Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 3400

Perché ancora Marx
di Marcello Musto
Nel corso delle ultime settimane, da quando la crisi finanziaria internazionale si è sviluppata così violentemente da sradicare, con le furie dei propri venti, non solo alcune delle più grandi istituzioni del capitalismo americano, ma lo stesso modello neoliberale spacciato come pensiero unico fino a pochi mesi fa, tutti i principali quotidiani internazionali, non importa se di tendenza riformista o liberale, hanno reso omaggio a Karl Marx e alle sue tesi. Egli è ritornato a essere citato negli editoriali dei maggiori quotidiani finanziari mondiali e a essere ritratto sulle copertine di diffusissimi e autorevoli settimanali di Stati Uniti ed Europa.
Alcuni di questi hanno sostituito il viso della Statua della libertà con un profilo soddisfatto di Marx, mentre l'Economist di due settimane fa raffigurava il presidente francese François Sarkozy, in visita a New York, intento a leggere avidamente una copia de Il capitale mentre, sullo sfondo, i palazzi di Wall Street crollavano inesorabilmente.
In tutte le descrizioni e le immagini in cui ho visto ritratto Marx durante queste settimane, egli appariva sempre sorridente e, nonostante il passar degli anni, mi è sembrato piuttosto in forma, anche quando a fare i conti con le sue analisi erano giornalisti che non possono certo essere definiti suoi seguaci.
È per questo motivo che sono rimasto davvero perplesso quando ho letto, invece, proprio sul quotidiano di Rifondazione Comunista, in un articolo a firma del suo direttore Sansonetti sulla crisi del capitalismo e la manifestazione dell'11 di ottobre (che ha visto sfilare 300.000 partecipanti ed è stata definita da tutti a sinistra come un successo), le seguenti parole: “Non mi pare che ci sia altra via percorribile se non quella di ripartire da zero”; non bisogna “pensare per dogmi”, ma “capire che il marxismo, che è una gigantesca teoria politica, non è più sufficiente”.
- Details
- Hits: 3076

Il brevetto del nuovo capitale
«Appunti per cercare le ragioni a sinistra
Marcello Cini
Nuovo modo di produrre e nuovo ruolo della scienza, In un mondo messo a rischio nella sua esistenza materiale e nella sua ragione morale. Un contributo alla discussione per non rassegnarsi al declino, tra deriva moderata e resistenza testimoniale
Condivido tuttora, nonostante l'attuale diaspora della sinistra, la domanda che Claudio Fava aveva posto a Chianciano con chiarezza: «Abbiamo paura di impegnarci nella costruzione di una sinistra che sappia finalmente elaborare le culture del comunismo e del socialismo per proporne una sintesi originale? Qualcuno di noi è così miope da vivere questa sfida culturale e politica, che forse prenderà il tempo e lo spazio di una generazione, come un tradimento ai sacri luoghi delle nostre identità? O pensiamo davvero che tra dieci o vent'anni ci saranno ancora, in questo paese, una sinistra cosiddetta 'socialdemocratica' e una sinistra cosiddetta 'comunista', ciascuna gelosa custode delle proprie liturgie e della propria storia? Un nuovo soggetto politico di sinistra non soffocato dall'ornamento dei propri aggettivi è solo una favola ce ci raccontiamo o è realmente una sfida che ci mette tutti (tutti!) in discussione?». Penso ancora che il dibattito su come iniziare a costruire gli strumenti che possono contrastare l'offensiva travolgente che il capitalismo del XXI˚ secolo sta portando avanti contro i popoli della Terra dovrebbe avere la priorità.
- Details
- Hits: 4036
Grundrisse, la profezia incompresa
di Marcello Musto
Così come accade di nuovo 150 anni dopo, con la crisi dei mutui subprime , nel 1857, gli Stati Uniti furono teatro dello scoppio di una grande crisi economica internazionale, la prima della storia. Tale avvenimento generò grande entusiasmo in uno dei suoi più attenti osservatori: Karl Marx.
Dopo il 1848, infatti, Marx aveva ripetutamente sostenuto che una nuova rivoluzione sarebbe avvenuta soltanto in seguito a una crisi e, quando questa giunse, si decise a riassumere, nonostante la miseria e i problemi di salute che lo attanagliavano, gli intensi studi condotti dal 1850 presso il British Museum di Londra e a dedicarsi nuovamente alla sua opera di critica dell'economia politica. Risultato di questo lavoro, compiuto tra l'agosto 1857 e il maggio 1858, furono otto voluminosi quaderni: i Grundrisse , ovvero la prima bozza de Il capitale.
