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«Spese per la Difesa: 5 per cento del Pil e zero strategia»
di Francesco Cosimato
Il generale Cosimato smonta la retorica sull’aumento delle spese militari e denuncia la distanza tra obiettivi politici e capacità reali
Con un’analisi basata sui numeri, il generale valuta l’impegno italiano di portare la spesa per la Difesa al 5% del Pil entro il 2035, evidenziando l’assenza di una strategia. Tra vincoli di bilancio, organici insufficienti e decisioni ideologiche, la politica continua a fissare obiettivi irrealistici. Senza tener conto dei limiti effettivi dello strumento militare.
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Se c’è una cosa difficile in Italia, è capire quanto spende lo Stato per difenderci e a che cosa serve il suo strumento militare. Per analizzare il Bilancio della Difesa, ad esempio, ci sono schiere di funzionari del Ministero dell’Economia e della Difesa, oltre a un sacco di tecnici della Ragioneria centrale in ogni ministero.
Non solo. In questo momento storico, così pieno di crisi internazionali, è sempre più difficile capire come mettere insieme le politiche da intraprendere e i mezzi umani e finanziari per realizzarle. L’espressione «Sosterremo l’Ucraina finché sarà necessario», per esempio, riflette un approccio ideologico non basato su un confronto tra esigenze e possibilità, che rischia di depauperare sensibilmente lo strumento militare.
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Post scriptum. A proposito dell'autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)
di Carlo Formenti
Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani che io e Visalli stiamo per consegnare all’editore Meltemi) che aiutano a capire che il meritevole tentativo di Arlacchi di spiegare la Cina all’Occidente è, al pari di tutti gli sforzi di aggiornare la cassetta degli attrezzi del marxismo occidentale (1) impresa difficile, al limite dell’impossibile. Ciò è scontato nel caso degli intellettuali delle “sinistre” tradizionali, ormai integrati nella intellighenzia (mai termine fu più usurpato) liberal democratica, un ceto che non vuole semplicemente farselo spiegare, perché i suoi membri considerano la Cina (la giudichino o meno socialista) un nemico, e hanno legittimato l’oscena delibera del Parlamento Ue che ha equiparato comunismo e nazismo.
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Dopodiché quanto appena detto è meno scontato, ma purtroppo altrettanto vero, per la maggior parte dei militanti delle sette più diffuse - troskisti, bordighisti, operaisti, neo operaisti, neo anarchici ecc. - della cosiddetta sinistra “radicale”. Costoro – se non sono del tutto idioti – possono “tifare” per la Cina finché si parla del suo conflitto – che definiscono “interimperialista”- con gli Stati Uniti, ma non possono ammettere che la Cina è socialista, perché ciò farebbe crollare come un castello di carte l’intero corpus dottrinale che hanno costruito nell’ultimo secolo, a partire dalla negazione del carattere socialista dell’Unione Sovietica (la cui degenerazione capitalista viene da alcuni fatta risalire addirittura alla svolta della NEP avvenuta negli anni Venti del Novecento).
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“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza" --- Trump uno e trino, quadruplo, quintuplo…
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti:
https://www.youtube.com/watch?v=h3QL8Kxlokg - (C’è un breve difetto video all’inizio della registrazione, poi tutto scorre normale)
Di epoca in epoca, le parole, all’apparenza criptiche, di George Orwell ne fanno uno che meglio di Tiresia vedeva l’apocalisse verso la quale andavamo precipitando. Questo predisse a Odisseo che, una vota tornato a Itaca avrebbe dovuto ripartire ed errare ancora. Quello ci assicurò che, scampati dal gorgo nazifascismo e guerra, vi ci avrebbero riprecipitati. E ciò che si sta avventando sul mondo in questi giorni di impazzimento dei fautori di guerra e nuovi fascismi, ne realizza le previsioni.
Il protagonista assoluto è l’uomo paradosso ricomparso sulla scena, dopo il suo primo mandato, assicurando pace e riconciliazione ai quattro angoli del mondo. Oggi siamo ai missili Tomahawk concessi al corrotto despota neonazi di Kiev con cui i tecnici Nato, presenti sul campo sotto mentite spoglie fin dal colpo di Stato del 2014, vorranno mozzare le zampe all’orso russo, colpendone le strutture vitali fino a Vladivostok.
A Gaza si chiamano tregua o cessate il fuoco, o Piano di Pace, per placare i fremiti di indignazione mondiale, i rinnovati stermini di sopravviventi nell’età della pietra allestitagli da chi ci salva dal terrorismo. In Cisgiordania a 800.000 coloni armati è stato dato il via alla caccia col ferro e col fuoco di 2,3 milioni di indigeni colonizzati disarmati.
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Legge di bilancio: la cleptocrazia sta nei dettagli
di comidad
La legge di bilancio del governo Meloni per il 2026 è stata accusata di proseguire le politiche di austerità. Non si tratta però di austerità per tutti, dato che per il welfare a favore delle imprese sono stati stanziati quattro miliardi da elargire attraverso una sorta di super-ammortamento fiscale. Queste operazioni assistenzialistiche per le imprese vengono immancabilmente etichettate con nomi suggestivi, come “Transizione 5.0”, cioè slogan che suggeriscono future meraviglie nell’innovazione tecnologica.
