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Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO
di nlp
L’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta a entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.
Analizzando il referendum la Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO. Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei.
L’Actor-Network Theory (ANT) offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee.
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Un professore viene mangiato
di Leo Essen
1
Verso una società senza padre fu scritto da Alexander Mitscherlich nel 1963, nel periodo in cui si stava compiendo quel processo avviato con Lutero e destinato a condurre, appunto, alla scomparsa del padre e all’inizio di una fase segnata da anomia e irrazionalismo.
Che cosa significa irrazionalismo? – si chiede Mitscherlich. L’irrazionalismo consiste nel predominio dell’azione istintuale, dettata da impulsi primari non sottoposti al controllo dell’Io critico. Le pulsioni si esprimono in modo caotico, senza trovare controspinte all’interno di un sistema capace di regolarle e indirizzarle, e finiscono così per disperdersi. Persino l’appagamento risulta compromesso. Là dove la spinta non incontra un limite, dilaga senza costrutto. L’appagamento senza restrizione, dice Mitscherlich, produce infelicità. Non c’è piacere senza dispiacere, né forza senza controforza. Non c’è potere costituente senza una costituzione. Quando si dissolve il patto, o la struttura simbolica, che teneva insieme le forze, vengono meno le forze stesse. Senza binari, il mondo diventa inaccessibile e inintelligibile. È, in altri termini, la fine di Edipo.
Il rapporto con il padre, dice Freud in Totem e Tabù, costituisce il nucleo di tutte le nevrosi. Religione, moralità, società e arte trovano qui il loro punto di convergenza. Il crollo di Edipo trascina con sé queste stesse dimensioni, facendo precipitare ogni cosa nel caos.
È vero che, nell’Edipo della tradizione freudiana, il padre viene ucciso. Ma proprio questa uccisione introduce, per chi la compie, il concetto di crimine. La scena della sopraffazione del padre, la sua disfatta più radicale, diventa il materiale attraverso cui si celebra il suo supremo trionfo. La vendetta del padre abbattuto si fa inesorabile. Il dominio dell’autorità raggiunge il suo culmine e la legge, in quanto legge del padre, viene interiorizzata. La società priva di padre, dice Freud, tende così a trasformarsi in una società a ordinamento patriarcale. Il padre, tolto ma non eliminato – Aufhebung – risorge come ideale, il cui contenuto consiste nella pienezza di forza e nell’illimitata potenza del progenitore un tempo combattuto, insieme alla disposizione ad assoggettarvisi.
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Una voce II
di Giorgio Agamben
Stato e terrore
Che cos’è un stato che, ignorando ogni forma di diritto, assassina metodicamente o rapisce i capi degli stati che dichiara a suo arbitrio nemici? Eppure è questo che avviene con l’approvazione o il silenzio imbarazzato dei paesi europei. Ciò significa che noi viviamo nel tempo in cui lo stato ha gettato le sue maschere giuridiche e agisce ormai secondo la sua vera natura, che è in ultima analisi il terrore. È probabile, tuttavia, che questa situazione estrema sia letteralmente tale, che, cioè, la deposizione delle maschere coincida con quella fine della forma stato, senza la quale una nuova politica non sarà possibile.
2 marzo 2026
La vergogna dell’Europa
Un paese è stato attaccato senza alcuna vera ragione e a tradimento, mentre si fingeva di trattare, assassinando il suo capo spirituale. La comunità europea – o quella illegittima organizzazione che porta questo nome – non solo non ha condannato un’aperta violazione del diritto internazionale, operata da due paesi che sembrano aver smarrito ogni coscienza di sé e ogni responsabilità, ma ha ingiunto al popolo iraniano di cessare di difendersi.
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Sovranità satellitare
di Marco Schiaffino
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.
Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.
Non è solo una questione di sicurezza
La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.
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Come gli Stati Uniti sono diventati un paese di serial killer a livello internazionale
di Medea Benjamin e Nicolas JS Davies
“Più gravi diventano i problemi dell’umanità, meno strumenti abbiamo per l’azione collettiva. E questa strada conduce solo alla barbarie”
Per decenni, gli Stati Uniti sono passati da complotti segreti per assassinare i nemici all’adozione aperta dell’assassinio o delle “uccisioni mirate” come politica ufficiale. Ora, nella guerra con l’Iran, questa evoluzione sta raggiungendo la sua fase più pericolosa.
Il 17 e il 18 marzo, gli Stati Uniti e Israele hanno assassinato tre alti funzionari del governo iraniano con attacchi aerei mirati: Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano; il generale di brigata Gholamreza Soleimani, comandante delle forze di sicurezza interne iraniane Basij; ed Esmaeil Khatib, ministro dell’intelligence iraniano.
Il missile che ha ucciso Ali Larijani ha anche demolito un condominio e ucciso più di cento persone. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che le forze israeliane sono ora autorizzate ad assassinare qualsiasi alto funzionario iraniano ogniqualvolta ne abbiano la possibilità, e hanno continuato a farlo, portando il numero di funzionari iraniani assassinati nell’ultimo anno ad almeno settanta.
L’assassinio di Ali Larijani rappresenta un duro colpo per le già precarie possibilità di una pace negoziata tra Iran, Stati Uniti e Israele.
