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La persecuzione dei giovani
di Andrea Scarabelli
Se vedi novanta poliziotti in assetto antisommossa a Milano, sui navigli, in un’alba spenta che solo novembre sa offrire, pensi di assistere a un’operazione di estrema gravità e urgenza. Magari per sventare qualche pericolosissima minaccia terroristica esotica, come quella che da oggi scopriamo incombere sul nostro premier. Se poi li vedi circondare il Lab Zero o Ringhiera, insomma la casa occupata sul nuovo parco lungo Ripa di Porta Ticinese, pensi che sia imminente lo sgombero, un’altra mossa dell’offensiva unilaterale innescata da questa città contro tutti gli spazi non omologati in nome della “riqualificazione”.
Invece, no.
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La sinistra nella crisi italiana
Mimmo Porcaro
Contributo al seminario Punto Rosso/Rosa Luxemburg Stiftung Milano, 20 ottobre 2009
Per comprendere il quadro in cui agisce la sinistra italiana è necessario prendere le mosse da una pur sommaria analisi della composizione delle classi dominanti italiane e dai loro interni conflitti.
Se, in seguito alla crisi, il compito fondamentale delle classi dominanti è quello di inventare una nuova direzione politica dell’economia e di finanziare e gestire un crescente debito pubblico in forme socialmente accettabili, nessuna delle frazioni delle classi dominanti italiane è all’altezza del compito.
Fino agli anni ’90 le classi dominanti italiane erano sostanzialmente unite intorno al dominio del blocco finanziario ed industriale pubblico, al quale si alleava la grande industria privata, mentre la PMI era in parte sovvenzionata pubblicamente ed in parte incapace di politica autonoma. Il dominio del blocco pubblico e dei suoi alleati era, per ovvie ragioni, contemporaneamente economico e politico.
Dopo gli anni ’90 il polo pubblico è stato dissolto: il sistema industriale di Stato è stato dimesso e tutte le banche sono state privatizzate. All’alleanza tra blocco pubblico e grande impresa si è sostituita l’alleanza tra capitale bancario privato e grande impresa (col capitale bancario in posizione di preminenza), mentre la PMI ha assunto una posizione sempre più autonoma. Inoltre, non c’è più coincidenza immediata tra classi economicamente dominanti e classi politicamente dominanti: poiché non esiste più una “borghesia di Stato” (e cioè una borghesia che è per definizione espressione o base del Governo), il dominio politico non è più una conseguenza “naturale” del dominio economico.
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Per morte ricevuta. L'ottantanove del Pci
La svolta vent'anni dopo
Ida Dominijanni
12 novembre 1989. Tre giorni dopo il crollo del Muro di Berlino Achille Occhetto annuncia alla Bolognina il cambio del nome del Pci. E' l'inizio della «svolta» che porterà alla dissoluzione del più grande partito comunista dell'Occidente. Un libro di Guido Liguori ricostruisce quei giorni e i mesi di passione che ne seguirono. C'era un altro esito possibile?
«Viviamo in tempi di grande dinamismo. Gorbacev prima di dare il via ai cambiamenti in Urss incontrò i veterani e disse loro: voi avete vinto la seconda guerra mondiale,se ora non volete che venga persa non bisogna conservare ma impegnarsi in grandi trasformazioni. Da questo traggo l'incitamento a non continuare su vecchie strade ma a inventarnedi nuove per unificare le forze di progresso...è necessario andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato nella Resistenza».
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I nostri ragazzi e i loro
Pierluigi Sullo
Quattro novembre, la Vittoria. L’inverno comincia così, con uno spot in tv, dedicato a questa ultima ricorrenza, che può provocare un poco di nausea: vi si vedono militari di tutte le armi, maschi e femmine, belli e giovani e freschi di shampoo, le divise ben stirate, che camminano per le stradine di un paese antico, di quelli toscani o umbri; la gente alle finestre e ai tavolini man mano si alza in piedi, applaude, allunga pacche sulle spalle. Il titolo è: «Grazie ragazzi». Segue logo della presidenza del consiglio, inventato da Berlusconi per le sue famose conferenze stampa ad imitazione della White House. Si deve fare un piccolo sforzo psichico per ricordare che «i nostri ragazzi» sono gente che sta combattendo una guerra – in Afghanistan, per lo meno – in cui si uccide [«si neutralizza», dicono i comunicati ufficiali] e si viene uccisi [«si cade» o «si è vittima», si dice quando a morire sono il caporale sardo o il soldato calabrese]. A essere molto reattivi, si possono anche rievocare nella mente, mentre i «ragazzi» camminano sorridendo nello spot, le scene dei più crudi film statunitensi sulla guerra in Iraq, divise sporche e sabbia, facce tese e improvvisi scoppi di sangue, violenza organizzata e disperata. La guerra, insomma.