Ma ancora più interessante è vedere nel dettaglio cosa significhi dare soldi pubblici con il pretesto ufficiale dell’innovazione tecnologica. Significa che i soldi finiscono in Israele. Nello scorso agosto il governo Meloni ha avviato investimenti in startup israeliane di innovazione tecnologica; investimenti da finanziare attraverso Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale titolare al MEF (il dicastero dell’Economia e delle Finanze) Giancarlo Giorgetti, è ministro nel profondo dell’animo, infatti nel governo Draghi era ministro per lo Sviluppo Economico, e anche allora la sua meta preferita era Israele. Si parlava di collaborazioni sui semiconduttori, sulla transizione energetica all’idrogeno, ed altre prospettive avveniristiche. In seguito ad accordi italo-israeliani anche il ministero degli Esteri dal 2000 sostiene collaborazioni tra imprese italiane e israeliane sulla base della stessa narrativa all’insegna dell’innovazione tecnologica ed energetica. Il ministero degli Esteri italiano sta quindi promuovendo da molti anni una cordata di aziende in Terra di Sion.
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«Il banco di prova di Trump a Gaza e in Ucraina»
di Jeffrey D. Sachs e Sybil Fares
L’economista di fama mondiale indica due soluzioni per far finire i conflitti: Stato palestinese e neutralità ucraina
Jeffrey Sachs sostiene che il presidente Trump si presenta come un pacificatore, ma che i suoi sforzi si limitano a proporre un cessate il fuoco, ignorando le cause politiche dei conflitti. Assieme a Sybel Fares, l’economista sostiene qui di seguito che la pace non è una tregua, ma la risoluzione dei nodi di fondo. A Gaza, il «piano» di Trump fallisce perché non impone la nascita di uno Stato palestinese. In Ucraina, la chiave è invece l’arresto dell’espansione della Nato. Per passare dalle parole ai fatti, sostengono gli autori, Trump dovrebbe avere il coraggio di sfidare il complesso militare-industriale e tutti coloro che traggono profitto dalla guerra.
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Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ama presentarsi come un artigiano della pace. Nella sua retorica, rivendica i meriti per i suoi sforzi volti a porre fine alle guerre di Gaza e Ucraina. Eppure, sotto le sue fanfaronate, si nasconde un’assenza di sostanza, almeno fino a oggi.
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Dalla politica alla geopolitica: minoranze antagoniste
di Rocco Ronchi

Le grandi manifestazioni per Gaza hanno segnato la nascita di un soggetto finalmente “politico”. Prova ne è stata non solo la reazione dell’estrema destra governativa, che ha immediatamente fiutato il nemico e ha cercato di spegnerlo nella culla agitando lo spettro della “violenza”, ma anche lo smarrimento della sinistra istituzionale che ha visto minacciata la propria comfort zone fatta di quieta inoperosità e di retorica sui valori democratici. Parlo di nascita di un soggetto politico senza qualificarlo, come d’abitudine, con l’aggettivo “nuovo”, perché proprio di questo siamo stati testimoni: del ritorno di una soggettività antagonista nel tempo della crisi epocale e definitiva della democrazia liberale. Improvvisamente e inaspettatamente, è diventato visibile un movimento di massa all’altezza dell’evento capitale che ha segnato a livello mondiale la contemporaneità, un movimento in grado di “controeffettuarlo”, come avrebbe detto il filosofo a cui non ci si può non riferire per cercare di comprendere il nostro presente (nonostante Gilles Deleuze sia morto trent’anni fa). “Controeffettuare” la fine della democrazia liberale non significa restaurarla – non si resuscitano i morti – ma provare a trasformarla, per quanto è possibile, e ben consapevoli dell’improbabilità dell’esito positivo, in un’occasione per l’affermazione della giustizia.
A fare da orizzonte alle grandi mobilitazioni è stata infatti la consapevolezza da parte del movimento dell’avvenuta trasformazione della politica quale la conoscevamo e la frequentavamo sui banchi di scuola. Mi riferisco alla politica fatta di maggioranze elettorali conquistate con la persuasione razionale, di minoranze comunque garantite, la politica intesa come arena delle opinioni in conflitto tra loro e poste su un piano almeno di formale parità, la politica, insomma, di cui hanno nostalgia i nostri intellettuali progressisti. Quella politica non c’è più. Si è dissolta come neve al sole. Al suo posto è subentrato qualcos’altro che, in mancanza di un termine migliore, prendendo a prestito un lemma oggi molto in voga, chiamo “geopolitica”.
Il prefisso “geo” aggiunto al lemma “politica” non sta infatti a significare una semplice presa d’atto della dimensione internazionale del conflitto.
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Ucraina: i falchi sulle due sponde dell’Atlantico mettono all’angolo Trump
di Roberto Iannuzzi
Incapace di superare l’idea di un mero congelamento del conflitto, Trump ha finito per abbracciare le posizioni antirusse degli europei e degli elementi più intransigenti della sua amministrazione
Le relazioni fra Stati Uniti e Russia hanno registrato un serio peggioramento. Dopo la telefonata del 20 ottobre fra il segretario di Stato USA Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, il primo ha raccomandato che la Casa Bianca cancellasse il previsto incontro fra i presidenti dei due paesi a Budapest.
Poi, il dipartimento del Tesoro ha annunciato dure sanzioni contro le due principali compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil, “a seguito della mancanza di un serio impegno, da parte della Russia, verso un processo di pace che ponga fine alla guerra in Ucraina”.
Due giorni dopo, il 22 ottobre, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione Trump aveva tolto le restrizioni all’impiego ucraino di missili a lungo raggio forniti dagli alleati europei (i quali impiegano componenti e dati di targeting provenienti dagli USA).
Trump ha definito la rivelazione una “fake news”, ma il fatto che la possibilità di autorizzare gli attacchi sia passata dal Pentagono al generale Alexus Grynkewich, comandante (di origini bielorusse) delle forze USA in Europa, e che i dati di targeting siano forniti dagli americani, lascia pochi dubbi sulla veridicità della notizia.
