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L'errore di puntare sui Fondi pensione
Felice Roberto Pizzuti
La crisi economica e finanziaria, più che rattoppi alle politiche previdenziali affermatesi negli ultimi decenni, dominati dall’eccessiva fiducia nei mercati e dall’illusionismo finanziario, ne impone un profondo ripensamento. Il ruolo essenziale va lasciato alla previdenza pubblica: quella complementare può essere, appunto, solo accessoria
Come era inevitabile, la profonda crisi finanziaria in atto in tutto il mondo sta manifestando i suoi effetti distruttivi di risparmio anche sui bilanci dei Fondi pensione privati.
In Italia, oramai da diversi mesi, i dati progressivamente resi noti dai Fondi, dalle associazioni di categoria e dalla Covip segnalano che il confronto tra i rendimenti offerti dalla previdenza complementare e quelli maturati dal Tfr lasciato in azienda volge a favore di questi ultimi. Nel corso del 2008, la media ponderata dei rendimenti maturati da tutti i comparti operanti nell’insieme dei Fondi negoziali (gestiti da rappresentanti delle imprese e dei lavoratori) è stata negativa; e stato annullato il 5,9% del risparmio previdenziale ad essi affidato. I risultati dei Fondi aperti (gestiti da istituti finanziari), che si affidano maggiormente agli investimenti azionari e comunque più rischiosi, registrano una perdita superiore, pari all’8,6%. Il Tfr lasciato nelle aziende si è invece rivalutato del 3,1% (2,7% al netto del prelievo fiscale). Se dai dati medi si passa a quelli dei singoli comparti di ciascun Fondo, mentre i più prudenti registrano risultati positivi (ma solo quelli “garantiti” e non tutti), le linee che includono investimenti azionari hanno raggiunto perdite massime del 28% tra i Fondi negoziali e del 39% tra i Fondi aperti.
A fronte di questi dati, diversi commentatori e operatori del settore della previdenza complementare si soffermano sulla considerazione che, nonostante i terribili andamenti dei mercati finanziari, l’adesione ai Fondi pensione risulta ancora conveniente perché consente ai lavoratori di acquisire i contributi aziendali e i vantaggi fiscali che invece non avrebbero lasciando il Tfr in azienda.
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Il valore reale del lavoro non c'è più
Massimo Roccella*
Il modello contrattuale doveva essere riformato per affrontare una situazione che, da più parti, veniva definita in termini di «emergenza salariale», ma evidentemente l'obiettivo, strada facendo, dev'essere stato perso di vista o forse i firmatari dell'accordo hanno ritenuto opportuno mutarlo senza darsi la pena di avvertire esplicitamente del cambiamento di rotta. Alla fine, tuttavia, non si può dire che essi non siano stati sinceri, se è vero che l'accordo quadro siglato a Palazzo Chigi sancisce che «obiettivo dell'intesa è il rilancio della crescita economica, lo sviluppo occupazionale e l'aumento della produttività», senza neanche un cenno all'esigenza di difendere (non diciamo di incrementare) il valore reale dei salari. Vero è che sviluppo economico e crescita occupazionale dovrebbero essere sostenuti da una «efficiente dinamica retributiva»: che però è concetto ambiguo, sicuramente non omologabile a quello di difesa del potere d'acquisto dei salari. Dal punto di vista delle imprese, ad esempio, la dinamica retributiva potrebbe apparire efficiente quanto più contribuisca a mantenere basso il costo del lavoro; altri potrebbe aggiungere che la compressione salariale è una necessità ineludibile se si vuol sperare in un incremento dell'occupazione.
Andiamo al merito. Al contratto collettivo nazionale si attribuisce la «funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori del settore». Non si dice però quale sia il livello del trattamento certo o, per meglio dire, non si esplicita con la dovuta chiarezza che d'ora in avanti si firmeranno contratti nazionali che non garantiranno neppure l'obiettivo minimo della salvaguardia del potere d'acquisto. I salari, anzi, a livello nazionale dovranno essere negoziati sulla base di un parametro previsionale (elaborato da un fantomatico soggetto terzo, che l'accordo neppure ha individuato) depurato della cosiddetta inflazione importata, legata alle variazioni dei prezzi dei beni energetici, e dunque a priori non coincidente con il tasso d'inflazione effettiva; perché l'indice previsionale sarà applicato non sull'intera retribuzione, ma su un valore convenzionale da individuarsi, a quanto pare, nei singoli settori.
