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L'alternativa a Marchionne
Guido Viale
Non c'è alternativa. Questa sentenza apodittica di Margaret Thatcher per la quale è stato creato anche un acronimo (Tina: there is no alternative) è la silloge del cosiddetto «pensiero unico» che nel corso dell'ultimo trentennio ha accompagnato le dottrine più o meno «scientifiche» da cui sono state orientate, o con cui sono state giustificate, le scelte di volta in volta dettate dai detentori del potere economico: prima liberismo (a parole, con grande dispendio di diagrammi e formule matematiche, ma senza mai rinunciare agli aiuti di stato e alle pratiche monopolistiche); poi dirigismo e capitalismo di stato (per salvare banche, assicurazione e giganti dell'industria dai piedi d'argilla dal precipizio della crisi); per passare ora a un vero e proprio saccheggio, usando come fossero bancomat salari, pensioni, servizi sociali e «beni comuni», per saldare i debiti degli Stati messi in crisi dalle banche appena salvate. Così la ricetta che non contempla alternative oggi è libertà dell'impresa; che va messa al di sopra di sicurezza, libertà e dignità, ovviamente dei lavoratori, inopportunamente tutelate dall'art. 41 della Costituzione italiana.
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Reagire al degrado
di Angelo D’Orsi *
L’Italia è molto oltre la crisi di nervi. L’Italia che festeggia oggi la nascita della Repubblica - uno dei pochi momenti della sua storia in cui il popolo è stato sovrano, attuando una rivoluzione istituzionale, che si legava dal “vento del nord”, la grande speranza suscitata dalla Resistenza – si trova a fronteggiare, quasi inerte una crisi drammatica
Non è soltanto la crisi dell’economia, la crisi dell’occupazione (con il 30% dei giovani senza lavoro), la crisi della produzione, delle esportazioni, della finanza; non è neppure solo la crisi istituzionale, che pure si palesa in una dimensione di estrema pericolosità; né è sufficiente il richiamo alla crisi dell’informazione, che sta per giungere al suo punto più estremo, almeno nella scala finora percorsa.
Ci troviamo, a ben vedere, e senza alcuna esagerazione retorico-ideologica, nel cuore di una decadenza morale e intellettuale, politica e antropologica degli italiani. I quali oggi, come in altre stagioni della loro storia - segnatamente quella fascista e quella del tragico eppure glorioso biennio ’43-45 -, si trovano in una situazione di contrapposizione radicale. Altro che memorie condivise. Altro che solidarietà nazionale. Altro che unità repubblicana, che, da tempo, del resto, ormai una forza politica mette sotto accusa, quasi fosse uno dei grandi mali del Paese, disconoscendone, anzi negandone provocatoriamente il valore storico e il significato politico. Quali sono i segnali di degrado che sta diventando ogni giorno più evidente e insieme più pericoloso?
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Fine del miracolo liberista italiano. E di un’epoca
Carlo Bertani
Se la Storia volesse trovare una data, un bigliettino da affiggere nell’immaginaria bacheca dell’inarrestabile declino italiano, credo che potrebbe proprio scegliere le date di questi giorni, ovvero la Finanziaria per il 2011.
Con, in aggiunta, uno dei tanti rapporti che, regolarmente, giungono alla stampa: si tratta di quello del CENSIS redatto proprio in questi giorni, a margine del convegno che si è tenuto a Roma nei primi giorni di Giugno di quest’anno, intitolato “Come staremo al mondo?”
Ci staremo piuttosto male – a seguire le analisi del CENSIS – e questo spiegherebbe la frenesia tremontiana di voler far “quadrare i conti” più in fretta possibile. Se l’uomo che è seduto al Ministero dell’Economia fosse meno ossessionato dai “conti”, e si prendesse una pausa per capire il nostro futuro, ci guadagneremmo tutti. Almeno, scivoleremmo nella merda a bocca chiusa.
Le risultanze del convegno – le quali, non so perché, sono state poco riprese sul Web – forniscono uno “sguardo” sul futuro italiano fino al 2030. Collegamento in nota[1].