Il 21 ottobre uno Storm Shadow britannico ha colpito un impianto chimico russo a Bryansk. Le restrizioni all’impiego di tali missili erano state introdotte da Elbridge Colby, sottosegretario alle politiche del Pentagono, “falco” riguardo alla Cina ma notoriamente scettico nei confronti dell’impegno militare USA in Ucraina e Medio Oriente.
A luglio, due esperti militari americani avevano scritto che, così come il generale Michael Kurilla aveva vinto la battaglia contro Colby in Iran (da poco bombardato dagli USA), Grynkewich avrebbe dovuto fare lo stesso in Ucraina.
Analogamente, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto la parte del leone nell’annunciare le sanzioni alle compagnie petrolifere russe. Su Truth, il suo social preferito, Trump ha semplicemente ripubblicato l’annuncio del dipartimento del Tesoro, un po’ sottotono e senza alcuna enfasi.
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Imminente sciopero della fame di massa nelle carceri del Regno Unito
di Il Rovescio
Decine di prigionieri politici nel cosiddetto Regno Unito, che hanno sopportato mesi di abusi mirati dietro le sbarre a causa del loro sostegno alla liberazione della Palestina, annunciano la loro intenzione di avviare uno sciopero della fame.
Audrey Corno, rappresentante dei Prigionieri per la Palestina (che ho intervistato il mese scorso), afferma che si tratterebbe del più grande sciopero della fame coordinato dei prigionieri nel Regno Unito dai tempi dello sciopero della fame dell’Esercito Repubblicano Irlandese/Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese nell’Irlanda del Nord occupata nel 1981, quando dieci prigionieri di guerra furono martirizzati.
Il 20 ottobre, Audrey e Francesca Nadin, entrambe in carcere per azioni dirette contro le aziende di armi sioniste, hanno consegnato una lettera al Ministro degli Interni del Regno Unito “a nome delle 33 persone ingiustamente incarcerate a seguito di azioni intraprese per fermare il genocidio in Palestina”.
Hanno cinque richieste: la fine di ogni censura sulla loro posta e sulle loro comunicazioni; il rilascio immediato e incondizionato su cauzione; il diritto a un giusto processo; la rimozione di Pal Action dalla lista dei “terroristi” proibiti; e la chiusura di tutte le strutture di Elbit Systems nel Regno Unito.
I prigionieri, tra cui figurano membri del Filton 24 e del Brize Norton 5 , sono detenuti senza accusa in diverse carceri del Regno Unito ai sensi del “Terrorism Act”, in alcuni casi per oltre un anno. Finora, i ricorsi per il rilascio su cauzione dei prigionieri non hanno avuto successo.
Gli scioperi della fame collettivi su larga scala hanno il potere di avanzare richieste coraggiose e di vasta portata che vanno oltre il miglioramento delle condizioni immediate dei prigionieri. I Prigionieri per la Palestina ne sono chiaramente consapevoli, come dimostra il modo strategico in cui hanno integrato richieste più immediate relative ai loro casi legali e alle condizioni carcerarie in attacchi più ampi alla Elbit Systems.
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E allora in Sudan? Anche lì, siete sempre voi
di Giorgio Cremaschi
Ci sono stati chiaramente un ordine di scuderia e una campagna organizzata. Lo ha svelato lo stesso ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, oramai membro a tutti gli effetti del governo Meloni, con particolari competenze sulla propaganda e l’ordine pubblico.
In un suo lungo post sui social il governatore di Netanyahu in Italia ha accusato tutti coloro che sono scesi in piazza per la Palestina di averlo fatto solo per ragioni politiche strumentali, perché nel frattempo nel Sudan è in corso un vero genocidio, verso il quale i terribili propal sarebbero completamente insensibili.
Assieme al capo propaganda, sono subito scesi nel campo delle tempeste di troll giornalisti politici e opinionisti di destra e liberali, che probabilmente prima non avrebbero neppure saputo trovare sulla cartina il Sudan ed in particolare la regione del Darfur, dove si compiono le maggiori stragi.
“E allora il Sudan?”Urlano in coro con l’ambasciatore tutti costoro.
Come se uno sterminio ne attenuasse o cancellasse un altro. “E allora gli armeni?”, intimava il ministro della propaganda nazista Goebbels, quando in qualche consesso internazionale gli venivano rivolte domande sugli ebrei.
Usare un altro delitto per affermare che in fondo non si è così cattivi e forse neppure colpevoli, è la tipica autodifesa di ogni criminale, che però non lo scagiona, anzi. Per quanto mi riguarda il fatto che oggi i sostenitori di Israele si nascondano dietro le stragi in Sudan, è la conferma della loro assoluta malafede e della loro piena consapevolezza del genocidio che Israele sta compiendo a Gaza.
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Quando la sinistra ha smesso di capire il mondo
di Massimiliano Civino
C’è un momento, nella storia delle idee, in cui la politica smette di interpretare la realtà e comincia soltanto a inseguirla. È lì che nasce la sua miseria.
Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva:
“Nella discussione scientifica si dimostra più ‘avanzato’ chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che dev’essere incorporata nella propria costruzione.”
Per Gramsci, essere “avanzati” non significa essere più puri o più estremi, ma più capaci di capire, di includere nella propria visione anche ciò che l’avversario esprime, magari in forma distorta o regressiva. È uno sguardo radicale, nel senso etimologico di radix (radice), che scava nella profondità dei processi storici invece di fermarsi alla superficie degli eventi. Essere radicali, dunque, non significa essere estremisti, ma andare alla radice delle cose, e questa capacità di sguardo radicale è proprio ciò che la sinistra ha progressivamente smarrito.