Dopo questa data, essi giacquero tra le tante carte incompiute di Marx ed è probabile che non siano stati letti neppure dallo stesso Friedrich Engels. In seguito alla morte di quest'ultimo, i manoscritti inediti di Marx vennero custoditi nell'archivio dello Spd, ma furono trattati con grande negligenza. L'unico brano dei Grundrisse dato alle stampe durante
quel periodo fu l'Introduzione, pubblicata nel 1903 da Karl Kautsky. Essa suscitò un notevole interesse (costituiva, infatti, il più dettagliato pronunciamento mai compiuto da Marx sulle questioni metodologiche), fu rapidamente tradotta in molte lingue e divenne, poi, uno degli scritti più commentati dell'intera sua opera.
- Details
- Hits: 3287
Career opportunities
Dal lavoro sans phrase alla flessibilità
di Augusto Illuminati
L’Introduzione del 1857 ai Grundrisse, senza esaurire la metodologia marxiana e la dibattuta questione dei rapporti fra Grundrisse e Capitale, ha offerto una sponda a notori dibattiti. La riapertura del discorso si giustifica solo introducendo nuovi termini valutativi, quali la rilevanza postfordista del lavoro intermittente e l’esigenza di una traducibilità reciproca dei vari livelli di scontro in cui si è frammentata la lotta di classe.
Sembra corretto cominciare con il reale e il concreto, con l’effettivo presupposto; quindi, per es., nell’economia, con la popolazione, che è la base e il soggetto dell’intero atto sociale di produzione. Ma, a un più attento esame, ciò si rivela falso .
La popolazione è un’astrazione se si trascurano le classi, di cui si compone e che, a loro volta, sono una vuota espressione a prescindere dagli elementi su cui si basano (lavoro salariato, capitale, scambio, divisione del lavoro, prezzi, ecc. Chiariti i quali si può tornare alla popolazione, ma stavolta non come rappresentazione caotica di un Tutto, piuttosto come una totalità ricca di molte determinazioni e rapporti. Fin qui è buon senso metodologico, contro economisti e sociologi pasticcioni. Da questo punto in poi le cose si fanno più complicate.
Ma queste categorie semplici non hanno anche un’esistenza storica e naturale indipendente, prima delle categorie più concrete? Ça dépend.
L’avvio della terza sezione dell’Introduzione del 1857 pone il concreto quale sintesi di molte determinazioni, unità del molteplice, risultato e non punto di partenza, se non per l’intuizione e la rappresentazione. Il processo logico e quello storico si differenziano non obbligatoriamente come in Della Volpe in modo biunivoco e speculare, che (a parte lo schiacciamento della conoscenza sul reale) troppo accentuerebbe nel risultato il momento della genesi e del divenire, piuttosto nel senso che la gerarchia dei concetti nella loro combinazione pone la definizione di ogni concetto in funzione del suo posto nel sistema e altresì l’ordine diacronico della loro apparizione nel discorso della dimostrazione.
- Details
- Hits: 3583
Ottimismo della ragione?
di Perry Anderson
Almeno quattro letture dei tempi tra loro alternative – e ce ne potrebbero essere di più – offrono delle diagnosi sulle direzioni in cui il mondo si sta muovendo, e sono sostanzialmente ottimistiche. Tre di queste risalgono al periodo tra i primi e la metà degli anni novanta, ma sono state sviluppate ulteriormente dopo l’11 settembre. La più nota è, senza dubbio, la prospettiva che si può ritrovare in Impero di Negri ed Hardt, al quale tutte le altre tre fanno riferimento in maniera allo stesso tempo positiva e critica. Le facce del nazionalismo e l’imminente Nazioni globali di Tom Nairn fissano una seconda prospettiva, mentre una terza è costituita da Il lungo ventesimo secolo e da Adam Smith a Pechino di Giovanni Arrighi. I saggi recenti di Malcom Bull, culminati in ‘Stati di fallimento’, ne propongono una quarta. Ogni riflessione sul periodo attuale deve per forza prendere sul serio quelle che superficialmente potrebbero apparire delle letture contro-intuitive dei tempi.
