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“Io capitano”, il film di Garrone, è un falso storico
di Michelangelo Severgnini
“L'Oscar si vince con la bandiera a stelle e strisce, cambiando la realtà”.
Parafrasando la celebre frase di Mario Monicelli, potremmo dire: “Il Leone d’oro si vince con la bandiera blu stellata, cambiando la realtà”.
E che valga a questo punto di buon auspicio per la vittoria del Leone d’Oro per il film “Io Capitano” diretto da Matteo Garrone, se non altro.
In estrema sintesi questo lavoro è un falso storico, perché, ispirandosi alla realtà, la stravolge e soprattutto ne occulta i significati e i nessi reali che le danno forma e la riformula all’interno di una narrazione fiabesca, per altro ampiamente in voga già da un paio di decenni, che non è nemmeno edulcorazione: è puro depistaggio delle coscienze. A che pro? Al fine di lasciare tutto così com’è, per il compiacimento e la soddisfazione di Mamma Europa.
Non sono nemmeno in grado di dare un giudizio estetico al film, perché non c’è corrispondenza tra scelte artistiche e significati espressi. Pertanto lo sfoggio estetico tutt’al più è un esercizio pirotecnico. L’arte è un’altra cosa.
Non sono nemmeno in grado di immaginare la reazione che provoca nello spettatore medio. I pochi spettatori presenti in sala del resto non mi hanno aiutato in questo: muti dall’inizio alla fine non mi sembra abbiano lasciato la sala delusi, ma nemmeno entusiasti.
Durante tutto il film appaiono qua e là spaccati realistici (segno che almeno qualcuno tra gli sceneggiatori ha fatto lo sforzo per informarsi), alternati a momenti verosimili per quanto improbabili e a lacune clamorose, personaggi della storia vera che nella storia finta non ci sono, spariti, come per effetto di un gioco di prestigio.
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Malanova. La violenza sulle donne ha origine da un archetipo primordiale
di Alba Vastano
Malanova in dialetto calabrese vuol significare cattiva notizia, sventura. Per la gente di San Martino di Taurianova (frazione di Taurianova-Reggio Calabria) Anna Maria Scarfò era ‘la malanova’. Era la puttana che se l’è cercata. Anna Maria non voleva essere omertosa e aveva denunciata il branco composto da tre aguzzini che per tre anni avevano abusato sessualmente di lei. Aveva tredici anni all’epoca e nessuno che le mostrasse attenzione quando, terrorizzata, raccontava l’accaduto. Le era stata sottratta, da un branco di uomini infami, l’adolescenza, la dignità e il sorriso. Infine, con la forza della disperazione, ha uno scatto di ribellione e denuncia i suoi aguzzini. Avviene quando intuisce che anche la sorellina minore, l’affetto più caro che ha, sta per finire nelle grinfie di quelle belve.
E così denuncia alle forze dell’ordine gli abusi subiti. Interviene un’avvocatessa, di quelle tenaci quando si tratta di difendere le donne abusate e riesce a mandare al gabbio gli infami, dopo un lungo processo che si conclude con la condanna degli aguzzini. Anna Maria, però, continuerà a pagarla cara. Tutto il paese le si rivolta contro ed emette una sentenza assurda: ‘Anna Maria ha screditato l’onore dei suoi paesani’. La giovane inizia a ricevere minacce continue, anche di morte ed è costretta, a causa di stalking a lasciare il paese. Dal 2010 vive sotto scorta per proteggersi da nuove minacce, dopo essere stata abusata per più volte sia fisicamente dai suoi stupratori che moralmente dalla gente omertosa del paesello natìo.
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L’AI non è un Paese per pochi
di Carola Frediani*
Pubblichiamo qui l’introduzione di Carola Frediani al primo e-book di Guerre di rete, dedicato all’intelligenza artificiale, dal titolo Generazione AI. Per ricevere l’e-book basta seguire le indicazioni sul sito (che aveva avviato un crowfunding anche a questo scopo).
Per anni, agli occhi del grande pubblico e dei media, il termine intelligenza artificiale (IA o all’inglese AI, Artificial Intelligence) ha avuto lo stesso fascino e la medesima concretezza dell’espressione Big Data. Un guscio utile per convegni e paper, con pochi effetti visibili sul quotidiano o la società.
Poi nell’autunno 2022 sono arrivati ChatGPT, la corsa al lancio di prodotti basati su AI generativa, la possibilità di giocare o sperimentare con una miriade di strumenti – spuntati come funghi giorno dopo giorno – e la competizione fra le grandi aziende tech per rilanciare i propri servizi all’insegna di questa tecnologia.
È così iniziato un ciclo industriale e mediatico, fatto di annunci, investimenti, hype e dichiarazioni di ricercatori, che ha alzato una cortina fumogena su quel che è nuovo e quel che esiste da tempo; su quel che è rivoluzionario e quello che invece è reazionario; sui rischi effettivi e quelli presunti; su chi fa progredire il settore e chi è pronto a speculare; su chi trarrà vantaggio e chi verrà sfruttato.
Siccome le cortine fumogene non fanno mai bene all’informazione occorre ripartire dunque da alcuni elementi fondamentali. Quali sono le aziende in gioco e quale il ruolo di multinazionali consolidate come Microsoft, Google, Facebook? Quali elementi sono di novità e quali rischiano di essere gonfiati dalla grancassa che si è sviluppata attorno al settore? Che ruolo hanno la società civile, la politica, gli Stati di fronte a un panorama fatto di aziende private, concentrazione geografica, nonché di ricercatori in netto contrasto fra di loro sulla capacità, l’impatto e i rischi conseguenti a questa rivoluzione, sempre che si possa definire in tal modo?
