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Le speranze disattese del "nuovo Sudafrica"

di  Marcello Musto

Il Sudafrica di oggi, dove il conflitto di classe ha preso il posto di quello razziale e una classe politica ex rivoluzionaria talk left, walk right

Coloro che, visitando il Sudafrica (SA), desiderano comprendere gli eventi che hanno contraddistinto la drammatica storia di questo paese non possono tralasciare il Museo dell'Apartheid. Situato a pochi chilometri dal centro di Johannesburg, esso rappresenta, infatti, uno dei luoghi più significativi dal quale intraprendere l'angosciante viaggio a ritroso nella storia di uno dei peggiori casi del colonialismo europeo e, al contempo, del razzismo del XX secolo.

L'atmosfera festosa che si respira all'esterno, per la presenza delle scolaresche che, fra canti e dolcissimi sorrisi, si dispongono in una fila di vestiti e zainetti colorati prima di entrare, cessa bruscamente sull'uscio d'ingresso. Al museo non si accede tutti insieme. Uno ad uno, studenti o membri di famiglie in visita, vengono separati in base al numero del biglietto acquistato e per un'ora, prima di ricongiungersi accanto a una fotografia di Nelson Mandela, rivivranno la tragedia della segregazione. Quelli con i numeri pari entrano dal passaggio riservato ai "bianchi", dei quali, nel corso della visita, si rammentano i privilegi goduti e le atrocità commesse; mentre i dispari, dal varco accanto, ripercorrono il tragitto delle brutalità subite dai "non bianchi", ovvero i neri e i coloured. Tutti seguono lo stesso percorso, potendosi spesso guardare e, talvolta, camminare anche fianco a fianco, ma restano sempre divisi da una fredda gabbia di metallo; non si toccano mai e attraversano racconti, documenti ed esperienze di vita completamente differenti.


Razzismo e apartheid

La data in cui prese avvio la colonizzazione europea è il 1486, anno in cui il navigatore portoghese Bartolomeu Dias superò l'estremo meridionale dell'Africa.

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marx xxi

L’Ottobre in una prospettiva storica

di Alexander Höbel

Sebbene Zhou Enlai ritenesse, nel 1972, che fosse passato troppo poco tempo per trarre un bilancio della Rivoluzione francese, i 95 anni che ci separano dalla Rivoluzione d’Ottobre rendono plausibile, e per molti aspetti necessario, tentare di formulare un giudizio storico non tanto sull’evento in sé, quanto sul suo impatto sulla storia dell’ultimo secolo.

Per farlo non si può non partire da due punti: che cos’era la Russia – e che cos’era il mondo – prima del 1917, e quale è stato l’impatto sulla storia del secolo breve di un altro evento decisivo e altrettanto paradigmatico, ossia la Prima guerra mondiale. È da qui, credo, che si debba partire se si vuole acquisire fino in fondo la consapevolezza di ciò che l’Ottobre e quello che ne è seguito hanno rappresentato.

Nella Russia pre-rivoluzionaria lo zar era un “monarca assoluto”, che non doveva “rispondere delle proprie azioni a nessuno al mondo”, il suo potere era “autocratico e illimitato”; la servitù della gleba era stata abolita nel 1861, ma le riforme di Stolypin, spezzettando le comuni contadine, i mir, in piccolissimi appezzamenti privati, avevano riproposto un altro tipo di servitù, quella economica, determinata dall’aumento della polarizzazione tra contadini poveri (che spesso rivendevano il loro appezzamento) e contadini ricchi (kulaki), che accaparrandosi le terre dei primi accrescevano sempre più la propria posizione dominante nelle campagne.

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Il secolo di Eric Hobsbawm

di Stefano G. Azzarà*

Eric Hobsbawm ha attraversato nella sua non breve ed intensa vita tutti gli snodi e i luoghi più importanti di quel secolo complicato il cui studio, un giorno, gli avrebbe dato notorietà anche al di là della cerchia strettamente accademica: aveva radici nell’impero asburgico, dal quale proveniva la madre viennese, e in quello russo, nel quale era nato il padre polacco; deve i natali nella Alessandria d’Egitto del 1917 al colonialismo britannico e ha conosciuto poi l’Austria e la Germania alla vigilia della grande crisi del 1929; per passare infine – provvidenzialmente, date le sue origini ebraiche – da Berlino a Londra all’avvento del nazismo. Qui, dopo la guerra, si svolgerà il suo impegno politico nel Partito comunista britannico e più avanti nella sinistra radicale inglese e da qui matureranno intensi rapporti con i settori più avanzati del mondo universitario statunitense e un legame privilegiato con l’Italia e il Pci della tradizione storicistica e gramsciana, un interlocutore che poteva comprenderne l’attitudine in misura certamente maggiore di quanto avvenisse nel mondo anglosassone. A Londra, soprattutto, si realizzerà un’ammirevole attività di ricerca che ne ha fatto uno dei maggiori storici contemporanei, come dovranno riconoscere anche quegli intellettuali che da lui erano più distanti sul piano politico e ideologico ma che non potranno fare a meno di studiarne i lavori e di utilizzarne le categorie interpretative.