Le opposizioni alle destre populiste non interpretano più la società: la subiscono. Reagiscono invece di analizzare, denunciano invece di comprendere. Parlano di diritti e uguaglianza, ma con un linguaggio svuotato, incapace di toccare la vita reale di chi si sente abbandonato. Così si spiega perché tanti lavoratori scelgano chi promette “ordine”, o perché minoranze discriminate sostengano leader che le disprezzano. Non è ignoranza: è disconnessione. È la conseguenza di una politica che ha smesso di fare i conti con la complessità del reale.
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Verso l’israelizzazione dell’occidente?
di Francesco Fantuzzi
In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole di Torino se in realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico, militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico perpetuo. Un emblematico dual use.
La grande Israele potremmo dunque, in un futuro tutt’altro che remoto, essere noi occidentali, senza esserne consci e magari biasimandola pure a parole. Il modello israeliano è, per vari aspetti, un concentrato non solo territoriale delle questioni di cui si è discettato in questi ultimi sei anni, impregnati di un costante e opprimente clima emergenziale. Esattamente il clima che Israele vive dalla sua fondazione.
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Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente
di Alessandro Visalli
Il libro di Pino Arlacchi[1] tenta un’impresa di notevole ambizione, fornire un quadro generale dell’Universo Cina partendo da una prospettiva storica comparativa e accedendo, nella Seconda e Terza parte, ad analizzarne le specificità interne di lungo e breve periodo. Il punto di partenza dell’autore è molto noto: la Cina e l’India, prese nel loro insieme, sono sempre state nel corso della storia umana il centro gravitazionale centrale per così dire ‘oggettivo’, solo da duecento anni sono divenute periferia e ora stanno ‘riemergendo’. Al contrario, solo per periodi limitati (come durante la fase apicale dell’Impero romano) quello che chiamiamo, con formula che contiene in sé il confronto e la polarità, “Occidente”[2] ha potuto confrontarsi alla pari con lo splendore “orientale”, fino a che negli ultimi trecento anni ha preso il sopravvento, seguendo un percorso che gradualmente ha acquistato energia a partire dalla ‘scoperta’ cinquecentesca dell’America e dal dominio dei commerci di lunga percorrenza e poi delle colonie. Per la gran parte del tempo, migliaia di anni, questo è stato, invece, economicamente, demograficamente e in termini culturali, periferia.
Fino al 1820, il polo orientale vedeva presenti, in un’area tutto sommato ristretta, oltre la metà del genere umano e della produzione (soprattutto dopo i massacri americani condotti in America da spagnoli, portoghesi e anglosassoni ai danni di circa un quarto della popolazione mondiale dell’epoca). A quella data solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5% nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita, ci racconta Arlacchi, era superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia, come mostrano diversi autori[3], era più avanzata sotto molti profili, salvo quella militare. Tale condizione cessò negli ultimi anni del XVII e primi del XIX secolo e furono ratificati dalle guerre dell’oppio (1840 e 1860)[4], è ciò che normalmente viene definito la “Grande divergenza”[5].
Concentrandosi sulla Cina, i fattori che la resero stabile per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico non-capitalistico. Questi tre fattori sono oggetto specifico del libro.
A questa stabilità plurimillenaria che attraversa invasioni e sostituzioni di dinastie, fasi di oscuramento e anarchia, rivolte enormemente sanguinose (come quella dei Taiping), conservando il percorso culturale, si oppone un’esperienza del tutto diversa.
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Il disastro ambientale segreto di Israele
di Kit Klarenberg - kitklarenberg.com
Il 23 settembre, l’ONU ha pubblicato un rapporto passato sotto silenzio che mette in luce un aspetto quasi sconosciuto dell’Olocausto del XXI secolo a Gaza: il fatto che il genocidio perpetrato dall’entità sionista sta causando un devastante impatto ambientale non solo sulla Palestina occupata, ma più in generale sull’Asia occidentale, Israele compreso. Il danno è incalcolabile perché l’aria, le fonti alimentari, l’acqua e il suolo sono ampiamente inquinati, in misura fatale. Il recupero potrebbe richiedere decenni, se mai avverrà. Nel frattempo, la popolazione rimasta a Gaza ne pagherà il prezzo, in molti casi con la vita.
Nel giugno 2024, l’ONU aveva pubblicato una valutazione preliminare sull’impatto ambientale del genocidio di Gaza. Aveva riscontrato che la barbarica aggressione dell’entità sionista aveva avuto un profondo impatto sulla popolazione di Gaza e sui sistemi naturali da cui essa dipende. A causa di “vincoli di sicurezza” – vale a dire i continui assalti di Israele – l’ONU non aveva potuto “valutare la portata complessiva del danno ambientale [sic]”. Ciononostante, l’organismo era stato in grado di raccogliere informazioni secondo cui “la portata del degrado era immensa” ed era “peggiorata in modo significativo” dal 7 ottobre.
Ad esempio, l’Olocausto del XXI secolo di Tel Aviv ha “degradato in modo significativo le infrastrutture idriche, con il risultato di un approvvigionamento idrico gravemente limitato e di bassa qualità per la popolazione”. L’ONU ritiene che ciò “stia causando numerosi effetti negativi sulla salute, tra cui un continuo aumento delle malattie infettive”. La contaminazione delle acque sotterranee è dilagante, con implicazioni catastrofiche “per la salute ambientale e umana”. Nessuno degli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza è operativo, mentre “la grave distruzione dei sistemi di canalizzazione e il crescente utilizzo di pozzi neri per i servizi igienico-sanitari hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e costiere”.