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I veri architetti e realizzatori del regime di supremazia ebraica di Israele
di Hagai El-Ad
La smisurata ipocrisia degli oppositori democratici di Netanyahu e Gvir, che convivono benissimo con l’apartheid contro i palestinesi “Haaretz”
Riprendiamo dal sito di Assopace Palestina questo efficace, graffiante ritratto (comparso su Haaretz) degli oppositori democratici dell’ultra-sionista Ben Gvir e del suo capo di governo Netanyahu, accusati a buon diritto di difendere integralmente quel regime [militarista, razzista, coloniale] di apartheid, di “supremazia ebraica” sui palestinesi, di cui i due suddetti sanguinari personaggi sono soltanto l’estremizzazione.
Chi segue questo blog che interviene sistematicamente sulla “questione palestinese”, conosce la nostra risposta alla constatazione-domanda finale posta da Hagai El-Ad: “Il fatto è che, anche dopo 100 anni di sionismo, metà delle persone tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo sono palestinesi. Se siamo veramente intenzionati a vivere, dobbiamo trovare una risposta alla domanda logica: che tipo di vita costruiremo qui tutti insieme?“ (Red.).
* * * *
La grande maggioranza di coloro che sono così sprezzanti nei confronti di Ben-Gvir convive benissimo con l’apartheid israeliano, solo che non lo grida dai tetti.
Nei mesi trascorsi da quando il deputato Itamar Ben-Gvir (Otzma Yehudit/Sionismo Religioso) è stato nominato ministro della sicurezza nazionale israeliana, non c’è stata quasi settimana in cui un maggiore generale dell’esercito o della polizia in pensione non abbia espresso il proprio disprezzo nei confronti del “ministro della distruzione”, di una nullità che non capisce nulla e ha ancora meno esperienza, della “persona di rilievo” dello Shin Bet che è diventata il “ministro delle piadine” [si allude al divieto imposto ai prigionieri palestinesi di cuocersi le piadine, NdT] e così via.
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Sull'ascensione in alte montagne
di Pietro Terzan
In un articolo incompiuto e pubblicato postumo su Pravda il 16 aprile 1924, Lenin spiega la situazione concreta della prima rivoluzione proletaria della storia paragonando la rivoluzione comunista a «un’ascensione di una montagna altissima, dirupata e ancora inesplorata». Nel primo paragrafo di Note di un pubblicista, che merita di essere letto integralmente, Lenin scrive:
«Immaginiamo un uomo che effettui l’ascensione di una montagna altissima, dirupata e ancora inesplorata. Supponiamo che dopo aver trionfato di difficoltà e di pericoli inauditi, egli sia riuscito a salire molto più in alto dei suoi predecessori, senza tuttavia aver raggiunto la sommità. Egli si trova in una situazione in cui non è soltanto difficile e pericoloso, ma addirittura impossibile avanzare oltre nella direzione e nel cammino che egli ha scelto. Egli è costretto a tornare indietro, a ridiscendere, a cercare altri cammini, sia pure più lunghi, i quali gli permettano di salire fino alla cima. La discesa, da questa altezza mai ancora raggiunta su cui si trova il nostro viaggiatore immaginario, offre delle difficoltà e dei pericoli ancora maggiori, forse, dell’ascensione: è più facile inciampare; si vede male dove si mettono i piedi; manca quello stato d’animo particolare di entusiasmo che dava impulso al cammino verso l’alto, dritto allo scopo, ecc. Bisogna legarsi con una corda, perdere delle ore intere per tagliare la roccia con la piccozza allo scopo di creare dei punti di appoggio per legarvi saldamente la corda; egli è costretto a muoversi con la lentezza di una tartaruga, e per giunta a muoversi indietro, verso il basso, allontanandosi dalla cima; e non vede ancora se questa discesa terribilmente pericolosa e faticosa terminerà, se si troverà un’altra via alquanto sicura, che permetta nuovamente di muovere avanti con maggior coraggio, con maggior rapidità e seguendo una linea più retta, verso l’alto, verso la cima.
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Il gran bazar della guerra
di Carlo Tombola
Il governo ucraino, guidato da Volodymyr Zelensky, ha utilizzato i fondi dei contribuenti americani per pagare a caro prezzo il carburante diesel, di vitale importanza nella guerra con la Russia. Non si sa quanto il governo Zelensky paghi per ogni gallone di carburante, ma il Pentagono pagava fino a 400 dollari al gallone per trasportare benzina da un porto del Pakistan, tramite camion o paracadute, all’Afghanistan durante la decennale guerra americana.
(Seymour Hersh, Trading with the enemy, 12.4.2023)
Così come non sono stati i malumori dei contribuenti americani a chiudere una guerra di vent’anni in Afghanistan, così probabilmente non saranno le decine di miliardi già bruciati in diciotto mesi di guerra a riportare la pace in Ucraina. Al contrario, il fiume di denaro immesso nel complesso militare-industriale, su tutt’e due le sponde dell’Atlantico, ha portato una concordia generale tra politici, giornalisti, imprenditori e anche – con rare eccezioni – lavoratori.
Forse gli entusiasmi guerreschi sarebbero un po’ attenuati se Stati Uniti e alleati rischiassero e perdessero sul campo i propri soldati. Il Vietnam costò agli americani 60.000 morti, l’Afghanistan 2.400, l’Iraq 4.500, ma in Ucraina sembra che gli “alleati” possano fare una guerra azzerando i costi umani, per interposti combattenti. Almeno per ora, perché il destino dell’enclave russa di Kaliningrad sta agitando i falchi di Polonia, Finlandia e paesi baltici, in cerca di storiche rivincite, con il rischio di dare fiato alle rivendicazioni dell’estrema destra tedesca sulla Prussia orientale.
A compensazione del sacrificio ucraino in corso, la “comunità internazionale” – cioè gli Stati Uniti e i loro alleati – si sta accollando un illimitato sostegno economico.