I
La tesi di Tom Nairn dice più o meno così: il Marxismo è stato sempre basato su una distorsione del pensiero dello stesso Marx, che si era formato nelle lotte democratiche della Renania negli anni attorno al 1840. Per cui, mentre Marx assumeva che il socialismo sarebbe stato possibile nel lungo periodo, solamente quando il capitalismo avesse terminato la sua opera, quella di porre in essere un mercato mondiale, l’impazienza sia delle masse che degli intellettuali ha portato alle fatali scorciatoie intraprese da Lenin e Mao, sostituendo alla democrazia e alla crescita economica il potere statale.
- Details
- Hits: 3216

Das Kapital, aggiornamenti
Enzo Modugno
Das Kapital, aggiornamenti. Avrebbe potuto essere questo il titolo del libro di Luciano Vasapollo, Trattato di Economia Applicata, cinquecento pagine nel solco della grande tradizione teorica del movimento operaio. Una mappa della complessa dinamica del modo di produzione capitalistico, resa possibile da un esercizio rigoroso della critica dell’economia politica. Gli aspetti nuovi del capitalismo che vengono analizzati sono molti, ma almeno su un paio possiamo qui cominciare a discutere: l’economia militare e l’economia della conoscenza. Sono però due argomenti sui quali si rischia qualche incomprensione con i marxisti più ortodossi. Con più evidenza negli Usa (ma persino a Foggia si producono le ali del nuovo supercaccia Usa F35), la produzione per la difesa è diventata una necessità della dinamica del ciclo di riproduzione di tutta l’economia. Vasapollo lo sostiene in un intero capitolo che nessuno che tratti della guerra può fare a meno di tenere aperto sul tavolo. E se qualcuno volesse obbiettare che le spese militari non consentono al capitale di realizzare il plusvalore, gli si può rispondere che questo potrebbe essere vero per la totalità del mercato mondiale, ma non per la nazione dominante che se ne avvantaggia a spese di quelle dominate.
- Details
- Hits: 5857

Sassolini nelle scarpe
Rossana Rossanda
Scusate, ma mi devo togliere qualche sassolino dalla scarpa. Se no svengo.
1. Non ne posso più di inciampare ogni momento nella «contraddizione principale». Quale è, dove è, non è più quella di una volta. Sembra che non si possa aprir bocca, specie a sinistra, senza negarne una o indicarne un'altra. Cominciamo con l'intenderci.
Contraddizione non mi piace. E' contraddizione quando una parte nega l'altra. «Lei mi sembra matto, lei mi sembra sanissimo di mente» «Il sole gira intorno alla terra, è la terra che gira intorno al sole» sono contraddizioni. Ma nella discussione corrente, si accusa la sinistra di derivazione operaia di aver definito « contraddizione principale» quella fra capitale e lavoro. Temo che sia stato proprio così. Ma non vuol dire che fosse vero. Vero nel senso proprio di contraddizione: che si dà o l'uno o l'altro. E non è un esecizio di vocabolario. E' il capitale a produrre il salariato, il quale prima non esisteva. C'era il singolo che faceva la tal cosa per un altro e ne era retribuito, ma non era un salariato. Il vecchio Marx arriva a scrivere con provocatorio buon senso che un operaio solo non esiste, esiste assieme alla manodopera a lui simile messa all'opera per produrre, e produce non per l'uso suo né per quello del padrone, ma per l'accumulazione del capitale.
- Details
- Hits: 3800

List oltre Marx: il nuovo libro di Gianfranco La Grassa
di Emiliano Brancaccio e Rosario Patalano
Dei cumuli di macerie ci si libera anche lasciandosi alle spalle i feticci di un passato recente non proprio glorioso: un’abusata “correttezza politica”, così come una spesso pelosa, ridondante “non violenza”. Un commento al nuovo libro di Gianfranco La Grassa (Finanza e poteri, manifestolibri) fa dunque esattamente al caso nostro. Con uno stile volutamente scorretto, bellicoso, talvolta gratuitamente viscerale, La Grassa è riuscito in questi mesi ad attirare una certa attenzione sul sito www.ripensaremarx.it, che raccoglie le sue ultime tesi e le sviluppa in un lavoro collettivo – a cura di Gianni Petrosillo - espressamente finalizzato alla uscita definitiva dal marxismo e alla resa dei conti finale con gli ultimi eredi politici di quella gloriosa tradizione. Diciamo subito con franchezza che sul piano teorico generale questa ambiziosa operazione a nostro avviso non riesce, per i motivi che vedremo. Ciò nonostante, come avremo modo di osservare, il contributo di La Grassa offre spunti importanti per la riflessione e per il posizionamento politico, ed è soprattutto per questo motivo che esso merita di esser letto e attentamente valutato.
