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La fragilità del corpo di Berlusconi. E del sistema politico italiano
nique la police
Silvio Berlusconi è stato il primo premier fisicamente aggredito dell'intera storia d'Italia. Neanche l'attentatrice solitaria, poi finita in manicomio, che provò ad uccidere Mussolini nel 1926 era arrivata così vicino al corpo fisico del rappresentante del potere del governo. Infatti Mussolini, dopo quell'attentato, dovette portare per qualche settimana un vistoso cerotto sul naso come segno di una pallottola che lo aveva però solo sfiorato. Piazzale Loreto, in questo senso, rappresenta la fine di un dittatore al cupio dissolvi di una guerra perduta. Infatti quando Mussolini fu arrestato a Dongo non era più a capo di nessun potere: come i Borboni dopo l'intervento di Napoleone in Italia rappresentava un regime che non aveva neanche una porzione di territorio utile per poter piazzare una bandiera.
Berlusconi invece si è fatto centrare nell'esercizio delle sue funzioni riportando una vistosa ferita ed una evidente, trasmessa su tutte le piattaforme mediali, perdita di sangue. Mai la perdita del sangue del corpo fisico del potere in carica si era mostrata con tanta spettacolarità in questo paese. Persino il corpo di Moro fu pietosamente composto dalle Brigate Rosse nella Renault 4 lasciata parcheggiata in via Caetani: nel nascondimento della vista del sangue si rivela infatti un sottile ma persistente rispetto politico per il giustiziato. Il sangue infatti è lo smembramento del corpo che prelude allo sfregio del ricordo dell'immagine del morente o del giustiziato.
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Tutto è restato impunito
di Antiper
Riflessioni a 40 anni dalla strage di Piazza Fontana
Una bomba dello Stato contro i lavoratori
Il 12 dicembre 1969, alle 17 e 37, una bomba con 7 chili di tritolo scoppia nella filiale di Milano della Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana uccidendo 16 persone e ferendone altre 87.
In poche ore scatta la “caccia agli anarchici” che vengono subito additati come responsabili della strage dalla Questura milanese, piena di elementi fascisti, a cominciare dal Questore Guida.
Prima viene fermato e assassinato il ferroviere Giuseppe Pinelli1; poi viene arrestato e tenuto in carcere per anni Pietro Valpreda.
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L’Italia cieca
di Nicola Lagioia
La prima volta che sono andato in crisi riflettendo sul fascismo è stato davanti alle pagine di Piero Gobetti. Mi ero appena iscritto a giurisprudenza, galvanizzato come tanti altri studenti dal vento euforico di Mani Pulite, e fino a quel momento (complice la mia ignoranza e la retorica di una sinistra la cui crisi identitaria non era ancora così tanto conclamata) avevo considerato il Ventennio come qualcosa che – storicamente, eticamente, antropologicamente – riguardava sempre gli altri.
Ma quando lessi per la prima volta il famoso Elogio della ghigliottina, in cui il fascismo veniva definito da Gobetti come “autobiografia della nazione” ne fui spiazzato. E quando tre o quattro settimane più tardi mi sorpresi inattivo, e dunque complice, davanti a uno dei tanti abusi di potere che si consumavano quotidianamente in seno alla facoltà di legge di Bari (un professore aveva interrotto un esame per andare a ricevere un cliente importante nel suo studio d’avvocato), le parole di Gobetti mi tornarono in mente rivelando tutta la potenza del loro significato, e poi mi si piantarono davanti agli occhi come il peggiore e il più giusto dei rimproveri che avessi mai ricevuto. Il che, tra l’altro, la dice lunga sul valore dei maestri in carne e ossa che mi era capitato di incontrare nei miei primi diciannove anni di vita.
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Lettera a chi vuole controllare la rivoluzione colorata viola
di Pino Cabras
Ehi, dico a te,
Oh sì, vedrai, il 5 dicembre anche io sarò in piazza per dire che il Caimandrillo farebbe bene a preparare le valige. Non se ne può più di lui, davvero. E anche tu – che sai tirare tanti fili - non ne puoi più di lui, l’ho capito. Vedrò tutti da vicino, avvolti dal viola di questa rivoluzione colorata, il pigmento unico che già oggi omologa un’intera collezione autunno-inverno con un'uniformità mai vista prima. Andiamo verso i disordini e la dissoluzione della Repubblica, ma ben vestiti, e ben pettinati. Alla moda. Viola.