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Il disadattamento delle élite occidentali
intervista a Jacques Sapir
Il sito italiaeilmondo.com ha iniziato a rivolgere quattro domande a Aurelien[1], e continua a proporle, identiche, a diversi amici, analisti, studiosi italiani e stranieri. Oggi risponde Jacques Sapir[2], che ringraziamo sentitamente per la sua gentilezza e generosità. Anche per il testo di Sapir pubblicheremo le versioni in inglese e francese. Qui il collegamento con la raccolta di tutti gli articoli sino ad ora pubblicati [Giuseppe Germinario, Roberto Buffagni].
* * * *
1) Quali sono le ragioni principali dei gravi errori di valutazione commessi dai decisori politico-militari occidentali nella guerra in Ucraina?
Questi errori sono di vario tipo. Innanzitutto, ci sono errori di natura “tecnica”, legati a un’incomprensione dei dati o della loro natura. Ad esempio, l’affermazione spesso ripetuta che il PIL della Russia fosse più o meno uguale a quello dell’Italia o della Spagna derivava da una mancanza di comprensione – comune a politici e giornalisti – delle statistiche e del loro utilizzo. Quando si confrontano due economie, è importante utilizzare il PIL calcolato in termini di parità di potere d’acquisto (PPA), perché altri metodi sono altamente distorcenti. Questo ha portato a una sottostima del PIL russo (che in realtà oggi è più alto di quello tedesco) e quindi a un grave errore di valutazione sulla capacità della Russia di far fronte sia alla guerra che alle sanzioni occidentali. Allo stesso modo, sono stati commessi errori “tecnici” sulla capacità dell’industria russa di produrre un gran numero di armi e munizioni.
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Il nuovo disordine mondiale / 21: un’invenzione coloniale (in via di disgregazione)
di Sandro Moiso
Jean-Loup Amselle, L’invenzione del Sahel. Narrazione dominante e costruzione dell’altro, Meltemi editore, Milano 2023, pp. 170, 16 euro

Si muove, confusamente ma con energia, nel continente un nuovo anticolonialismo che non possiamo per ragioni di immagine adottare. Anche perché non lo controlliamo (ancora).[…] È ben diverso da quello degli anni sessanta e settanta del secolo scorso, non si nutre di ideologia, non produce leader carismatici, libri o manifesti. Che risultava affascinante anche a una parte dell’Occidente, perché il marxismo africanizzato era un prodotto della nostra cultura. In fondo era esso stesso una esportazione colonialista.[…] Sì, il nuovo anticolonialismo è molto più primitivo […] Gli bastano le immagini: da un lato i grandi alberghi e le banche con le facciate alla Potentik, dall’altro il vuoto della savana, i villaggi e le periferie dove sono in agguato le malattie, la miseria. (Domenico Quirico, “La Stampa”, 5 agosto 2023)
Jean-Loup Amselle (Marsiglia, 1942) è un antropologo francese che ha realizzato ricerche sul campo in Mali, in Costa d’Avorio e in Guinea, concentrando la sua attenzione sui temi dell’etnicità, dell’identità, del multiculturalismo, del postcolonialismo e della subalternità. Inoltre è Directeur d’études presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e caporedattore della rivista internazionale “Cahiers d’études africaines”.
Un curricolo di studi e ricerche importante per l’autore di un testo (edito per la prima volta in Francia nel 2022) che esce in un momento di grave crisi politico-militare della struttura geopolitica e culturale imposta per lungo tempo dal colonialismo francese (ed europeo) all’Africa subsahariana. Come sottolinea Marco Aime nella sua prefazione al testo:
la nozione di Sahel appare per la prima volta nel 1900, nella penna del botanico Auguste Chevalier, come categorizzazione botanicogeografica o bioclimatica, legata alla latitudine e alle curve delle precipitazioni.
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Privatocrazia sanitaria
di Nicoletta Dentico
Fino al Duemila l’Organizzazione Mondiale della Sanità collocava al secondo posto nel mondo, in quanto a qualità, il sistema sanitario italiano. Oggi almeno il 60% dei fondi pubblici finisce in mano ai privati; più della metà delle strutture che si occupano di malattie croniche sono private. I tagli della prossima legge di bilancio assecondano questa metastasi
Parecchi anni fa, in taxi per le strade di Nairobi, ricordo lo sbalordimento quando il taxista dichiarò en passant, ma con sarcastico sollievo, che nell’eventualità di un incidente con la macchina, la mia presenza a bordo avrebbe garantito la disponibilità di una carta di credito per accedere al pronto soccorso anche per lui.
Già la privatizzazione della salute in Kenya rivelava le sue aberranti manifestazioni, incluso il fatto che – come raccontava il taxista con angoscia – anche partorire in ospedale comportava un costo che la maggior parte della popolazione non poteva permettersi. I parti difficili finivano male, perlopiù, era accaduto anche a sua figlia.
Oggi, nel paese che nel 2000 si collocava al secondo posto al mondo (dopo la Francia) per la qualità del servizio sanitario nazionale secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), ci stiamo dirigendo – un passo alla volta, neppure tanto lentamente – nella stessa paradossale direzione. La brutale esperienza italiana della pandemia è stata rimossa in un soffio, un fastidioso ricordo del passato, malgrado le molteplici perduranti e visibili conseguenze.
Ritorna in voga invece la stagione dei tagli alla sanità pubblica, come se non bastasse lo schiaffo in faccia delle insufficienti risorse del PNRR assegnate ai servizi sanitari devastati da Covid-19.
I tagli al comparto della salute fanno capolino già dalle prime bozze della legge di bilancio, in stupenda sintonia con le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), che prevede 143 paesi sotto la morsa di nuove riforme di austerity entro la fine del 2023 (Ortiz e Cummins, 2022): l’85% della popolazione mondiale!
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Sulla condizione dei comunisti in Italia: che fare?