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Se la norma infrange il diritto
Gustavo Zagrebelsky
È ADEGUATO alla serietà delle questioni sollevate dal disegno di legge del Governo sulle intercettazioni telefoniche e sulle limitazioni alla libertà di stampa il dibattito, anzi la rivolta, che ne è seguita. Siamo alle fasi finali della procedura parlamentare ma la procedura parlamentare non chiuderà la partita, anche se l'impostazione della legge è ormai definita.
I poteri d'indagine penale risulteranno ridotti e, parallelamente, l'impunità della criminalità sarà allargata; i vincoli procedurali, organizzativi e disciplinari saranno moltiplicati a tal punto che i magistrati inquirenti ai quali venisse ancora in mente, pur nei casi ammessi, di ricorrere a intercettazioni saranno scoraggiati: a non fare non sbaglieranno; a fare correranno rischi a ogni piè sospinto. La libertà degli organi d'informazione d'attingere ai contenuti delle intercettazioni disposte nelle indagini penali sarà ridotta fortemente e la violazione dei divieti sarà sanzionata pesantemente. Tutto in proposito è stato ormai detto. Nulla potrebbe ancora aggiungersi e nulla potrebbe togliersi.
Al di là delle valutazioni circa le singole disposizioni, è stato anche colto il significato che una legge di questo genere non può non assumere presso l'opinione pubblica avvertita, nel momento attuale della vita pubblica del nostro Paese, mai come ora intaccata dalla corruzione: l'auto-immunizzazione con forza di legge di "giri di potere" oligarchico che intendono governare i propri interessi al riparo dai controlli, siano quelli della legge o siano quelli dell'opinione pubblica.
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Mastrapasqua: chi è costui?
Leonardo Mazzei
Curriculum, funzioni e faccia tosta dell'attuale presidente dell'Inps
Agli italiani è stato spiegato che la recente manovra economica non ha comportato modifiche "strutturali" al sistema pensionistico. Ma nessuno ci ha creduto. Racconta il Sole 24 ore del 1° giugno che il suo forum online sulle novità introdotte dal decreto Tremonti in materia di pensioni ha registrato 2100 quesiti in meno di 10 ore. Segno che l'imbonimento mediatico può molto, ma non tutto. Certo, gli operai normalmente non leggono il giornale della Confindustria, ma i lavoratori una cosa l'hanno capita da tempo: ogni volta che si profilano tagli consistenti alla spesa pubblica, le pensioni, in un modo o nell'altro, sono sempre nel mirino. Lo sono per tre motivi: il primo è che colpendo nel mucchio si riesce comunque a rastrellare cifre di rilievo, il secondo è che ormai su questa materia la rassegnazione la fa da padrona, il terzo è che indebolendo la previdenza pubblica si da anche una mano a quella privata (i fondi integrativi), che tanto sta a cuore a lorsignori.
Il recente decreto non poteva certo fare eccezione. E così mentre si parlava a lungo di dettagli tipo lo stipendio dei magistrati o le auto blu, e mentre una parte del paese sembrava appassionarsi di più al tema delle intercettazioni telefoniche, il diritto alla pensione di milioni di lavoratori veniva nuovamente attaccato, con un risparmio per lo Stato quantificato in 3 miliardi di euro entro il 2013.
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A destra, solidità e spostamenti
di Alessandro Leogrande
Quando si parla di fibrillazioni interne alla destra italiana, è opportuno non confondere il piano politico con quello sociale. Sul piano politico il tentativo di smarcarsi di Fini, il suo mirare alla costruzione di una destra diversa, è solo l’ultimo atto di un processo iniziato un anno fa, quando intellettuali a lui vicini iniziarono ad assumere posizioni anti-berlusconiane. Prima delle dichiarazioni di Veronica Lario, fu Sofia Ventura (politologa del gruppo “Farefuturo”) a parlare di velinismo e di ciarpame. Per la prima volta, allora, il Capo fu messo in discussione. Furono messi in discussione la sua politica, le sue candidature, il suo rapporto con le donne quale architrave del rapporto con gli alleati e con la società italiana. Poi si sarebbe addirittura arrivati alla constatazione del sistematico utilizzo di donne-tangenti all’interno del suo entourage. Sulla questione femminile interna alla destra si è aperta allora una crepa che via via si è estesa ad altri fronti. In seguito critiche non molto diverse (tutte tese a costituire un laboratorio politico di destra non riconducibile al berlusconismo) sono state formulate a proposito della giustizia, della riforma dello Stato, del federalismo, dell’immigrazione e della cittadinanza.
