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La valigia di Berlusconi

Augusto Illuminati

il berlusconi rosso ed il vendola bluAbbiamo fatto il tifo per Obama? Certo. Siamo entusiasti dei risultati? No. Neppure molti americani radicals. Però quella campagna elettorale, dove confluirono poteri forti e mobilitazione generazionale, soldi pesanti di varia e sospetta origine e raccolta fondi sul web, disegnò un modello innovativo dentro (solo in parte contro) la macchina elettorale consueta e sconvolse gli equilibri politici. La gestione simultanea e conflittuale di quegli effetti e della crisi –gestione che ancora non si è assestata– è la storia contemporanea degli Usa. E avrebbero torto quegli elementi radicali, antagonistici americani che avessero voluto restarne fuori, anticipando con sussiego le difficoltà, i compromessi, le marce indietro rispetto al programma che l’insolito candidato avrebbe poi compiuto. Tanto quanto avrebbe avuto torto chi si fosse legato mani e piedi a quei sogni e a quelle promesse. Lo stesso vale per quanti hanno partecipato da spettatori a quella campagna –coinvolti, addirittura vittime potenziali, ma senza possibilità di intervento.

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Dall'alba al tramonto. Per l'Italia un drammatico giorno che vale almeno un anno

Nique la police

Per capire le scosse telluriche globali che hanno raggiunto l'Italia, e che la Borsa ha certificato con una perdita secca di oltre il 5% nella giornata di venerdì, bisogna partire da uno degli epicentri (perchè non ce n'è solo uno) che è emerso con l'ormai abituale velocità.

E, per capirsi davvero bene, bisogna aggiungere una considerazione. Il mondo occidentale conosce periodicamente l'esperienza della accellerazione degli eventi storici. Esattamente dall'epoca della rivoluzione francese, la prima in cui si poteva ragionevolmente affermare che esistevano "giorni che valgono anni". Oggi possiamo affermarlo anche noi con quello che sta avvenendo dall'inizio del mese di maggio, sia a livello continentale che nazionale, con l'accellerazione della crisi dell'euro (intravista da un decennio, precipitata con gli effetti continentali del salvataggio delle grandi banche, scatenata non appena l'effetto Grecia non si è potuto più rimuovere).

Il primo epicentro che ha fatto capire in quale contesto si sta trovando adesso l'Italia parte quindi dagli Usa. In questi giorni infatti è stata aperta una guerra tra le autorità di controllo americane e le grandi banche nel tentativo di certificare i conti reali di queste ultime e governare le politiche finanziarie Usa.

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Lo spettro di Vendola

di Augusto Illuminati

Cosa comincia a muoversi, molto ma molto lentamente, nella palude italiana? Intanto sotto la pressione della crisi greca, che le misure d’emergenza europee stentano a tamponare soprattutto dopo la disfatta simmetrica dei laburisti in Inghilterra e della Cdu in Germania, gli smagliamenti dell’equilibrio italiano assumono un rilievo più drammatico e meno farsesco. La gestione del debito pubblico fa cadere le promesse di un taglio delle tasse ed evidenzia le conseguenze della crescita infinitesimale del Pil, mentre la disoccupazione cresce e si rivela fenomeno di lungo periodo. La demagogia berlusconiana non ha più smalto e regge solo con il consenso della Lega e la mediazione di Tremonti, vero dominus del governo. Altro che taglio delle tasse, ora si parla di un anticipo della manovra economica alla seconda metà del 2010. Saranno lacrime e sangue, che già il Pd è disposto a donare. Non si tratta solo del logorio finiano, ma tutto il PdL sta collassando e la carica di coordinatore è di colpo diventata una maledizione biblica: prima le dimissioni di Scajola, che era il candidato monocratico a sostituire i tre segretari attuali, poi il trascinamento verso l’abisso giudiziario del loro n. 1 Verdini, infine le ombre che si addensano sul fedelissimo Bondi, che ha messo un parrucchiere a dirigere gli Uffizi.

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La dittatura dell'ignoranza

Guido Viale

Ma perché nel paese che ha avuto il più grande partito comunista e il più forte movimento operaio dell’Occidente, una cultura di sinistra egemone per almeno tre decenni, una delle manifestazioni più radicali e prolungate del «’68» e la maggiore proliferazione dei gruppi della sinistra radicale siamo poi caduti tanto in basso da diventare lo zimbello di tutta l’Europa, sia di destra che di sinistra?
Per alcuni, perché non sono stati elaborati quegli anticorpi che hanno permesso invece ad altri popoli e paesi di non venir travolti – o di venir travolti in misura minore – dall’ondata di demagogia e populismo che ha accompagnato gli sviluppi della globalizzazione nel corso degli ultimi due decenni; e che rischia di avere effetti ancora più deleteri con lo scoppio e il prolungarsi – a tempo indeterminato – della crisi economica. Per altri, perché la maggior parte delle risorse di quelle organizzazioni, o di una parte preponderante di esse, è stata per anni impegnata nel contenere, nel contrastare, nello screditare, assai più che nell’assecondare, le spinte sociali di cui pretendevano la rappresentanza; lasciando così liberi i germi della reazione di sviluppare indisturbati tutte le loro potenzialità; o addirittura alimentandoli.