Di conseguenza, il genocidio “ha praticamente eliminato i mezzi di sussistenza dei pescatori di Gaza”.
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Primi passi verso un nuovo ordine mondiale?
di Vincenzo Comito
Ormai sembrano quasi tutti d’accordo sul fatto che il vecchio ordine mondiale, varato nel dopoguerra e governato da allora dagli Stati Uniti con un corteo di vassalli – dai paesi dell’Unione Europea, a Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud –, non solo traballa, ma sembra perdere pezzi consistenti ogni mese che passa, grazie anche all’accelerazione impressa al processo dallo stesso Trump. Per altro verso, si percepisce chiaramente il fatto che viviamo in un’epoca di difficile transizione, periodo nel quale il vecchio ordine non riesce più a governare le cose e uno nuovo non riesce ancora, dal canto suo, a emergere adeguatamente, ciò che porta a disordini e confusione. Si può a questo proposito ricordare ad esempio che la crisi del 1929 fu causata almeno in parte dal fatto che la Gran Bretagna non aveva ormai più la forza necessaria per gestire gli avvenimenti, mentre gli Stati Uniti non l’avevano ancora. Bisognerà attendere la seconda guerra mondiale perché il passaggio delle consegne si verifichi e perché gli Stati Uniti abbiano ormai la capacità necessaria a governare le cose del mondo.
Riconoscendo tutti che viviamo un periodo di transizione, meno d’accordo ci si trova su verso quale indirizzo ci stiamo comunque dirigendo e su quale dovrebbe o potrebbe essere il nuovo assetto del potere mondiale. Da più parti ci si rende comunque conto che il futuro non si dovrebbe configurare almeno completamente come il secolo della Cina, paese pure in forte crescita sui fronti commerciale, economico, tecnologico, militare; e questo anche per la grande riluttanza, anzi lo scarso interesse, del paese asiatico verso l’ipotesi di diventare il nuovo paese dominante, sostituendo gli Stati Uniti. Una delle poche cose su cui quasi tutti sono di nuovo d’accordo è invece che, in ogni caso, di fatto nei prossimi decenni Cina e Stati Uniti saranno ancora e di gran lunga le potenze più importanti del mondo, forse con l’aggiunta dell’India, che dovrebbe, tra 10-15 anni, superare anch’essa il PIL degli Stati Uniti, utilizzando almeno nel calcolo dello stesso PIL il criterio della parità dei poteri di acquisto.
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Rostislav Ishchenko avverte della rapida avanzata russa e dell’imminente collasso delle difese ucraine
di William Moore - voennoedelo.com
L'analista politico Rostislav Ishchenko afferma che l'offensiva russa si sta espandendo rapidamente, mentre il fronte ucraino tra Chernihiv e Kherson rischia il collasso totale
L’analista politico russo Rostislav Ishchenko ha pubblicato un’analisi approfondita su Military Affairs [l’originale è sul portale russo cont.ws] sostenendo che l’offensiva russa in Ucraina non solo sta acquistando velocità, ma sta anche ampliando la sua portata geografica. Egli scrive che le forze russe hanno iniziato a sondare le difese intorno a Kherson e che, una volta che i combattimenti si svolgeranno nella regione di Chernihiv e nel settore settentrionale della regione di Kiev, il fronte assomiglierà effettivamente alla configurazione osservata alla fine di marzo 2022, al culmine dell’avanzata iniziale, quando le unità russe controllavano quasi il 35% del territorio ucraino.
Ishchenko invita i lettori a confrontare le lunghe ed estenuanti battaglie per Bakhmut, Chasiv Yar e Avdeevka con le operazioni molto più rapide attualmente in corso vicino a Pokrovsk e Mirnograd. Egli osserva che, mentre nel 2022 le forze russe non erano riuscite a penetrare nelle vicinanze di Seversk, oggi la città è sotto attacco e le fonti ucraine sono già scettiche sulla capacità di Kiev di mantenerne il controllo a lungo. La situazione intorno a Kupyansk è simile: dopo quasi due anni e mezzo di tentativi di raggiungere la città, è iniziato un assalto su vasta scala e i rapporti ucraini avvertono che Kupyansk potrebbe cadere nel giro di poche settimane o giorni.
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Il rapporto all’ONU di Francesca Albanese inchioda i complici del genocidio a Gaza
di Forum Palestina
Se il clima di “normalizzazione” imposto dal Piano Trump vorrebbe mettere sotto il tappeto i crimini commessi contro la popolazione palestinese a Gaza, il nuovo rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese non denuncia il genocidio solo come un’azione unilaterale di Israele, ma ne descrive la natura di “crimine collettivo”, reso possibile grazie alla rete di sostegno e complicità da parte di oltre sessanta Paesi. La tesi esposta nel rapporto afferma esplicitamente che senza il sostegno militare, diplomatico, economico e ideologico di Stati terzi, l’operazione israeliana non avrebbe potuto reggere nel tempo.
Il primo pilastro della complicità è quello diplomatico. Gli Stati Uniti hanno usato sette volte il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare risoluzioni sul cessate il fuoco, coprendo Israele sul piano internazionale. Attorno a Washington si è mossa una costellazione di potenze occidentali — Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Germania e Paesi Bassi — che con astensioni, bozze annacquate e mancanza di volontà politica hanno creato l’illusione di un’azione diplomatica, rallentando in realtà qualsiasi pressione efficace.
