suo contributo a confutare i “confutatori” ci consente di parlare ancora di pluslavoro e plusvalore e di individuare ancora nella classe lavoratrice il soggetto principale di un possibile superamento del modo di produzione capitalistico.

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pandora

Da Veblen a Keynes: tempo di lavoro e modello di sviluppo

di Enrico Cerrini e Giulio Di Donato

C’è un tema trascurato nel dibattito pubblico, ma che nel contesto attuale può assumere una centralità difficilmente eludibile. Si tratta della riduzione dell’orario di lavoro. Nel quadro attuale segnato dai cambiamenti nel mercato del lavoro conseguenti all’avanzamento tecnologico e alla globalizzazione (descritti anche in un articolo precedente), gli autori propongono in questo articolo una diversa lettura della tematica che riflette un punto di vista teorico che prende spunto dalle riflessioni dell’economista Thorstein Veblen, il cui pensiero è stato già affrontato nell’articolo L’economica tra istituzione ed evoluzionismo

Da Veblen a Keynes. Tempo di lavoro e modello di sviluppo ott. 650x315 640x315L’economia neoclassica insegnata nei primi anni universitari presenta il tempo libero come uno dei due beni che determinano l’utilità individuale, sulla cui base calcolare l’offerta di lavoro operaia. Gli individui raggiungono maggiori livelli di utilità quanto più è alta la loro disponibilità di consumo e di tempo libero.

Tenendo conto della domanda di beni e della tecnologia utilizzata, ovvero il numero di operai necessari a ottenere la produzione richiesta dal mercato, il datore di lavoro richiede agli operai una quantità di lavoro che aumenta con il diminuire del livello salariale offerto dall’impresa. I lavoratori scelgono se accettare o meno la proposta dell’imprenditore sulla base della loro curva di offerta di lavoro, la quale aumenta con il crescere del salario offerto dall’impresa.

L’impostazione neoclassica prevede che un mercato del lavoro completamente libero stabilisca un salario in grado di equilibrare domanda e offerta di lavoro eliminando la disoccupazione involontaria. Quest’ultima può essere quindi generata solo dalla presenza di fattori che creano barriere al libero mercato. Tale teoria ha ricevuto numerose critiche perché non tiene conto né delle caratteristiche comportamentali analizzate, tra gli altri, dagli economisti keynesiani, né della contrattazione considerata dagli economisti classici come David Ricardo.

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ist onoratodamen

La rivoluzione la faranno i robot

di Maria Rosaria Nappa e Antonio Noviello

Dalla rivista D-M-D' n°11

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“In altri termini: ciò deriva dal fatto che le forze produttive generate dal modo di produzione capitalista moderno, al pari del sistema di ripartizione di beni che esso ha creato, sono entrati in contraddizione flagrante con questo stesso modo di produzione, e ciò a un grado tale che diviene necessario un rovesciamento del modo di produzione e di ripartizione eliminando tutte le differenze di classe, se non si vuole vedere perire tutta la società.” [Engels, Anti-Duhring]

Nel 2099, i centri di produzione mondiali contavano solo poche unità umane, le quali dietro a spessi vetri e davanti a grandi monitor controllavano sterminate distese di robot superintelligenti. Questi non erano i robot impacciati del 2016, quando occorrevano algoritmi da milioni di linee di codice per simulare un piccolo movimento del braccio; ora i robot erano in grado di auto-apprendere e di trasformare in azione, all’istante, un comando che arrivava dal loro centro di controllo, ed erano in grado di impartire lo stesso ordine anche ai colleghi di lavoro.

All’interno di queste “cittadelle produttive” erano pochi gli uomini che avevano ancora un lavoro.