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Una critica filosofica della tecnica
Considerazioni a margine di C. Galli, Tecnica, Il Mulino, Bologna, 2025
di Paolo Piluso
“Nei meandri labirintici dell’ultimo automa, del ‘formicaio elettronico’,
la critica è la pietà del pensiero”.
(Carlo Galli, Tecnica, Il Mulino, 2025, p. 167)
Il 2025 è stato, per molti versi, l’anno della tecnica (e della tecnopolitica).
Basti ricordare due esempi significativi, pur tra loro così diversi.
In primo luogo, il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump, con la presenza ingombrante – poi resasi sempre più problematica, sino al congedo dall’Amministrazione – di Elon Musk, ha rappresentato una nuova, significativa, tappa di quel processo di funzionalizzazione dello Stato alle esigenze della “realizzazione tecnica” descritto più di cinquanta anni fa da Ernst Forsthoff nel suo Staat der Industriegesellschaft. Quell’indecifrabile identificazione Stato-tecnica sembra così essersi tradotta, oggi, negli USA di Trump, nell’interdipendenza funzionale, resa evidente dalle dinamiche del nuovo “capitalismo politico”, tra apparati dello Stato (rectius, lo Stato come macro-amministrazione), potere militare e complessi industriali tecnologici, secondo la logica della geo-economia e della “tecnica di Stato”.
Ma, a segnalare l’importanza della “tecnica” per l’anno appena trascorso, si può evocare anche un altro dato: Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt sono i vincitori dell’ultima edizione del Premio Nobel per le Scienze Economiche.
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Kiev, Gaza… e la cupola d’Occidente
di Vincenzo Morvillo
Dopo la sedicente “operazione antiterrorismo” portata a termine, in realtà, contro organizzazioni di solidarietà palestinesi in Italia, con l’alibi del finanziamento ad Hamas e su esplicita indicazione israeliana, siamo entrati ufficialmente in una nuova fase delle post-democrazie occidentali.
Non possiamo definirle neanche più “democrature“, prendendo a misura l’esautoramento dei parlamenti nazionali. Somigliano ormai alla realizzazione plastica di una vera e propria organizzazione di stampo mafioso, con ai vertici della Cupola occidentale istituzioni statuali e attori finanziari capaci di esercitare un racket violento, intimidatorio e corruttore nei confronti di governi, partiti, soggetti e personaggi politici: comprati, minacciati, intimiditi.
E soprattutto le cui Costituzioni diventano carta straccia per direttiva degli organismi sovranazionali. Quella Cupola cui accennavamo poc’anzi formata da banche, fondi di investimento, comitati d’affari, istituzioni finanziarie: Fondo Monetario, Banca Mondiale, Agenzie di Rating, ecc.
Ad ogni modo, a proposito degli arresti in Italia, andrebbe ricordato che Hamas ha vinto le elezioni nel 2006. Non si è più votato, dopo, tra un’offensiva israeliana e l’altra. Ma neanche a Kiev, dove il presidente è scaduto da un anno e mezzo e tutti i partiti di opposizione sono stati messi fuori legge. Usando i criteri occidentali, insomma, si potrebbe dire che c’è un partito legittimo e democraticamente eletto al governo di Gaza.
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La transizione rivoluzionaria senza capitalismo
la nuova democrazia maoista è superamento di una doppia subalternità
di Ferdinando Dubla
gennaio 1940. Yan’an
Il nodo teorico della concezione di “nuova democrazia” di Mao è la transizione al socialismo. Stretto nella morsa dell’aggressione giapponese alla Cina e al furore anticomunista del suo alleato nazionalista, alleato che finora ha goduto della fiducia immotivata di Stalin e delle ‘spinte unitarie’ dei cominternisti del PCC come Wang Ming, Mao rimane saldo nell’obiettivo strategico: una democrazia di tipo nuovo, un “blocco storico” di classe ma che abbia forza motrice rivoluzionaria nella classe contadina povera; dunque il proletariato urbano diventa alleato ma non ha centralità egemonica nella lotta di classe e quindi perde di importanza la borghesia compradora rispetto alla borghesia latifondista. Non c’è bisogno alcuno di sviluppare nessun capitalismo come forma di dominio borghese, altrimenti si replicherebbe la causa imperialista dello stesso dominio. La ‘doppia subalternità’ del popolo cinese si deve alla struttura semifeudale delle campagne nella forma politica della semicolonia. Anche teoricamente, allora, il leninismo di Mao non è scolastico e meccanicistico, ma creativo marxismo aderente al reale contesto storico-politico nella pratica rivoluzionaria.