Questa copertura è stata rafforzata dal discorso mediatico occidentale che, secondo Albanese, ha interiorizzato e amplificato le narrazioni israeliane, cancellando ogni distinzione tra combattenti di Hamas e popolazione civile palestinese e legittimando l’uso della forza in nome della “difesa della civiltà”.
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Sono felice solo quando manifesto
di Antonio Semproni
Su uno dei tanti cartelloni che ho visto a Roma durante le manifestazioni contro il genocidio campeggiava la scritta “avremmo dovuto liberare la Palestina/invece è stata la Palestina a liberare noi”. Facendo affidamento sulle plurime accezioni del verbo “liberare”, possiamo concludere che questo slogan imperniato su un banale gioco di parole è vicinissimo al vero. La libertà che abbiamo sperimentato durante le manifestazioni è stata la condizione per percepire una felicità quasi inedita nell’epoca delle liberaldemocrazie (o tecnocrazie) capitaliste.
Scommetto che questa constatazione valga non solo per il sottoscritto, ma anche per voi che leggete e avete manifestato: sotto la spessa scorza della giusta rabbia, ho intuito la felice libertà di moltissimi, e credo di averne avuto conferma parlando con più di qualche partecipante, fra amici, conoscenti e anche sconosciuti. Alla base di questa felice libertà c’è sicuramente un’esperienza estetica non indifferente: a prima vista, marciare in mezzo a tante persone verso una direzione ben precisa (che sia La Sapienza o la sopraelevata della tangenziale) o semplicemente incamminarsi assieme a loro è un’azione che capovolge il quotidiano e risignifica lo spazio urbano, dove ciascuno si dirige per conto proprio verso una distinta meta. Comporre insieme agli Altri la folla, costituire un pezzetto di quel gigantesco puzzle che invade le strade e le piazze ci fa accantonare le preoccupazioni individuali e persino quelle corporali: è come se il nostro corpo (con le sue energie individuali) confluisse in quelli di tutti gli Altri e viceversa.
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Milizie armate da Israele per eliminare Hamas, mentre Trump appalta la ‘Nuova Gaza’
di Alessandro Avvisato
Un’approfondita inchiesta di Sky News, accompagnata da dichiarazioni e video rilasciate all’emittente, ha mostrato quello che era già noto a tutti: ci sono milizie di mercenari e collaborazionisti con Israele che operano nella Striscia di Gaza. La novità, semmai, è che escono allo scoperto per rivendicare un progetto di governo alternativo ad Hamas.
Il nodo delle bande di criminali al soldo di Tel Aviv, che hanno partecipato all’occupazione della Striscia e sono state la manovalanza che spesso ha trafugato aiuti umanitari per affamarne la popolazione, è emerso all’attenzione pubblica appena firmata la fragile tregua, qualche settimana fa. Hamas ha cominciato a liberare la Striscia dai collaborazionisti, come sempre è successo alla fine di ogni conflitto.
Inizialmente, il presidente statunitense Trump si era lasciato sfuggire la realtà, chiarendo che, in sostanza, Hamas stava affrontando dei criminali. Poi, però, è tornato a difendere la narrazione sionista che vuole la Striscia sottoposta alla violenza arbitraria dell’organizzazione islamica. E questo perché, ora, le bande di mercenari possono assumere un ruolo politico nuovo.
Se la tregua (durante la quale, comunque, Israele continua a uccidere palestinesi impunemente) ha di certo raffreddato lo scontro diretto tra i militanti della resistenza palestinese e l’IDF, Israele ha continuato a combattere una battaglia interna alla zona della Striscia da cui le sue forze armate si sono ritirate attraverso milizie collaborazioniste.
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Anticapitalismo e antifascismo. Parte II
di Nico Maccentelli
In questa seconda parte affronto l’origine e la storia del fascismo nella prospettiva di una lotta antifascista che non può non essere anticapitalista e vedremo il perché. Ad avvalorare questa ipotesi c’è l’ottimo contributo di Carlo Modesti Pauer apparso il 21 ottobre scorso sul nostro web, dal titolo: Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni…
Modesti Pauer scrive:
«Il punto cruciale è che, dopo la guerra, il “nuovo” capitalismo yankee non ha – apparentemente – più bisogno dei fascismi storici, così come se ne servì nel primo dopoguerra. La democrazia parlamentare entro certi limiti (anticomunismo ad ogni costo), diventa funzionale al nuovo ordine economico e geopolitico sorto con la Guerra fredda. Come noterà Bobbio, la “democrazia liberale è fragile ma si rivela adattabile: non un ostacolo, ma una forma di governo che il Capitale sa usare”. Tuttavia, le vicende complesse degli ultimi trent’anni, dalla dissoluzione dell’Urss in poi, hanno trasformato profondamente lo scenario geopolitico, mentre si imponeva un’economia globale di stampo neoliberista: deindustrializzazione nei paesi maturi, delocalizzazione produttiva, privatizzazioni, vendita di imprese pubbliche e riduzione dello Stato sociale; concentrazione della ricchezza, erosione dei diritti, crisi ricorrenti, tagli alla spesa pubblica, collasso dei welfare europei; omologazione giuridica al modello anglosassone, erosione della sovranità nazionale. La mattanza alla Diaz, la violenza feroce della repressione a Genova (G8-2001), doveva mettere a tacere chi indicava il nuovo orrore della teologia economica: il Capitale, nella sua autoriproduzione, si pone come realtà ultima, come principio di ogni senso, come Assoluto immanente che non tollera esterno né differenza. Il valore non rimanda più a nulla: è puro esser-presente, pura parusia del denaro che si moltiplica.»