E tu provi a colorare la crisi italiana proprio mentre si muove dentro una crisi più vasta. La fai viola, proprio ora che siamo al verde, e i conti in rosso. In gioco c’è qualcosa di più della sorte di un governo azzurro, nero e verde-padano. La Seconda Repubblica si trasformerà ancora, e la sfera pubblica sarà modificata da tanti protagonisti che lasceranno un’impronta costituzionale nuova. Il popolo sarà coinvolto, ma il derby vero si giocherà nell’élite. Chi sono i giocatori? Chi sono gli allenatori? Intanto, tu vuoi scegliere il coach più di tutti, come sempre.
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I terro-buonisti
Aldo Giannuli
Nella scorsa settimana è giunto alla redazione bolognese dell’Unità un documento di 4 cartelle a firma “Nuclei di azione territoriale (Luca ed Annamaria Mantini)” che contiene una analisi della situazione e la proposta di una ripresa della lotta armata.
Il testo è certamente opera di “professionisti” e va preso sul serio, ma chi sono i veri autori e che intenzioni hanno?
Il documento è molto ripetitivo e sembra scritto da persona di qualche cultura sociologica prossima alla sinistra alternativa (scrive “migranti” al posto di “Immigrati”), e mostra con qualche incertezza lessicale (scrive “succube” al posto di “succubo”; Succube è il nome tardo latino di un demone in forma di donna). Non ci sono particolari pregi di originalità e si riprendono molti argomenti della polemica degli ultimi mesi.
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La persecuzione dei giovani
di Andrea Scarabelli
Se vedi novanta poliziotti in assetto antisommossa a Milano, sui navigli, in un’alba spenta che solo novembre sa offrire, pensi di assistere a un’operazione di estrema gravità e urgenza. Magari per sventare qualche pericolosissima minaccia terroristica esotica, come quella che da oggi scopriamo incombere sul nostro premier. Se poi li vedi circondare il Lab Zero o Ringhiera, insomma la casa occupata sul nuovo parco lungo Ripa di Porta Ticinese, pensi che sia imminente lo sgombero, un’altra mossa dell’offensiva unilaterale innescata da questa città contro tutti gli spazi non omologati in nome della “riqualificazione”.
Invece, no.
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La sinistra nella crisi italiana
Mimmo Porcaro
Contributo al seminario Punto Rosso/Rosa Luxemburg Stiftung Milano, 20 ottobre 2009
Per comprendere il quadro in cui agisce la sinistra italiana è necessario prendere le mosse da una pur sommaria analisi della composizione delle classi dominanti italiane e dai loro interni conflitti.
Se, in seguito alla crisi, il compito fondamentale delle classi dominanti è quello di inventare una nuova direzione politica dell’economia e di finanziare e gestire un crescente debito pubblico in forme socialmente accettabili, nessuna delle frazioni delle classi dominanti italiane è all’altezza del compito.
Fino agli anni ’90 le classi dominanti italiane erano sostanzialmente unite intorno al dominio del blocco finanziario ed industriale pubblico, al quale si alleava la grande industria privata, mentre la PMI era in parte sovvenzionata pubblicamente ed in parte incapace di politica autonoma. Il dominio del blocco pubblico e dei suoi alleati era, per ovvie ragioni, contemporaneamente economico e politico.
Dopo gli anni ’90 il polo pubblico è stato dissolto: il sistema industriale di Stato è stato dimesso e tutte le banche sono state privatizzate. All’alleanza tra blocco pubblico e grande impresa si è sostituita l’alleanza tra capitale bancario privato e grande impresa (col capitale bancario in posizione di preminenza), mentre la PMI ha assunto una posizione sempre più autonoma. Inoltre, non c’è più coincidenza immediata tra classi economicamente dominanti e classi politicamente dominanti: poiché non esiste più una “borghesia di Stato” (e cioè una borghesia che è per definizione espressione o base del Governo), il dominio politico non è più una conseguenza “naturale” del dominio economico.
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Per morte ricevuta. L'ottantanove del Pci
La svolta vent'anni dopo
Ida Dominijanni
12 novembre 1989. Tre giorni dopo il crollo del Muro di Berlino Achille Occhetto annuncia alla Bolognina il cambio del nome del Pci. E' l'inizio della «svolta» che porterà alla dissoluzione del più grande partito comunista dell'Occidente. Un libro di Guido Liguori ricostruisce quei giorni e i mesi di passione che ne seguirono. C'era un altro esito possibile?