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La rivolta del lavoro cognitivo
Marco Bascetta
Forse i media non se ne sono ancora resi conto fino in fondo. Sicuramente il governo, l'opposizione parlamentare e perfino i sindacati sono ben lontani dal percepire quale sia la reale portata di questo movimento. Basterebbe ascoltare, in una qualsiasi delle sue articolazioni, l'assemblea nazionale degli studenti ancora in corso all' Università di Roma per capire che si tratta di una rivolta generale del lavoro cognitivo contro i dispositivi di sfruttamento subiti nei due decenni trascorsi. Contro quella condizione di frammentazione e ricattabilità imposta dall'ideologia e dalla pratica coatta del «capitale umano». Contro quell'idea gerarchica, piramidale, anacronistica della produzione e trasmissione del sapere che l'abusato termine di «meritocrazia» contiene già nella sua etimologia. Sono, quelle che abbiamo sentito riecheggiare nelle aule della Sapienza, le rivendicazioni e il programma di un soggetto che si sente pienamente forza produttiva e non, come lo si vorrebbe, una clientela chiamata all'acquisto della merce formazione. Si chiedono reddito, risorse, potere di decidere
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Scopriamo le carte per la nuova rappresentanza
Tiziano Rinaldini
Dopo il disastroso risultato elettorale e le non meno disastrose dinamiche che ne sono derivate all'interno dei partiti dell'Arcobaleno, è non solo comprensibile, ma auspicabile ricercare rapporti unitari tra le forze di sinistra e costruire luoghi di relazioni (forum) tra i «movimenti» o le associazioni, le organizzazioni, ma non si può confondere questo con il problema di una nuova forza politica della sinistra. Su questo piano si pongono questioni inevitabili per chiunque se ne dichiari interessato.
La prima di queste questioni è il riconoscimento che non si può non prendere atto che al problema non è interessato chi ritiene che la prospettiva politica della sinistra vada ricercata per l'oggi e per il domani nella riproposizione pura e semplice delle identità delle esperienze con cui nel '900 è stata prevalentemente interpretata la storia del movimento operaio, né chi a fronte di questa crisi della rappresentanza ritiene che ciò sia positivo non perché apre il problema di ripensarne forme e contenuti, ma perché lo ritiene uno sbocco che finalmente ci libera da un falso problema. Sono posizioni, linee di pensiero e di pratica politica notoriamente presenti, rispettabili e con cui confrontarsi, ma non certo interessate a un processo di costruzione di una nuova rappresentanza politica della sinistra.
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«Attenti al valore del contratto»
Antonio Sciotto
Il sociologo Gallino e il testo dei sindacati: il livello nazionale è l'unico che crea una reale redistribuzione, la riforma rischia di indebolirlo. Bene la rappresentanza, ma manca una ricetta per i precari
Profondo conoscitore del mondo del lavoro e delle imprese, il sociologo Luciano Gallino ha analizzato il testo di riforma dei contratti approntato da Cgil, Cisl e Uil, e nota subito «un'importante assenza», relativa al ruolo del contratto nazionale. Dall'altro lato, ritiene poco chiari e inefficaci, concetti come l'«inflazione realisticamente prevedibile» e la contrattazione «accrescitiva» di secondo livello, basata su parametri quali la «redditività» o la «produttività».
Professore, come verrebbe ridisegnato il sistema contrattuale?
Leggendo il testo, mi pare che ci sia un'assenza importante, relativa a un ruolo incisivo del contratto nazionale: perché la funzione fondamentale del primo livello è stata, storicamente, quella di tutelare la distribuzione del reddito tra salari da un lato, e profitti e rendite dall'altro.
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Materiali d'uso per il passaggio a Nord
di Sergio Bologna
Il grande assente rimane il lavoro, o meglio quali siano i rapporti tra capitale e forza-lavoro in un universo produttivo che vede presenti knowledge workers e working poor. La questione settentrionale è il tema dell'ultimo annale della Fondazione Feltrinelli. Un'ampia e interessante rassegna di saggi su una composita realtà segnata dalla crisi della grande industria
La «questione settentrionale» è un falso problema? E' un modo per non voler affrontare la «questione Italia»? I saggi raccolti nell'ultimo degli Annali della Fondazione Feltrinelli (La questione settentrionale. Economia e società in trasformazione, a cura di Giuseppe Berta, pp. 465) sembrano insinuare questo dubbio e a ragione.