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Morire in carcere. Un omicidio (Cucchi), un suicidio (Blefari). Non ci stiamo!
Alessandro Cardulli
Non ci stiamo: lo ripetiamo, se possibile, gridando più forte il nostro sdegno e la nostra rabbia. L’assassinio di Stefano Cucchi, l’omicidio preterintenzionale, come recita l’accusa contro ignoti, sta diventando un giallo, con la complicità, esplicita e non, di troppi uffici pubblici. Non ci stiamo, perché un’altra notizia, drammatica, sconvolgente arriva dal carcere romano di Rebibbia, dove si è suicidata Diana Blefari, condannata all’ergastolo per l’omicidio del professor Marco Biagi.
Si è impiccata con un lenzuolo . Proprio qualche giorno fa era stata visitata da uno psichiatra che l’aveva giudicata “in forte stato di prostrazione”. E il garante dei detenuti, Angiolo Marroni, aveva parlato di “un caso drammatico”. Si tratta del sessantesimo suicidio dall’inizio dell’anno.
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Perché il Ddl Gelmini non ci merita.
di Gigi Roggero
Chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del gelminiano “Disegno di legge in materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio”, che verrà presentato a breve, può tranquillamente cominciare dalla fine (art. 15, comma 6): “Dall’attuazione delle disposizioni della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Ecco la cosa importante: la strategia del governo sull’università consiste di tagli e dismissione, punto e basta. A partire da qui, si possono leggere a cuor leggero le trenta cavillose e confuse pagine del Ddl certi di averne afferrato il senso. Non è un caso, del resto, che nonostante si premetta che ogniqualvolta si parli di “Ministero” ci si riferisca a quello dell’istruzione, dell’università e della ricerca, in realtà l’altro Ministero – cioè dell’economia e delle finanze – è citato in ugual misura e puntualmente a proposito delle questioni di centrale rilevanza.
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Il Ponte è un esempio di keynesismo alla rovescia
Antonello Mangano
Ivan Cicconi, massimo esperto italiano di lavori pubblici, svela la vera essenza del modello Ponte: «E’ keynesismo al contrario, si usa la ricchezza sociale per trasferirla a pochi soggetti privati». Secondo lo schema già sperimentato con la Tav. Un articolo da Terrelibere.org
«Sono politiche keynesiane alla rovescia. In precedenza si prendeva la ricchezza prodotta per redistribuirla, oggi si danno soldi a chi è già ricco. Sono costi che pagheremo per diversi decenni». Lo dice a terrelibere.org Ivan Cicconi, uno dei maggiori esperti di infrastrutture e lavori pubblici, commentando l’annuncio del governo della prima pietra del Ponte sullo Stretto. «La varianti come quella di Cannitello sono ad hoc per il Ponte, si tratta di opere funzionali al progetto». Cicconi, ha denunciato già molti anni fa le storture dell’Alta velocità. Profitti privati, costi per tutta la collettività, cantieri lumaca. Oggi ravvisa nel Ponte lo stesso modello. Il keynesimo alla rovescia, Robin Hood al contrario: la ricchezza sociale che finisce nella tasche dei soliti noti: i grandi contractors, con Impregilo sempre in testa.
Esattamente quanto sostenuto nel libro «Ponte sullo Stretto e mucche da mungere»: è «l’economia basata sulle partnership tra pubblico e privato che mungono attività senza rischio. Al primo soggetto spettano i costi, al secondo i benefici. E’ l’economia delle infrastrutture inutili, addirittura non volute ed imposte al territorio. E’ l’economia dei disastri e delle guerre».
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Coincidenze parallele
Teo Lorini
Molte riflessioni si stanno dipanando in queste ore dal complicato garbuglio di omissioni e ricatti, video apparsi e scomparsi, smentite e ammissioni che ha per protagonista il presidente PD della regione Lazio, Pietro Marrazzo.
A cominciare dalla constatazione (ovvia ovunque tranne che in Italia) per cui è inammissibile che sia esposto a ricatti il titolare di una carica politica di quel livello e –a maggior ragione- il detentore di un ancor più importante incarico. Perché allora Marrazzo si sospende dalla carica e non lo fa invece il primo ministro che da mesi ha ammesso, con l'ardito eufemismo "non sono un santo", di essere un puttaniere e del quale sono, per di più, provati gli intensissimi rapporti con un corruttore sotto inchiesta per induzione alla prostituzione, ma anche per detenzione di cocaina a fini di spaccio?
Più a fondo ancora ci si potrebbe chiedere, come fa Piergiorgio Paterlini, se tutto si possa ridurre alle usurate categorie della 'debolezza', degli ormai logori vizi privati e delle sempre più implausibili pubbliche virtù o se invece non si debba almeno tentare un'esplorazione più ampia, nei campi ancora ostinatamente tabù "del desiderio, dell'identità, del sesso che si paga".
