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Il populismo mitologico di Berlusconi e quello vero di Orban
di comidad
Le crescenti difficoltà politiche in cui si dibatte Berlusconi hanno rilanciato le opinioni di quella parte della "destra antagonista" che si ostina, contro ogni evidenza, ad individuare in lui una sorta di campione dell'anticolonialismo, che non avrebbe esitato a favorire gli accordi dell'ENI con Putin e Gheddafi pur di salvaguardare l'indipendenza economica dell'Italia. L'argomentazione di questi estimatori dell'Uomo di Arcore si basa su un'osservazione iniziale di per sé fondata, e cioè che tutti i suoi avversari risultano avere evidenti legami internazional-coloniali; primo fra tutti Gianfranco Fini, santificato dalla stampa americana e con palesi frequentazioni sioniste. La falsa conseguenza che se ne ricava è che Berlusconi risulterebbe inviso ai poteri forti dell'Occidente, che vorrebbero eliminarlo appunto per il suo anticolonialismo.
In realtà, il fatto indiscutibile che Fini sia un amerikano ed un sionista, non implica affatto che non possa esserlo anche il suo attuale nemico Berlusconi. Una pratica comune del colonialismo è infatti quella di mettere in competizione i propri servi, ed è stato lo stesso Berlusconi ad aver manifestato questa gara di servilismo; ciò nel corso del suo viaggio in Israele, mentre intanto Fini era ospite a Washington, dove ha sede non solo il governo USA, ma soprattutto il Fondo Monetario Internazionale.
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La morte di Kossiga ci ricorda non solo i crimini di stato impuniti ma anche la vergogna di quanti – anche a sinistra – vollero farsi stato!
di Michele Franco *
Bene stanno facendo i vari siti di compagni e riviste di movimento a pubblicare foto e testimonianze che documentano il ruolo (infame) di anticomunista dichiarato e di assassino legalizzato incarnato da Francesco Cossiga.
Specie le nuove generazioni di militanti e di attivisti devono sapere che il Presidente Emerito della Repubblica Italiana è stato un attivo uomo di parte capitalistica il quale non si è fatto scrupolo, in alcuni tornanti della storia di questo paese, ad utilizzare tutte le armi possibili contro il movimento dei lavoratori, le sue avanguardie e contro chiunque osasse mettere in discussione lo status quo uscito dalla Seconda Guerra Mondiale. Un ordine imperiale che incatenava l’Italia agli Stati Uniti, alla politica atlantica e al complesso dell’azione imperialistica a stellastrisce.
Non è un caso che, nella metà degli anni settanta, il nome di Cossiga era scritto sui muri delle città d’Italia con la K come l’Amerikano, tanto per citare un bellissimo film del regista greco Costa Gravas. E non è un caso che la denuncia contro la sua persona fu un cavallo di battaglia politico per quanti - comunisti e non solo - animarono le mobilitazioni contro le leggi liberticide di quegli anni le quali avviarono quella lunga ristrutturazione autoritaria dello stato, dei suoi apparati e dei suoi dispositivi normativi i cui ultimi esiti riverberano pesantemente ancora oggi.
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A "La Repubblica" piace il Tremonti privatizzatore
di comidad
Il segretario del Partito Democratico, Bersani, ha dichiarato che la formazione di un governo Tremonti potrebbe costituire una tappa necessaria per porre fine al berlusconismo (magari in attesa di un governo Fini). In effetti l'operazione politica in questione è stata preparata da un'intervista rilasciata dallo stesso Tremonti a "La Repubblica", in cui il ministro veniva santificato dall'intervistatore, che era uno degli esponenti più autorevoli del quotidiano, Massimo Giannini.
Il commento, ovvio, che è venuto spontaneo a molti è stato che, evidentemente, Bersani e "La Repubblica" pensano che persino uno come Berlusconi abbia il diritto di essere rimpianto. Non c'è dubbio inoltre che l'eventuale caduta di Berlusconi sarebbe presentata come una sconfitta del suo presunto "populismo", quindi ne deriverebbe un ottimo alibi per farla pagare a carissimo prezzo a quel popolo che - sempre secondo la fiaba imposta da "La Repubblica" - lo avrebbe idolatrato.