Chiariscono subito, attraverso l'autointervista di Luciano Cafagna, che la locuzione risale agli anni Cinquanta ed aveva un significato ben diverso da quello che ha acquistato agli inizi degli anni Novanta con l'emergere del fenomeno leghista. Era stata usata nel gruppo che stava attorno ad Adriano Olivetti e alla rivista «Ragionamenti» (Roberto Guiducci, Franco Momigliano, Alessandro Pizzorno, Franco Fortini) per indicare un modo di affrontare la realtà diverso dallo storicismo crociano e fortemente incardinato sulla cultura industriale, sull'approccio sociologico, insomma sui rapporti di produzione più che sulle questioni istituzionali.
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Legare i salari alla produttività è pericoloso e poco economico
di Felice Roberto Pizzuti
L'indagine della Banca d'Italia sui redditi delle famiglie conferma la necessità di aumentare i salari, che non è solo sociale, ma anche economica; stupisce invece che sulla stampa se ne parli come fosse una novità. E' dall'inizio degli anni '90 che i salari sono pressoché esclusi dagli incrementi di produttività e a malapena hanno recuperato sull'aumento dei prezzi; nel frattempo i profitti hanno aumentato la loro quota sul reddito di oltre dieci punti.
Per aumentare i salari, oramai tra i più bassi in Europa, il governo Prodi e le parti sociali stavano ragionando sulla possibilità di utilizzare la leva fiscale; è uno strumento che certamente può concorrere all'obiettivo, ma evitando due rischi. Il primo è che l'ipotizzata riduzione delle imposte sui salari possa essere compensata da tagli alle prestazioni sociali (già proposti da più parti) cosicché la loro sostituzione con acquisti sul mercato vanificherebbe l'aumento della busta paga.
Il secondo rischio è che anche le imprese (come già hanno chiesto) partecipino agli sgravi fiscali, sia direttamente (riducendo i loro contributi) sia indirettamente (contando sugli aumenti in busta paga derivanti dalla decontribuzione dei salari per contenere gli aumenti contrattuali a loro carico).
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Il piano inclinato dei salari e la «politica dei redditi»
Aldo Barba e Giancarlo De Vivo
Sarebbe paradossale se tutto il recente discutere sui bassi salari che affliggono i lavoratori italiani si risolvesse in un ulteriore passo sulla strada che dalla fine degli anni '70 ha visto la loro con-dizione economica e sociale muoversi costantemente e significativamente verso il basso. Eppure, questo rischia di essere l'esito della «riforma» della contrattazione che Confindustria, il ministro Damiano, Cisl, Uil e almeno una parte della Cgil sembrano voler adottare. Tale riforma infatti prevede, nelle parole del ministro, che «il contratto nazionale... sul piano salariale deve recuperare le perdite provocate dall'inflazione», mentre attraverso la contrattazione aziendale «una parte della produttività dev'essere distribuita ai salari e non solo trattenuta dalle imprese» (Il Manifesto, 3 novembre 2007). A questa linea fanno un battage continuo editorialisti dei più diffusi quotidiani italiani - «economisti in servizio permanente effettivo», li ha chiamati Eugenio Scalfari. Alla Confindustria non pare vero, e dichiara urgente la riforma della contrattazione.
Se questa riforma passasse, i lavoratori dovrebbero lottare per il contratto nazionale al solo fine di cercare di ottenere quello che con la scala mobile avevano senza muovere un dito.
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La repressione burocratica del dissenso
Intervista a Dino Greco
Abbiamo chiesto a Dino Greco di commentare la due giorni del direttivo nazionale della Cgil.
Gli abbiamo chiesto un commento articolato, che toccasse cioè i tre aspetti a nostro giudizio più significativi di quella riunione. Da un lato il merito di un documento finale che, approvato con 82 voti favorevoli, 31 contrari e un astenuto, nella sostanza valuta positivamente l’esperienza referendaria realizzata al fine di approvare il protocollo firmato a luglio con il governo. Dall’altro lato la democrazia interna. È chiaro a tutti che nel sindacato si è ormai aperto un processo contro la Fiom e la sinistra interna. Lo stesso documento contiene infatti l’impegno ad aprire «un percorso di autovalutazione interna al sindacato» che, di fatto – come bene ha affermato Gianni Rinaldini -, mette sul banco degli imputati il voto sul protocollo del comitato centrale della Fiom e l’atteggiamento della sinistra interna.
Infine, un giudizio sulla reazione che queste realtà (Fiom e sinistra interna) devono contrapporre all’atteggiamento del gruppo dirigente Cgil.
Ecco quello che ci ha detto Dino Greco.
La prima osservazione è che il comitato direttivo si è caratterizzato, sin dalle prime battute, e cioè dalla relazione di Epifani, come un attacco frontale al dissenso interno.
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