«Viviamo in tempi di grande dinamismo. Gorbacev prima di dare il via ai cambiamenti in Urss incontrò i veterani e disse loro: voi avete vinto la seconda guerra mondiale,se ora non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni. Da questo traggo l'incitamento a non continuare su vecchie strade ma a inventarnedi nuove per unificare le forze di progresso...è necessario andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato nella Resistenza».
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I nostri ragazzi e i loro
Pierluigi Sullo
Quattro novembre, la Vittoria. L’inverno comincia così, con uno spot in tv, dedicato a questa ultima ricorrenza, che può provocare un poco di nausea: vi si vedono militari di tutte le armi, maschi e femmine, belli e giovani e freschi di shampoo, le divise ben stirate, che camminano per le stradine di un paese antico, di quelli toscani o umbri; la gente alle finestre e ai tavolini man mano si alza in piedi, applaude, allunga pacche sulle spalle. Il titolo è: «Grazie ragazzi». Segue logo della presidenza del consiglio, inventato da Berlusconi per le sue famose conferenze stampa ad imitazione della White House. Si deve fare un piccolo sforzo psichico per ricordare che «i nostri ragazzi» sono gente che sta combattendo una guerra – in Afghanistan, per lo meno – in cui si uccide [«si neutralizza», dicono i comunicati ufficiali] e si viene uccisi [«si cade» o «si è vittima», si dice quando a morire sono il caporale sardo o il soldato calabrese]. A essere molto reattivi, si possono anche rievocare nella mente, mentre i «ragazzi» camminano sorridendo nello spot, le scene dei più crudi film statunitensi sulla guerra in Iraq, divise sporche e sabbia, facce tese e improvvisi scoppi di sangue, violenza organizzata e disperata. La guerra, insomma.
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Morire in carcere. Un omicidio (Cucchi), un suicidio (Blefari). Non ci stiamo!
Alessandro Cardulli
Non ci stiamo: lo ripetiamo, se possibile, gridando più forte il nostro sdegno e la nostra rabbia. L’assassinio di Stefano Cucchi, l’omicidio preterintenzionale, come recita l’accusa contro ignoti, sta diventando un giallo, con la complicità, esplicita e non, di troppi uffici pubblici. Non ci stiamo, perché un’altra notizia, drammatica, sconvolgente arriva dal carcere romano di Rebibbia, dove si è suicidata Diana Blefari, condannata all’ergastolo per l’omicidio del professor Marco Biagi.
Si è impiccata con un lenzuolo . Proprio qualche giorno fa era stata visitata da uno psichiatra che l’aveva giudicata “in forte stato di prostrazione”. E il garante dei detenuti, Angiolo Marroni, aveva parlato di “un caso drammatico”. Si tratta del sessantesimo suicidio dall’inizio dell’anno.
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Perché il Ddl Gelmini non ci merita.
di Gigi Roggero
Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”, che verrà presentato a breve, può tranquillamente cominciare dalla fine (art. 15, comma 6): “Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco la cosa importante: la strategia del governo sull’università consiste di tagli e dismissione, punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il senso. Non è un caso, del resto, che nonostante si premetta che ogniqualvolta si parli di “Ministero” ci si riferisca a quello dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in realtà l’altro Ministero – cioè dell’economia e delle finanze – è citato in ugual misura e puntualmente a proposito delle questioni di centrale rilevanza.
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Il Ponte è un esempio di keynesismo alla rovescia
Antonello Mangano
Ivan Cicconi, massimo esperto italiano di lavori pubblici, svela la vera essenza del modello Ponte: «E’ keynesismo al contrario, si usa la ricchezza sociale per trasferirla a pochi soggetti privati». Secondo lo schema già sperimentato con la Tav. Un articolo da Terrelibere.org
«Sono politiche keynesiane alla rovescia. In precedenza si prendeva la ricchezza prodotta per redistribuirla, oggi si danno soldi a chi è già ricco. Sono costi che pagheremo per diversi decenni». Lo dice a terrelibere.org Ivan Cicconi, uno dei maggiori esperti di infrastrutture e lavori pubblici, commentando l’annuncio del governo della prima pietra del Ponte sullo Stretto. «La varianti come quella di Cannitello sono ad hoc per il Ponte, si tratta di opere funzionali al progetto». Cicconi, ha denunciato già molti anni fa le storture dell’Alta velocità. Profitti privati, costi per tutta la collettività, cantieri lumaca. Oggi ravvisa nel Ponte lo stesso modello. Il keynesimo alla rovescia, Robin Hood al contrario: la ricchezza sociale che finisce nella tasche dei soliti noti: i grandi contractors, con Impregilo sempre in testa.