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Sulla Palestina e la guerra sono altri i circoli viziosi da rompere
di Sergio Cararo *
Una replica all’articolo di Guido Caldiron [riportato in fondo] su Liberazione del 6 giugno
Intendo esprimere apertamente dissenso sull’articolo di Guido Caldiron pubblicato su Liberazione di Domenica 6 giugno. Le tesi espresse nell’articolo non sono nuove e rischiano di riprodurre dentro il movimento di solidarietà con la Palestina e il movimento No War lacerazioni e polemiche già vissute e - come era facilmente prevedibile – hanno trovato immediata sponda in Pigi Battista sul Corriere della Sera di oggi. Proverò a esprimere schematicamente e per punti i fattori di dissenso e i contributi per il confronto che viene invocato a fine articolo:
1) Le piazze svuotate dei pacifisti per timore che il "linguaggio di guerra copra le manifestazioni" non è certo un problema relativo alle manifestazioni per la Palestina. Al contrario, l’ultima manifestazione nazionale del 17 gennaio 2009 contro l’Operazione Piombo Fuso a Gaza, ha visto una partecipazione enorme, ed anche le manifestazioni di questi giorni nelle varie città hanno visto una mobilitazione tempestiva e numerosa che richiedevano l’immediata liberazione degli attivisti della Freedom Flottilla sequestrati dalle truppe israeliane e la condanna per l’ennesima “operazione di sicurezza” israeliana. Il problema semmai è la diventata la scarsa disponibilità/fiducia del popolo No War a scendere in piazza avendo come rappresentazione politica chi vota poi in Parlamento per il proseguimento della guerra in Afghanistan. I partiti della sinistra hanno pagato un prezzo politico pesantissimo su questo. Anche recentemente due diverse manifestazioni sotto il Parlamento (il 19 marzo e due settimane fa) hanno visto una presenza ridottissima di attivisti e attiviste. La rottura avvenuta nel luglio 2006 (assemblea al centro congresso Frentani) e il 9 giugno 2007 (manifestazioni separate contro la visita di Bush) non dà ancora segni di volersi ricomporre nonostante la Federazione della Sinistra abbia riconosciuto l’errore e si sia riposizionata positivamente.
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La manovra, la crisi e il Cavaliere dimezzato
Infoaut
Un Berlusca incazzato nero. E questa volta non tanto verso magistratura e stampa. Ma per come si mettono le cose sul fronte economico, con il “fido e bravo” Tremonti che si è fatto senza mezzi termini interprete dell’urgenza di una manovra tutta tagli sfacciatamente iniqua. Dopo che sull’affaire Scajola non è stata possibile nessuna “difesa d’ufficio”, come ancora con Bertoladro, e l’iter legislativo sulle intercettazioni si va facendo più accidentato, ora il cavaliere è costretto a rimangiarsi le sue assicurazioni sulla tenuta finanziaria italiana e, soprattutto, deve riconoscere che “abbiamo vissuto oltre le nostre possibilità” (chi?). Non c’è che dire: un bel colpo ad uno dei pilastri - insieme a evasione, mafia, corruzione, grandi opere, speculazione ecc. - su cui si è retto finora il largo consenso alla sua politica o, più precisamente, alla sua figura.
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L'Italia è malata, bastoniamola
Roberta Carlini
Tremonti si accoda nel vento europeo con la sua manovra di emergenza. Nelle stesse ore, l'Istat diffonde i numeri del paese, che mostrano i guasti già fatti da una recessione che con i nuovi tagli potrà solo approfondirsi, in una spirale pericolosa. La contro-manovra di Sbilanciamoci
Il debito pubblico italiano è troppo alto in rapporto al Pil? Certo che sì. Serve a qualcosa, la manovra da 24 miliardi sobriamente definita da Tremonti “un tornante della storia”? Certo che no. Da tempo gli economisti (solo alcuni per la verità) cercano di spiegare quello che i bambini di solito studiano in quarta elementare, cioè le frazioni: se scende il numeratore, ma contemporaneamente scende anche il denominatore, non è detto che il valore del rapporto si riduca. Anzi può persino aumentare: dipende (nell'aritmetica) dall'entità delle rispettive riduzioni, e (nell'economia politica) dalla strada che si prende per la discesa. In parole povere: se scende il debito, ma scende anche il Pil, il rapporto può persino peggiorare. Il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del paese, diffuso per coincidenza nello stesso giorno della manovra ci aiuta a capire che proprio questa è la dinamica in cui ci siamo infilati; mentre un documento come la “contromanovra” di Sbilanciamoci! ci aiuta a pensare a strade alternative per una discesa sostenibile.
