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La sentenza della Corte e la lezione della Fiom
Paolo Ciofi
Non si tratta solo del soldato Brunetta, sempre sull'attenti di fronte al Supermanager soddisfatto di sentirsi dire che gli interessi della Casa torinese sono quelli dell'Italia. Sulla sentenza della Corte costituzionale, che ha dato ragione alla Fiom e torto alla Fiat, è necessario fare chiarezza respingendo ogni interpretazione riduttiva. E smontando la sperimentata tecnica del «sopire troncare, troncare sopire» in vista di nuovi misfatti farisaicamente onesti, che il manzoniano Conte zio oggi impersonato dai poteri dominanti si appresta ad apparecchiare con la copertura della "libera stampa" e dei camerieri di turno. Come dimostra il trattamento a dir poco scomposto cui è stata sottoposta la presidente della Camera Laura Boldrini per aver declinato l'invito di Marchionne. E per aver detto con parole di verità che «non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa», bensì percorrendo la via «della ricerca, della cultura, dell'innovazione».
La sentenza della Corte non è affatto equivoca su una questione di fondo, che ci riguarda direttamente come cittadini di questa Repubblica fondata sul lavoro. Semplicemente, ha dichiarato incostituzionale, né più né meno, quel comma dell'articolo 19 dello Statuto dei lavoratori strumentalmente usato da Marchionne per cacciare dagli stabilimenti Fiat i rappresentanti della Fiom perché il sindacato di Landini, respingendone i contenuti, non aveva sottoscritto il contratto: instaurando così il principio che nelle fabbriche e negli uffici dei rispettosissimi e ben educati eredi Agnelli possono operare solo i sindacati che condividono il punto di vista dei padroni. Gli altri sono out, non esistono.
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Non sempre è oro quel che luccica
di Sergio Bruno
Tutti i limiti del decreto appena varato sull'occupazione giovanile. Perchè a scoraggiare le assunzioni non sono solo il costo del lavoro o il cuneo fiscale ma soprattutto le prospettive di vendita. E senza domanda aggiuntiva le imprese non creeranno occupazione aggiuntiva
“Ora tocca alle imprese che possono assumere giovani”. Questa l’opinione del Presidente Letta dopo il varo del decreto sull’occupazione giovanile e a conclusione del vertice europeo. Questo riferimento alle responsabilità delle imprese è divenuto una parola d’ordine dei principali esponenti politici nei giorni successivi.
Ai provvedimenti oggetto del decreto giovani, annunciati con molta enfasi, vanno mosse alcune obbiezioni di un certo rilievo. La prima è che stiamo parlando non di circa 800 milioni di euro, ma di 200 milioni all’anno, il valore di qualche centinaio di appartamenti. La seconda è che non è chiaro come si arrivi a stabilire questa spesa, visto che molti dei provvedimenti non prevedono fondi chiusi, esauriti i quali i provvedimenti non vengono più concessi o vanno rifinanziati (ciò che, incidentalmente, dovrebbe sollevare ulteriori obbiezioni dal punto di vista della affidabilità della previsione di spesa e, quindi, della copertura). La terza è che tutti i riferimenti agli aspetti formativi sono vaghi e non sembrano fare i conti con lo stato attuale della capacità di fare formazione professionale in Italia. La quarta infine, sulla quale intendo qui aprire delle riflessioni, riguarda l’enfasi, sbagliata, posta nei richiami alle responsabilità delle imprese nel determinare il successo della strategia governativa.
Queste riflessioni sono importanti perché si annunciano ulteriori provvedimenti che dovrebbero essere meglio delineati in una ulteriore riunione dei ministri del lavoro europei.
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Lavorare senza padrone
Suggerimenti per un prossimo futuro
di Cybergodz
Nel 2001, come è noto, una crisi epocale travolse l'Argentina, disastrandola sia socialmente che economicamente. Le cause possono farsi risalire essenzialmente a due:
- una pedissequa quanto cieca osservanza delle disposizioni del FMI, tutte tese ovviamente a salvaguardare i livelli di estrazione di plusvalore necessari per mantenere in piedi il sistema, e del tutto indifferenti agli effetti di tali manovre sul corpo sociale.
