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L'Italia, fabbrica cacciavite della Fiat
Guido Viale
Nessuno si è chiesto che cosa sarebbe successo se a Mirafiori avessero vinto i no. Non è una domanda peregrina; in fin dei conti i sì hanno vinto per pochi voti. Se avessero vinto i no, Marchionne, i sindacati gialli (Cisl, Uil, Fismic e compagnia) e Sacconi (in rappresentanza di un governo che non esiste più) avrebbero subito uno smacco ancora maggiore; ma nei fatti non sarebbe successo niente di diverso da quello che accadrà. Con la vittoria dei sì gli operai andranno in Cig per almeno un anno. Quando, e se, Mirafiori riaprirà, la situazione in Italia e nel mondo potrebbe essere molto cambiata. Nel frattempo verranno costituite, a Pomigliano, a Mirafiori, e poi in tutti gli altri stabilimenti Fiat, tante nuove società (all'inglese, NewCo) che assumeranno con contratti individuali e vincolanti gli operai che serviranno. Alla Zastava (l'impianto serbo della Fiat) ne stanno scartando tantissimi. A Mirafiori, con un'età media di 48 anni, un terzo di donne e un terzo con ridotte capacità lavorative, a essere scartati saranno forse ancora di più. Poi cominceranno ad arrivare motori, trasmissioni e pianali prodotti negli Usa per essere assemblati con altre componenti di varia provenienza, trasformati in suv e Jeep (che è l'«archetipo» di tutti i suv) e rimandati indietro: fino a che l'«esportazione» dagli Usa in Italia di quei motori e pianali non avrà raggiunto un miliardo e mezzo di dollari, come da accordi presi tra Marchionne e Obama. Poi si vedrà: di sicuro cesserà quell'avanti e indietro di pezzi tra Detroit e Torino che non ha senso; e per Mirafiori bisognerà trovare una nuova produzione e, forse, un nuovo «accordo».
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Come difendere nella UE il lavoro
Emiliano Brancaccio* intervistato da Roberto Mapelli
D: L’euro è giunto, durante la crisi “greca”, a un passo dal baratro. Ma c’è da chiedersi come mai abbia resistito tanto, essendo fondato - in assenza di un governo comune della politica economica e di un prestatore di ultima istanza - solo su alcuni parametri intrinsecamente restrittivi e recessivi. Si chiama “Patto di stabilità e convergenza” europeo, ma sarebbe meglio chiamarlo “Patto di instabilità e divergenza”, perché in fin dei conti è questo il risultato che produce. In più, con l’euro sono venuti meno quei meccanismi di riaggiustamento valutario che consentivano di riequilibrare le forti differenze di produttività e competitività fra i vari paesi, mentre la forte dinamica delle esportazioni della Germania, che rappresenta da sola un terzo dell’intera economia europea, tende a spingere verso l’alto il tasso di cambio, spiazzando le economie dei paesi più deboli, i cosiddetti “maiali” (Pigs: Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e gonfiando il loro disavanzo e debito pubblico. Ma allora il comportamento di un paese “virtuoso” come la “formica” Germania non è proprio la causa della crisi delle “cicale” e della crescente divaricazione dell’economia europea?
Fin dalle sue origini, l’Unione monetaria europea porta con sé una contraddizione interna che con la crisi globale è emersa in tutta la sua evidenza.