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Basta con il falso mito della Costituzione
di Alessio Mannino
Vorremmo poter scrivere del lato noir, ribelle, sfrontato pur senza esibizionismi di Gino Paoli, lo chansonnier che ancor giovane si sparò al cuore perché si era “rotto i coglioni” e voleva vedere “cosa c’è dall’altra parte” (e naturalmente il Caso, o una mira auto-conservativa, lo graziò). E invece, non avendo granché titolo a farlo ci limitiamo a segnalare una grave distorsione cognitiva tornata prepotentemente alla ribalta con il referendum sulla magistratura, vinto dal No con nostra somma soddisfazione.
Si tratta della pestifera retorica sulla Costituzione. Secondo gli idolatri con l’orologio fermo al ‘48, la bocciatura della riforma Nordio (sbagliata nel merito e nel metodo, sia chiaro) si spiegherebbe con l’insorgere in massa a difesa della Carta. Ma per cortesia. Una certa sua forza evocativa può aver giusto motivato in coloro che avrebbero votato a priori contro qualsiasi altra modifica avanzata dal centrodestra (o che andasse in direzione di rafforzare l’esecutivo, come fu con Renzi nel 2016 quando tentò di superare il bicameralismo perfetto). Le motivazioni che hanno affossato l’intemerata tardo-berlusconiana di Meloni & C sono state politiche, e si possono riassumere così: quattro anni di questo governo hanno rivitalizzato non soltanto l’ovvia ostilità di chi gli si oppone, ma anche di chi l’aveva votato nel 2022, deluso da una politica estera indifferente all’opinione pubblica (appecoronata a Usa e Israele su Ucraina e soprattutto Gaza, e oggi sull’Iran), da una politica socio-economica che ha tolto senza dare (via il reddito di cittadinanza, in cambio di un caro-vita devastante), e perfino di una politica migratoria identica a quella di sempre (500 mila ingressi ammessi nei prossimi 4 anni, che per un elettore di centrodestra sono fumo negli occhi).
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Quando metti i pezzi assieme
di Pierluigi Fagan
L’Europarlamento, con maggioranza popolari, socialdemocratici, conservatori e liberali, ha approvato l’accordo con US in base al quale loro avranno accesso privilegiato al mercato UE e zero dazi mentre i nostri prodotti saranno tassati con dazi fino al 15%.
Quindi più import da US e meno export, affarone! Quando Trump avrà finito di sollazzarsi con l’Iran (si fa per dire) e verrà a prendersi la Groenlandia, voglio proprio vedere l’insurrezione dei partigiani di Bruxelles.
Altresì, i primi conti sul 2025, dicono che la spesa militare europea è aumentata dell’11% sul 2024 arrivando alla fatidica soglia del 2%. Ma Trump aveva più volte detto di apprestarsi a portarla al 5%. Ci sta tornando su ogni giorno con dichiarazioni molto critiche sulla NATO. L’ultima è di ieri in cui ha detto che, visto che la NATO ha ignorato il suo appello a scendere in acqua per Hormuz, gli US taglieranno da subito e pesantemente i propri contributi NATO.
Gli europei debbono far digerire l’impopolare spesa militare alle proprie opinioni pubbliche, esagerando i pericoli di una quanto mai improbabile invasione russa e quindi sono impediti, anche volendolo, da assumere posizioni di relazioni internazionali più equilibrate e realistiche, viepiù oggi e nell’immediata prospettiva di grossi problemi di fornitura energetica.
L’India, ad esempio, giusto ieri ha chiuso un acquisto in armi per 25 mil UD$ dalla Russia, il che non le impedisce di avere ottimi rapporti con Israele, US ed EU, nonché aprirsi anche a investimenti cinesi e ottenere concessioni di transito dall’Iran ad Hormuz.
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A somma zero
Spunti per un dibattito sull’aggressione imperialista all’Asia Occidentale
di Senza Tregua
Con l’aggressione militare lanciata dall’imperialismo a matrice sionista contro la Repubblica islamica dell’Iran, il primo ha deciso di arrivare alla resa dei conti con chi finora ha resistito alle sue mire neo-colonialiste sull’intera Area. Con l’attacco “a sorpresa” sferrato il 28 febbraio scorso, gli USA e Israele hanno dichiarato guerra all’intera regione. “A tradimento” come candidamente ammesso dal presidente statunitense che, durante l’incontro con la sua omologa giapponese alla Casa Bianca, ha equiparato l’odierna “sorpresa” statunitense a quella dell’Impero giapponese anti-statunitense di Pearl Harbour!
Mai fidarsi degli imperialisti, questa lezione storica va introiettata senza eccezioni.
La tipologia di guerra che si sta combattendo in Asia Occidentale
Senza dubbio in Asia Occidentale ci troviamo di fronte a una guerra imperialista. Ma fermarsi a questa ovvietà, senza declinarla ulteriormente, non permette di assumere una posizione coerente e materialista. Non la decliniamo infatti come guerra inter-imperialista, bensì come guerra di aggressione imperialista. Secondo i nostri criteri di analisi politica, non ci troviamo di fronte allo scontro tra contrapposti campi imperialisti – ad esempio NATO vs BRICS… -. Le maggiori potenze (Cina, Russia, India, Brasile) dei BRICS non sono direttamente coinvolte nel conflitto, e quelle minori (Iran, Arabia Saudita, EAU) lo sono trasversalmente, negli opposti schieramenti. Sempre secondo i principi di nostro riferimento, l’Iran non può essere considerato un paese imperialista. Tante altre cose, ma non imperialista. E’ vero che all’interno dell’aggressione imperial-sionista possono essere considerate sia la componente di contenimento della Repubblica Popolare Cinese, che la concorrenza sleale nei confronti dell’Unione Europea – come in Ucraina… -, ma solo come subordinate geopolitiche, anziché cause principali dell’aggressione.