In realtà l'ultimo governo Berlusconi è stato già un governo Tremonti mascherato, dato che il ministro dell'Economia è colui che ha assunto tutti i provvedimenti significativi, lasciando al suo fantoccio/prestanome le leggi riguardanti questioni puramente ludiche e ad personam, come il legittimo impedimento, o la possibilità di continuare a dire sconcezze al telefono senza il timore di essere scoperto. Ma la vera impronta politica dell'attuale governo è consistita nell'accelerazione sfrenata delle privatizzazioni, cominciate con la Legge 133/2008 (il Decreto Tremonti, appunto), che ha regalato ai privati i patrimoni immobiliari delle Università e delle aziende idriche.
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Guerra di movimento
Appunti sulla crisi politica italiana
di Augusto Illuminati
Dalla guerra di posizione, descritta nelle note precedenti, siamo alfine passati alla guerra di movimento. Le rotture annunciate si sono compiute – all’interno del centro-destra ma anche con la fuoriuscita non irrilevante di Rutelli dal Pd – e la maggioranza berlusconiana è venuta meno alla Camera (ma non al Senato). Guerra aperta, con fratture non più tamponabili, tanto meno reversibili. Tuttavia, per paradosso, con un esito di stallo. Berlusconi non intende certo farsi cucinare a fuoco lento per un triennio di continui insuccessi parlamentari, per di più privato della corazza del legittimo impedimento ormai in corsia di abrogazione o scadenza, e vorrebbe recuperare la maggioranza indicendo nuove elezioni con la vigente legge elettorale. E’ quasi sicuro di stravincere sull’unico terreno in cui la sua demagogia funziona grazie all’impreparazione e alla pochezza dei suoi avversari, ma (a parte le prevedibili resistenze di Napolitano) proprio il porcellum rende improbabile una sua maggioranza al Senato, stante la distribuzione della somma di finiani e centristi nelle regioni meridionali. Gli avversari di Berlusconi puntano a un governo di transizione con i più improbabili programmi (cui da ultimo ha offerto da sinistra un pensoso contributo Asor Rosa) ma in sostanza solo per cambiare nel frattempo la legge elettorale, non si sa bene come. Peccato che, al momento, abbiano una risicata maggioranza alla Camera (che perderebbero con elezioni anticipate), ma non al Senato (proprio a quel Senato che, se invece si votasse, li vedrebbe al contrario prevalenti).
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Cacciamo Berlusconi ma non teniamoci il berlusconismo
di Alberto Burgio
A Berlusconi che minaccia la fine anticipata della legislatura il Pd risponde con un argomento formalmente ineccepibile: la nostra è una repubblica parlamentare, il presidente del Consiglio non decide dell'esito finale della crisi. Peccato che in questi vent'anni tutte le forze politiche oggi in parlamento abbiano fatto a gara nello svuotare la Costituzione alla quale adesso ci si richiama.
Perché nessuno insorge quando i ministri in carica ripetono che gli elettori hanno eletto questo governo? Perché il nostro paese - unico al mondo - regola da due decenni la propria vita politica (e non solo quella, come dimostra la sistematica violazione dell'art. 11) in base a una Costituzione che non c'è, considerando eversore chi cerca di applicare quella vigente (il presidente Scalfaro fu messo alla gogna per avere avallato la soluzione parlamentare della crisi del primo governo Berlusconi).
L'orgia di decreti-legge e voti di fiducia sui maxi-emendamenti non è un'esclusiva della destra, in questi vent'anni anche i governi di centrosinistra hanno contribuito a declassare le Camere a organi di ratifica.
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Impiegati, quasi disoccupati
Marco Cedolin
La classe politica in versione estiva, tarantolata dalla canicola e dalla necessità di giustificare in qualche maniera la propria esistenza, non può concedersi all'inanità sotto all'ombrellone, senza fare parlare di sè, magari rischiando d'imborghesirsi fra un festino alla coca, una gita in barca e una puntata a Montecarlo.
Il rischio sarebbe quello di palesare impietosamente la propria inutilità, simile a quella di un vecchio scarpone bucato buono solo per il cassonetto.
Così, stoicamente, ostentando grande spirito di sacrificio, incuranti del solleone, i mestieranti della politica si stanno prodigando nel mettere in scena quasi giornalmente tragedie, scontri cruenti, duelli all'ultimo sangue e colpi di scena degni dei thriller più efferati.