Note per una discussione aperta
di Fausto Sorini
Credo che abbia fatto bene Marco Pondrelli, direttore del nostro sito, ad aprire tempo fa con un editoriale una riflessione sulla questione comunista, con particolare attenzione all’Italia. Perché se è vero – come scriveva – che “oggi nell’Unione europea la forza dei comunisti è marginale … se guardiamo al caso italiano la situazione è ancora peggiore, desolante… Di scissione in scissione oramai gli iscritti ed i militanti dei tanti partiti sono sempre meno e i gruppi dirigenti sono sempre più litigiosi e lontani dal mondo del lavoro”, privi di autentico radicamento nella società e nei luoghi del conflitto sociale.
In presenza di una situazione foriera di importanti sviluppi nazionali e internazionali ritengo utile riprendere la discussione con questa lettera aperta per cercare di suscitare, certo non da solo, una discussione in maniera organizzata nei prossimi mesi; senza nessuna pretesa, ma con un metodo che ci consenta di capire meglio la situazione e agire di conseguenza. Ritengo infatti che l’apertura di una tale discussione sia la premessa per il cambiamento. L’obiettivo non è quello di creare nuovi cenacoli, ma di lavorare per ricomporre collettivamente un rapporto corretto tra conoscenza e azione politica dei comunisti.
La sfida ai tanti ‘comunismi’ esistenti in Italia è questa: una sfida con se stessi. Ed è arrivata l’ora (anzi, siamo in grande ritardo) che si esca dalla falsa coscienza e si accetti, senza guerre di religione, il confronto in campo aperto sulle questioni che sono sul tappeto. Per questo mi sembra necessario arrivare, in tempi brevi, ad un forum di discussione tra comunisti, che sia uno strumento, anche se transitorio, con cui si vadano a vedere le carte di chi ci ha provato e i limiti delle esperienze fatte.
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La questione ecologica vista dalla Cina
di Gianmatteo Sabatino
1. La posizione cinese sul cambiamento climatico
Come numerosi altri temi sensibili negli attuali, turbolenti anni dello sviluppo globale, anche quello del cambiamento climatico diviene, inevitabilmente, terreno di confronto tra approcci allo sviluppo ed ideologie politiche ed economiche differenti.
Con specifico riferimento alla Cina, la questione del qihou bianhua (appunto, il cambiamento climatico), è sinora riuscita in gran parte a sottrarsi, perlomeno a livello di dibattito, dall’agone politico internazionale, difendendosi dietro una prospettiva di neutralità e scientificità condivisa dalla stragrande maggioranza della comunità accademica internazionale. Tuttavia, la crescente polarizzazione del confronto geopolitico, l’ormai conclamata contrapposizione tra modelli e la rinnovata attenzione mediatica verso strategie (peraltro esistenti da tempo) di cooperazione multilaterale alternative a quelle a guida occidentale (come i paesi BRICS) sono tutti elementi che giustificano un minimo di sforzo chiarificatore. Uno sforzo che, peraltro, è chiaro in primo luogo al governo cinese, il quale, nel 2021, ha licenziato un Libro Bianco sulle politiche ed azioni in materia climatica[1]. È un documento che, ovviamente, va letto tenendo conto del suo scopo prettamente informativo e, se si vuole, propagandistico, ma che nondimeno offre importanti spunti su quale possa essere il ruolo della Cina nei prossimi decenni di lotta al cambiamento climatico.
In altri termini, vale la pena chiedersi quale sia oggi il modello cinese di contrasto al cambiamento climatico, in cosa differisca da altri modelli e quale valenza politica abbia sul piano tanto interno quanto delle relazioni internazionali. Sono tutti temi vastissimi, che qui possono essere richiamati solo sommariamente, ma su cui è opportuno riflettere criticamente.
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I BRICS, l'Occidente, la guerra
di Leonardo Mazzei
Si fa presto a dire Brics. Ma cosa sono, perché esistono, cosa produrranno? Sulle risposte a queste tre domande permane ancora tanta confusione. E nella confusione sguazza pure il complottismo.
Sul XV vertice dei Brics, che si è tenuto recentemente a Johannesburg, si è detto e scritto di tutto. Qui cercheremo soltanto di capire qual è stato il suo vero significato politico, a partire dalla storica decisione di aprire le porte ad altri sei paesi: Arabia Saudita, Iran, Argentina, Egitto, Emirati Arabi ed Etiopia.
Innanzitutto, i Brics non sono un’organizzazione in senso stretto. Nati in opposizione al dominio occidentale, all’inizio il loro modello di funzionamento era abbastanza simile a quello degli avversari del G7. Ma mentre quest’ultimo riunisce le maggiori potenze economiche dell’occidente (un tempo effettivamente le più grandi del pianeta), i Brics nascono nel 2006 per raggruppare le cosiddette “economie emergenti”. In quell’anno il Brasile, la Russia, l’India e la Cina decidono di costituire un “coordinamento diplomatico informale”. Nel 2009, al primo vertice tra questi paesi (il Sudafrica si unirà solo nel 2010), verrà esplicitato lo scopo fondamentale dell’associazione, quello di perseguire “un nuovo e più equo ordine mondiale multipolare”.
In queste poche parole c’è già l’essenza fondamentale dei Brics (il chi sono), mentre nel persistente unipolarismo del blocco occidentale Usa-Nato c’è la ragione del loro associarsi (il perché esistono). Quel che produrranno in futuro (la nostra terza domanda) ce lo dirà invece solo la storia, ma l’impressione è che si tratterà di una storia molto, ma molto interessante.
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Il falso miracolo dell’università italiana dopo un quindicennio di riforme
di Alberto Baccini
Sono ormai passati oltre 10 anni dalla riforma dell’università italiana nota come legge Gelmini (L. 240/2010). Essa ha dispiegato pienamente i suoi effetti, modificando in modo profondo il funzionamento del sistema universitario italiano. Ci sono ormai diversi elementi fattuali e analisi che permettono di tentare un bilancio degli effetti della riforma. In particolare ci sono ormai dati ed analisi che permettono di mettere nella giusta luce critica la ‘storia’ ufficiale della riforma Gelmini e dei suoi effetti.