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Il Katechon e la sua merce
di m.l.
Tra Intelligenza Artificiale e Anticristo
Peter Thiel è cofondatore di Palantir Technologies, primo finanziatore esterno di Facebook, tra i principali esponenti del trumpismo.: «presidente ombra degli Stati Uniti», secondo alcune voci¹. Il suo arrivo a Roma, nel cuore della cristianità latina, con il nuovo Papa ritenuto non meno «woke»² di Bergoglio, per tenere un ciclo di conferenze private sull’Anticristo, non poteva non attirare l’attenzione dei media e della politica. Conferenze tenute a porte chiuse, con il divieto di registrarle e persino di prendere appunti. A promuovere l’iniziativa figura l’associazione culturale Vincenzo Gioberti di Brescia, grottescamente dedita alla «restaurazione del Cattolicesimo come fulcro dell’identità nazionale», da «accompagnare al rinvigorimento dei territori, cuore pulsante della storia, della geografia e della cultura italiane, [...] ripensando l’Italia come una vera federazione di genti caratterizzate da un’unità spirituale», sì da smarcarsi «definitivamente da vicende e riferimenti ormai consegnati al passato – il Risorgimento, il Fascismo, la guerra civile», per aiutare «il Paese che conosciamo oggi a proiettarsi verso il futuro e a essere più consapevole della sua diversità interna e, dunque, della sua forza a livello globale»³. L’evento segue altri seminari su tali questioni, organizzati da realtà della destra cristiana e nazionalista in vari Paesi.
Può far sorridere o destare un senso di inquietudine leggere i motivi dell’organizzazione dell’evento, nel Comunicato stampa del direttivo dell’associazione:
«Peter Thiel ha il coraggio e la libertà intellettuale di denunciare questo pericolo [la distruzione dell’Occidente], in faccia a parrucconi e giornali che si ostinano a voler versare vino nuovo in vecchie botti ermeneutiche, ormai buone solo per il fuoco – il fuoco della Tradizione che arde in noi. Per Thiel, guardarsi dall’Anticristo significa, innanzitutto, diffidare da chi grida che la fine è vicina per proporre la creazione di un nuovo ordine fondato su un messianismo utopistico e su ricette già logore.
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Un nuovo mondo sta nascendo mentre quello vecchio sta morendo
di Pepe Escobar
"Pointed threats, they bluff with scorn
Suicide remarks are torn
From the fool’s gold mouthpiece the hollow horn
Plays wasted words, proves to warn
That he not busy being born is busy dying"
Bob Dylan
Il piano in 15 punti che il Team Trump ha presentato all’Iran è già destinato al fallimento
Si tratta di una capitolazione imposta: un atto di resa mascherato da “negoziazione”.
Il piano-non-piano – che impone richieste mentre implora una tregua di un mese – prevede l’azzeramento dell’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano; lo smantellamento completo degli impianti di Natanz, Isfahan e Fordow; l’espulsione di tutto l’uranio arricchito dall’Iran; il programma missilistico estremamente limitato; nessun finanziamento a Hezbollah, Ansarallah e alle milizie irachene; lo Stretto di Hormuz totalmente aperto.
Tutto ciò in cambio di una vaga “revoca della minaccia di reintrodurre le sanzioni”.
L’unica risposta realistica dell’Iran a questo accumulo di vane speranze potrebbe essere il signor Khorramshahr-4 che distribuisce il suo biglietto da visita su obiettivi selezionati – in linea con l’utilizzo della deterrenza economica e militare per dettare le vere condizioni.
E le condizioni reali sono dure:
Chiusura di TUTTE le basi militari statunitensi nel Golfo; garanzia che non ci saranno più guerre; fine della guerra contro Hezbollah; revoca di TUTTE le sanzioni; risarcimenti per i danni di guerra; un nuovo ordine nello Stretto di Hormuz (già in vigore: riscossione di diritti proprio come l’Egitto a Suez); programma missilistico intatto.
Conclusione: l’infernale macchina dell’escalation continua a girare.
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Iran: l’incredibile mix di arroganza e incompetenza che ha messo all’angolo USA e Israele
di Roberto Iannuzzi
Trump non ha preso in considerazione la vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, e non ha tenuto conto dell’enorme fragilità infrastrutturale delle monarchie del Golfo
A quasi un mese dall’inizio della guerra di aggressione lanciata da USA e Israele contro l’Iran, tutti i piani israelo-americani sono saltati.
La decapitazione della Repubblica Islamica tramite il brutale assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei e di altri leader politici e militari iraniani non ha portato al crollo del governo iraniano.