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Un maglioncino di cashmere anche per me
di Sergio Bologna
Dicono che nei negozi di alta gamma c’è grande richiesta di maglioncini di cashmere. Pare che furgoni della Caritas passino e ripassino da villozze e case padronali a ritirare smoking, completi gessati, cravatte a quintali. E’ il popolo dei padroncini, di seconda, terza generazione, giovanotti dal SUV facile, MBA nella tasca dei pantaloni, che aspira a diventare un popolo di Marchionne. Tocca a loro. Guadagneranno la prima pagina della “Padania” o magari del “Sole24” per esser riusciti a negoziare contratti aziendali al ribasso? Pochi però riusciranno a farsi notare da Obama. Se qualcuno ha delocalizzato è andato in Romania, Albania, Bielorussia, Bangladesh, Cina, Marocco. Tanto che viene spontaneo chiedersi: ma a chi abbasseranno il salario, sotto lo standard del contratto nazionale? Agli artigiani terzisti? Ai pochi operai rimasti? Oppure alle cosiddette funzioni elevate, a quelli che portano il colletto bianco? Mi sa che saranno questi i più bastonati. Come alla Fiat, visto da lontano (perché da vicino non si può) il nuovo piano industriale dovrebbe fare assunzioni tra gli operai, almeno per rimpiazzare i vecchi, quelli del “no”, ma tra gli impiegati, quelli del “sì”, dovrebbe fare un macello.
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Tassare i ricchi, per disarmare il regime dei padroni
Giorgio Cremaschi
Mentre Berlusconi è invischiato nei suoi scandali finanziari e sessuali, Marchionne sta conducendo un attacco che è anche più brutale di quello di Berlusconi ai diritti sociali e ai diritti dei lavoratori. Diciamo che c’è una specie di passaggio di testimone: Berlusconi può essere nei guai ma Marchionne continua una politica che è anche più aggressiva che portò qualche anno fa all’attacco articolo 18 dello statuto dei lavoratori. In fondo Marchionne che cosa dice? O mangiate questa minestra o saltate dalla finestra. O rinunciate al contratto nazionale, al diritto di sciopero, alle libertà sindacali, al diritto di scegliere il sindacato che volete – quindi, o rinunciate a tutto, oppure io vado da un’altra parte.
Questa è la più brutale delle aggressioni ai diritti del lavoro dal ’45 a oggi. Perché “regime dei padroni”? Padroni: chi sono i padroni?
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La catena SPEZZATA
Anticipiamo brani del saggio che chiude il libro-inchiesta sul ciclo produttivo negli stabilimenti Fiat di Pomigliano compiuta da un gruppo di giovani ricercatori del Centro per la Riforma dello Stato. Ma sopratutto un'analisi sul valore politico e simbolico dell'insubordinazione operaia in un'impresa multinazionale alla luce del tentativo di introdurre modelli di relazioni industriali che cancellano i diritti sociali e la capacità di resistenza da parte del lavoro vivo
Mario Tronti
Una caratteristica del nostro sciatto tempo è la separazione degli ambiti: la fabbrica ai sociologi, il mercato agli economisti, le istituzioni ai politologi. Non funziona così. Non funziona nemmeno per i bisogni della conoscenza dei fenomeni: che, separati nella complessità delle loro componenti, diventano oscuri e risultano falsi. Tanto meno funziona per le necessità dell'intervento nei processi: che, spezzati, nel comportamento dei loro soggetti, diventano inagibili e risultano immodificabili. Occorre dotarsi di una visione lucida del Gesamtprozess di sistema, dove tutti gli attori in campo vengono riconosciuti nel loro spazio di movimento, con i loro interessi, e soprattutto con la forza che intendono usare per farli valere.
Ecco un primo punto. Pomigliano, nella fase acuta della vicenda, quella intorno al referendum, ci ha messo davanti agli occhi la sproporzione nel rapporto di forza che si era creata tra padrone e operai. O meglio, la forzatura contenuta nel ricatto del quesito referendario, questo voleva mostrare, e il risultato della consultazione, bisogna dire, che lo ha corretto. Non certo rovesciato, ma corretto senz'altro. Se «Pomigliano non si tocca» aveva imposto un'iniziativa al management Fiat, «Pomigliano non si piega» dava una risposta al contenuto ricattatorio di quella iniziativa.
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La bufala della sfida dei paesi emergenti
di Joseph Halevi
Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso la Fiat effettuò massicci licenziamenti concentrandosi sugli operai della Fiom e dando avvio alla pratica dei «reparti confino», ove venivano inviati gli operai comunisti, socialisti e gli iscritti alla Fiom. Allora sia il Pci che la Cgil interpretavano il capitalismo italiano come dominato dai grandi monopoli e destinato pertanto a una prolungata stagnazione. In risposta alla percepita stasi e crisi dell'industria e dell'auto in particolare, Vittorio Foa elaborò per la Cgil la proposta di sviluppare la produzione lanciando l'idea di una «vetturetta» popolare.