Esattamente quanto sostenuto nel libro «Ponte sullo Stretto e mucche da mungere»: è «l’economia basata sulle partnership tra pubblico e privato che mungono attività senza rischio. Al primo soggetto spettano i costi, al secondo i benefici. E’ l’economia delle infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte al territorio. E’ l’economia dei disastri e delle guerre».
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Coincidenze parallele
Teo Lorini
Molte riflessioni si stanno dipanando in queste ore dal complicato garbuglio di omissioni e ricatti, video apparsi e scomparsi, smentite e ammissioni che ha per protagonista il presidente PD della regione Lazio, Pietro Marrazzo.
A cominciare dalla constatazione (ovvia ovunque tranne che in Italia) per cui è inammissibile che sia esposto a ricatti il titolare di una carica politica di quel livello e –a maggior ragione- il detentore di un ancor più importante incarico. Perché allora Marrazzo si sospende dalla carica e non lo fa invece il primo ministro che da mesi ha ammesso, con l'ardito eufemismo "non sono un santo", di essere un puttaniere e del quale sono, per di più, provati gli intensissimi rapporti con un corruttore sotto inchiesta per induzione alla prostituzione, ma anche per detenzione di cocaina a fini di spaccio?
Più a fondo ancora ci si potrebbe chiedere, come fa Piergiorgio Paterlini, se tutto si possa ridurre alle usurate categorie della 'debolezza', degli ormai logori vizi privati e delle sempre più implausibili pubbliche virtù o se invece non si debba almeno tentare un'esplorazione più ampia, nei campi ancora ostinatamente tabù "del desiderio, dell'identità, del sesso che si paga".
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Ecco Bersani: arretratezza, liberismo, Lega Coop e convivenza con la camorra
di Nique la police
La vittoria di Bersani alle primarie del PD non va letta secondo l'interpretazione diffusa da due riflessi condizionati. Il primo è quello che vuole la fine della strategia bipolarista del partito democratico, con un sistema all'inglese che avrebbe dovuto favorire una sorta di New Labour di originaria matrice democristano-piccista, mentre il secondo è quello che interpreta questo voto come una risposta "di sinistra" al conflitto politico interno al PD.
Intendiamoci, entrambi i riflessi condizionati contengono un granello di verità: prima di tutto infatti il PD adesso tenderà verso un genere di alleanze simili ma non identiche al quelle dell'ulivo di Prodi sapendo che per andare al governo è impensabile vampirizzare elettori e ceto politico di altre aree culturali. Poi, e questo è altrettanto vero, la mobilitazione dell'ex elettorato Ds è stata decisiva per spostare l'ago delle preferenze nel PD verso Bersani. Si intravede infatti in questa vittoria un desiderio di una politica di sinistra (e persino, in lontananza, del Pc)i che naturalmente è destinata a rimanere inevasa.
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Un brutto nodo
di Ida Dominijanni
Bene ha fatto Piero Marrazzo ad autosospendersi da governatore della Regione Lazio. Meglio avrebbe fatto a dimettersi: non ieri, dopo aver ammesso quello che l'altro ieri negava ostinatamente e incomprensibilmente, ma in quel di luglio, all'indomani degli ormai noti fatti, quando capì di essere sotto ricatto e, stando alle sue stesse dichiarazioni, pagò i ricattatori nel tentativo di mettere tutto a tacere. Tentativo vano, perché nell'epoca della riproducibilità tecnica di tutto vana è la speranza di mettere a tacere qualsivoglia cosa. Tentativo colpevole, perché un uomo di governo sotto ricatto ha l'obbligo di denunciare i ricattatori e, a meno che la causa del ricatto sia inesistente, non può fare l'uomo di governo. Non può fare nemmeno la vittima, o solo la vittima, come invece Marrazzo ha fatto nell'immediatezza dello scandalo.
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