Non tutto però, se ci è lecito dire così, è venuto per nuocere. L'Argentina in quegli anni si è rivelata essere uno straordinario laboratorio sociale, capace di dare indicazioni anche adesso, e anzi forse soprattutto adesso, che la crisi si è estesa a livello globale e molti paesi si sono ritrovati, o hanno molte probabilità di ritrovarsi, nelle condizioni dell'Argentina di allora.
Un libro uscito nel 2011 per le edizioni EMI dal titolo “Lavorare senza padroni”, scritto da un'abile giornalista free-lance, Elvira Corona, raccoglie molte di queste indicazioni, e le riporta in modo fedele, usando la tecnica dell'intervista e andando a scavare nell'Argentina di oggi, paese che molto deve alla capacità di autogestione nata in quegli anni di picco della crisi.
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Il sindacato fra diseguaglianza e deregolazione*
Antonio Lettieri
Quando si sono passati molti anni nel sindacato, alcuni ricordi rimangono particolarmente impressi nella memoria. Fra questi c’è il rapporto con Claudio Sabattini. Ci trovammo insieme nella Segreteria della Fiom alla fine degli anni 70, un tempo che ci appare antichissimo, quando c’erano Bruno Trentin, Pierre Carniti alla FIM e Giorgio Benvenuto all’UILM. Ricordando quel tempo, sentiamo spesso l’obiezione: “Voi parlate di un altro secolo”. Certo, però non si può fare a meno di tornare a parlarne, anche per capire il presente, e verso dove andiamo.
Ricordo che con Claudio capitò quasi sempre di essere d’accordo sulle cose essenziali. Succedeva anche di non esserlo, ma non si poteva disconoscere la sua dote critica, il suo stimolo intellettuale, la sua capacità di dare senso ai dubbi e alle scelte sulle questioni da affrontare.
In quegli anni il sindacato era attraversato da un dibattito molto vivo che intrecciava i temi politici correnti con una riflessione più difondo sulle contraddizioni all’interno delle quali si muoveva l’azione sindacale. Vi era anche una particolare tendenza a ragionare sui fondamenti culturali in grado di fornire (o così si riteneva) maggiore spessore al l’analisi e alle conclusioni che se ne traevano.
Era un tempo nel quale si poteva far riferimento a Carlo Marx senza essere considerati fuori luogo. Ma non si trattava di un vezzo intellettuale.
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Dividiamoci il lavoro. Risposta a Lunghini
di Giovanni Mazzetti
Tra le intuizioni dei sostenitori del reddito di cittadinanza e le critiche di chi, come Giorgio Lunghini, pensa che quel reddito non risolva la questione dell’autonomia dei non occupati, rimane aperta una sola via: la redistribuzione del lavoro tra tutti, con la riduzione del tempo di lavoro ma senza decurtazioni di salario
Giorgio Lunghini nel suo “Reddito sì, ma da lavoro” ha sottolineato che la proposta del reddito di cittadinanza soffre di limiti intrinseci. Con le sue parole: “quel reddito è semplicemente l’eccesso del salario percepito dai lavoratori occupati rispetto al costo di riproduzione di questi. Il palliativo rappresentato da un reddito di cittadinanza o di esistenza non risolve la questione dell’autonomia economica e politica dei non occupati, probabilmente ne aumenterebbe il numero, ne certificherebbe l’emarginazione, favorirebbe il voto di scambio e lascerebbe irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti. L’autonomia economica e politica presuppone un reddito da lavoro.”
Si tratta di un’argomentazione logicamente ineccepibile. Ma l’evoluzione della realtà sociale notoriamente non va di pari passo con la logica, visto il ricorrente sopravvenire di eventi contraddittori, cioè di fenomeni che impongono la ristrutturazione degli stessi presupposti del ragionamento e dell’azione. Può così accadere che la giusta critica alla proposta del reddito di cittadinanza venga articolata senza tener conto di alcuni degli elementi che hanno fondatamente spinto i sostenitori di quella strategia ad optareper quella soluzione, anche se poi quegli stessi elementi li hanno spinti a sbagliare nello svolgimento della soluzione del problema, ma non nella sua formulazione di partenza. Cerchiamo di vedere di che cosa si tratta.