Hobsbawm esordisce come studioso dei movimenti ribellistici popolari, con un approccio che contribuirà, attraverso un percorso autonomo, a quel rinnovamento del metodo storiografico che nel dopoguerra è stato condotto in diversi contesti dalle “Annales” e da altri interpreti della storia sociale.

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Prendere a calci il presente

di Pino Ferraris

Torniamo ancora a Pino Ferraris, con la registrazione della sua presentazione di Ieri e domani. Storia critica del movimento operaio e socialista ed emancipazione dal presente (Edizioni dell’Asino) tenuta alla Festa della parola, a Roma, il 30 settembre dell’anno scorso.

L’impegno della storiografia per me ha un significato prima di tutto politico. Mi considero un politico in esilio da trent’anni, ma nonostante questo la maggior parte della mia vita è stata occupata dalla militanza politica.

Sono un animale politico e non lo nascondo, e una delle prime considerazioni che faccio e che mi ossessiona è che la perdita della memoria, l’annientamento del passato, significa anche annientamento del futuro. Non c’è possibilità di costruire futuro se non si spreme la memoria, se non la si elabora. L’amnesia, come in parte la nostalgia, afferma la dittatura del presente. Oggi viviamo a tutti gli effetti nella dittatura del presente...
Ieri e domani
è la versione, più efficace, che Goffredo Fofi ha dato al titolo che io avevo pensato per il libro: Passato e futuro. Passato e futuro era in origine la proposta che io avevo fatto per “Parole chiave”, la rivista tutt’ora esistente sui “problemi del socialismo”. L’ispirazione mi venne in opposizione polemica alla rivista di storia contemporanea “Passato e presente”, dove traspare un elemento di filosofia della storia in cui il presente sembra già contenuto nel passato, mentre il problema mio e credo nostro è quello di affermare la libertà nella storia: libertà condizionata, libertà che può sfuggirci di mano... però il principio di fondo è la libertà nella storia, non un determinismo storico che ci annienta.

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Strabiche riletture del secolo breve

Alberto Burgio

«La rivoluzione globale. Storia del comunismo internazionale» di Silvio Pons, più che la sintesi di un'epoca controversa, è un contributo alla campagna di liquidazione dell'esperienza nata dalla Rivoluzione d'ottobre

Chi si cimenta in certe imprese mostra indubbio coraggio. Scrivere la storia del comunismo, sia pure del solo comunismo novecentesco, sia pure della sua sola dimensione immediatamente politica, si carica un fardello. E promette di muoversi su un terreno complesso (si tratta pur sempre di ripercorrere un buon tratto della «storia del mondo») tenendosi a distanza da una tentazione che appare qui particolarmente forte: quella di usare processi ed eventi come «mezzi di prova» a conforto di tesi precostituite, piegando la ricostruzione storica al servizio di battaglie ideologiche. Si assume, in una battuta, l'onere di resistere alla tentazione di fare - come si è rimproverato per decenni a tanti storici del movimento operaio e dell'antifascismo - della «storiografia militante».


Incongruenze

Diciamo subito, a scanso di equivoci, che in questo caso al coraggio dell'autore (lo storico Silvio Pons, direttore di quello che fu il prestigioso Istituto Gramsci, pensato da Togliatti come «centro nazionale per l'approfondimento e l'irradiazione culturale del marxismo-leninismo») non corrisponde pari fermezza. Quella che La rivoluzione globale. Storia del comunismo internazionale 1917-1991 (Einaudi 2012, pp. 419, euro 35) presenta come sintesi storiografica di una controversa stagione «politico-storica» è piuttosto un contributo alla campagna di «liquidazione» dell'esperienza e delle ragioni del movimento comunista nato dalla rivoluzione d'Ottobre (quindi, secondo Pons, del comunismo tout court): una valorosa sparatoria - dati i tempi - contro la Croce Rossa.