L'ex di un pò di tutto Gianfranco Fini pugnala alla schiena il proprio mecenate, mentre Berlusconi, morituro gli urla “tu quoque Gianfranco fili mi”. Il PDL trasformatosi per l'occasione in una Duma di ferro procede ad espellere l'attentatore in una maniera che ricorda da vicino l'epurazione del “povero” Turigliatto da Rifondazione Comunista, durante la prima crisi del governo Prodi....
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Oggi, 29 luglio...
di Carlo Bertani
Strana data per sancire la fine di un’epoca, il canto del cigno di Silvio Berlusconi e del berlusconismo: a metà fra un 25 Luglio di storica memoria ed un 29 Settembre di ricordi canori, quelli di anni che – a loro volta – ricordavano il 25 Luglio come il necessario prodromo del 25 Aprile, ed il 29 Settembre solo per sognare con le note dell’Equipe 84.
Sicuramente, Silvio Berlusconi – così attento ai cicli astrali ed alla Ghematria – ci avrà fatto caso, ma non poteva farci proprio più nulla.
In un certo senso, Berlusconi ha scelto: ha scelto la Lega Nord come alleato – nonostante le tirate d’orecchi da parte dell’UE per le quote latte – ed ha abbandonato al suo destino il Sud che lo votava, che lo credeva l’uomo della Provvidenza.
Perché lo ha fatto?
Sembrerà banale: perché non aveva altra scelta mentre, tagliando il nodo gordiano, spera d’averne ancora in futuro. Anche se, realisticamente, ci sembra assai improbabile.
La vicenda è nota e stranota: un colpo oggi ed uno domani, i “dissidenti” del PdL tagliavano le ali ai fedelissimi del “capo”, anche perché quegli ignavi erano così fedeli da seguirlo sulla via dell’illegalità la quale, da sempre, è stato il suo cavallo di battaglia.
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"Cento nomi nascondono i segreti delle stragi"
Marco Travaglio intervista il magistrato Roberto Scarpinato
Dottor Roberto Scarpinato, come nuovo procuratore generale a Caltanissetta lei dovrà occuparsi dell’iter della revisione del processo per la strage di via D’Amelio, che a quanto pare ha condannato definitivamente almeno sette persone innocenti, di cui tre si erano autoaccusate falsamente. Ora, sulle stragi del 1992-93, i suoi colleghi di Palermo e Caltanissetta dicono che siamo prossimi a una verità che la classe politica potrebbe non reggere. Qual è la sua opinione?
Proprio a causa del mio nuovo ruolo non posso entrare nel merito di indagini e processi in corso. Mi limito a un sommario inventario che induce a ritenere che i segreti del multiforme sistema criminale che pianificò e realizzò la strategia terroristico-mafiosa del 1992-93 siano a conoscenza, in tutto o in parte, di circa un centinaio di persone. E tutte, dalla prima all’ultima, continuano a custodirli dietro una cortina impenetrabile.
E chi sarebbero tutte queste persone?
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Lo sa il polpo
di Augusto Illuminati
Quanto reggerà Berlusconi, lo sa forse solo il polpo Paul, l’oracolo infallibile dei Mondiali di calcio. Quel che è certo è che il vistoso smottamento della maggioranza viene di continuo tamponato dai ricatti reciproci delle sue componenti: i finiani minacciano di togliere i numeri quando il pressing berlusconiano si fa insopportabile e poi li restituiscono per evitare una cacciata che li metterebbe in difficoltà, il pagliaccio strizza l’occhio a Casini per sostituire Fini scatenando l’immediato veto dei leghisti, tutte le correnti, spifferi e fondazioni ribollono per assicurarsi posti di potere e ancor più l’immunità giudiziaria, Tremonti cerca di tener duro sul Bilancio (con il caritatevole soccorso di Chiamparino), mentre il premier è terrorizzato dalla ricaduta elettorale del rigore. Di qui il carosello di annunci e retromarce, penultimatum, sparate autoritarie a salve, maldestri traffici curiali, barzellette sul federalismo fiscale, sub-emendamenti e refusi, promesse strategiche destinate alla revoca –come l’abbuono delle multe per le quote latte, fondamentale per la Lega ma già bocciato in sede europea. L’attività legislativa e di governo risulta paralizzata, perfino per le misure ad personam, mentre vanno avanti soltanto le pratiche affaristiche. La voragine aperta dalla soppressione dell’Ici è stata scaricata sull’Imu e gli enti locali l’hanno pure presa con allegria (se ne accorgeranno nel giro di un mese).