In realtà era quello che la Fiat stava programmando, dato che l'economia italiana, capitanata dal gruppo Iri, stava imboccando la via della grande trasformazione postbellica. Poco dopo da Mirafiori uscì l'epocale Seicento. I licenziamenti avevano quindi due obiettivi: ristrutturare completamente l'apparato tecnico produttivo dell'azienda e cambiare in senso fordista la forza lavoro, indebolendo quanto più possibile ogni autonoma controparte sociale, la Fiom appunto.
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Il falso paradosso del costo del lavoro
Stefano Perri*
1. È opinione comune, espressa in molti dibattiti nei media, che in Italia si verifichi un curioso paradosso per quanto riguarda il costo del lavoro. Infatti il livello dei salari e degli stipendi dei lavoratori italiani è basso rispetto agli altri paesi avanzati, ma si lamenta tuttavia che le imprese debbano sostenere un alto costo per ciascun lavoratore impiegato in rapporto al valore aggiunto per addetto. Lo stesso “successo delle imprese nel sistema competitivo” ne risulterebbe danneggiato[1]. In realtà si tratta di un falso paradosso e l’affermazione appena richiamata andrebbe fortemente qualificata e rettificata. Infatti molto spesso non si considera attentamente che cosa effettivamente indicano i dati statistici.
2. Recentemente è stato negato che nella maggioranza dei paesi sviluppati si sia verificata una diminuzione della quota dei salari sul reddito a partire dagli anni’80, come invece è ritenuto da molti economisti[2].
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Un argine a speculazioni e delocalizzazioni
Marco Sferini intervista Emiliano Brancaccio
Stiamo assistendo a una precipitazione della vicenda FIAT e a un inasprimento del conflitto tra i sostenitori e gli oppositori della linea portata avanti dai vertici del gruppo. Qual è secondo lei l’incidenza della crisi economica sulle scelte operate da Marchionne?
La crisi ha rappresentato un acceleratore dei piani di Marchionne. La grande recessione esplosa nel 2008 ha indotto l’amministratore delegato di FIAT ad attuare in termini molto più repentini e dolorosi un programma di ristrutturazione che egli probabilmente coltivava già da tempo, e che in buona sostanza dipende dalla fragile posizione di FIAT all’interno di un mercato automobilistico in profonda transizione. Il punto da comprendere è che in molte branche del manifatturiero, e in particolar modo nel settore automobilistico, registriamo da tempo un eccesso di capacità produttiva a livello mondiale. Conseguenza di questo eccesso è quella che Marx definiva una tendenza alla centralizzazione dei capitali.
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I tagli allo Stato Sociale? Dannosi e controproducenti
Anna Avitabile intervista Roberto Artoni
Parla Roberto Artoni, docente della Bocconi. "Si usa la crisi per ridurre le spese sociali, ma così facendo non si risolve il problema. Al contrario, lo si aggrava". In certi settori, come la sanità, l'intervento pubblico resta lo strumento migliore
Da qualche tempo si parla di insostenibilità dell'intervento pubblico, asserendo che è necessario tagliare pesantemente una serie di voci di spesa, a partire da quelle delle autonomie locali, dell'istruzione, della sanità, della gestione del territorio. Ma il gettito fiscale non è drasticamente diminuito negli ultimi anni e allora perché quelli che erano livelli normali di spesa oggi sembrano essere diventati insostenibili? Cos'è cambiato? Si apre con questa domanda, forse un po' ingenua, l'intervista a Roberto Artoni, professore di Scienza delle Finanze all'università Bocconi di Milano.
Qualche maligno ha scritto che c'è chi ha guardato alla crisi come a una grande occasione per arrivare a un regolamento dei conti, cioè alla possibilità di tagliare soprattutto le spese sociali. E lei è d’accordo con questa ipotesi?