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La sentenza sui fatti della Diaz
Tiziano Bagarolo
Condivido molto dell'amaro commento di Marco Revelli sul "manifesto" (che pubblico qui sotto) a proposito della sentenza della Corte d'Appello di Genova che, a distanza di quasi dieci anni, ha riconosciuto la verità sui "fatti della scuola Diaz" nei giorni del G8 di Genova. E finalmente ha condannato gli autori materiali di quell'ignobile "macelleria messicana" (parole di funzionario di PS durante la deposizione al processo), anche se non ancora i "mandanti", cioè il governo di allora (non lo si dimentichi).
Ma non condivido un punto centrale. Ossia che la reazione del governo – che immediatamente ha fatto sentire la sua voce per garantire ai condannati che non subiranno conseguenze (questo è il senso dei pesantissimi interventi "assolutori" di Maroni, Mantovani & C.) – la si debba al fatto che "sono della stessa pasta e della stessa cricca" (ossia gentaglia senza senso delle istituzioni e della giustizia...).
Non lo credo proprio. Sono assolutamente certo che – magari con un altro "stile", forse con meno pubblicità – un governo di centrosinistra nella sostanza non avrebbe agito diversamente. D'altra parte, non è forse vero che Manganelli (nomen omen), responsabile dell'ordine pubblico a Genova durante il G8, è stato successivamente chiamato a fare il consulente alla sicurezza da Amato, il ministro degli interni di Prodi? Governo che, per altro, si guardò bene dall'istituire quella commissione parlamentare d'inchiesta sui fatti del G8 tante volte reclamata dal PRC...
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La valigia di Berlusconi
Augusto Illuminati
Abbiamo fatto il tifo per Obama? Certo. Siamo entusiasti dei risultati? No. Neppure molti americani radicals. Però quella campagna elettorale, dove confluirono poteri forti e mobilitazione generazionale, soldi pesanti di varia e sospetta origine e raccolta fondi sul web, disegnò un modello innovativo dentro (solo in parte contro) la macchina elettorale consueta e sconvolse gli equilibri politici. La gestione simultanea e conflittuale di quegli effetti e della crisi –gestione che ancora non si è assestata– è la storia contemporanea degli Usa. E avrebbero torto quegli elementi radicali, antagonistici americani che avessero voluto restarne fuori, anticipando con sussiego le difficoltà, i compromessi, le marce indietro rispetto al programma che l’insolito candidato avrebbe poi compiuto. Tanto quanto avrebbe avuto torto chi si fosse legato mani e piedi a quei sogni e a quelle promesse. Lo stesso vale per quanti hanno partecipato da spettatori a quella campagna –coinvolti, addirittura vittime potenziali, ma senza possibilità di intervento.
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Dall'alba al tramonto. Per l'Italia un drammatico giorno che vale almeno un anno
Nique la police
Per capire le scosse telluriche globali che hanno raggiunto l'Italia, e che la Borsa ha certificato con una perdita secca di oltre il 5% nella giornata di venerdì, bisogna partire da uno degli epicentri (perchè non ce n'è solo uno) che è emerso con l'ormai abituale velocità.
E, per capirsi davvero bene, bisogna aggiungere una considerazione. Il mondo occidentale conosce periodicamente l'esperienza della accellerazione degli eventi storici. Esattamente dall'epoca della rivoluzione francese, la prima in cui si poteva ragionevolmente affermare che esistevano "giorni che valgono anni". Oggi possiamo affermarlo anche noi con quello che sta avvenendo dall'inizio del mese di maggio, sia a livello continentale che nazionale, con l'accellerazione della crisi dell'euro (intravista da un decennio, precipitata con gli effetti continentali del salvataggio delle grandi banche, scatenata non appena l'effetto Grecia non si è potuto più rimuovere).