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Canto e controcanto finale
Lucio Garofalo
E' sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti "poteri forti", soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc. Si prospetta la transizione gestita da un governo tecnico in grado di fare riforme e approvare una legge elettorale, ma il Paese avrebbe bisogno di un'opzione rivoluzionaria
Silvio Berlusconi e alcuni esponenti della sua cricca, tra cui Marcello Dell'Utri, sono assediati da inchieste giudiziarie e campagne di stampa incalzanti. Inoltre, il consenso dell'opinione pubblica è in netto calo, benché i recenti risultati elettorali non abbiano registrato un crollo verticale. Tuttavia, è sempre più facile cogliere segnali insistenti che attestano la parabola discendente di Berlusconi, per cui dobbiamo temere un micidiale colpo di coda del boss di Arcore e della sua banda di malfattori. Infatti, è sempre più netta la presa di distanza nei confronti di Berlusconi da parte dei cosiddetti "poteri forti", soprattutto i centri occulti che da sempre condizionano in modo infausto e sanguinoso la vita del Paese: mafia, massoneria, servizi segreti anglo-americani, ecc.
Un regime, quello di Berlusconi, che non ha mai osato opporsi seriamente al potere della mafia, delle compagnie assicurative private, delle banche e della grande finanza, delle multinazionali del petrolio, delle armi e dei farmaci, dei servizi segreti, dell'establishment bellico americano, dei centri affaristici e criminali che condizionano inesorabilmente il destino di un sistema "democratico" in cui ci concedono semplicemente la "libertà" di votarli, ovvero la "libertà" di scegliere ogni cinque anni i padroni da cui farci sfruttare.
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Scuola di guerra, offre lo Stato
di Mariavittoria Orsolato
Mentre la scuola pubblica letteralmente affoga nei tagli imposti dalla riforma Gelmini e dalle manovre economiche di Tremonti, il Governo pensa a potenziare le “istituzioni alternative” deputate alla formazione dei giovani. Se da un lato si continua a rimpinzare di finanziamenti le scuole cattoliche - la sola città di Verona ha appena stanziato 300.000 euro per i suoi istituti paritari - dall’altro una legge a firma congiunta mira ad istituire un fondo per organizzare corsi di formazione delle Forze Armate per i giovani.
Le firme su quella che è già stata ribattezzata la ”legge balilla” sono del ministro della Difesa La Russa, della giovane ministra dei Giovani Giorgia Meloni e del ministro del Tesoro Tremonti che, nonostante pianga miseria in sede di bilancio, ha dato il via libera a 20 milioni di Euro, necessari alle attività per i primi tre anni di sperimentazione.
L’idea alla base del provvedimento è quella di invogliare i ragazzi e le ragazze a preferire una sicura carriera militare all’inevitabile precariato post-laurea o post-diploma: i ragazzi verrebbero invitati per un soggiorno di tre settimane all’interno delle caserme dell’Arma, dove seguirebbero la routine e i costumi del reggimento e verrebbero di conseguenza edotti sulle meraviglie dell’essere soldato nell’era delle guerre globali. Che sì sono guerre, ma almeno ti fanno vedere il mondo.
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Salviamo l’articolo 41 dal governo
di Vladimiro Giacché
Nel sentire la proposta del ministro Tremonti di modificare l’art. 41 della Costituzione “per promuovere la libertà d’impresa”, molti hanno pensato a un tentativo di distrarre l’attenzione dalla manovra da 25 miliardi che veniva servita negli stessi giorni. Sta di fatto che il 18 giugno un disegno di legge costituzionale in materia è stato effettivamente presentato al Consiglio dei ministri. La relazione di accompagno contiene di tutto, dal grafico dell’incremento “kilometrico” [sic!] delle normative delle Gazzette Ufficiali italiane alla superficie sviluppata da queste stesse normative nel 2009 (933 mq). Oltre a questi dati (preziosi per i lettori della Settimana Enigmistica), leggiamo che è colpa della “follia regolatoria” se è difficile fare impresa in Italia. Ma scopriamo anche che l’“abrogazione” o “semplificazione” delle leggi inutili ha prodotto risultati “insoddisfacenti”. E questa sembrerebbe una cattiveria nei confronti dell’onorevole Calderoli e del suo ministero per la Semplificazione. Non è così: se i risultati sono scarsi, afferma la relazione, è perché “le uova depositate dal serpente legislativo si riproducono in continuazione e anzi, paradossalmente, tra il beneficio che dà l’abrogazione di una legge e il maleficio costituito dallo stress normativo che l’innovazione comunque causa, il saldo rischia di rimanere negativo”.