Ci sono molti indizi che la rendono non così peregrina, soprattutto se si guarda alle politiche proposte dai repubblicani negli Stati Uniti o a quelle praticate dai conservatori inglesi. Ma c’è anche un secondo aspetto da tenere in conto, la speculazione finanziaria degli operatori transnazionali che oggi possono attaccare qualunque valuta, specialmente quelle dei paesi relativamente piccoli, in particolare quando questi ultimi hanno la necessità di rinnovare il loro debito in scadenza.
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L'avvento del "Marchionnismo"
di Alfonso Gianni
Morto un picconatore se ne fa un altro. Dopo la scomparsa di Francesco Cossiga, ecco brillare l’astro di Sergio Marchionne. Se il primo aveva affondato i propri colpi nel ventre molle delle istituzioni e squarciato il velo di ipocrisia che avvolgeva i rapporti politici della Prima Repubblica, il secondo usa il maglio per sconvolgere le relazioni industriali e sindacali del nostro paese al fine di completare quell’opera poco meritoria di americanizzazione della società che finora si era concentrata sullo smantellamento dello stato sociale. “Grazie Fiat” ci dice Giuliano Cazzola. Puro masochismo. In realtà non è difficile capire – se si leggessero i testi degli “accordi” firmati solo da alcuni sindacati, satelliti nell’orbita dell’impresa - che il ciclone Marchionne porta il peggio per l’industria del nostro paese.
Cominciamo dall’oggetto della produzione, di cui sembra che quasi tutti si siano dimenticati. Il progetto Marchionne prevede che lo stabilimento di Mirafiori produrrà Suv.
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Accordo separato a Mirafiori, Fiom e movimenti
di Raffaele Sciortino
Neo vescovo e sindaco torinesi saranno soddisfatti per lo scontato pacco regalo: l’accordo separato – cioé senza firma Fiom – tra Fiat e Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Quadri per il futuro dello stabilimento di Mirafiori. Non c’è stato neanche uno straccio di trattativa tra le “controparti”. Inezie a parte il testo dell’accordo è sostanzialmente quello imposto da Marchionne col ricatto di ventilati investimenti che dovrebbero portare a più del raddoppio (?!) delle auto prodotte nello stabilimento torinese secondo le previsioni di una ripresa del mercato globale dal 2012 (?!). L’accordo ricalca il ricatto imposto ai lavoratori di Pomigliano: 18 turni alla settimana, primi due giorni di malattia non pagati, 120 ore straordinarie obbligatorie, turni “avvicendati” di dieci ore, pause cancellate sulle linee, orario mensa a fine turno quindi con mezz’ora in più di lavoro, misure anti-assenteismo.
In più e di peggiorativo c’è però il piano di costituire una newco (propriamente una joint venture con Chrysler) con la quale la Fiat va oltre le stesse deroghe al contratto nazionale fuoriuscendone in vista di un contratto auto specifico che recepisce in pieno l’accordo di Pomigliano.
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Lo specchio dell'imbarbarimento sociale
Lavoro autonomo e crisi economica, indagine su una realtà diffusa ma misconosciuta.
di Sergio Bologna e Andrea Fumagalli
Verso il lavoro autonomo di terza generazione
Che il mercato del lavoro sia in continua ebollizione è oramai cosa nota. Non siamo più nei tempi in cui la stabilità del rapporto di lavoro rappresentava una delle poche certezze della vita quotidiana. Tuttavia, l'implosione della fabbrica fordista, con il suo carico di gerarchia, comando, subordinazione e alienazione, non ha liberato potenzialità e opportunità di vita migliori. Anzi. Venendo meno la differenza tra tempo di vita e tempo di lavoro, più che liberare la vita dal lavoro, ha fatto sì che la vita fosse sempre più sottomessa al ricatto del lavoro. Tutto è cominciato alla fine degli anni Settanta, quando le prime strategie di delocalizzazione (outsourcing) e di snellimento della grande fabbrica (downsizing) hanno scomposto e frammentato l'organizzazione rigida dei siti industriali, prevalentemente situati nel Nord-ovest del paese. Nuove filiere produttive si sono evolute in direzione est e sud-est. L'asse pedemontano che da Milano arriva a Trieste, passando per Bergamo, Brescia, Verona, Treviso, Udine, è diventato uno dei centri della produzione manifatturiera italiana, soprattutto specializzato nei settori della minuteria metallica, dell'abbigliamento, delle calzature, ecc.