Il comunismo internazionale di cui si tratta è due cose: un movimento politico, composto da partiti, scrive Pons, «legati a doppio filo con Mosca», e un sistema di Stati che «replicavano il modello politico, economico, sociale generato dalla rivoluzione bolscevica» e si presentavano come una «comunità internazionale».

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lavoro culturale

Il ghiaccio era sottile. Per una storia dell’autonomia*

di Marcello Tarì

Nelle tante peregrinazioni, incontri fortuiti, discussioni circostanziate e chiacchiere senza scopo fatte qui e là nel mondo, mi è spesso capitato di dibattere o di essere interrogato dai miei compagni di parola sulla breve vicenda storica narrata in questo libro il quale, in tutta evidenza, si è costruito dentro e insieme a questi incontri. Quello che io stesso e i miei amici abbiamo imparato al riguardo è molto semplice in fin dei conti e cioè che la storia dei movimenti autonomi italiani degli anni ’70, man mano che passavano i decenni, invece di fissarsi nel passato è divenuta un punto di riferimento importante nell’immaginario politico di tutti coloro che ovunque, nel presente, provano a organizzarsi in senso rivoluzionario.

Certamente si tratta di un immaginario frammentario, basato molto spesso sul “sentito dire” e su informazioni indirette, ma che porta con sé molto più di una semplice curiosità storiografica: contiene la ricerca e la scrittura collettiva di una sorta di romanzo di formazione che accompagni le lotte in corso. Nessun “professore” o “maestro” può, oggi come ieri, scrivere questo romanzo i cui capitoli prendono nome dai luoghi o dalle date delle rivolte, da episodi minori di resistenza, da esperienze di vita collettiva particolarmente felici, da titoli di libri che viaggiano come dei proiettili oppure da nomi propri divenuti dei «personaggi concettuali». Un racconto la cui cronologia non rispetta quella ordinata, «omogenea e vuota», dettata dalla storiografia imperiale ma risponde solo alla discontinua densità della temporalità rivoluzionaria.

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Baffi e la crisi di oggi

di Pasquale Cicalese

Kaiserstrasse, 10, Frankfurt. E’ questo l’indirizzo della Banca Centrale Europea, sede del vero governo comunitario, da cui si diramano le direttive per i 17 paesi dell’eurozona.

Mutuata dall’esperienza del dopoguerra della Bundesbank, la Bce ha come scopo statutario unicamente la stabilità dei prezzi, in altri termini la deflazione reale.

Del resto era questo lo scopo dell’asse franco-tedesco quando nel 1972, a seguito della svalutazione del dollaro e del conseguente distacco della divisa americana dall’oro, decisione presa da Nixon nella notte del 14 agosto del 1971, avviò il processo di unificazione monetaria con il Piano Werner.

Lo stesso “asse” franco-tedesco è comunque una boutade storica dacché tutte le decisioni successive al 1972 furono prese dalla Bundesbank, con i francesi illusi di imbrigliare la forza teutonica.

Non fu affatto entusiasta del Piano Werner e del successivo serpente monetario il futuro governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, il quale aveva due preoccupazioni: assorbire la disoccupazione giovanile degli anni settanta stimolando la crescita e sopire la ribellione di massa del proletariato italiano.

La deflazione monetaria insita nei piani egemonici tedeschi sarebbe stata, a detta di Baffi, deleteria per l’economia italiana per un motivo fondamentale. Da Palazzo Koch il governatore assisteva alla deflagrazione dell’apparato produttivo italiano con il progressivo smantellamento delle grandi imprese: il nano capitalismo, trionfante in quegli anni unicamente grazie alla svalutazione e all’evasione fiscale di milioni di “operatori economici”, non avrebbe resistito né alla rigidità monetaria della Bundesbank, né, tantomeno, alla solidità industriale tedesca, se non in una posizione subalterna, unicamente quale subfornitura.