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L'abbaglio ideologico
Guido Viale
Il Foglio di sabato scorso ha dedicato un'intera pagina a commentare un mio articolo sulla crisi della Fiat di Pomigliano corredando il servizio con il pugno di Lotta Continua, il gruppo in cui ho militato negli anni settanta e che si è dissolto 34 anni fa. Troppa grazia. La cosa ha offerto a molti miei critici l'occasione per dare la stura ai più triti stereotipi sugli anni 70 e sull'ambientalismo, quasi non avessero mai letto o sentito parlare prima di green economy o di riconversioni produttive.
Per Stefano Cingolani: «In certe assemblee gauchiste c'era chi si alzava proponendo che la Fiat fornisse brandine agli ospedali». Che assemblee avrà mai frequentato Cingolani in quegli anni? Non certo l'assemblea operai-studenti di Mirafiori, dove si parlava di cose molto serie, che hanno fatto la storia del paese. Scrive Sergio Soave: «Viale ripropone la tesi dell'imminente crollo del capitalismo». Ma quando mai? E riassume il mio pensiero così: «una nuova sintesi di deindustrializzazione e mangiatori di fragoline di bosco». Francesco Forte mi attribuisce «la teoria per cui il capitalismo è un imbroglio e l'economia di mercato una mistificazione». Magari lo penso; ma non l'ho certo scritto e non sta tra le premesse del mio discorso. Analogamente Gianni Riotta, sul Sole24ore, mi accusa di «dare del venduto a Cisl e Uil e quasi tutta la Cgil», e addirittura, al premio Nobel Paul Krugman, per aver scritto che per dar credito al piano della Fiat per Pomigliano bisogna essere in malafede o dementi. Sul dementi mi attengo al giudizio degli interessati. Ma si può essere in malafede senza essere venduti. Basta dar credito senza dare spiegazioni a cose che non lo meritano. E' quello che fa Riotta e, con lui, quasi tutti i sostenitori del piano Marchionne: non si chiedono se il piano è credibile. Su questo punto diamo la parola al Foglio.
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Radio Kapital: Sergio Bologna (come un’invettiva)
Grêveries
Sergio Bologna
Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).
Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!
Nota di effeffe
Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?
La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale.
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"COMPAGNO PADRONE"
Breve storia del sodalizio tra la sinistra di stato e Marchionne
«Sin dall' avvento dell' era Marchionne la sinistra, persino quella cosiddetta alternativa, ha subìto il fascino dell' amministratore delegato della Fiat. Fausto Bertinotti ne tesseva le lodi. Lo collocava tra i «borghesi buoni» e non aveva paura di dichiarare apertamente: “Mi piace”».
(Corriere della Sera del 16 giugno 2010)
Tutto vero. Era solo qualche anno fa. In prima linea tra i fans di Marchionne c’era infatti proprio Bertinotti. Eravamo ai tempi del secondo governo Prodi, quando l’in-Fausto era Presidente della Camera e raccomandava ai suoi di pubblicare su Liberazione un discorso del “compagno padrone” della FIAT. Memorabile a tal proposito la sua intervista proprio a Liberazione del 30 luglio 2006, nella quale l’apologia di Marchionne come “borghese buono” era inscritta nella prospettiva della «alleanza con quel pezzo di borghesia che è disposta ad andare oltre il liberismo» (sic!). Quell’intervista fu preceduta in verità da non meno sperticati elogi al Presidente della FIAT. Era il 4 luglio del 2006, Festa di Liberazione. Bertinotti discuteva con Paolo Mieli . Ecco quanto scriveva al proposito il Corriere della Sera del giorno dopo:
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