- Details
- Hits: 5791
La potenza inafferrabile del lavoro
Toni Negri
Il potere esercitato dalla finanza si accompagna alla cancellazione della distinzione tra tempo di lavoro e di vita. Un saggio di Andrea Fumagalli sul capitalismo cognitivo
Ecco un libro di critica di economia politica che si può leggere da principio alla fine (non è cosa da poco): è Bioeconomia e capitalismo cognitivo di Andrea Fumagalli (Carocci, pp. 240, euro 20,30). Parrebbe, questo libro, l'avvio iniziale (e tuttavia abbozzo maturo) di un trattato di economia politica: si va infatti dalla teoria dell'accumulazione (suddivisa in quattro parti: modi di finanziamento, attività ed evoluzione delle forme di accumulazione, forme dell'impresa, realizzazione monetaria) ad una nuova teoria della prestazione lavorativa (anch'essa articolata in tre parti: come dispositivo di sussunzione totale della vita, come figura cangiante della forza-lavoro nel capitalismo cognitivo, ed infine nello sfruttamento-alienazione delle nuove soggettività al lavoro), fino a una teoria complessiva del capitalismo cognitivo che insiste sugli elementi di contraddizione (il «comune» contro/oltre il pubblico ed il privato) e su un programma postsocialista («reddito di esistenza» e «welfare del comune»).
La natura dell'alienazione
Si diceva: sembra che questo libro sia un trattato, ma non è affatto così. Questo libro, infatti, deborda l'economia politica: «l'aspetto economico che viene trattato è quello del potere e della soggettività delle figure sociali che agiscono o subiscono tale potere».
- Details
- Hits: 13240
La città e la metropoli
di Giorgio Agamben
Permettetemi di cominciare con qualche ovvia considerazione sul termine “metropoli”. Esso significa in greco “città-madre” e si riferisce al rapporto fra la polis e le sue colonie. I cittadini di una polis che partivano per fondare una colonia erano, come si diceva, in apoikia – letteralmente in “allontanamento dalla casa”- rispetto alla città, che, nella sua relazione alla colonia, veniva allora chiamata metropolis , città-madre. Questo significato del termine è rimasto fino ai nostri giorni per esprimere il rapporto fra il territorio della patria, definito appunto metropolitano, e quello delle colonie.
Il termine metropoli implica quindi la massima dis-locazione territoriale e, in ogni caso, un’essenziale disomogeneità spaziale e politica, qual è appunto quella che definisce il rapporto città-colonie. Ciò fa nascere ben più di un dubbio sull’idea corrente di metropoli come tessuto urbano continuo e relativamente omogeneo. L’isonomia spaziale e politica che definisce la polis è, almeno in via di principio, estranea all’idea di metropoli.
In questa comunicazione mi servirò, pertanto, del termine “metropoli” per designare qualcosa di sostanzialmente eterogeneo rispetto a ciò che siamo abituati a chiamare chiamiamo città. Vi propongo, cioè, di riservare il termine metropoli al nuovo tessuto urbano che si viene formando parallelamente ai processi di trasformazione che Michel Foucault ha definito come passaggio dal potere territoriale dell’ Ancien régime al biopotere moderno, che è, nella sua essenza, un potere governamentale.
- Details
- Hits: 3104
Prefazione a Cultura convergente di Henry Jenkins
di Wu Ming (*)
[Da tempo vi parliamo di Henry Jenkins, docente al Massachusetts Institute of Technology e autore di alcuni dei più importanti saggi degli ultimi dieci-quindici anni sull'odierna cultura pop, soprattutto nei suoi aspetti di partecipazione e creazione di comunità. Abbiamo fatto talmente tanti riferimenti al suo lavoro che, in occasione di alcune presentazioni di Manituana, i presen
ti ci hanno fatto domande sui suoi libri (finora mai tradotti in italiano) anziché sui nostri!
Ebbene, finalmente il più importante libro di Jenkins, Convergence Culture, è stato tradotto nella lingua di Petrarca (cioè, più o meno), ed esce in questi giorni per le edizioni Apogeo. La prefazione l'abbiamo scritta noi. Eccola.]
Nel migliore dei mondi possibili, la pubblicazione di questo libro scuoterebbe come un terremoto il dibattito italiano su Internet e le nuove tecnologie di comunicazione. Se non produrrà nemmeno uno scarto, significa che quel dibattere è una parvenza di vita, finestre sbattute dal vento in una villa disabitata, mortorio al cui confronto un poltergeist è il Carnevale di Rio.