Mao prende il nucleo dell’analisi leninista dell’imperialismo ma la rilegge alla luce della realtà semicoloniale e semifeudale della Cina: la rivoluzione diventa principalmente rurale e anti‑imperialista.
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L’inesistente “buona guerra” di Massimo Cacciari
di Il Pungolo Rosso
Il professor Massimo Cacciari è considerato da tempo un “maître à penser” della cosiddetta “sinistra alternativa”: una sorta di area critica che va dalla sinistra PD, passa per AVS e arriva ad adagiarsi sulle rive multifacciali del radical-gauchismo, per non dire del sovranismo.
E’ un’area non sempre facilmente classificabile dal punto di vista politico e perciò assai ambigua e pericolosa, in particolare nei periodi di acuta crisi politica e di corsa alla guerra come quello che stiamo vivendo.
Cacciari assume alcune posizioni sulla guerra se non proprio condivisibili, di certo non paragonabili alla canea reazionaria guerrafondaia e riarmista che, partendo dalle istituzioni, sta impestando da tempo il nostro vivere sociale.
Per lui la guerra in Ucraina è una “inutile” guerra, provocata in primo luogo dall’espansionismo verso Est delle potenze occidentali dalla caduta del Muro in poi. Considera una “follia” la persistente politica russofoba di cui Mattarella in Italia si è fatto paladino. Una grossa balla le presunte mire espansioniste di Putin fino a Lisbona. Un insulto ai cittadini europei la corsa al riarmo fatta a tutto discapito di sanità, scuola, servizi sociali; gravante in maniera inaccettabile sulle condizioni di vita dei lavoratori e sui crescenti strati più poveri della popolazione. Parla di “fallimento” della socialdemocrazia europea, la quale, insieme alle correnti demo-liberali, si sarebbe prostrata al neo-liberismo imperante, favorendo così clamorosamente l’affermazione delle destre nell’intero continente, e oltre.
Ci fermiamo qui coi richiami, tanto per esemplificare come le posizioni di questo intellettuale di lungo corso, protagonista di molti “equilibrismi” sessantottini e post-sessantottini, vadano ricondotte alla loro essenza politica. Proprio per evitare fraintendimenti ed equivoci deleteri da parte di chi lavora con serietà a costituire un largo fronte di opposizione alla guerra che sia realmente tale.
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Scosse sismiche. Ipotesi sul mondo dopo Caracas
di Alessandro Visalli
1. Il fatto
La notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 con una manifesta violazione di ogni straccio di diritto internazionale che ha come unico antecedente la rimozione di Noriega nel 1989, ad altro passaggio di fase, gli Stati Uniti hanno attaccato e rapito il presidente eletto e legittimo, in quanto riconosciuto dall’ONU e dalla grande maggioranza dei paesi del mondo, del Venezuela, Nicholas Maduro e sua moglie.
L’azione sembra aver visto in una prima fase attacchi con missili cruise chirurgici alle infrastrutture elettriche, ottenuto il black out, misure di guerra elettronica per ‘spegnere’ i radar e disturbare le comunicazioni, quindi azioni di bombardamento di infrastrutture, e, infine, un’azione di commandos. Le prime notizie parlano di ottanta morti venezuelani, circa trenta cubani. Sarebbero stati usati, allo stato delle informazioni disponibili, centinaia di missili cruise per neutralizzare le circa 18-20 batterie di sistemi S-300. Buk M2E e S-125 di fabbricazione russa, forse accecati dalle misure di guerra elettronica.