Lunghini rappresenta il quadro dei rapporti sociali attuali con il seguente schema:
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Reddito sì, ma da lavoro
L’autonomia economica e politica delle persone presuppone un reddito da lavoro. Il reddito di cittadinanza corre il rischio di far aumentare il numero dei non occupati e la loro l'emarginazione, lasciando irrisolta la questione dei bisogni sociali insoddisfatti
Forse per ragioni di età, sono ancora affezionato alla idea di Adam Smith e alla Costituzione. Secondo Smith, “Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita che in un anno consuma”. Più breve e efficace, l’Articolo 1 della Costituzione recita: “L’Italia è una Repubblica democratica [corsivo aggiunto], fondata sul lavoro”. Sul lavoro, non sul reddito. Circa il reddito di cittadinanza o altre forme di reddito garantito, d’altra parte, non ho cambiato l’idea che coltivavo qualche anno fa, e qui la riprendo.
Quando una improbabile crescita dell’economia è sì condizione necessaria per realizzare la piena occupazione, ma non anche sufficiente, il problema di fondo di una società capitalista si aggrava. Problema di fondo che si può evocare con questo disegnino:
Se si è d’accordo su ciò, e se si conviene che presupposto della democrazia è la democrazia economica;
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La precarietà delle nostre connessioni
In questi due anni di ∫connessioni precarie poche cose si sono imposte con il segno violento della novità. Altre cose si sono modificate al punto da richiedere una ridefinizione. Altre ancora sono semplicemente scomparse. Molti, se non tutti i nostri problemi sono rimasti aperti e aspettano ancora di essere affrontati.
La crisi è diventata «il padrone» con il quale milioni di proletari devono fare quotidianamente i conti. Essa ha accelerato processi di precarizzazione investendo tutti i segmenti della forza lavoro. La precarietà è stata così liberata dal suo tratto generazionale, esistenziale, professionale, migrante, diventando una condizione generale. Mentre questo processo si è affermato inesorabilmente, è venuto progressivamente meno il progetto di esprimere un punto di vista precario su una scala quanto meno nazionale. Anche la parola d’ordine dello sciopero precario non è mai riuscita ad andare oltre l’intuizione che pure esprimeva. Con l’eccezione politica dei migranti, lo sciopero precario non c’è stato. Il nesso indiscutibile tra lavoro precario e povertà non ha prodotto in Italia le continue mobilitazioni di massa che da anni ormai vediamo in Spagna, Portogallo e Grecia. Di fronte a questa situazione aumentano comprensibilmente le descrizioni degli stati di necessità più disparati e delle mille oppressioni quotidiane, nella speranza che alla fine la necessità e la repressione diventino davvero uno scandalo. Altrettanto comprensibilmente alle situazioni di lotta aperta viene immediatamente attribuita la caratteristica di modello da espandere o da ripetere. Non è però mai successo che il modello trovasse davvero delle repliche all’altezza.
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Capitalismo europeo, nuova governance e movimenti sindacali
di Alfonso Gianni
Quasi in conclusione di un libro dedicato all’analisi del sistema industriale tedesco - divenuto poi un classico della sociologia industriale e che quasi trenta anni fa aprì un dibattito tanto ampio quanto inusitato per la complessità e lo specialismo della materia (1) - Horst Kern e Michael Schumann, entrambi docenti all’Università di Gottinga, osservavano come:
Le analisi di Kern e Schumann
Gli stessi autori avevano già condotto, verso la fine degli anni ’60, uno studio poi raccolto in volume (2), nel quale avevano preso decisamente le distanze da chi dava per sicura una positiva correlazione fra progresso tecnico e umanizzazione del lavoro, come sosteneva ad esempio Robert Blauner, secondo cui il processo di automazione avrebbe addirittura eliminato il fenomeno dell’alienazione nel processo produttivo (3).
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Più democrazia = più produttività?