Al contrario, la compattezza con cui i vertici di Teheran hanno risposto all’attacco ha fatto svanire il miraggio di una guerra lampo vagheggiato da Washington e Tel Aviv.
La paralisi della navigazione nel Golfo Persico, e l’espandersi del conflitto a livello regionale, hanno provocato uno shock economico senza precedenti, con prezzi energetici alle stelle e l’interruzione di catene di fornitura essenziali. Uno shock destinato a propagare inflazione, recessione e instabilità a livello mondiale.
Una simile catastrofe è frutto di incredibili errori strategici commessi da Stati Uniti e Israele.
Al fondo di questi errori vi è un peccato di arroganza, oltre che di incompetenza, che ha impedito ai vertici israelo-americani di leggere la realtà iraniana.
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Russia e Iran nel mirino della guerra esistenziale della Coalizione Epstein allargata all’Ucraina
di Alex Marsaglia
“C’è preoccupazione reciproca per la pericolosa diffusione del conflitto al Mar Caspio”, così il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov lo scorso 24 Marzo ha chiuso la telefonata con il suo omologo Abbas Araghchi. Una telefonata che ha fatto immediatamente seguito ai bombardamenti della Coalizione Epstein ai porti iraniani sul Mar Caspio e all’attacco di droni ucraini alle infrastrutture del Turkish Stream e del Blue Stream avvenuti tra il 17 e il 19 Marzo in un crescendo di preoccupazione condivisa da Iran e Russia.
La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova Venerdì 20 evidenziava proprio il pericolo di estensione territoriale di un conflitto che si stava paurosamente saldando con quello ucraino a partire dai grandi mari eurasiatici: “questa importante baia del Caspio è un fondamentale nodo commerciale e logistico, che viene attivamente utilizzato per garantire il commercio russo-iraniano, anche di prodotti alimentari. Sono stati danneggiati gli interessi economici della Russia e di altri Stati del Caspio, che sostengono i collegamenti di trasporto con l’Iran attraverso questo porto. Il Mar Caspio è sempre stato percepito dai paesi della regione e dalla comunità internazionale come uno spazio sicuro di pace e cooperazione. Le azioni sconsiderate e irresponsabili degli aggressori minacciano di trascinare gli Stati del Caspio in un conflitto militare”.
L’attacco americano-sionista ai porti del Caspio è stato portato avanti contemporaneamente a una serie di attacchi ucraini nel Mar Nero con droni e missili a navi commerciali, porti e petroliere.
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Dal buco nero del 41bis stavolta emerge una galassia di affari
di comidad
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia dell’umanità; anzi, pare più un’ovvietà. La vera scoperta per la gran parte della pubblica opinione è stata che il regime carcerario del 41bis prevede da un lato l’isolamento dei detenuti, dall’altro lato la possibilità di combinare i loro incontri durante le ore d’aria, tenendo anche sotto controllo le loro conversazioni. Un detenuto più isolato diventa per forza di cose più dipendente dai pochi incontri che gli vengono concessi con altri detenuti. Risulta quindi improprio definire il 41bis soltanto come carcere duro, poiché vi si riscontra anche una condizione di maggiore manipolabilità del detenuto; una manipolazione che per di più avviene in termini non trasparenti, poiché non è dato di sapere con quale criterio i detenuti vengano messi insieme nelle ore d’aria.
Per la divulgazione di quei verbali Delmastro ha subito una condanna in primo grado per violazione di segreti d’ufficio. In precedenza lo stesso Delmastro aveva dovuto affrontare l’indignazione di coloro che, pur approvando il regime del 41bis, ritengono politicamente scorretto esprimere eccessivo compiacimento per la sua durezza e per il disagio che può creare ai detenuti.
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Referendum: una sberla al governo Meloni
Buon segno, ma non saranno le urne a fermare riarmo, economia di guerra e stato di polizia!
di Il Pungolo Rosso
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra.
E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso.
Sull’esito referendario ha pesato in modo decisivo la percezione, per quanto confusa e non articolata, che il governo Meloni e le classi dominanti stanno spingendo la grande massa della popolazione verso un vero e proprio salto nel buio. E questa percezione è stata particolarmente viva negli strati sociali (giovani, donne) e negli ambiti territoriali (il Sud, le cinture operaie) che più stanno soffrendo per la sistematica compressione dei loro bisogni primari.
Le prime analisi del voto mostrano una forte adesione al NO tra le fasce di popolazione più giovani, quelle più esposte – nella proletarizzazione dilagante – alla illimitata precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa in affitto in città trasformate sempre di più in macchine per lucrare sullo sfruttamento del lavoro povero e sull’overtourism.
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Un'ipotesi strategica
di Pierluigi Fagan
Da giorni seguo le varie timeline informative internazionali, i commenti, le analisi relative alla guerra all’Iran. Per giorni, l’atteggiamento generale un po’ di tutti (sfera occidentale e araba) è stato quello di pensare quale razionale ci fosse dietro la decisione americana di iniziare questo complesso conflitto. Non trovandola, si sono lanciate varie ipotesi che vanno dalla sudditanza USA a Israele, all’impreparazione di Trump e sua personale sudditanza (Epstein, Kushner etc.), alla geopolitica dei nuovi blocchi (contro la possibile nuova egemonia BRICS/Cina) e così via. Ma forse, l’ansia da comprensione e l’emotività cognitiva rende ciechi verso una diversa razionalità.