Cultura Convergente è un saggio rivoluzionario per molte ragioni. La prima è un marchio di fabbrica anglo-sassone: l'essere comprensibile, appassionante, farcito di prove ed esempi. Nel testo si fa spesso riferimento ad autori europei, capaci di brillanti costruzioni teoriche, ma molto meno dotati nel tradurle in un linguaggio immediato e in pratiche sociali osservabili.
- Details
- Hits: 3826
Pagine partigiane per indagare il nuovo capitalismo
Benedetto Vecchi
Che fare? Una radicale innovazione è l'unico strumento per salvaguardare l'autorevolezza
La lettera di Marcello Cini a proposito delle pagine culturali (sul manifesto di ieri) pone problemi di grande rilevanza. Cini scrive che c'è stato un cambiamento di rotta della sezione «cultura» di questo giornale. Ha ragione. Proverò a spiegare come questo cambiamento sia dovuto a un principio di realtà e non a un esecrabile mutamento genetico. Rispetto al periodo cui Cini fa riferimento il mondo è cambiato e gli elementi di discontinuità prevalgono nettamente su quelli di continuità. Questa trasformazione aveva bisogno di essere analizzata e compresa, ed è quanto le pagine culturali del manifesto hanno cercato di fare, partendo dalla convinzione che i paradigmi acquisiti erano diventati armi spuntate. Chi ha lavorato alle pagine culturali ha infatti spesso puntato con caparbietà a creare uno spazio pubblico di discussione dove la posta in gioco non fosse la flebile difesa di un punto di vista che mostrava i tratti di una vuota ripetizione del già noto. Semmai, l'obiettivo, talvolta tacito, spesso esplicitato, era di contribuire a formare un forte punto di vista sul presente. La necessità di una radicale innovazione teorica è stata considerata l'unico strumento per salvaguardare l'autorevolezza del manifesto. In questo le nostre sono state e sono pagine «partigiane».
Questo è stato il clima che ho respirato da quando, nel 1988, ho cominciato a lavorare a queste pagine. In quasi venti anni, insieme a tanti altri abbiamo parlato dei cambiamenti del mondo del lavoro, della produzione e circolazione del sapere, del rapporto tra scienza e società, delle caratteristiche della «rivoluzione del silicio», del profilarsi all'orizzonte, e poi dell'affermarsi, della riproduzione tecnica della vita. Senza dimenticare che una sezione «cultura» deve registrare e selezionare quanto propone il contesto culturale, dagli scrittori che emergono nel panorama editoriale ai saggi che vengono a mano a mano pubblicati.
- Details
- Hits: 3870
Memoria a rischio sulle pagine etichettate «cultura»
Marcello Cini
Pericoli - Il rischio di un ritorno a concezioni tradizionali non può giovare all'apertura alle sfide del XXI secolo Recinti Non più un'esplorazione dei campi del sapere ma una loro delimitazione rigida entro confini disciplinari tradizionali
Cari compagni, questa lettera nasce dal mio bisogno di rendere pubblico il crescente disagio che provoca in me, collaboratore del manifesto fin dalla sua fondazione, la lettura delle sue attuali pagine culturali. Metto le mani avanti: non intendo dare voti a nessuno. Soltanto mettere in evidenza la radicalità del cambiamento intervenuto negli ultimi tempi rispetto al loro ruolo tradizionale all'interno della linea del giornale. Non posso fare a meno, a questo proposito, di prendere come riferimento gli anni in cui se ne occupava un grande amico scomparso, Michelangelo Notarianni.
Sono andato a scorrere la raccolta dei suoi articoli pubblicata tre anni fa da manifestolibri con il titolo (malauguratamente profetico) La memoria a rischio, per confrontarla con alcuni dei contributi apparsi negli ultimi mesi sulle pagine etichettate «cultura». La differenza che salta agli occhi è la rigorosa coerenza degli interventi di Michelangelo con un disegno di fondo che li illumina, nonostante la varietà degli argomenti affrontati. Che, tanto per citarne alcuni, spaziavano dalle questioni ambientali (quando l'ambiente era una parolaccia anche per l'estrema sinistra) a Leopardi, dal capitalismo italiano straccione e truffaldino ai personaggi più significativi della storia italiana remota e recente, dalla rivoluzione basagliana della psichiatria alle tesi di Hans Jonas sul rapporto fra etica e tecnica.