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Next Italy. Il paese prossimo venturo che vive già tra noi

nique la police

Il governatore del Veneto Zaia rilascia un’intervista dove dichiara che ritiene inaccettabile che le tasse della sua regione finiscano per finanziare la manutenzione dei marciapiedi a Napoli. Nel frattempo in Campania, pochi giorni dopo la vittoria elettorale del centrodestra, 10.000 dipendenti delle Asl non ricevono lo stipendio perché i fondi sono stati pignorati dalla magistratura. La vicenda di Adro nel bresciano, dove alcuni alunni sono stati privati della mensa perché i loro genitori non erano in grado di pagare la retta, è paradigmatica della rottura del tessuto di solidarietà nelle province del nord ma anche nel foggiano è recentemente avvenuto un caso simile. E mai come quest’anno da nord a sud, nella provincie profonde del paese, è avvenuta una sconfessione così evidente delle cerimonie dedicate al 25 aprile. Cortei proibiti, manifesti che inneggiano agli americani contro il “totalitarismo comunista”, boicottaggio di “bella ciao”, discorsi ufficiali che legittimano il revisionismo storico. Al nord si tratta degli stessi comuni che si inventano misure di ogni genere, dall’assegnazione della casa al semplice frequentare luoghi urbani, discriminatori nei confronti di coloro che non sono nativi o appartengono a fasce d’età giovanili.

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Non una authority ma l’acqua pubblica

Riccardo Realfonzo

Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in materia dei poteri di controllo sui gestori privati di una nuova authority.

Ma procediamo con ordine. Con il decreto Ronchi approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso risultano ulteriormente accentuate le privatizzazioni già promosse dal governo Berlusconi con il ben noto articolo 23 bis della legge 133 del 2008 (che spingeva verso la privatizzazione in materia di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica). Il decreto Ronchi impone la gara per l’affidamento dei servizi e stabilisce che le società a partecipazione pubblica quotate in borsa debbano portare la percentuale di proprietà pubblica al di sotto del 30%. Inoltre il decreto rende ancora più difficile il ricorso a quelle ambigue scappatoie - uno dei pasticci giuridici all’italiana - che sono le società per azioni di proprietà interamente pubblica. Infatti, gli affidamenti diretti (“in house”) vengono ora ammessi solo in casi di “situazioni eccezionali”, per il cui riconoscimento serve il parere preventivo dell’Antitrust.

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nazione indiana

Mi cercarono l’anima a forza di botte

di Saverio Fattori

Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte. In molte città italiane vennero affissi cartelli con queste parole. Le parole di De André accompagnano la fine di Stefano Cucchi, arrestato al Parco degli acquedotti di Roma il 15 ottobre del 2009 per venti grammi di hashish e mai più reso alla famiglia. E mai titolo poté essere così folgorante. Stefano Cucchi assassinato dallo Stato. Il cartello chiudeva con questa frase.

Le immagini del corpo dopo il supplizio per qualche giorno sono state visibili su alcuni giornali e telegiornali. Forse hanno turbato la debilitata coscienza dell’italiano lobotomizzato da anni devastati e vili. Forse lo hanno solo infastidito, avrà indugiato qualche secondo come quando si arriva sulla scena di un incidente automobilistico fresco, prima di virare con il telecomando su un telequiz con le domande facili e i concorrenti ritardati mentali. Le tumefazioni tondeggianti attorno agli occhi, la pupilla schizzata fuori dalle palpebre, le fratture alla spina dorsale, quella magrezza estrema, trentasette chili, davvero rimaneva solo l’anima da far saltar fuori e da sputare come il nocciolo di una ciliegia.

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Il cratere della politica                                

di Carlo Donolo

1. Per analogia e in continuità con l'analisi precedente (cfr. "Lo straniero" n. 108) esaminiamo la costruzione politica del post-terremoto, intendendo con ciò i comportamenti politici e istituzionali successivi a emergenze di varia natura, che numerose ci hanno accompagnato in questi mesi. Emergenze - cioè situazioni nelle quali sono richiesti interventi veloci ed efficaci - e catastrofi (naturali, ma abbiamo visto quanto vi pesino interessi più che umani) sono temi per politiche di un tipo particolare. Esse richiedono la mobilitazione immediata di risorse e una finalizzazione efficiente, per ottenere la riduzione del danno maggiore possibile, compresa la riduzione delle sofferenze umane, e per predisporre al meglio la fase ricostruttiva post-evento. In questi interventi appare naturale non guardare troppo per il sottile, ma andare diritti allo scopo. Quel che conta è il risultato atteso e promesso.