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Economia della conoscenza, giovani generazioni e ruolo del sindacato
intervista a Enzo Rullani
Nel senso comune si descrive l’economia della conoscenza o il cosiddetto capitalismo cognitivo come fonte di grosse opportunità per le giovani generazioni. Ma allora perché la generazione più formata della storia italiana, è quella che più stenta a trovare spazio sia in termini di posti di lavoro che possibilità di esprimersi attraverso le proprie competenze? Perché le competenze di questa generazione sono in realtà così poco richieste e comunque così poco pagate, sia in termini di salario che di diritti e garanzie?
I giovani fanno fatica ad entrare per tante ragioni. Ma una sopra tutte: il paradigma che governa la società in cui dovrebbero farsi valere è diventato conservatore e come tale mette i bastoni tra le ruote al nuovo. Anche al nuovo nel senso del ricambio generazionale delle persone e degli stili di lavoro e di vita.
Tuttavia detto questo bisogna precisare che:
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Il cavallo di Troia
Scritto da Piemme
Camusso segretaria, sconfitta la Fiom
«Una ulteriore avvisaglia di quale sia la piega che prenderà la CGIL è rappresentata dalla scottante questione della rappresentanza sindacale. In netta opposizione alla FIOM e alla sua decisione di presentare una legge di iniziativa popolare per una soluzione legislativa universalistica e almeno formalmente democratica, la Camusso perora la "via pattizia", ovvero un accordo tra le parti — sullo stile di quello vergognoso del 20 dicembre 1993 che portò alla costituzione delle Rsu (vedi Il Sole 24 Ore di oggi) —, dunque peggiorativo di quello del 1993, nel senso che la democrazia sui posti di lavoro, già gravemente lesionata, sarebbe definitivamente seppellita. Per questo temiamo che la Camusso, ci farà vedere i sorci verdi, che sarà un Cavallo di Troia del Capitale».
«Con 125 sì, 21 no e 12 astenuti, il Comitato Direttivo della CGIL ha eletto oggi Susanna Camusso Segretario Generale al posto di Guglielmo Epifani. Su 162 membri del Direttivo hanno votato in 158, ovvero il 97,5%. I voti favorevoli alla Camusso, fino a ieri Vicesegretario e Segretario Generale designato dallo stesso Epifani, sono stati il 79,1% del totale. La percentuale dei no si attesta sul 13,3%, mentre la percentuale degli astenuti è pari al 7,6%».
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Batti il precario finché è caldo
di Alessandro Villari*
La sera del 19 ottobre, dopo appena due giorni di discussione, la Camera ha approvato senza ulteriori modifiche il famigerato “collegato lavoro”, aka ddl 1167, aka ddl 1441 (a seconda del ramo del Parlamento). Il disegno di legge conclude quindi definitivamente la sua lunga gestazione con la firma, stavolta obbligatoria, del Presidente della Repubblica, ed entrerà in vigore a stretto giro.
Curiosamente, nessun quotidiano in questi giorni dedica spazio alla questione, che pure è destinata ad avere molti più effetti per molti più italiani rispetto al Lodo Alfano che imperversa su TV e giornali. Quali effetti? Vediamoli.
Certificazione dei contratti e clausole arbitrali
È rafforzata la pratica, già prevista dalla “Legge Biagi” ma fino a oggi pressoché inutilizzata, della certificazione dei contratti. In pratica le parti possono chiedere che una commissione appositamente istituita accerti, anche preventivamente, che il contenuto del contratto di lavoro corrisponda alla reale natura del rapporto, con l’accordo del datore di lavoro e del lavoratore.
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