La preparazione
La riforma Gelmini fu preceduta da una campagna di stampa che preparò il terreno all’accoglimento della legge. Almeno a partire dal 2005 iniziarono a susseguirsi nei maggiori quotidiani italiani articoli che dipingevano l’università italiana come ostaggio di una corporazione di baroni schierati a difesa di professori assenteisti (Petrovich, 2022). Nel 2006, l’allora ministro dell’università e della ricerca Fabio Mussi (Partito Democratico della Sinistra) dichiarava in una intervista che “l’università è un bordello” (QN, 20/09/2006) annunciando prossimi provvedimenti per modificare la governance delle università e introdurre la “valutazione del merito”. Due anni dopo, su il Tempo Silvio Berlusconi si scagliava contro i privilegi e gli sprechi annunciando: “basta baroni all’università” (06/11/2008). A fare da background alla discussione pubblica c’era un fiorente filone di letteratura, dedicata in gran parte agli scandali nei concorsi (Carlucci & Castaldo, 2009). In questa letteratura l’università italiana veniva variamente aggettivata: “università dei tre tradimenti” (Simone, 2000), era “malata e denigrata” (Regini, 2009), “truccata” (Perotti, 2008), “in declino” (Monti, 2007), “irriformabile” (Gagliarducci et al., 2005).
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La Russia come "terapia" per l'Occidente?
di Luigi Zoja
Rimorsi e nostalgie
Fra i meriti di un autore totale come Octavio Paz sta l’aver chiamato l’antropologia “…il rimorso dell’Occidente” (1). Con questo punto di vista, un’immensa corrente di studi assume un senso che va molto al di là della sua importanza specialistica. L’antropologia non è solo lo studio dei pochi popoli premoderni sopravvissuti: è il grumo di malinconia che tormenta segretamente il mondo euro-americano – divenuto con la globalizzazione modello universale – per aver eliminato le qualità umane non rivolte all’efficienza.
Utilizzo questo esempio per suggerire che forse la Russia ricorre nei discorsi dell’Occidente non solo perché si presenta oggi come suo rivale, ma anche perché rappresenta molto di quello che la nostra modernità ha perduto. E di cui quindi prova nostalgia.
I rapporti dell’Occidente con la Russia
Perché parliamo spesso della Russia? Nella post-modernità si discute soprattutto di economia. Come antagonista dell’Occidente in questo campo, la Federazione Russa è quasi un moscerino: il suo prodotto nazionale è inferiore del 20% a quello dell’Italia (2), pur avendo una popolazione più che doppia e un territorio così esteso da contenere risorse naturali praticamente infinite. È stata chiamata stazione di rifornimento con armi nucleari. I suoi missili fanno paura. Non si giunge a una guerra atomica perché si considera implicito un “equilibrio del terrore”, simile a quello che, nella Guerra Fredda, evitò un conflitto armato tra Occidente e Unione Sovietica: era chiamato MAD (Mutually Assured Destruction, Distruzione Reciproca Assicurata) (3).
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Note brevi (e inconcludenti) sulla violenza giovanile
di Giovanni Iozzoli
Che pena. Che desolazione. L’oppressione interiore dell’impotenza; il senso di inutilità della riflessione, della parola. Eppure pensare si deve, e continuare a parlare anche, essendo tra le poche cose che ancora ci distinguono dagli altri regni di natura. Da dove possiamo re-iniziare una discussione sulla condizione giovanile, senza rimasticare i luoghi comuni più triti, stanchi e inutili – mentre le tracce del cadavere del giovane musicista Giovanbattista Cutolo sono ancora sul selciato di p.zza Municipio, a Napoli, e l’orrore di Caivano è diventato palestra di ogni retorica sulle periferie nemiche da ricolonizzare?
I giovani e la violenza. Non c’è un punto di vista di classe o antagonista, su questa merda. Non c’è perché si fermerebbe alle enunciazioni di principio più eteree: la società capitalista produce mostri e devianza, ergo noi anticapitalisti abbiamo la coscienza a posto, non c’entriamo. Nel mondo ideale che sta nelle nostre teste, patriarcato, classismo, sessismo, machismo e tutto il Male del mondo, non esisteranno più, il giorno in cui avremo abbattuto l’idra imperialista. Come ogni corrente religiosa, guardiamo con scettica amarezza verso i samsara quotidiani che siamo costretti ad attraversare; e rimandiamo ad un mondo a venire il riscatto dei torti, delle brutture e delle nostre confuse ragioni.
Ma qui e ora, oggi, nel presente, questi esercizi retorici non bastano; dobbiamo andare più a fondo col nostro sguardo – imitando la spietatezza degli assassini -, se non vogliamo ridurci a giaculatorie ed esorcismi di segno opposto a quelli reazionari. I quali sognano un mondo in cui una divisa e un fucile sorveglino ogni angolo di strada, ogni condominio; mentre noi ci culliamo nella speranza di un mondo in cui la violenza si estingua per magia, per consunzione, e il lupo e l’agnello vivano in pace nello stesso prato. Utopie reazionarie ed utopie umanitarie.
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Destinata a fallire
di John J. Mearsheimer
Traduciamo questa lunga, accurata, equilibrata analisi John Mearsheimer, corredata da un ampio apparato di note. Come sempre, il grande studioso americano si sforza di essere obiettivo, e si esprime con garbo e moderazione. L’equilibrio e la moderazione di Mearsheimer, però, non possono (e non vogliono) nascondere la tragica, terribile realtà di quanto sta avvenendo in Ucraina, che è la conseguenza di colossali errori di valutazione strategica occidentali, e dell’ostinazione cinica con la quale i decisori statunitensi ed europei insistono a non prenderne atto. Nelle note al testo, in gran parte tratta dai media occidentali, la documentazione di questi errori e di questa cinica ostinazione. Il costo umano di questi errori e di questa ostinazione è spaventoso, ed è ancora lontano il momento in cui si potrà tirare le somme delle perdite di uomini e materiali che ha provocato. Buona lettura.