L’apparente mancanza di razionalità di questa guerra, giudizio dato su gli USA e non su Israele i cui obiettivi sono più evidenti e comprensibili e la cortina fumogena di dichiarazioni, smentite, battute e stupidaggini, potrebbero forse esser volute per nascondere la vera strategia e cuocere a fuoco lento le opinioni pubbliche come si fa nella metafora della “rana bollita” o nell’espressione anglofona “buying time”.
Al momento, siamo al 21° giorno di conflitto, la sistematica distruzione dell’Iran continua senza sosta e pare che la macchina bellica americana stia portando truppe addestrate nel teatro di guerra da usare chissà quando e chissà come. Una operazione che anche solo per mere ragioni logistiche richiederà ancora settimane. Può darsi che sia, come alcuni pensano, il sintomo di una impreparazione e confusione sugli obiettivi originari che ha dovuto fare i conti con la resilienza iraniana oppure potrebbe esser stata prevista ab origine in un disegno di “guerra lunga”. Un disegno che si voleva celare all’inizio, forse.
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Supremazia Usa nel settore militar-tecnologico: antidoto al declino della dell’egemonia unipolare americana o canto del cigno?
di Andrea Fumagalli e Roberto Romano
Nel corso del tempo, la guerra ha cambiato natura. E non può essere altrimenti, perché la guerra è sempre stata dipendente dall’evoluzione del progresso tecnologico. E, oggi, in un ambito in cui lo spirito capitalistico di mercificazione e di accumulazione si è esteso sino a innervare le nostre stesse vite e non solo il tempo di lavoro, lo è ancora di più. L’intelligenza artificiale (il divenire pseudo umano del macchinico), insieme ai sistemi informatici e hardware, ha assunto un ruolo sempre più centrale e cruciale. Non si tratta più soltanto di disporre di informazioni riservate sugli obiettivi da colpire, ma di governare e selezionare tali obiettivi attraverso un’integrazione crescente tra tecnologie digitali, satelliti e apparati militari tradizionali – quella “ferraglia” incaricata della distruzione materiale. La guerra in Iran, così come le operazioni condotte dall’IDF, non è più determinata dalla semplice deterrenza basata su aerei, soldati, carri armati, elicotteri, missili o droni. A fare la differenza è la conoscenza che guida questi strumenti di morte: un sapere tecnologico, integrato e strategico.
Muovendo dalle stimolanti osservazioni di Dario Guarascio in Imperialismo digitale (2026), Roberto Romano (in un articolo su Il Domani: 12 marzo 2026) ha provato a delineare i contorni dell’apparato militar-tecnologico includendo, oltre all’aerospazio e alla difesa in senso stretto, anche i settori del software e dell’hardware. L’analisi si basa sui dati della EU Scoreboard, che monitora circa duemila multinazionali a livello globale in termini di ricerca e sviluppo, vendite, investimenti, valore di mercato, profitti e occupazione (dati 2024). A questo è stata affiancata una ricostruzione della distribuzione geografica della spesa militare mondiale.
Sebbene tra il 2022 e il 2024 la spesa militare globale, a prezzi costanti, sia cresciuta del 16 per cento (dati SIPRI), con un aumento dell’8 per cento negli Stati Uniti e del 18 per cento in Europa, la sua distribuzione relativa è mutata. La quota statunitense è scesa dal 40 al 37 per cento; quella cinese è rimasta stabile intorno al 12 per cento; la Russia è passata dal 4 al 5,5 per cento.
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La macchina da guerra statunitense sta distruggendo il pianeta
di Karissa Halstrom*
Dopo aver visto il nuovo documentario di Abby Martin e Mike Prysner, Earth’s Greatest Enemy (Il Più Grande Nemico Della Terra), ho dovuto riconsiderare completamente il mio orientamento verso l’attivismo ambientale.
Ora mi è chiarissimo che la massima priorità per ogni attivista nei movimenti per il clima, per l’ambiente in generale e contro la guerra deve essere quella di affrontare la nostra più grande minaccia: l’Impero Militare Statunitense, che si basa su livelli criminalmente inesplorati di combustibili fossili mortali mentre siamo sull’orlo della catastrofe climatica.
La Macchina da Guerra avvelena le comunità su scala globale, e tutto questo al servizio dell’insaziabile brama di risorse del capitalismo, che succhia la vita. Per sollevare il velo dai nostri occhi, questo film dovrebbe essere una visione obbligatoria per chiunque abbia a cuore il futuro del nostro pianeta. Non possiamo più illuderci su dove debbano essere indirizzate le nostre energie.
Il film segue Martin e Prysner in giro per il mondo mentre scoprono le numerose vittime nascoste del Complesso Militare-Industriale Statunitense, dai neonati avvelenati dai rifiuti tossici nella base militare di Camp Lejeune ai mammiferi marini massacrati dai test di detonazione nel Pacifico meridionale. Ho visto il film diverse volte ormai, ed è la scena iniziale quella che mi è rimasta più impressa.