Il Venezuela è un grande paese, esteso per quasi un milione di kmq (tre volte l’Italia), con una popolazione di circa trenta milioni di abitanti, un reddito pro-capite molto basso, in calo a circa millecinquecento dollari (diecimila a parità di potere di acquisto). Per comparazione, in Italia è da venti a cinque volte maggiore (trentaquattromila in valore corrente e cinquantatremila in termini di parità potere di acquisto).
Questo paese grande, poco abitato, e poverissimo dispone, però, delle maggiori riserve di petrolio del mondo (stimate in trecento miliardi di barili, 17% delle riserve del pianeta), probabilmente anche di oro, abbondanti riserve di metalli ferrosi, bauxite, coltan e altre terre rare. Si tratta di riserve per lo più non sfruttate e di difficile estrazione, il cui sviluppo massivo può richiedere anni, e forse un decennio, immani distruzioni ambientali e la risoluzione di sacche di guerriglia nell’interno.
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Dominio senza direzione?
Egemonia reale e guerra nel capitalismo crepuscolare
di Roberto Fineschi
Pubblico online la relazione acclusa negli atti del forum della Rete dei comunisti dal titolo "Il giardino e la giungla" del 18-19 marzo 2023 in cui sintetizzavo varie cose dette nel periodo precedente e che mi paiono attuali.
1) Geopolitiche astratte? Una risposta inadeguata
La guerra non è certo una novità del mondo contemporaneo; da quando esistono società complesse gli esseri umani hanno sempre fatto guerre; da sempre i filosofi se ne sono occupati, ma più recentemente è nata una disciplina che in modo più politically correct ha cercato di affrontarla in maniera ancora più esplicita: le relazioni internazionali. In esse si cerca di sciogliere il nodo della guerra non per giustificarla da un punto di vista morale, ma per spiegarne la necessità fattuale nel mondo politico (i rapporti di potere producono degli equilibri che non si tratta di giudicare perché belli o brutti, ma semplicemente in quanto instaurano un ordine) o nel tentativo di evitarla proprio per le caratteristiche che ha. Tanto gli approcci realisti e neorealisti, quanto quelli che hanno invece cercato una via diplomatica, non violenta alla soluzione delle controversie internazionali di stampo liberale o neoliberale (Bobbio ad esempio), a mio modo di vedere hanno una questione filosofica di fondo che consiste nel partire da una concezione che dal punto di vista di Marx è criticabile, vale a dire il contrattualismo: considerare la formazione dell'istituzione statuale come un contratto sociale, che naturalmente si risolve poi diversamente in diversi filosofi.
Instaurata una società che in qualche modo argina la violenza anarchica dello stato di natura a livello interno, il problema si ripropone a livello esterno nelle relazioni internazionali in cui, di nuovo, i singoli funzionano come atomi anarchici. Secondo alcuni la loro interazione porta naturalmente a un equilibrio tra forze contrapposte e, alla fine, stabilisce un ordine che non è necessariamente giusto o bello, ma è un ordine. Invece secondo altri quest'ordine va costruito in qualche modo replicando la dimensione contrattualistica attraverso istituzioni terze che riescano, da una posizione super partes, a riconciliare e ricomporre il dissidio atomico dell'anarchia.
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Trump inizia il 2026 con la vecchia guerra aperta asimmetrica
di Alex Marsaglia
Il 2025 degli Stati Uniti si è concluso con la pubblicazione del nuovo documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale che ha ridefinito quello che potremmo chiamare un “impero corto”, riprendendo apertamente quella che fu la Dottrina Monroe. Sempre sul finire del 2025 Trump ha chiamato alla sua corte di Mar a Lago i servi del fronte: prima Zelensky e poi Netanyahu per fare la dovuta tirata di orecchie al primo e pianificare l’assalto all’Iran con il secondo.
È stato subito chiaro che non c’era da aspettarsi un totale ritiro dalle aree di influenza storiche, ma un semplice “appalto”. Sin dall’impostazione iniziale del fronte europeo Trump ha parlato di vendere armi, dunque nella sua ottica commerciale la funzione di acquirente resta indispensabile e verrà svolta dall’Unione Europea che avrà comunque ancora un ruolo indispensabile. Sul Pacifico, la strategia trumpiana in funzione anticinese ha portato ad armare pesantemente Taiwan con l’ultimo pacchetto di 11,1 miliardi di dollari di armamenti che ha determinato una delle esercitazioni militari più spettacolari di sempre da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione della Repubblica Popolare che non casualmente si è spinta con obiettivi militari simulati sin nel Golfo del Messico e a Cuba.