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Saturno contro

di Sergio Cararo *

Solo chi ha una visione congiunturale della lotta politica poteva pensare che lo scenario nel nostro paese fosse immutabile. Al contrario, la situazione italiana in questa fase sembra quasi avere “Saturno contro”, il che, secondo gli astrologi, annuncia cambiamenti imprevedibili e repentini

In queste settimane, abbiamo ascoltato e letto “a sinistra” molte valutazioni sulle conseguenze dei recenti risultati elettorali che oscillavano tra il pessimismo per l’ulteriore affermazione del blocco berlusconiano insieme alla Lega e una coazione a ripetere del vecchio schema dell’antiberlusconismo e del meno peggio inteso come unico orizzonte riproponibile e praticabile per le forze della sinistra alternativa. Non abbiamo esitazione nel denunciare sia l’uno che l’altra come strumentali e funzionali ad una visione politica che si è rivelata nuovamente fuorviante.

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Che fare? Un punto di partenza: una sinistra senza idee non serve a niente

Aldo Giannuli

Se vogliamo uscire dal disastro in cui siamo, dobbiamo capire cosa c’è che non funziona nel nostro modo di fare politica: dalla scelta dei gruppi dirigenti alla definizione della linea politica, dalle forme di comunicazione a quelle di lotta, dai modelli organizzativi alla cultura politica.

Ed iniziamo proprio dalla questione della cultura politica della sinistra che ormai è il fantasma di sè stessa. Per circa trenta anni la sinistra ha smesso di studiare, pensare, produrre idee: il panorama delle riviste di sinistra è semplicemente desolante, non si ricorda un solo convegno degno di nota da almeno tre decenni, i congressi sono delle fiere della banalità: la nostra capacità progettuale è a zero.

Il Pd è tutto interno alla cultura neo liberista, ormai prende la linea da Boeri che è l’avvocato difensore delle banche e da Giavazzi che ci spiega che “Il liberismo è di sinistra”: Come dire che è più di sinistra Tremonti che, almeno, qualche sparata contro le banche e sulla globalizzazione ogni tanto la fa, anche se si tratta di innocui sfoghi verbali.

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Se questo è il Partito Democratico 

L'intervista di D'Alema al Sole 24 Ore

Moreno Pasquinelli   

Ci siamo occupati, l'altro ieri, del convegno di Parma di Confindustria. Segnalavamo come il basso clero della borghesia padana, non senza disappunto dei vecchi cardinali del Capitale, si sia spellato le mani per osannare l'archetipo di ciò che questi peones vorrebbero essere, ovvero  Silvio Berlusconi. A rappresentare il PD c'era Bersani il quale ha svolto, senza infamia né lode, il melenso discorsetto a cui ci ha abituati. Ben sapendo chi sia il demiurgo dei "democratici", Il Sole 24 Ore, ha ben pensato di fare una corposa e programmatica  intervista a D'Alema, pubblicandola proprio domenica 11 aprile, affinché i peones padani se la trovassero per mano e si ficcassero bene in testa quale sia il cavallo di razza, il deus ex machina su cui le eminenze grigie del grande Capitale fanno affidamento per preparare l'agognato dopo-Berlusconi.

Consigliamo vivamente i nostri lettori, se vogliono farsi un'idea di ciò che bolle in pentola, di andarsi a leggere questa intervista. (clicca qui).

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La mutazione è compiuta

di Emiliano Viccaro

Davanti all'esito della tornata elettorale - aumento dell'astensionismo, successo schiacciante della Lega, vittoria del berlusconismo -  Francesco Raparelli ci invita, giustamente, «a fare i conti con ciò che c'è e non con ciò che dovrebbe esserci». Ripartire dalla materialità del contesto sociale, culturale, politico, dai rapporti di forza, dai punti di resistenza. Una crisi così potente necessita un'analisi spietata e poco consolante, che metta a verifica ipotesi e strategie verso quella «new thing» di cui abbiamo assoluto bisogno. Dando per assunta la cornice del ragionamento di Francesco (il carattere strutturale della crisi globale e l'egemonia delle destre nella costruzione di processi identitari e di «riterritorializzazione»), è utile indagare la «microfisica» di questo modello di governance che in Italia, a differenza degli altri paesi europei, non sembra attraversare crisi evidenti. Un punto di vista parziale, ovviamente, che fa uno zoom sulle vicende di Roma e del Lazio.