Una melodia di pianoforte allegra e vibrante proviene da una tenda in un campo per senzatetto in una strada conosciuta come Veteran’s Row a Brentwood, in California. Martin e Prysner parlano con il pianista, un veterano afroamericano della guerra in Iraq di nome Lavon Johnson, che un tempo era apparso in uno spot pubblicitario dell’esercito americano. Lavon rivela di aver subito danni ai nervi a causa dell’esposizione a fluidi idraulici durante il servizio militare, che gli causano forti dolori alle sue mani, abilissime nella musica. La scena si conclude con Lavon seduto sullo sgabello del pianoforte che afferma esasperato: “La mia vita è finita”.
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Il sogno della rivoluzione
di Giuseppe Muraca
Alessandro Barile, Alberto Pantaloni: Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta, Milano-Udine, Mimesis, 2026
Con il titolo Il sogno della rivoluzione. La nuova sinistra negli anni Settanta è appena uscito un libro molto importante, a cura di Alessandro Barile e Alberto Pantaloni, una raccolta di saggi che affronta una serie di nodi problematici e che ci aiuta a capire un pezzo di storia repubblicana (la cosiddetta “stagione dei movimenti”). Come si dichiara nel risvolto di copertina «Gli anni Settanta italiani sono un persistente oggetto di studio, di memorie contrapposte, di nuove interpretazioni e di immutabili demonizzazioni. Il presente lavoro ne analizza alcune tematiche selezionate – dallo stragismo di Stato all’autonomia operaia, dal femminismo alla lotta armata, dai rapporti internazionali alla “questione elettorale” – restituendo la complessità di una storia ancora incandescente, problematica e divisiva. Continuare a studiare il lungo Sessantotto italiano è ancora necessario: per cogliere la forma sempre mutevole delle lotte di classe in Occidente e per definire storicamente la crisi della sinistra italiana, che proprio negli anni Settanta assume un connotato perdurante nei decenni successivi». Ed ecco l’indice del volume: Introduzione. Culmine e crisi della “modernità comunista” – di Alessandro Barile, Alberto Pantaloni; Un secondo biennio rosso? – di Diego Giachetti; La “pista nera” o la “strage di Stato”. PCI e Lotta continua dopo piazza Fontana – di Marco Grispigni; 1969-1973: la classe operaia tra organizzazione e autonomia – di Emilio Mentasti; Sotto lo stesso cielo. Lotta armata e violenza politica negli anni Settanta – di Davide Serafino; La Differenza come strumento di liberazione femminile.
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La “coalizione Epstein” all’ultimo miglio
di Andrea Zhok*
I segni di disperazione nella “”coalizione Epstein”” cominciano a farsi sempre più evidenti.
Per la seconda notte di fila i (non molti) missili arrivati su Israele sono passati quasi tutti come nel burro. Le difese aeree sembrano andate.
La strategia iraniana non è quella della distruzione massiva – che caratterizza Israele – ma quella del logoramento. I missili a grappolo, pressoché non intercettabili, non producono distruzioni imponenti, non fanno crollare caseggiati, ma disseminano granate che non consentono alcun ritorno alla normalità. Ciò avviene soprattutto di notte, impedendo il sonno in intere aree del paese.
Le basi americane in Iraq sono in fase di liquidazione. Il comando americano ne ha ordinato l’abbandono entro 20 giorni e le milizie sciite in Iraq ne hanno concessi 5. L’occupazione americana dell’Iraq sembra dunque stia volgendo rapidamente al termine.
In questo contesto in cui è palese che il tempo gioca a favore dell’Iran, che si è preparato per un confronto di lungo periodo, i segni di impazienza nel reparto neurodeliri che guida la “coalizione Epstein” si fanno sempre più preoccupanti.
Ieri pomeriggio [23 marzo, ndr] Donald Trump sembra aver minacciato in maniera piuttosto esplicita il ricorso all’atomica (c’è chi dice che il post sia un fake, forse è un ballon d’essai, in ogni caso il suo contenuto è plausibile e riecheggia discorsi già fatti).
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Evviva l’internazionalismo!
di Valerio Romitelli
Recensione al libro di Nielsen e Mezzadra, “The Rest and the West”, Meltemi, 2025
Evviva l’internazionalismo! Evviva, anche se non si sa più bene cosa significhi, e quindi è tutto da ripensare. È questa l’ingiunzione tanto problematica, quanto ampiamente argomentata, che, detta a mio modo, si può ricavare da The Rest and the West di Nielsen e Mezzadra (Meltemi editore, Milano, 2025): un’ingiunzione che ne condensa uno dei suoi maggiori meriti. Ma non si tratta niente affatto di un pugnace pamphlet, come potrebbe far pensare questa mia prima annotazione in forma di slogan: si tratta piuttosto di un meditato e documentatissimo trattato – recentemente tradotto in italiano da Federico Smania ed Elisa Virgili dall’edizione in inglese già uscita.
Nelle sue più di trecentocinquanta pagine suddivise in cinque capitoli, oltre all’ultima dedicata appunto a delineare un “nuovo internazionalismo” in funzione delle nuove forme di mobilità e di lotta di classe, nonché in contrasto con “la guerra e la proliferazione dei regimi di guerra”, sono affrontate alcune delle maggiori questioni che tormentano il nostro tempo. “I processi di diversificazione e moltiplicazione che hanno fatto esplodere la precedente omogeneità della classe operaia industriale su diverse scale geografiche” sono così analizzate, come lo sono “le logiche capitalistiche” risultanti dalle “costanti negoziazioni” tra “poteri, compresi gli Stati e altri attori governativi”: il tutto inquadrato alla luce di una riformulazione della nozione intesa non più solo in senso strettamente economico di “capitalismo politico” e di quella intesa non più solo in senso strettamente geografico di “polo”.