* * * *
È ormai chiaro che la tanto attesa controffensiva ucraina è stata un colossale fallimento. Dopo tre mesi, l’esercito ucraino ha fatto pochi progressi nel respingere i russi. In effetti, non ha ancora superato la cosiddetta “zona grigia”, la striscia di terra pesantemente contestata che si trova di fronte alla prima linea principale delle difese russe. Il New York Times riporta che “nelle prime due settimane della controffensiva, il 20% degli armamenti inviati dall’Ucraina sul campo di battaglia è stato danneggiato o distrutto, secondo i funzionari statunitensi ed europei. Il bilancio comprende alcune delle formidabili macchine da combattimento occidentali – carri armati e mezzi corazzati – su cui gli ucraini contavano per respingere i russi“. Secondo quasi tutti i resoconti dei combattimenti, le truppe ucraine hanno subito perdite enormi. Tutte le nove brigate che la NATO aveva armato e addestrato per la controffensiva sono state gravemente danneggiate sul campo di battaglia.
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Ribellarsi è jest
di Leo Essen
Il 9 Settembre 1970, su un numero speciale, Il Manifesto pubblica le Tesi con le quali intende aprire una fase costituente tra tutte le forze rivoluzionarie e proporre una piattaforma per l’unità della sinistra rivoluzionaria.
La necessità di un nuovo partito nasce da due spinte: 1) la necessità di staccarsi dall’Unione Sovietica, avviata a formare con gli Usa un unico blocco imperialista; 2) evitare di essere catturati dal riformismo del PCI e del PSIUP pienamente inseriti nel sistema.
Il terreno sul quale il nuovo partito dovrà posizionarsi sarà quello dei Nuovi Bisogni, dei consumi sociali, della casa e della salute, della scuola, del movimento studentesco, della contestazione femminista dei ruoli, senza dimenticare, ovviamente, il terreno dei bisogni più tradizionali della lotta antimperialista, della pressione sul salario, della riduzione dell’orario di lavoro e dello straordinario, dell’estensione degli organismi elettivi.
Le Tesi contengono elementi di riflessione molto interessanti. Raccolgono e riassumono temi prodotti nella sinistra italiana a partire dalla fine degli anni Cinquanta: New Deal, Fabbrica diffusa, lavoro produttivo vs lavoro improduttivo, femminismo, eccetera. Assumono pienamente anche le indicazioni che vengono dal nuovo marxismo influenzato dalla lettura dei Grundrisse, dalla Scuola di Francoforte, da Marcuse.
In particolare, nella Tesi 72, viene integrato un tema caro a Marcuse e ripreso da un passo dei Grundrisse destinato a diventare arci-famoso – un pensiero-guida.
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Caro Mario Moretti
di Michele Castaldo
Titolo questo scritto non per parlare a Mario Moretti, no, ma per prender spunto dalla sua situazione per parlare a una doppia generazione, quelle del ‘68/9 e del ’77 del secolo passato. Due generazioni ormai attempate che non hanno più niente da dire.
L’articolo patrocinato dalla Rivista Contropiano e pubblicato su sinistrainrete.info fornisce una serie di spunti per una riflessione più generale e sbaglieremmo a soffermarci solo sull’esperienza delle Brigate Rosse o dei gruppi che si definirono combattenti, perché essi furono solo una parte di tanti gruppi e esperienze che la fase produsse. Dunque la riflessione va fatta a largo raggio e non isolando i gruppi “combattenti”, né da parte di chi aderiva ad essi, né da parte di chi a tali gruppi non aveva aderito. Lo dico semplicemente per affermare un principio: una fase storica è fatta di relazioni fra uomini e classi all’interno della temporalità che attraversa il modo di produzione. Pertanto tutte le formazioni politiche sorte in quegli anni furono l’espressione di una fase che dobbiamo definire con chiarezza e collocare correttamente le formazioni politiche e il loro ruolo. Altrimenti parliamo di nulla.
Fatta questa premessa è necessario poi inquadrare la fase del modo di produzione capitalistico dove si sviluppa quella temporalità di cui accennavo e provare a tracciare un bilancio sia della fase che delle esperienze teoriche e politiche che in essa si svilupparono.
Era una fase rivoluzionaria? A questa domanda – ma ce ne sono tante altre a cui bisogna rispondere – anche se col senno di poi dovremmo rispondere con estrema lealtà guardandoci in faccia prima che le nostre vecchie carcasse vengono affidate alla grigia terra.
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Ma che succede in Occidente? Perché sono diventati tutti stupidi?
di Domenico De Simone
Il primo settembre di ogni anno in Russia si celebra la giornata della cultura e dell’istruzione. Con agosto finisce l’estate e ricomincia la scuola, e tornare a studiare è una festa. Deve essere una festa, perché conoscere, cercare, curiosare, imparare per tutta la vita, insomma il sapere, è una parte essenziale dell’umanità. La copertina del libro di Travaglio, “Scemi di guerra“, è emblematica del momento di follia generale che ha preso non solo l’Italia ma tutto l’Occidente. A proposito, consiglio vivamente di leggerlo, così come consiglio di leggere al contrario quello che viene scritto sulla guerra da media italiani, quasi tutti. Le notizie che passano, come di chiaramente Tucker Carlson in questa intervista, tradotta dall’Antidiplomatico, sono veline della disinformazione di matrice statunitense. Lui faceva il giornalista di denuncia con molto successo su Fox News, e alla fine hanno costretto l’emittente, nonostante la sua popolarità e i suoi numeri, a licenziarlo perché dava troppo fastidio al “Potere“. Carlson aggiunge che i poteri forti, quelli che contano davvero, non la marionetta Biden e il coro di minus habens che gli sta intorno, hanno già deciso di andare a fare la guerra alla Russia. E che stanno portando l’America e l’Occidente tutto alla rovina con decisioni ed azioni palesemente sbagliate e rovinose. A partire dal golpe in Ucraina del 2014, dalla decisione di mandare al potere una banda di pazzi violenti, pubblicamente e dichiaratamente nazisti, razzisti e guerrafondai, che stanno portando il popolo ucraino all’estinzione e la loro nazione alla dissoluzione. Scrivevo nel marzo del 2014 chi è stato realmente a fare il colpo di stato in Ucraina e quali fossero i reali interessi in gioco.