E poi è arrivato l’inizio 2026 con l’attacco della speculazione internazionale al Rial iraniano e il solito tentativo di regime change con manifestazioni eterodirette.
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Sabra e Shatila, Bucha, Nord Stream, Novgorod...La scena del crimine che non torna
di Antonio Evangelista
Dalla “strage contraffatta” alle zone d’ombra di oggi
«A Beirut furono le mosche a farcelo sapere.»
Così titolò Robert Fisk dopo le stragi di Sabra e Shatila. Le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika, coordinate con i militari israeliani, entrarono nei campi profughi di Beirut Ovest nel tardo pomeriggio del 16 settembre 1982 per vendicare l’assassinio di Gemayel. In poche ore i campi palestinesi divennero un ammasso indistinto di morti, vedove e orfani, immersi in un brulicare continuo di insetti necrofagi, accompagnati dal ronzio macabro e dall’odore dolciastro della morte.
I corpi — abbandonati nei viottoli dei campi per pochi giorni — entrarono rapidamente nel ciclo naturale della decomposizione. Era il segno fisico che una strage c’era stata, e che il tempo aveva già cominciato a fare il suo lavoro, mentre orfani e vedove, soccorritori e giornalisti si aggiravano tra i cadaveri coprendosi bocca e naso per sfuggire ai miasmi trasportati nell’aria da nugoli di mosche. Mosche che “banchettavano” sui corpi, infastidendo i cronisti in cerca di verità.
Così a Beirut — noi volontari del Battaglione Carabinieri Paracadutisti Tuscania — fummo accolti dall’odore dolciastro dei morti e dalla puzza stracciona dei vivi, con sullo sfondo il rombo dei caterpillar che scavavano la fossa comune.
A Bucha, invece, la scena raccontata dalle immagini solleva domande che vanno oltre il “chi ha fatto cosa” e toccano il come e il quando.
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La brutta piega dell’economia-mondo
di Leo Essen
Secondo Immanuel Wallerstein, gli attori privilegiati dell’economia-mondo sono gli Stati-nazione. Essi costituiscono la base strutturale del cosiddetto equilibrio delle forze, un equilibrio che si è storicamente mantenuto attraverso l’instaurazione di un’egemonia di uno Stato sugli altri. Tale egemonia non è mai stata stabile né definitiva, ma ha conosciuto spostamenti ciclici nel tempo. Ogni fase egemonica è stata suggellata da una guerra mondiale, intesa non come evento isolato, bensì come conflitto di proporzioni sistemiche, caratterizzato da elevata distruttività terrestre, da una durata approssimativa di trent’anni e dal coinvolgimento delle principali potenze militari dell’epoca. In questa prospettiva, possono essere considerate guerre mondiali la guerra dei Trent’anni (1618–1648), le Guerre napoleoniche (1792–1815) e l’insieme dei conflitti del Novecento sviluppatisi tra il 1914 e il 1945, concepibili come un’unica guerra mondiale articolata in più fasi.
L’egemonia, tuttavia, non è stata di natura militare, bensì economica. Essa si è storicamente manifestata attraverso meccanismi di scambio ineguale. Tale scambio prende avvio da differenze effettive di mercato, determinate sia dalla temporanea scarsità di processi produttivi complessi, sia da scarsità artificialmente prodotte mediante l’uso della forza. In questo contesto, le merci circolano tra le diverse aree del sistema-mondo in modo tale che la zona in cui il bene è relativamente meno scarso lo vende a un prezzo che incorpora un costo-input effettivo superiore rispetto a quello di un bene di pari prezzo che si muove nella direzione opposta.
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Cronache dal funerale della Costituzione
di Andrea Zhok
Due parole sulla sentenza della Corte Costituzionale 199 depositata qualche giorno fa ed avente per oggetto la legittimità costituzionale dell’obbligo vaccinale (e di quel paraobbligo che fu il Green Pass: non ti obbligo fisicamente ma ti tolgo lo stipendio se non lo fai).