Lunedì scorso, subito dopo la chiusura dei seggi, una giornalista dell'Unità si è divertita a fare delle interviste random all'uscita delle sezioni elettorali di Roma. Ai passanti veniva chiesto di motivare razionalmente la preferenza data a Renata Polverini o Emma Bonino, in riferimento a un punto specifico del programma, una promessa elettorale, un progetto di governo.

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Il REGNO DEL NORD

di Marco Revelli

Dunque il Piemonte è stato annesso al lombardo-veneto. Alla vigilia del 150° anniversario dell'Unità d'Italia ha rovesciato il segno simbolico del proprio ruolo storico, come se la Seconda Guerra d'indipendenza fosse stata perduta. Come se a Solferino e San Martino avessero vinto gli altri. E infatti, appena finito di contare i voti, Zaia e Cota, all'unisono, si affrettano a proclamare la propria alleanza col Papa Re dall'accento asburgico, passando sul corpo delle donne e sul testo di una legge della Repubblica.

Non c'è dubbio che è questo il dato centrale delle elezioni. Il fatto che, con buona pace di Pier Luigi Bersani, dà per intero la misura della sconfitta del centro-sinistra: la "caduta" del Piemonte. Perché con essa la Lega, occupando con uomini propri tanto il Nord est che il Nord-ovest e aumentando il proprio già forte peso in Lombardia, unifica sotto le proprie bandiere pressoché tutto il Nord. "Governa", di fatto, la Padania. Può dire - e di fatto così è - di non aver guadagnato solo due amministrazioni regionali della Repubblica, ma di aver conquistato "un regno": il più "pesante" della penisola. D'ora in poi la geografia politica italiana non sarà più la stessa.

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La micromanovra degli incentivi

Rosita Donnini, Valerio Selan

Una falsa manovra anticrisi, pari a due decimillesimi di Pil, a uso elettorale con stanziamenti esigui e distributi a pioggia. Di cui, per giunta, potrà usufruire solo chi non fatica ad arrivare a fine mese

 brunetta fannulloneTanto tuonò che piovve. Presentata con il consueto rullo di tamburi la manovra anticrisi "ad orologeria" rispetto alla tornata elettorale di fine marzo, come direbbe il "nostro caro leader". Ad una prima valutazione, prescindendo da qualche oscurità tecnica di cui parleremo al termine di questa nota, la manovra si presta a tre ordini di considerazioni, riguardanti: a) le sue dimensioni relative; b) il riparto settoriale; c) le categorie sociali presumibilmente beneficiarie.


A) Sulle dimensioni assolute e relative la Confindustria, nel suo giornale ufficiale, parla di "topolino". In realtà siamo nel campo della microbiologia. Raffrontando i 300 milioni di incentivi (i 120 di sgravi fiscali sono la reiterazione di provvedimenti già in atto) con un Pil di meno di 1.600 miliardi di euro si ottiene una frazione di 2 decimillesimi (!).

Per capirci meglio facciamo un esempio micro. Per un lavoratore che guadagni 20.000 euro netti all'anno, e cioè 1.600 euro al mese, la manovra peserebbe per 4 euro annui o 30 centesimi al mese. Per potersi comprare il Corriere dello Sport una volta ogni 30 giorni gli servirebbero 4 manovre.

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Pd, sotto il vestito niente

Salvatore Cannavò

Il Parlamento discute di politica economica ma non se ne accorge nessuno. Tremonti presenta la sua piattaforma di "liberismo statalista assistenziale" un po' sul modello cinese. E rivendica le "riforme" contro il lavoro. Bersani dice cose intelligenti ma non ha nessuna proposta alternativa. Meglio Di Pietro ma sempre dentro le ragioni d'impresa

Che ne di te se per qualche minuto usciamo dal terribile teatrino quotidiano della politica italiana per parlare di questioni più concrete e di sostanza? Cioè, di politica economica? Qualcuno potrebbe accusarci di voler parlare d'altro e, a leggere i giornali di oggi, l'argomento rischia di essere elitario. Eppure solo ieri, mercoledì 17 marzo, il Parlamento ha dedicato alla questione più di tre ore di dibattito con la presenza in Aula di tutti i leader, del ministro dell'Economia e, udite udite, anche del presidente del Consiglio che per qualche minuto è riuscito a sopportare l'allergia che nutre per Montecitorio.

Il dibattito era stato chiesto più volte dall'opposizione e in particolare dal segretario del Pd, Bersani, intenzionato a discutere della crisi, «dei problemi veri» come dice lui, piuttosto che di veline, magistrati e intercettazioni. Dal dibattito non è venuto fuori niente di eclatante ma si è discusso, sono state presentate mozioni di indirizzo al governo - 4 dall'opposizione e 2 a sostegno della maggioranza, approvate nel voto finale - i leader hanno parlato tutti e un quadro complessivo alla fine è venuto fuori.