Una risposta a Gianni Marchetto
di Vittorio Rieser
Da tempo l’elaborazione di Gianni Marchetto ruota attorno al rapporto tra democrazia e produttività, e la sua impostazione viene sintetizzata nelle formula +democrazia = +produttività. Ne abbiamo discusso più volte, e qui cerco di sistematizzare le mie obiezioni
1. Più democrazia = più produttività? considerazioni introduttive
La formula +democrazia = +produttività compare spesso, nei testi di Marchetto, collegata a una citazione di Norbert Wiener, secondo il quale, nell’industria capitalistica, l’operaio utilizza un milionesimo delle sue capacità cerebrali. C’è indubbiamente un nesso tra le due cose, e a prima vista sembra quasi una questione di buon senso: certo, se si utilizzassero di più le capacità intellettuali dei lavoratori (e “più democrazia” significa anche questo), la produttività aumenterebbe. In questi termini, l’affermazione potrebbe coincidere con la definizione del comunismo, ed essere una sorta di “utopia regolativa”. (Naturalmente, ci sarebbe poi da vedere cosa si intende per “produttività” in una società comunista).
Ma l’impostazione che dà Marchetto al problema non è questa: egli affronta il problema non in termini di utopia regolativa, ma di linea strategica, riferita alla società attuale. E infatti si riferisce a “produttività” nella sua accezione capitalistica, e – spesso anche se non sempre – nella sua specifica dimensione aziendale. Insomma, +democrazia=+produttività è una linea strategica che viene proposta alla lotta di classe (anzitutto, ma non solo, alla lotta sindacale) in questa società capitalistica.
Questa impostazione, a parer mio, non tiene conto di due elementi essenziali.
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Il lavoro autonomo e il sindacato: una svolta ?
di Sergio Bologna
È appena stata pubblicata una “Guida” della Cgil su cui è importante riflettere, si tratta di: In-flessibili. Guida pratica della CGIL per la contrattazione collettiva inclusiva e per la tutela individuale del lavoro. Prefazione di Elena Lattuada e Fabrizio Solari, con testi di Davide Imola, Cristian Perniciano, Rosangela Lapadula, Marilisa Monaco, Ediesse, Roma 2013, pp. 195, € 13,00.
Ad esempio i candidati del PD, di SEL, di Rivoluzione civile, per limitarsi a coloro che stanno presentadosi alle elezioni proponendosi come rappresentanza politica dei lavoratori, hanno letto questo libretto? Se non lo hanno ancora fatto, lo facciano. Diranno, sul problema drammatico dell’occupazione e dei diritti di chi lavora, qualcosa di meno generico di quanto i più volonterosi tra di loro vanno dicendo in queste settimane pre-elettorali.
Ma dovrebbero leggerlo anche i lavoratori con contratti “atipici” e i lavoratori autonomi con partita Iva, perché il testo lascia intravedere, a mio avviso, la possibilità di una svolta molto importante nella storia della CGIL o, meglio, la esplicita, perché il cambiamento in questi anni c’è stato ma era sotterraneo, non ancora legittimato dai vertici, e dunque non effettivo. Ora, che questo libretto, concepito come manuale per la “contrattazione inclusiva” ad uso dei quadri intermedi del sindacato, delle RSU e dei delegati, sia presentato da due segretari nazionali, dimostra che ci troviamo di fronte a una possibile inversione di rotta di cui la Direzione CGIL è ben consapevole.