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Referendum: dalla questione della giustizia agli incubi della guerra
di Sergio Fontegher Bologna
Diciamocelo: quella cartina d’Italia con la distribuzione dei “No” e dei “Sì” al referendum di ieri ci ha dato una bella soddisfazione. Ma forse il problema della giustizia ha avuto un’importanza relativa sul risultato. La gente si è sentita presa per il sedere quando la Meloni diceva che la separazione delle carriere faceva risparmiare soldi ai contribuenti. E lo diceva in un momento in cui il suo amico Trump, ricattato da chi sappiamo sull’affare Epstein, scatena una guerra che porta i prezzi del petrolio alle stelle. Come fa un’impresa, anzi, una delle migliaia di microimprese del tessuto produttivo italiano, a sopportare una botta del genere? Come fanno milioni di redditi familiari a pagare la luce tre/quattro volte di più? Oltretutto, come dice il “Guardian”, non è che i prezzi tornano giù appena la guerra finisce, quelli continuano a restare al massimo per mesi. A maggior ragione con una guerra la cui conclusione si allontana ogni giorno di più. A parte il rischio nucleare, qui c’è da aspettarsi una crisi economica globale, da cui non riescono a restare indenni nemmeno i signori dell’intelligenza artificiale.
Per questo, passato il momento di soddisfazione a vedere la cartina tutta rossa, vale la pena soffermarsi a lungo a guardare gli spazi delle regioni dove ha vinto il ”Sì”.
Quando è iniziata l’aggressione all’Iran – per il cui regime non credo di provare più simpatie di quelle che provo per Putin e i suoi oligarchi sanguisughe del grande popolo russo – pensavo che le piazze si sarebbero riempite come ai tempi per Gaza. Ma come, non capite che qui de te fabula narratur? Non capite che qui ci vanno di mezzo i vostri figli e nipoti?
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Le Nuove Crociate: chi sono i fanatici evangelici che ispirano la guerra in Iran
di Alessandro Bartoloni
Ma chi sono i veri fanatici religiosi? I leader iraniani o quelli statunitensi?
Ci siamo posti questa domanda a partire da tre notizie uscite in concomitanza allo scoppio della guerra in Iran.
La prima è la denuncia almeno 200 soldati americani alla Military Religious Freedom Foundation nei confronti dei propri comandanti, accusati di presentare l’attacco alla Repubblica Islamica come “parte di un piano divino”. Addirittura, questi comandanti avrebbero sostenuto che Trump sarebbe, testuali parole, “unto da Gesù per incendiare l’Iran, causare l’Armageddon e dare così il segnale per il suo ritorno sulla Terra”.
La seconda notizia riguarda le parole dell’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee, che dieci giorni prima dell’attacco americano ha dichiarato in un’intervista a Tucker Carlson che se Israele colonizzasse tutto il vicino Oriente, dall’Egitto all’Iraq, “non ci sarebbe nulla di male”, perché nella Genesi c’è scritto che quella è la Terra Santa a loro destinata (in Genesi 15 c’è scritto che Israele si espanderà “dal Nilo all’Eufrate”).
La terza è la preghiera collettiva avvenuta il 5 marzo nello Studio Ovale. Nel video che è circolato si vede chiaramente un gruppo di leader evangelici che circondano Trump e guidano una preghiera collettiva augurando al Presidente americano protezione e buona fortuna in guerra.
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Il conflitto tra Iran e Regno di Spagna. La teoria del guscio di noce
di Carlos X. Blanco
Stiamo vivendo un'epoca di cambiamento. Ciò significa che ci troveremo ad affrontare tempi pericolosi. Un intero sistema di certezze, abitudini e sicurezze si sta sgretolando davanti ai nostri occhi. Ma bisogna avvertire: quello stesso sistema, il cui declino e crollo ci avevano dato tranquillità, ci ha anche tenuti alienati e in uno stato di narcosi. Si trattava del sistema del "nordamericanismo".
Il controllo selettivo ed efficace dello Stretto di Hormuz rappresenta, come fatto storico unico, la grande "contro-sanzione" di uno stato ribelle, come quello persiano, all'imperialismo degli Stati Uniti.
La situazione che stiamo vivendo non ha precedenti. Fino a ora, i popoli del mondo che hanno resistito all'Impero occidentale potevano solo giocare le carte della guerriglia, giocare la carta del caudillismo o del partito rivoluzionario antimperialista. Fare ciò significava, niente di più e niente di meno, affrontare le sanzioni e i blocchi imposti dall'Impero occidentale, soffrire la fame e la miseria, aggirare i blocchi di approvvigionamento, diventare martiri ed eroi dell'antimperialismo. La resistenza persiana è di tutt'altro genere.