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Gli anni Settanta nel «panorama storico» di La Grassa

Ennio Abate

1. Tempo fa un giovane storico mi confidò che, a suo parere, molti colleghi più anziani di lui erano rimasti fissati (questo il termine usato) agli anni Settanta. Non gli dissi che anch’io, senza essere storico, torno spesso su quegli anni; e, anzi, ho tentato invano di indurre amici,  che come me  da lì politicamente e culturalmente vengono, a rifletterci assieme. La damnatio memoriae non cede. Ogni tanto, però, scopro con piacere  che qualcuno non li liquida come «i peggiori della nostra vita»[1] e ci torna su quegli anni in modi non banali. È il caso di Raffaele Donnarumma, che in un saggio dedicato al «terrorismo nella narrativa italiana»,[2] si attesta sulla posizione moderata di chi «combatte da anni per impedire l’equiparazione tra gli anni Settanta e gli anni di piombo»[3] e così sintetizza il trapasso da un’epoca a un’altra avvenuto allora:

«L’impressione che gli anni tra il 1968 e il 1978, per scegliere come estremi  imprecisi le date simbolo della contestazione e dell’omicidio di Aldo Moro, siano stati l’ultima età eroica della Repubblica – l’ultima età, cioè, in cui i destini personali si potevano identificare con quelli collettivi, in cui si consumavano i grandi conflitti, e in cui ciascuno poteva legittimamente pretendere di fare la storia – porta con sé una certa aria di retorica e di nostalgia, ma è tutt’altro che infondata». (p. 437)

Il saggio mi pare ottimo non per il giudizio più o meno “equanime” oggi comune a molti ex-sessantottini e che a me pare “addomestichi” un po’ la storia di allora, ma perché, occupandosi d’immaginario letterario (e dichiaratamente soltanto di quello narrativo) e distinguendolo correttamente dalla verità storica (i due piani, dice, «sono sempre sfalsati»), esamina diversi casi di scrittori allora di punta[4] e dimostra quanto gli eventi furono vissuti mitologicamente[5] e in preda ad una «angoscia di spossessamento di fronte agli avvenimenti».

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voce corsaro

La storia è finita, andate in pace

Cronaca delle "eminenze grigie" che hanno scioccato il mondo

A.D.G.

<< La democrazia liberale costituisce il punto di arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità e la definitiva forma di governo tra gli uomini. La sua affermazione costituisce in un certo senso la fine della storia >>

Queste sono le parole del professor Francis Fukuyama, contenute nel suo libro del 1992 “La fine della storia”. Secondo Fukuyama, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, la storia è finita, poiché in tutto il mondo si è affermato il miglior modello di società, e cioè quello liberalcapitalistico. Dopo lo scontro della “guerra fredda”, il confronto internazionale in questo nuovo mondo, avverrà sui campi di battaglia del mercato e della competitività economica, secondo i “prosperi” principi del liberalismo. Questo è il modello di società illustratoci da Fukuyama, ma per capire come si è arrivati alla cosiddetta “fine della storia”, bisognerebbe partire da molto lontano, e precisamente dagli anni ’20 del ‘900.[1]

E’ il 1929, anno della grave crisi economica che colpì tutto il mondo. La fiducia nel “liberoscambismo” che aveva contraddistinto tutta l’economia degli inizi del ‘900, deflagrò sotto i colpi della “grande depressione”. Come rimedio a questa crisi, nel 1933, il Presidente degli Stati Uniti Roosvelt varò il New Deal, e cioè il “nuovo corso”; con questa misura lo Stato si impegnava in prima linea nei settori strategici dell’economia, al fine di incentivare la crescita e la ripresa.

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La rivoluzione reazionaria

di Maurizio Zanardi

Il capitale umano e l’avvenire della politica

1. Apocalisse

“Nel 1971-72 è cominciato uno dei periodi di reazione più violenti e forse più definitivi della storia. In esso coesistono due nature: una è profonda, sostanziale e assolutamente nuova, l’altra è epidermica, contingente e vecchia. La natura profonda di questa reazione degli anni settanta è dunque irriconoscibile; la natura esteriore è invece ben riconoscibile”[1], così scriveva Pasolini nel luglio del 1973 in un articolo apparso su “Tempo illustrato”. In apparenza il periodo iniziato nel 1971-72 sembra connotato dal “risorgere del fascismo, in tutte le sue forme, comprese quelle decrepite del fascismo mussoliniano, e del tradizionalismo clericale-liberale”. Ma questo aspetto più immediato, assai facile da riconoscere, che asseconda le pigre abitudini interpretative, nasconde la natura profonda, la violenza inaudita, l’aspetto assolutamente nuovo e definitivo di ciò che per Pasolini è in incubazione già a metà degli anni ’60. Da questo punto di vista, il termine “reazione” si rivela del tutto inadeguato alla natura profonda del processo in atto:

La restaurazione o reazione reale cominciata nel 1971-72 (dopo l’intervallo del 1968) è in realtà una rivoluzione. Ecco perché non restaura niente e non ritorna a niente; anzi, essa tende letteralmente a cancellare il passato, coi suoi “padri”, le sue religioni, le sue ideologie e le sue forme di vita (ridotte oggi a mera sopravvivenza). Questa rivoluzione di destra, che ha distrutto prima di ogni cosa la destra, è avvenuta attualmente, pragmaticamente. Attraverso una progressiva accumulazione di novità (dovute quasi tutte all’applicazione della scienza): ed è cominciata dalla rivoluzione silenziosa delle infrastrutture[2].