Il primo epicentro che ha fatto capire in quale contesto si sta trovando adesso l'Italia parte quindi dagli Usa. In questi giorni infatti è stata aperta una guerra tra le autorità di controllo americane e le grandi banche nel tentativo di certificare i conti reali di queste ultime e governare le politiche finanziarie Usa.
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Lo spettro di Vendola
di Augusto Illuminati
Cosa comincia a muoversi, molto ma molto lentamente, nella palude italiana? Intanto sotto la pressione della crisi greca, che le misure d’emergenza europee stentano a tamponare soprattutto dopo la disfatta simmetrica dei laburisti in Inghilterra e della Cdu in Germania, gli smagliamenti dell’equilibrio italiano assumono un rilievo più drammatico e meno farsesco. La gestione del debito pubblico fa cadere le promesse di un taglio delle tasse ed evidenzia le conseguenze della crescita infinitesimale del Pil, mentre la disoccupazione cresce e si rivela fenomeno di lungo periodo. La demagogia berlusconiana non ha più smalto e regge solo con il consenso della Lega e la mediazione di Tremonti, vero dominus del governo. Altro che taglio delle tasse, ora si parla di un anticipo della manovra economica alla seconda metà del 2010. Saranno lacrime e sangue, che già il Pd è disposto a donare. Non si tratta solo del logorio finiano, ma tutto il PdL sta collassando e la carica di coordinatore è di colpo diventata una maledizione biblica: prima le dimissioni di Scajola, che era il candidato monocratico a sostituire i tre segretari attuali, poi il trascinamento verso l’abisso giudiziario del loro n. 1 Verdini, infine le ombre che si addensano sul fedelissimo Bondi, che ha messo un parrucchiere a dirigere gli Uffizi.
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La dittatura dell'ignoranza
Guido Viale
Ma perché nel paese che ha avuto il più grande partito comunista e il più forte movimento operaio dell’Occidente, una cultura di sinistra egemone per almeno tre decenni, una delle manifestazioni più radicali e prolungate del «’68» e la maggiore proliferazione dei gruppi della sinistra radicale siamo poi caduti tanto in basso da diventare lo zimbello di tutta l’Europa, sia di destra che di sinistra?
Per alcuni, perché non sono stati elaborati quegli anticorpi che hanno permesso invece ad altri popoli e paesi di non venir travolti – o di venir travolti in misura minore – dall’ondata di demagogia e populismo che ha accompagnato gli sviluppi della globalizzazione nel corso degli ultimi due decenni; e che rischia di avere effetti ancora più deleteri con lo scoppio e il prolungarsi – a tempo indeterminato – della crisi economica. Per altri, perché la maggior parte delle risorse di quelle organizzazioni, o di una parte preponderante di esse, è stata per anni impegnata nel contenere, nel contrastare, nello screditare, assai più che nell’assecondare, le spinte sociali di cui pretendevano la rappresentanza; lasciando così liberi i germi della reazione di sviluppare indisturbati tutte le loro potenzialità; o addirittura alimentandoli.
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Next Italy. Il paese prossimo venturo che vive già tra noi
nique la police
Il governatore del Veneto Zaia rilascia un’intervista dove dichiara che ritiene inaccettabile che le tasse della sua regione finiscano per finanziare la manutenzione dei marciapiedi a Napoli. Nel frattempo in Campania, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del centrodestra, 10.000 dipendenti delle Asl non ricevono lo stipendio perché i fondi sono stati pignorati dalla magistratura. La vicenda di Adro nel bresciano, dove alcuni alunni sono stati privati della mensa perché i loro genitori non erano in grado di pagare la retta, è paradigmatica della rottura del tessuto di solidarietà nelle province del nord ma anche nel foggiano è recentemente avvenuto un caso simile. E mai come quest’anno da nord a sud, nella provincie profonde del paese, è avvenuta una sconfessione così evidente delle cerimonie dedicate al 25 aprile. Cortei proibiti, manifesti che inneggiano agli americani contro il “totalitarismo comunista”, boicottaggio di “bella ciao”, discorsi ufficiali che legittimano il revisionismo storico. Al nord si tratta degli stessi comuni che si inventano misure di ogni genere, dall’assegnazione della casa al semplice frequentare luoghi urbani, discriminatori nei confronti di coloro che non sono nativi o appartengono a fasce d’età giovanili.
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