E ancora:
«Il volto nuovo del fascismo non ha la forza né la necessità di costruire un ordine alternativo come nel 1932. Non organizza corporazioni, non genera un nuovo modello di Stato.
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Sull’escalation repressiva di queste ore. Il governo Meloni ordina, le questure eseguono
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Il brutale pestaggio operato sabato mattina dalle forze dell’ordine della questura di Napoli dentro la Mostra d’Oltremare a danno dei manifestanti che protestavano contro la presenza di Teva al PharmaExpo, conclusosi con l’assurdo arresto di Mimì, Dario e Francesco, costituisce un salto di qualità repressivo tanto clamoroso quanto inquietante nelle modalità di gestione dell'”ordine pubblico” da parte degli apparati dello stato durante le manifestazioni e le iniziative di protesta.
Ripercorrere il reale andamento dei fatti di sabato (come è avvenuto già domenica mattina durante il presidio-conferenza stampa fuori ai cancelli della Mostra d’oltremare), è quanto mai necessario, non solo per inquadrare i termini e le implicazioni politiche di questa escalation, ma anche per ribaltare il fiume di falsità e di calunnie messe in giro dalle veline della Questura e riprese integralmente e senza alcuna verifica da alcuni organi di stampa locali e nazionali (vedi il vergognoso articolo de Il Mattino di domenica 26 ottobre).
Sabato mattina era stato indetto un presidio unitario promosso dalla Rete Sanitari per Gaza, dal movimento BDS e dalla rete Napoli per la Palestina per protestare contro la presenza della multinazionale farmaceutica israeliana TEVA all’interno della rassegna PharmaExpo organizzata alla Mostra d’oltremare di Napoli.
Tale iniziativa avveniva in continuità e in coerenza con una campagna di boicottaggio internazionale nei confronti di TEVA, non solo e non tanto per essere una multinazionale sionista, ma anche e soprattutto per la sua complicità attiva nel genocidio del popolo palestinese, in primis attraverso finanziamenti diretti all’esercito israeliano, in secondo luogo per mezzo di un vero e proprio embargo sanitario sul popolo palestinese, a cui vengono applicati prezzi enormemente maggiorati per l’acquisto dei farmaci TEVA e a cui viene negato l’accesso ai vaccini.
Nonostante la Mostra d’Oltremare sia un luogo pubblico ad accesso libero (previo pagamento di un biglietto simbolico di 1 euro a persona), il varco d’accesso corrispondente al luogo del presidio (sul viale Kennedy) veniva chiuso e presidiato da un ingente spiegamento di forze di polizia in tenuta antisommossa.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Diciannovesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE IX
l. I sindacati nelle campagne
La questione più importante fra quelle che il futuro riserverà al lavoro sindacale sarà quella dell’attività dei sindacati nelle campagne. Dopo l’ultimo Congresso del partito abbiamo assistito a un lavoro abbastanza vivace ed energico delle diverse organizzazioni sindacali nelle campagne. In virtù di ciò, oggi abbiamo abbastanza elementi per valutare, verificare, se il percorso da noi fatto sia stato quello giusto, ovvero portando i metodi e il lavoro sindacali nelle campagne nella stessa misura in cui li avevamo fino ad allora praticati. Possiam già subito dire che questi metodi e queste forme, come lo slogan gridato a gran voce “tutti i sindacati nelle campagne!” («все профсоюзы в деревню») si sono rivelati sbagliati.1
Con questo incipit si apre un’altra pagina dell’intervento di Tomskij. Consideriamo che, nel 1925, solo un abitante su quattro era cittadino. Gli altri tre vivevano nelle campagne, non appartenevano alla “avanguardia operaia”, molti non erano neppure iscritti al partito. Ecco allora che la questione delle campagne assumeva un’importanza veramente strategica, tale da dover influenzare, nelle intenzioni del segretario, la linea sindacale in maniera veramente rilevante. Per questo, per motivi sostanziali, e non per il gusto di fare pulci, anche in questo caso Tomskij si sente in dovere di muovere obiezioni e sottolineare come, l’approccio adottato dall’ultimo Congresso, fosse sostanzialmente errato. Perché “questi metodi e queste forme” si erano rivelati errati?
Si sono rivelati errati, perché quello che noi ci aspettavamo dal lavoro sindacale nelle campagne, ovvero lo stabilirsi di un legame (смычок) fra il proletariato urbano (городский пролетариат) e i contadini poveri (бедняк) e gli strati intermedi (середняк) nelle campagne, ebbene questo obbiettivo non è stato raggiunto. Ci sono andati “tutti i sindacati nelle campagne”. Si, ma come ci sono andati? Tenendo in una mano il Codice delle leggi del lavoro (Кодекс законов о труде) e, in un’altra, i contratti collettivi, tutte le sue ordinanze, le sue istruzioni, eccetera. Persino nelle condizioni di un’economia contadina, nelle condizioni di una situazione contadina, essi han finito coll’impiegare i metodi, le pratiche, le forme di organizzazione del lavoro tipiche del sindacato urbano.