Gli Stati Uniti non hanno vinto una guerra in senso stretto dal 1945, se intendiamo la guerra come un conflitto militare convenzionale. Vietnam, Afghanistan, Iraq parlano al mondo e sono monumenti eloquenti del fallimento militare americano. La strategia di "bombardare dal cielo, ad altissima quota, e poi darsela a gambe" assomiglia più a quella di un gruppo terroristico che a quella di un esercito imperiale.
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Non li hanno visti arrivare
di Alfonso Gianni
L’esito del referendum contro la legge Nordio-Meloni ha colto di sorpresa un po’ tutti, compresi quelli che hanno lavorato fin dall’inizio per la vittoria del No. Non si aspettavano infatti che potesse avvenire in quelle così nette proporzioni. Le percentuali sono aride e ormai ampiamente note, meglio precisare i numeri esatti, dietro ai quali stanno donne e uomini che hanno scritto una pagina importante per la nostra democrazia. Se guardiamo agli elettori iscritti in Italia i No sono stati 14.461.336, i Sì 12.448.255; considerando – come è giusto fare – anche i voti provenienti dall’estero (ove il Sì ha prevalso) i No sono 15.083.988 e i Sì 13.251.887. In Italia la differenza è dunque stata di poco superiore ai due milioni, mentre nel complesso superiore a un milione e ottocentomila a favore del No. La distribuzione geografica del voto segnala che in sole tre regioni il Sì ha prevalso, Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia, mentre tre regioni del Sud, ove generalmente si è votato meno, Campania, Basilicata e Sicilia vantano le più alte percentuali di No. Con il significativo caso di Napoli dove il No si è affermato con il 75,49% di voti, a sottolineare però un dato che positivo di per sé non è e cioè la differenza nei rapporti tra Sì e No tra le città (grandi e medie) e i piccoli centri.
Il primo elemento di sorpresa – che ha vanificato calcoli e previsioni anche dei principali istituti sondaggistici – è stata l’inaspettata alta affluenza alle urne, pari al 58,93% (secondo Eligendo, il sito del Ministero degli interni) per quanto riguarda gli iscritti in Italia, che scende al 55,7% se si considera anche il voto proveniente dall’estero. Un risultato considerevole per una prova elettorale che come è noto non prevede il quorum e alla quale il governo aveva deciso di non permettere alcuna facilitazione per la partecipazione dei fuorisede. In realtà tale affluenza poteva considerarsi sorprendente solo per chi considerasse esclusivamente l’andamento calante della partecipazione al voto nelle elezioni politiche, visto che nelle europee del 2024 e nelle regionali dell’anno successivo i votanti erano stati meno della metà degli aventi diritto.
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Petroooolio! Petroooolio!
di Alessandro Carrera
Durante la campagna elettorale del 2008, una candidata repubblicana alla vicepresidenza di cui oggi non si ricorda più nessuno (Sarah Palin, allora governatrice dell’Alaska), fece proprio uno slogan lanciato alla National Convention del Partito Repubblicano da Michael Steele, allora vicegovernatore del Maryland: Drill, Baby, Drill!, che stava per: “Scava altri pozzi di petrolio, usa il fracking, non importa se inquina le risorse idriche, fa’ quello che ti pare, basta che ci sia più petrolio!”. Detto da Sarah Palin, che giocava apertamente sull’allure della bibliotecaria sexy con occhiali a televisore e tacco dodici, il doppio senso sessuale rivolto all’elettorato maschile (“Trapanami, tesoro!”) non era sussurrato, era esplicito. Il senso era poi triplo se ci si figurava un’America che vuole essere penetrata/trapanata dal bestione americano e generare così una petrolifera nidiata. Sarah Palin non divenne vicepresidente, ma poi fu il fracking, nonostante l’acqua nera che usciva dai rubinetti delle case di chi viveva vicino ai giganteschi drill, a risultare un fattore essenziale nel garantire all’America l’indipendenza energetica.
In uno dei comizi di Sarah Palin, all’ennesimo grido Drill, Baby, Drill la cinepresa inquadrò un uomo di grossa corporatura, barba lunga da chitarrista dei ZZ Top e abbigliamento da biker, mentre spalancando le braccia gridava a piena voce: Ooooil! Ooooil! “Petroooolio! Petroooolio!”, come se avesse ricevuto una pacca dallo Spirito Santo, come se stesse gridando Dio, Gesù Cristo, droga, eroina, mettetemi del petrolio in vena, sono americano, il petrolio è mio, tutto mio, la Declaration of Independece dice che ho diritto a life, liberty, and the pursuit of oil, l’inchiostro della Constitution è fatto di petrolio, i miei hamburger sono fatti di petrolio, la birra che bevo è petrolio, il mio American blood è petrolio!
Una delle prove dell’origine biologica del petrolio, si dice, starebbe nella presenza di porfirina derivante dalla compressione di antichi organismi animali e vegetali. Infatti c’è porfirina anche nel sangue umano, ma le porfirine sono molecole ad anello di molti tipi. Condividono la stessa struttura chimica, ma nel petrolio e nel sangue si legano a metalli diversi e hanno funzioni differenti. Credo però che il biker al comizio di Sarah Palin avesse intuito, anche se poco scientificamente, una somiglianza profonda tra le sue vene e le vene dell’America, per non dire dell’affinità tellurica tra se stesso, la sua moto e la benzina che lo faceva correre sui deserti d’asfalto delle strade americane.
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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

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Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

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