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Ecco Bersani: arretratezza, liberismo, Lega Coop e convivenza con la camorra
di Nique la police
La vittoria di Bersani alle primarie del PD non va letta secondo l'interpretazione diffusa da due riflessi condizionati. Il primo è quello che vuole la fine della strategia bipolarista del partito democratico, con un sistema all'inglese che avrebbe dovuto favorire una sorta di New Labour di originaria matrice democristano-piccista, mentre il secondo è quello che interpreta questo voto come una risposta "di sinistra" al conflitto politico interno al PD.
Intendiamoci, entrambi i riflessi condizionati contengono un granello di verità: prima di tutto infatti il PD adesso tenderà verso un genere di alleanze simili ma non identiche al quelle dell'ulivo di Prodi sapendo che per andare al governo è impensabile vampirizzare elettori e ceto politico di altre aree culturali. Poi, e questo è altrettanto vero, la mobilitazione dell'ex elettorato Ds è stata decisiva per spostare l'ago delle preferenze nel PD verso Bersani. Si intravede infatti in questa vittoria un desiderio di una politica di sinistra (e persino, in lontananza, del Pc)i che naturalmente è destinata a rimanere inevasa.
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Un brutto nodo
di Ida Dominijanni
Bene ha fatto Piero Marrazzo ad autosospendersi da governatore della Regione Lazio. Meglio avrebbe fatto a dimettersi: non ieri, dopo aver ammesso quello che l'altro ieri negava ostinatamente e incomprensibilmente, ma in quel di luglio, all'indomani degli ormai noti fatti, quando capì di essere sotto ricatto e, stando alle sue stesse dichiarazioni, pagò i ricattatori nel tentativo di mettere tutto a tacere. Tentativo vano, perché nell'epoca della riproducibilità tecnica di tutto vana è la speranza di mettere a tacere qualsivoglia cosa. Tentativo colpevole, perché un uomo di governo sotto ricatto ha l'obbligo di denunciare i ricattatori e, a meno che la causa del ricatto sia inesistente, non può fare l'uomo di governo. Non può fare nemmeno la vittima, o solo la vittima, come invece Marrazzo ha fatto nell'immediatezza dello scandalo.
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Perché il PD non attacca Berlusconi?
di Alberto Burgio
«Sarebbe sbagliato trarre conseguenze politiche dalla sentenza della Consulta». Tradotto: le vicende giudiziarie di Berlusconi non riguardano il governo, casualmente da lui presieduto. Quindi tutto deve filare liscio (si fa per dire) indipendentemente dalla bocciatura del lodo Alfano. Che questa sia la linea del governo, della maggioranza e della Confindustria si capisce. Ma perché la sostiene anche il principale partito dell’opposizione (le parole tra virgolette sono state pronunciate mercoledì 7 ottobre, a botta calda, da Massimo D’Alema e riflettono la posizione di tutto il gruppo dirigente democratico)? Perché il Pd non bastona il cane che affoga, approfittando del fatto che l’immagine di Berlusconi vacilla anche tra gli elettori del centrodestra, in gran parte ostili alle sue pretese di impunità?
Potrebbe trattarsi di un’astuzia tattica: un affondo precipitoso potrebbe paradossalmente attenuare i contraccolpi della bocciatura del lodo, meglio che Berlusconi rosoli a fuoco lento o si sotterri da solo, vittima del proprio incontrollato furore. Un’altra risposta è quella formulata da Andrea Fabozzi qualche giorno fa sul manifesto: il Pd sostiene il governo in attesa di tempi migliori perché, nonostante tutto, teme il responso delle urne in caso di elezioni anticipate. Forse però è possibile anche una terza ipotesi. Per argomentare la quale è necessario fare qualche passo indietro, ragionare su quanto è accaduto in Italia nei primi anni Novanta.
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Prometeo, il sapere o la finzione
di Bruno Accarino
Com'è noto, ci si può insediare a capo del Ministero dell'Università e della pubblica istruzione senza essere in grado di distinguere una tesi di laurea - anche già rilegata, e dunque agevolmente riconoscibile - da una giraffa o da un pianoforte, e non è detto che col tempo la capacità di orientarsi si accresca granché. Questo esordio disinvolto non impedisce di essere legislativamente efficaci, anzi micidiali, sia pur ottemperando pedissequamente agli imperativi del ministero dell'economia e propinando, insieme ai tagli di bilancio destinati a cancellare le strutture pubbliche della formazione in Italia, un po' di chiacchiere alla buona e alla rinfusa e qualche pistolotto parenetico sulla meritocrazia. Inutile contare i casi di promozione dell'incompetenza e dell'inesperienza e di formazione scapigliata della classe dirigente.