All’inizio della guerra facevo considerazioni sulle conseguenze economiche e politiche in palese controtendenza con il quasi unanime entusiasmo con cui era stato accolto l’invio di armi per distruggere i cattivi russi che intendevano impadronirsi del mondo. Raccontavo un’altra storia che si è in gran parte largamente verificata e il resto verrà in breve tempo.
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La maschera dell’innovazione
A proposito del Report “Teaching4Learning” dell’Università di Padova
di Università libera, università del futuro
Secondo la mania attuale (tipica nella pedagogia) non si deve venire istruiti sul contenuto della filosofia: si deve piuttosto imparare a filosofare, senza contenuto. È un po’ come dire: bisogna viaggiare, viaggiare, sempre viaggiare: ma non fare la conoscenza di uomini e città, di fiumi e paesi. In primo luogo, però, mentre si conosce una città e si raggiunge magari un fiume, poi un’altra città e così via, si impara senz’altro a viaggiare. Anzi. Si viaggia realmente. Allo stesso identico modo, mentre uno studia il contenuto della filosofia, conosce la filosofia. Viene cioè a conoscenza non soltanto del filosofare, ma filosofa egli stesso. In fondo, anche lo scopo di imparare soltanto a viaggiare, non coinciderebbe in realtà con il conoscere città, fiumi eccetera? Non coinciderebbe cioè con un contenuto? (…). Il perenne cercare e bighellonare qua e là senza contenuto, questo modo di procedere soltanto formale, questo elucubrare e sofisticare, ha come conseguenza la vuotezza di contenuto e la vuotezza di pensieri nelle teste: ha insomma il risultato che non si sappia proprio nulla.
G. W. F. Hegel, Lettera a Niethammer del 23 ottobre 1812, in Id., Propedeutica filosofica, a cura di G. Radetti, Sansoni, Firenze 1951, pp. 247-248.
Nel mese di maggio del 2023 l’Università di Padova ha diffuso fra tutti i docenti e ricercatori dell’Ateneo il documento Report T4L, nel quale è presentata e analizzata (con profusione di dati e diagrammi) la “sperimentazione” di una didattica informatizzata incominciata nel 2016 e divenuta (con le parole della presentazione) «in soli 6 anni permeante della cultura didattica dell’Università di Padova». Il testo, a cura del Settore Assicurazione della Qualità e Didattica Innovativa, con il coordinamento di Marina de Rossi e Valentina de Marchi e presentazione firmata anche dalla Rettrice Daniela Mapelli, ha suscitato in Università libera, università del futuro alcune considerazioni che proponiamo nelle due sezioni seguenti.
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La battaglia di Rabotino
di Enrico Tomaselli
All’inizio del quarto mese della controffensiva ucraina, la situazione – sul campo e fuori – si mostra alquanto diversa dalla narrazione propagandistica occidentale. Sul terreno si combatte sanguinosamente, ma il vero ‘stallo’ appare essere quello politico degli USA e della NATO, che sembrano incapaci di guardare in faccia la realtà, e quindi non sanno assumere decisioni nuove, e vanno avanti come per forza d’inerzia sulla vecchia via. Intanto, a Kiev, si mobilitano pure i malati e le donne.
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Sono ormai trascorsi tre mesi, da quando è iniziata la controffensiva ucraina, che avrebbe dovuto raggiungere Melitopol e spezzare il corridoio terrestre che unisce la Crimea alle nuove regioni russe dell’ex-Ucraina meridionale. Su questa controffensiva, sui suoi (possibili) risultati, si basava la scommessa dell’occidente collettivo di poter ribaltare – almeno in parte – l’andamento della guerra, consentendo così l’avvio di un processo negoziale, se non da posizioni di forza, quanto meno in condizioni un po’ più riequilibrate. Non a caso, su questa chance gli stati maggiori della NATO e dell’Ucraina hanno lavorato per mesi e per l’occasione i vari paesi membri dell’Alleanza hanno fatto un ultimo, significativo sforzo in termini di forniture militari.
Pur tuttavia, appare francamente incredibile che – nelle segrete stanze ove si pianificavano le operazioni – qualcuno ritenesse davvero possibile raggiungere, non dico Melitopol ed il mar d’Azov, ma anche soltanto superare le tre linee fortificate russe.
Nonostante l’invio di centinaia di carri MBT e corazzati vari, nonostante l’addestramento di migliaia di ucraini in occidente, nonostante l’intensificazione del supporto di intelligence della NATO, l’iniziativa nasceva infatti già inficiata da più di un problema.
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Ustica 2023
di Gaetano Sinatti
Alle ore 20:59 del 27 giugno 1980, il volo civile IH870, operato da un DC9 della compagnia ITAVIA, scompare, con tutti i suoi 81 passeggeri, nel cielo tra Ponza e Ustica. Solo ieri, 2 settembre 2023, il professor Giuliano Amato, esponente di spicco della classe dirigente della prima e della seconda Repubblica, accademico italiano di lungo corso, giurista illustre, con una lunga intervista pubblicata con grande rilievo dal quotidiano La Repubblica, ha ritenuto opportuno prendere posizione pubblicamente a sostegno della tesi, già avanzata da molti anni sia in sede giudiziaria che storica, affermando la responsabilità del governo francese nell’abbattimento del velivolo civile italiano.