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Le bugie dell'Ilva e la realtà dei fatti
di Girolamo De Michele
Prima di leggere questo intervento, ascoltate le parole di questo medico, Giuseppe Merico, nella puntata del 1 dicembre 2012 di Ambiente Italia (RAI3) [qui: l'intervista comincia al minuto 01:40]: parla di diossina nel latte materno, di bambini a cui viene diagnosticato un tumore – della diagnosi di un tumore alla prostata a un neonato di 3 giorni. È un'intervista rilasciata nei giorni della presentazione del decreto salva-Ilva (dl 3 dicembre 2012 n. 207 convertito in legge 24 dicembre 2012 n. 231), la legge ad aziendam che consente all'Ilva di continuare le proprie attività, e sulla quale pende il giudizio della Corte Costituzionale dopo il ricorso del Tribunale di Taranto. Con le parole di Adriano Sansa, ex sindaco di Genova e attuale presidente del Tribunale dei minori del capoluogo ligure (sempre nella stessa puntata di Ambiente Italia, al minuto 14:40):
«Noi stiamo accettando collettivamente l'alta probabilità (in diritto si chiama "dolo eventuale") che alcune persone - non ne conosciamo i volti ma sappiamo che esistono, a Taranto, adesso, adulti e bambini - si ammaleranno e moriranno per via di queste emissioni e dell'esenzione che viene autorizzata».
Questo è lo scenario su cui scorrono le notizie degli ultimi giorni, e in base al quale il governo oggi, martedì 21 gennaio, emanerà «un provvedimento che consenta di sbloccare la situazione».
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La lotta ai tempi dell’Ikea
Potere, organizzazione e solidarietà
Clash city workers
Un’analisi a partire dalla lotta all’Ikea che, lungi dall’essere terminata, ha però il merito di averci già fornito un bagaglio enorme e indispensabile di esperienze e spunti di riflessione. Nei paragrafi che seguono, non ci soffermeremo sulle fasi della lotta che è ancora aperta e in aggiornamento (qui potete trovare una ricostruzione tappa per tappa): proveremo a dare un contributo che metta in risalto quelle che consideriamo alcune tendenze dello sviluppo del capitalismo in Italia e gli elementi della lotta interessanti e potenzialmente riproducili nel tempo e nello spazio.
| Se vai con la bandiera a fare uno sciopero tradizionale o sali sul tetto puoi stare lì anche tutta la vita, non cambierà niente. Basta con lo sciopero della fame o cose del genere, perché la fame la deve fare il padrone! A noi basta già la sofferenza che viviamo tutti i giorni sul posto di lavoro. Mohamed, operaio alla TNT di Piacenza |
Oggi, per molti, guardare ai movimenti sociali e politici in Italia significa andare incontro allo sconforto. Tranne qualche eccezione, sebbene importante, sembra proprio che non siamo all’altezza dello scontro in atto.
Malgrado ciò, le lotte sui posti di lavoro non sono finite. Anzi, in apparenza paradossalmente, si moltiplicano. Con casi molto rilevanti, almeno in astratto, perché molto dipende da cosa siamo capaci di leggere noi all’interno di quei processi.
Prendiamo la mobilitazione degli operai delle cooperative in appalto presso il deposito IKEA di Piacenza: la si può considerare come una ‘semplice’ vertenza sindacale.
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Doina fila e Berta non va in pensione
Come il made in Italy gioca di prestigio con gli operai
di Devi Sacchetto
La storia è analoga a molte altre e non ha meritato più di due colonne nella cronaca locale. Diversamente da quanto pensano i pigri e talvolta prezzolati giornalisti, però, per noi questa storia consente di gettare uno sguardo profondo sui processi di globalizzazione. Una fabbrica con un marchio storico, una multinazionale che la acquista per quattro denari e che dopo aver tirato il collo a lavoratrici e lavoratori la chiude, mantenendo il marchio. Le cause, ripetute come un mantra, sono i costi della manodopera e della materia prima, ritenuti eccessivi. Peccato che la stessa multinazionale, ventidue giorni prima di chiudere in Italia, abbia inaugurato uno stabilimento in Romania. D’altra parte, per continuare a produrre «made in Italy» non serve molto: due operazioni di qualsiasi tipo svolte in Italia, come ad esempio spazzolare e imbustare il prodotto, e lo sporco lavoro rumeno sparisce lasciando il posto alla bellezza del lavoro ben fatto, italiano. Il made in Italy nasconde procedure di valorizzazione che funzionano solo perché si attraversano i confini, mentre come vedremo le fabbriche diventano uno degli snodi di produzione della precarietà e una lente privilegiata per cogliere le trasformazioni complessive del sindacato. La produzione globale gioca di prestigio con gli operai: li fa sparire da una parte per farli comparire in un’altra con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori. La produzione di precarietà ha bisogno di confini da varcare in continuazione affinché il gioco di prestigio sia redditizio. Quelli che restano da questa parte del confine hanno il problema di organizzare una precarietà sempre più spesso priva di salario, mentre dall’altra parte il salario è la misura stessa della precarietà. E presto o tardi ci si accorge che questo confine non separa degli Stati, ma stabilisce una posizione rispetto al salario che si ripete in ogni paese, indifferente alle frontiere.