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Il comunismo eretico e il 68

di Pier Paolo Poggio

Pubblichiamo la “Premessa” di Pier Paolo Poggio al secondo volume di “L’altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico” (JacaBook), in libreria in questi giorni

Nel Novecento l’Europa è stata il teatro principale e l’epicentro della guerra mondiale che, scoppiata come conflitto militare per decidere a quale potenza statale spettasse il dominio sul mondo, per effetto della rivoluzione russo-bolscevica si è trasformata in guerra civile mondiale tra capitalismo e comunismo, tra due sistemi opposti, sul piano politico, economico, ideologico.

Questa rappresentazione lineare dicotomica stringe in una morsa tutti gli eventi del secolo, ne abbrevia la corsa catastrofica e liberatoria, sfociando nel crollo del 1989, con contraccolpi in grado di minare anche le conquiste dell’89 francese, come dimostrerebbe il diffondersi in ogni dove di derive neoassolutiste, fondamentaliste, tribali, tanto repressive quanto supportate tecnologicamente.

La lotta mortale tra i due contendenti sfocia così in una sconfitta certa e apparentemente definitiva, quella del comunismo, a cui fa da contraltare la vittoria indiscutibile ma insostenibile del capitalismo. Insostenibile perché secondo i suoi attuali avversari il capitalismo ancor meno del comunismo o di qualsiasi forma di socialismo è in grado di affrontare e risolvere l’inedita crisi ecologica globale, frutto avvelenato e eredità ingestibile del “secolo breve”.

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La retorica del potere. Critica dell’universalismo europeo

Immanuel Wallerstein

Sociologo statunitense con cattedra a Yale ma appartenente alla sinistra radicale, Immanuel Wallerstein è stato tra i primi in America a recepire e poi attualizzare la lezione di Braudel (come fondatore e direttore del Ferdinand Braudel Center alla State University di New York): i suoi lavori di sociologia economica e di storia delle idee applicano il concetto di lunga-durata ai processi del capitalismo, ed introducono definitivamente nelle scienze sociali la categoria di sistema-mondo1.

Quello di Wallerstein è dunque un sano storicismo metodologico: non consiste nell’immettere e così sciogliere tutti gli eventi nel flusso del tempo, ma nel fornire una visione sistemica e di lungo periodo dei processi culturali, economici, sociali e politici, in una parola della struttura storica della civiltà occidentale (cfr. p. 108: “tutti i sistemi sono storici e tutta la storia è sistemica”); ciò gli consente di avere uno sguardo critico analogo a quello di un altro grande sociologo di sinistra, Pierre Bourdieu, uno sguardo capace di decostruire riflessivamente i valori della nostra civiltà, di cogliere l’insufficienza o meglio l’obsolescenza delle vecchie categorie della politica europea e americana2 , e di comprendere che ci troviamo in una fase di transizione, di passaggio da un sistema-mondo ad un altro, i cui tratti non sono ancora definiti ma dipenderanno sicuramente dalle nostre scelte culturali, economiche e politiche.

Tale storicizzazione radicale permette inoltre a Wallerstein di affermare che ogni universalismo, ed in particolare quello elaborato dalla moderna civiltà occidentale, nasconde un particolarismo. In Chi ha il diritto a intervenire? Valori universali contro barbarie, prima delle tre conferenze tenute alla British Columbia University nel 2004 e qui raccolte in volume con l’aggiunta di un saggio conclusivo, egli va alla radice del problema per eccellenza, generato dalla costituzione concettualmente e concretamente ‘universalistica’ del sistema-mondo moderno a partire dalle scoperte geografiche del XVI secolo: lo statuto giuridico (quindi etico, politico, ontologico, problematicamente umano) dell’‘altro’3 .