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Se fossimo degli ingenui potremmo accontentarci del classico “meglio tardi che mai”. Ingenui purtroppo non possiamo essere, ma convinti che la verità sia ben chiara, sì, come scrivevamo nel 2012 su queste pagine.
Oggi potremmo quindi semplicemente rimandare il lettore di clarissa.it a quanto abbiamo poi scritto anche il 27 giugno del 2020, nel XXXX anniversario di quel terribile evento, presentando le ragioni per cui non vi sono dubbi sul fatto che quell’abbattimento è avvenuto nel contesto di un’azione di guerra non dichiarata, e che tale episodio bellico è riconducibile ad un’operazione di Paesi della NATO contro la Libia.
Oggi, con la dichiarazione del prof. Amato, abbiamo piena conferma infatti di quanto scrivevamo allora:
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Venezuela, la destra abbaia ma il popolo non la segue
di Geraldina Colotti
“Se un cane morde un uomo non fa notizia, ma se un uomo morde un cane, sì”. La frase data del 1882, viene attribuita a John B. Bogart, caporedattore del New York Sun e viene solitamente citata nelle prime lezioni di giornalismo per introdurre i reporter al favoloso mondo dell’informazione modello nordamericano. Da quando, però, la storia, da scontro di interessi fra le classi è stata trasformata in “narrazione”, e l’informazione in una merce al servizio dei grandi oligopoli, che la gestiscono e frammentano nei centri di smistamento globale, il trucco è quello di trasformare i fatti in uno spettacolo da baraccone, occultandone l’origine e le cause, per costruire “matrici d’opinione”.
Il Venezuela, e prima ancora Cuba, esempio di resistenza e prospettiva generale, ne sono una prova: qualunque latrato, emesso ad uso mediatico dai personaggi agiti da Washington viene moltiplicato fino a sembrare, a seconda degli obiettivi – mostrare forza, commuovere o convincere - un ruggito, o il guaito di un animaletto perseguitato, o la canea minacciosa di una muta che attacca.
Lo schema si intensifica, in Venezuela, a ogni appuntamento elettorale. A cinquant’anni dal golpe in Cile dell’11 settembre 1973, l’imperialismo Usa la pensa ancora come Kissinger che così diceva qualche mese prima della vittoria di Allende alle elezioni del 1970: “Non vedo perché dobbiamo aspettare e permettere che un paese diventi comunista solo per l’irresponsabilità del suo popolo”. Un’”irresponsabilità” che il popolo venezuelano si è assunta da 25 anni, votando ripetutamente il socialismo bolivariano, e per questo continua a sopportare un assedio multiforme, tanto feroce quanto inutile, definito con il termine di “sanzioni”, ma che deve intendersi con quello di “misure coercitive unilaterali”.
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Cina. La versione del PCC: “Otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna”
di Chen Long
Traduciamo questo articolo apparso il 16 agosto su 学习时报 Study Times, il giornale ufficiale della Scuola Centrale del Partito Comunista Cinese.
Mentre i dati sul rallentamento economico cinese facevano discutere tutto il mondo, sono state lanciate varie proposte per gestire l’annoso problema dei consumi interni, in crescita da decenni ma comunque molto squilibrati rispetto alla crescita degli investimenti.
Come segnala la newsletter Pekingnology che ha tradotto l’articolo per primo in inglese, la firma dell’articolo è di Chen Long, che risulta essere ricercatore della Chinese Academy of Financial Sciences, ma anche un nome maschile talmente comune da poter essere considerato un nom de plume usato per porre il punto di quello che l’apparato statale pensa sul dibattito attorno allo stimolo dei consumi.
Aldilà di considerare popolari o impopolari i giudizi di Chen Long, di considerarli giusti o sbagliati, ne pubblichiamo la traduzione per dare un mezzo per capire quale sia il tipo di dibattito interno alla Cina in questo momento e per quali motivi le autorità di Beijing non stiano attuando determinati “suggerimenti” che arrivano dall’estero.
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Svelare otto idee sbagliate sull’espansione della domanda interna
Nella prima metà del 2023, la performance economica cinese generale è stata positiva, l’innovazione ha continuato a guadagnare forza. Rimangono in ogni caso sfide e pressione sul raggiungimento dello sviluppo di alta qualità a causa di complessi fattori domestici e internazionali. La contraddizione principale dell’attuali meccanismo macroeconomico cinese è l’insufficiente domanda interna.
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L’estate sta finendo, anche a scuola
di Autori Vari
La Neoscuola delle libertà
di Daniela Di Pasquale
Qualche anno fa, il comico Corrado Guzzanti realizzò alcuni fortunati sketch televisivi in cui simulava gli spot elettorali della berlusconiana Casa delle Libertà, dove tutto si poteva fare liberamente, anche le più assurde indecenze, chiosando alla fine con il motto “È la Casa delle Libertà, facciamo un po’ come c…. ci pare”.
Ecco, quello che sta accadendo alla scuola italiana in questo periodo storico è più o meno la stessa cosa, presa d’assalto com’è da esperti pedagogisti di varia forma e natura che hanno aperto le porte a un libertarismo insulso, corredato da un buonismo indulgente senza senso. È iniziata l’era della Neoscuola delle libertà, dove si può fare un po’ come ci pare: è l’autonomia scolastica, bellezza! Tanto nessuno va a verificare se gli studi su cui si basano le elucubrazioni dei sedicenti esperti siano convalidate o meno da tutta la letteratura scientifica; è molto più comodo delegare la nostra cultura professionale e comunitaria ai teorici dell’apprendimento.
Oggi pochissimi osano contestare la degradazione della professionalità docente a cui stiamo assistendo negli ultimi anni. Agli insegnanti ci si rivolge come a dei profani e questa delega agli specialisti in ogni settore è diventata una sorta di religione di Stato, come scrisse Ivan Illich (che riprendo da Boarelli): ecco allora che il professionista-sacerdote impone soluzioni a chi non ha saputo nemmeno riconoscere il problema.
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