Ma è venuto il momento di spezzare una lancia a favore della Gelmini e di altri ministri che ne condividono il profilo: ci vuole molto altro per dirigere un ministero? A quale parametro standard si commisurano le capacità di chi è titolare di così significativi poteri decisionali?
Per molti decenni la risposta più diffusa è stata: il ministro è una figura decorativa, chi dispone, senza neanche proporre, è una fitta rete di poteri di sottogoverno e di burocrazia di Stato la cui prima caratteristica è quella di sopravvivere a qualsiasi spostamento, e perfino a qualsiasi terremoto, elettorale. Ci aspettavamo da La Russa che si appropriasse dei complicatissimi scenari dei war games della guerra fredda o che acquisisse una cultura polemologica del dopo-Clausewitz? Basta e avanza quel poco che riesce a farfugliare. Nella divisione sartoriale del lavoro, da una parte il politico ricuce il consenso, dall'altra il burocrate tesse la tela sottile della padronanza cognitiva dei fatti. A lui spetta la gestione delle cose vere, che ha anche il vantaggio di essere meno capricciosa, meno effimera, meno ruffiana. E più aderente ai fatti.
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Berlusconi è un pericolo estremo. Serve un sussulto dei democratici
di Alberto Burgio
Una sentenza della Corte costituzionale è un atto giuridico, non politico. Che può tuttavia avere serie conseguenze politiche. Cominciamo da qui.
Sulla base del ricorso presentato da alcuni magistrati, la Corte ha svolto un ragionamento geometrico. Il Lodo Alfano contraddice un principio materiale (il principio di uguaglianza, scritto nell’articolo 3 della Costituzione) e, per ciò stesso, anche un principio formale (che impone il ricorso a una legge costituzionale, in caso di deroga a uno o più principi scritti in Costituzione).
Eccepire di fronte a questo sillogismo è certo possibile ma è solo un tributo a interessi di parte. E comunque è ormai del tutto inutile. Per nostra fortuna la Corte ha deciso, cassando la legge. Punto e a capo.
Le conseguenze politiche di questa decisione possono e debbono essere profonde. Cozza contro un ostacolo insormontabile una strategia eversiva dispiegatasi durante l’intera parabola politica di Silvio Berlusconi. Viene al dunque uno scontro la cui posta in gioco non è l’orientamento politico di un esecutivo, ma la forma stessa del governo, la logica del rapporto tra governanti e governati, tra potere e cittadinanza.
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Scacco matto
di Carlo Bertani
La concomitanza della sentenza della Corte Costituzionale e del maxi risarcimento (750 mln) per l’affaire Mondadori, più la presentazione dell’associazione “Italia Futura” di Luca di Montezemolo e, in aggiunta, l’apertura della procedura d’infrazione per l’Italia per deficit eccessivo – che comprende anche altri Paesi, ma che per l’Italia è stata motivata per “problemi strutturali” – non sono certo casuali. E’ uno di quei momenti nei quali la storia gira di boa: solo lo skipper attento se n’avvede. Il destino di Silvio Berlusconi – delle sue televisioni, delle sue battute e delle sue puttane – francamente, giunti a questo punto, c’appassiona ben poco.
Starà a lui decidere se accettare un compromesso che preveda una clausola di salvaguardia per il suo patrimonio, oppure decidere di salire con Bossi fino alla “Ridotta della Valtellina”.
Rimanendo in metafora, il 7 Ottobre 2009 è paragonabile allo sbarco in Sicilia del 10 Luglio 1943: il 25 Luglio, l’8 Settembre ed il definitivo 25 Aprile furono solo le ovvie conseguenze.
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G8 Genova. La strana, ma non troppo, storia di un’assoluzione
di Giuliano Giuliani
De Gennaro non colpevole di istigazione alla falsa testimonianza. Il gup decide in soli quindici minuti, un record. Ma viene rinviato a giudizio l’ex questore Colucci che avrebbe dichiarato il falso, C’è il corrotto, manca il corruttore
GENOVA - Le sentenze vanno rispettate (molti lo dicono, pochi lo fanno), ma si possono commentare. Allora, l’assoluzione di De Gennaro, accusato di istigazione alla falsa testimonianza, si può commentare ricordando la cronologia dei fatti.
Sabato 21 luglio 2001, alle 16.15, arriva a Genova in questura il prefetto Arnaldo La Barbera, che assume di fatto il comando delle operazioni di ordine pubblico. E dopo quell’ora, a Genova, di rilevante succede soltanto la macelleria messicana della Diaz. Possibile che De Gennaro non sapesse di questa rilevante visita a Genova? La Barbera va alla Diaz, e quando si rende conto di come vanno le cose lascia il campo, immagino per non macchiare il suo eccellente curriculum di poliziotto antimafia (aveva arrestato Brusca e gli assassini di Falcone e Borsellino). La Barbera è morto nel 2002 e si è portato nella tomba pezzi di verità.
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