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utopiarossa2

Sull'anniversario della cosiddetta unità d'italia come forma di feticismo storico

di Michele Nobile

Le autocelebrazioni ufficiali sono sempre mistificanti perché volte a far apparire «vissute» e «popolari» istituzioni che della vita sociale sono pietrificazioni, concrezioni di apparati burocratici che ad essa si sovrappongono nel tentativo di dominarne e governarne le contraddizioni.

Massimamente mistificante sarà dunque l’autocelebrazione dell’apparato degli apparati, cioè dello Stato: qui la mistificazione coincide con la rappresentazione della forma-Stato come un feticcio che assorbe e congela il vissuto storico reale, che lo restituisce in una forma da cui le contraddizioni sono espunte o neutralizzate.

L’autocelebrazione dell’unità d’Italia che ha luogo in questi giorni è mistificante nella sua stessa concezione e denominazione.

Quel che accadde il 17 marzo 1861 non fu affatto il compimento dell’unificazione italiana ma la promulgazione della legge che faceva di Vittorio Emanuele il re d’Italia (legge , approvata il 26 febbraio dal Senato e il 14 marzo dalla Camera). Si tratta della nascita del Regno d’Italia, costituito in seguito ai plebisciti ed alle annessioni che, nell’arco dei diciotto mesi precedenti, avevano progressivamente esteso il regno di casa Savoia fino a comprendere la Lombardia, l’Italia centrale tranne il Lazio, il Mezzogiorno.

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Su Howard Zinn, storico radical del popolo americano

di Bruno Cartosio

… Marx aveva detto che la storia è la storia della lotta di classe; Zinn – da marxista che è avvertito sulla storicità dello stesso marxismo – aggiorna il maestro e alle classi aggiunge sesso, razza, appartenenza culturale e nazionale

Mount RushmoreUn piccolo gioco di specchi: il 6 novembre 2008 Howard Zinn risponde su “The Nation” all’articolo con cui Edward Rothstein ha commemorato Studs Terkel sul “New York Times” di tre giorni prima. Terkel, giornalista radiofonico e storico era morto il 31 ottobre. Rothstein ha scritto che Terkel “sembrava un liberal incoerente…ma se lo guardi più da vicino non riesci a individuare il punto in cui il suo liberalismo scivola nel radicalismo”. Dello storico Studs Terkel – contro l’ideologia mistificante dell’obiettività come “assenza di ideologia” – Zinn difende il fatto che la sua “visione politica” sia presente nelle storie orali da lui raccolte e assemblate; ne difende le posizioni, che definisce “così ragionevoli da fare onore al ‘radicalismo’”.

Zinn contesta varie altre affermazioni e giudizi di Rothstein, ma per quanto riguarda la definizione della fisionomia ideologico-politico-umana di Terkel fa ricorso alle parole di un altro intellettuale, Norman Mailer. Infatti, Zinn cita una lettera che Mailer scrisse a “Playboy” nel 1962, dopo che la rivista lo aveva contrapposto come liberal al conservative William Buckley: “Non mi interessa se mi chiamano radical, ribelle, rosso, rivoluzionario, outsider, fuorilegge, bolscevico, anarchico, nichilista o perfino conservatore di sinistra, ma per piacere non mi si chiami liberal”. Probabilmente, scrive Zinn, Terkel avrebbe dato una simile definizione di se stesso.

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La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels

di Sandro Moiso 

Tristram Hunt, La vita rivoluzionaria di Friedrich Engels, Isbn, Milano 2010, pp.400, euro 27,00

Di roghi di libri, certo, Friedrich Engels se ne intendeva.

A partire dalla messa al bando del Manifesto del Partito Comunista, nel 1852, seguita alla condanna dei comunisti nel processo di Colonia, innumerevoli sono state le opere da lui firmate, da solo o con Karl Marx, messe fuori legge o distrutte dai regimi reazionari o autoritari degli ultimi centosessanta anni.

Non solo per questo, però, si dimostra particolarmente utile la lettura del testo di Tristram Hunt dedicato alla vita di Engels.

La vita di un borghese rivoluzionario viene qui esposta al di fuori dell'agiografia che, troppo spesso, ha accompagnato le biografie di Marx ed Engels, soprattutto nell'era del cosiddetto socialismo reale. Anzi, si può tranquillamente affermare che quella prodotta da Hunt sia l'unica biografia degna di rilievo dopo quella scritta da Gustav Mayer nei primi anni trenta e tradotta in Italia soltanto nel 1969 da Einaudi.