La multinazionale è però tutta italiana e ha i piedi ben piantati in piazzetta Cuccia, dove si trova la (ex?) sede del potere economico e finanziario di questo paese, Mediobanca.
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La crisi del lavoro
di Rinaldo Gianola
La crisi finanziaria esplosa negli Stati Uniti nel 2008 è diventata una prolungata scossa sistemica dell’intera economia mondiale, in cui è stata coinvolta direttamente e drammaticamente anche l’Italia. La nostra economia è stata travolta da una profonda recessione che, alimentata inizialmente da speculazioni e manomissioni finanziarie, si è rivelata non più una semplice crisi momentanea, che arriva e dopo un anno o due se ne va come era successo in passato, ma una bufera continua, imprevedibile nella sua durata e nella sua estensione.
Questo terremoto nasce dal fallimento delle politiche neoliberiste che da trent’anni ci opprimono e che proprio nel momento più drammatico del disastro riescono a trovare nuovi predicatori, aitanti sostenitori, fedelissimi adepti i quali, anziché finire sul banco degli imputati come meriterebbero, “scoprono” nei debiti sovrani, nell’insufficiente produttività del lavoro, nell’eccessiva protezione sociale garantita dai sistemi di Welfare, negli sprechi veri e presunti dello Stato o delle svariate “caste” le autentiche cause della caduta dell’economia, delle condizioni di vita di milioni di cittadini, dell’impoverimento di intere nazioni arrivate sulla soglia del fallimento.
A fronte di questo ribaltamento della verità, la politica, la società, la cultura si adeguano tristemente all’elogio dei tecnocrati che, come conoscitori della tecnica, sono in grado di sostituirsi alle classi di governo tradizionali, quelle politiche ma anche quelle imprenditoriali ormai assai poco affidabili, riducendo la democrazia, comprese le elezioni, a un semplice, innocuo, alla fine inutile esercizio.
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Lavoro e Stato
di Sandro Moiso
Le apparenti bonacce estive non hanno potuto nascondere la frattura che si va sempre più allargando tra la società che lavora (o che non lavora a causa dei tagli occupazionali e pensionistici) e il governo che la dovrebbe rappresentare.
Proprio con i fatti di Taranto e le perentorie affermazioni dei rappresentanti del Governo Terminator che li hanno accompagnati e il conflitto aperto dal Grande Vecchio con i magistrati inquirenti di Palermo sulle trattative Stato-mafia si è reso evidente che, mentre l’illegalità è sempre più di casa nei palazzi del potere, l’unica legalità oggi esistente è quella delle piazze che contestano, dalle valli del Piemonte al Mar Jonio, le scelte operate dai rappresentanti delle istituzioni.
Nonostante le illusioni di tranquillità economica e di ripresa possibile fatte brillare nel mese deputato alle vacanze, i motivi che stanno alla base delle proteste dei minatori del Sulcis, degli operai dell’Alcoa e le evidenti decisioni di chiusura degli stabilimenti italiani della FIAT hanno fatto, poi, altresì intendere che l’unico destino dei lavoratori italiani non può essere altro che quello delineato dal tragico bilancio delle vittime degli incendi degli stabilimenti tessili pakistani e russi o quello dello stress e dei suicidi degli operai cinesi che hanno la fortuna di lavorare negli stabilimenti dell’azienda creata dall’ormai canonizzato Steve Jobs.
In entrambi i casi, legalità delle piazze – illegalità dei palazzi e massacro delle condizioni di lavoro “per favorire gli investimenti”, la responsabilità dei governi in carica e dello Stato nelle sue funzioni è evidente.
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