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Burevestnik: il game changer della Russia
di Giuseppe Masala
Putin ieri ha annunciato al mondo l'introduzione di un nuovo missile da crociera a gittata illimitata perché alimentato da un mini reattore nucleare. Un missile formidabile che cancella lo stesso concetto di gittata e di spazio, rendendo peraltro strategicamente inutile per gli USA lo spazio europeo e la stessa Nato
Nel 2016, all'annuncio del primo test del missile ipersonico russo Zircon capace di volare a mach 5, scrissi un articolo per megachip nel quale spiegavo che eravamo di fronte a un'arma game changer, ovvero in grado di cambiare gli equilibri soprattutto negli oceani visto che si trattava di un missile sostanzialmente progettato per la guerra in mare e capace di mettere a repentaglio la superiorità marittima degli Stati Uniti che – come sappiamo – possono vantare una enorme flotta suddivisa in potenti gruppi d'attacco guidati da una super portaerei ma che non hanno difese contro missili che volano a velocità ipersoniche.
Quell'annuncio, a mio modo di vedere fu il primo campanello d'allarme per l'iperpotenza egemone americana: esistevano paesi in grado di infliggerle danni enormi in una guerra convenzionale, e dunque, senza avere la necessità di minacciare l'utilizzo di armi nucleari.
Aggravante ulteriore, era quella legata al fatto che lo Zircon minacciava (e minaccia) la superiorità americana nei mari che è la chiave di volta della potenza militare americana: non a caso gli studiosi di geopolitica hanno da sempre definito gli Stati Uniti come una Talassocrazia, ovvero una potenza che si fonda sul dominio commerciale e militare dei mari.
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Il colonialismo di insediamento e la Palestina: la lettura radicale di Angela Lano
introduzione di Pino Cabras
𝐼𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑜𝑐𝑖𝑑𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝐺𝑎𝑧𝑎 ℎ𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑓𝑖𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑔𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑡𝑖𝑡𝑜𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜𝑛𝑜 𝑣𝑒𝑡𝑟𝑖𝑛𝑒 𝑒 𝑠𝑐𝑎𝑓𝑓𝑎𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑖𝑏𝑟𝑒𝑟𝑖𝑒 𝑒 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑐𝑜𝑝𝑒𝑟𝑡𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑡𝑎𝑟𝑑𝑖𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒. 𝐴𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑜̀ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑐𝑜𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎, 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑎 𝑖𝑝𝑜𝑐𝑟𝑖𝑠𝑖𝑎 𝑒 𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑖𝑚𝑖𝑑𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑒. 𝐻𝑜 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑜𝑑𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑂𝑙𝑜𝑐𝑎𝑢𝑠𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑙𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑒𝑠𝑒 (𝑒𝑑𝑖𝑧. 𝐴𝑙 𝐻𝑖𝑘𝑚𝑎), 𝑢𝑛 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑎𝑐𝑢𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜, 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝐴𝑛𝑔𝑒𝑙𝑎 𝐿𝑎𝑛𝑜, 𝑑𝑖𝑟𝑒𝑡𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝐼𝑛𝑓𝑜𝑝𝑎𝑙.𝑖𝑡. 𝑉𝑖 𝑟𝑖𝑝𝑟𝑜𝑝𝑜𝑛𝑔𝑜 𝑞𝑢𝑖 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑜𝑑𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒. 𝐵𝑢𝑜𝑛𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑢𝑟𝑎!
* * * *
Tra le molte pubblicazioni che in questi anni hanno cercato di raccontare la tragedia palestinese, questo libro di Angela Lano si distingue per una qualità essenziale: non concede spazio ai malintesi, alle mezze misure, alle spiegazioni accomodanti che spesso finiscono per smarrire il nocciolo della questione. Non è un testo che si limita a denunciare gli ultimi massacri, né un esercizio di solidarietà retorica. È, piuttosto, un antidoto contro la grande incomprensione del fenomeno del Sionismo, incomprensione che può nascere anche in ambienti sinceramente sensibili al tema dei diritti dei palestinesi, ma che finiscono per ridurre la loro attenzione a un gesto episodico, a una bandiera contingente da sventolare nella moda politica del momento.
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Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Il tentativo di Trump di costruire uno “scenario Budapest” – ovvero un vertice Putin-Trump basato sulla precedente “intesa” in Alaska – è stato annullato unilateralmente (dagli Stati Uniti) tra le polemiche. Putin aveva avviato la telefonata di lunedì, durata due ore e mezza. A quanto pare, conteneva dure dichiarazioni di Putin sulla mancanza di preparazione degli Stati Uniti a un quadro politico, sia per quanto riguarda l’Ucraina, ma soprattutto per quanto riguarda le più ampie esigenze della sicurezza della Russia.
Tuttavia, quando è stata annunciata dalla parte americana, la proposta di Trump era tornata (ancora una volta) alla dottrina di Keith Kellogg (l’inviato statunitense per l’Ucraina) di un “conflitto congelato” sulla linea di contatto esistente prima di qualsiasi negoziato di pace, e non viceversa.
Trump doveva sapere ben prima che i colloqui di Budapest venissero discussi che questa dottrina Kellogg era stata ripetutamente respinta da Mosca. Allora perché ha ribadito la sua richiesta? In ogni caso, lo scenario del vertice di Budapest ha dovuto essere annullato dopo che la telefonata di “impostazione” concordata in precedenza tra il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Segretario di Stato Marco Rubio si è scontrata con un muro. Lavrov ha ribadito che un cessate il fuoco in stile Kellogg non avrebbe funzionato.
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Emiliano Brancaccio: Il neo imperialismo dell’Unione creditrice
Mario Colonna: Il popolo ucraino batte un colpo. Migliaia in piazza contro Zelensky
Mario Sommella: Cyberfascismo

Qui una presentazione del libro
Fulvio Grimaldi: Uno sguardo dal fronte

Qui una recensione di Antonio Martone
Angelo Calemme: La variabile legittima della storia

Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto












