Per contrasto a me pare evidente che il termine «cultura» non denota più, nel giornale attuale, una esplorazione dei campi del sapere illuminata da criteri comuni di visione della realtà sociale, ma una loro delimitazione rigida entro confini disciplinari tradizionali. Per dirla tutta sembra che per il manifesto di oggi la «vera» cultura sia tornata ad essere appannaggio dei filosofi e dei letterati. Per esempio, separare i temi della rivoluzione digitale per collocarli dentro un contenitore distinto, come fosse roba per addetti ai lavori, non giova certo all'apertura della cultura alle sfide del XXI secolo. Anche se non sarebbe giusto non riconoscere che alcuni articoli di Benedetto Vecchi in favore dell'open source e del free software sono stati un utile anello di congiunzione fra i due contenitori.
- Details
- Hits: 4823
L'enigma democratico
Mario Tronti
La democrazia reale non è il potere dei più ma il potere di tutti, in cui, nell'omologazione di pensieri, sentimenti, gusti e comportamenti, la singolarità è concessa nel privato ma non nel pubblico
Credo sia proprio venuto il momento di passare a una critica della democrazia. Questi momenti arrivano sempre, arrivano quando le condizioni oggettive del tema s'incontrano con le disposizioni soggettive di chi lo guarda, lo analizza. È maturato su questo terreno un percorso di pensiero, che mi pare arrivi oggi a cogliere la crisi di tutto un apparato pratico-concettuale. Perché quando diciamo democrazia diciamo questo: istituzione più teoria; costituzione e dottrina. E qui, su questi termini, si instaura un intreccio molto forte, un nodo anzi. Un nodo che non lega soltanto strutture politico-sociali e tradizioni forti di pensiero - quelle della democrazia sono sempre tradizioni di pensiero forti, anche se la deriva della pratica di democrazia indica oggi un terreno debole; ma si stringe anche all'interno delle une e delle altre, delle strutture pratiche e delle tradizioni di pensiero.
- Details
- Hits: 4536

La frontiera scientifica della società in rete
«Tecnologia e democrazia» di Luciano Gallino. Una importante raccolta di saggi sulla diffusione del sapere tecnico-scientifico
Franco Carlini
Il Fest, Fiera dell'editoria scientifica di Trieste, da pochi giorni si è chiuso, e con un buon successo. Dove «editoria» andava intesa come tutto quello che viene messo in pubblico - «pubblicato» appunto, in qualsivoglia formato e su qualsiasi supporto. Non solo libri e riviste, dunque, ma siti web, radio, filmati, Dvd. Ha confermato, una volta ancora, che di scienza ben narrata c'è fame in Italia, forse a colmare un ritardo storico, culturale e sociale. E infatti un po' ovunque per la penisola si sono moltiplicati convegni, festival della scienza (il più noto è quello autunnale di Genova), nonché master in Comunicazione della Scienza (il più rinomato è quello presso la Sissa di Trieste). Il genovese Vittorio Bo, che già fu alla direzione dell'Einaudi e che poi ha dato vita a Codice Cultura, è uno dei pochi che ha avuto il coraggio di rischiare prestigio (e capitali) nel campo storicamente abbandonato dell'editoria scientifica italiana per svecchiarla e sprovincializzarla, anche a costo di proposte assai specialistiche.
Tutto ciò certo aiuta a recuperare un divario rispetto ad altri paesi, specialmente Francia e Inghilterra, dove la scienza è da sempre considerata un costituente essenziale della cultura civica e delle politiche dei governi. Tanto rinnovato entusiasmo, che corrisponde anche a un discreto fatturato in eventi e convegni, è consolante. Ma ci basta? La domanda emerge, implicita, dalla lettura del recente libro di Luciano Gallino, lo studioso torinese da anni dedito alla sociologia del lavoro e dell'industria. Tecnologia e democrazia (Einaudi, pp. 296, euro 22) ripropone alcuni dei suoi molti saggi, dedicati alla ragione tecnologica, ai decisori, alle scienze dell'informazione. Tutti densi e importanti, ma qui sia lecito concentrarsi sul filo rosso che li cuce, che si concentra sul tema dell'ignoranza, quella dei singoli scienziati e quella sociale.
Page 71 of 72














