Come ampiamente previsto e prevedibile la Consulta ha ribadito il proprio stesso lasciapassare, dato con la precedente sentenza del novembre 2022.
La motivazione della sentenza attuale, già ampiamente commentata, fa un’affermazione cruciale: l’obbligo vaccinale sarebbe stato 1) legittimato dalla necessità di tutelare la salute pubblica prevenendo i contagi, e 2) tale funzione sarebbe stata legittimata dallo stato delle conoscenze del momento (“le evidenze scientifiche disponibili all’epoca”).
Ad 1) Già il primo punto è interessante, perché mette in campo un principio di subordinazione del diritto individuale sulla base di un’istanza di bene collettivo. Questo principio, pur essendo comprensibile, non è affatto ovvio. Non basta appellarsi retoricamente al “bene pubblico” perché questo appello sia sensato. Come la storia esemplifica in una molteplicità di casi ci si può appellare alle ragioni superiori del bene comune per giustificare le peggiori porcate. Un tale principio ha senso, se e quando lo ha, solo in quanto implementa un ragionamento utilitaristico, tale per cui i danni prodotti da una certa coercizione individuale siano più che compensati dai benefici che ricadono su tutti gli altri membri della società.
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Dopo Caracas
di Enrico Tomaselli
Penso sia necessario, ancora una volta, ribadire che è sempre meglio aspettare di conoscere e capire bene gli avvenimenti - soprattutto quando sono di grande impatto anche emotivo - prima di lanciarsi in affermazioni perentorie, che oltretutto rischiano di essere smentite in poco tempo. E quanto avvenuto in Venezuela rientra a pieno titolo in questa casistica. Ci sono cose che abbiamo ancora difficoltà a comprendere appieno, e che quindi devono indurci alla prudenza. Altre cose, invece, possono essere sin d'ora assunte a base di prime analisi e riflessioni.
Una di queste è come gli avvenimenti venezuelani andranno a impattare - collocandosi in un contesto più ampio e articolato - sul resto del mondo.
Un primo risultato, quasi ovvio direi, è che questi eventi produrranno insicurezza, e l'insicurezza induce a rafforzare le difese per fronteggiarla. Possiamo quindi aspettarci che molti paesi, anche non necessariamente nel mirino, comincino a pensare di dotarsi di armi nucleari - l'unica vera garanzia, come dimostra la Corea del Nord. E questo è ovviamente un meccanismo esponenziale, perché se il mio vicino sta per procurarsi un'arma nucleare, anch'io sarò tentato di procurarmela. E quindi, alla fine, la spirale di insicurezza si autoalimenterà, crescendo in maniera preoccupante.
Un altro risultato, non particolarmente felice per gli Stati Uniti, è che il disprezzo e la sfiducia per questo paese e i suoi leader crescerà in maniera esponenziale - prima di tutto in America Latina, ma non solo.
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L’amore ai tempi del petrolio. “Case morte” di Miguel Otero Silva
di Lorenzo Mari
L’invasione statunitense del Venezuela di questi giorni, con la destituzione manu militari del governo in carica, ha riproposto con grande forza molte questioni, relative innanzitutto alla fragilità del diritto internazionale, all’ingerenza militare di alcuni Paesi su vaste aree del mondo – ridotte così alla funzione di “scacchiere geopolitico” – e, non da ultimo, la possibile esistenza di una “questione venezuelana”. Forza che tuttavia, nel caso venezuelano, non corrisponde affatto a chiarezza: è almeno dall’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, ovvero con l’ascesa del chavismo, che la situazione politica del Paese latinoamericano torna ciclicamente al centro dell’attenzione mediatica europea e statunitense senza per questo dar luogo, nella maggior parte dei casi, ai necessari approfondimenti. Prima del colpo di mano trumpiano, il copione si è ripetuto tale e quale nell’ultimo scorcio del 2025, con l’assedio delle navi militari statunitensi al largo delle coste del Paese, raddoppiato, a livello simbolico, dalla più o meno contemporanea attribuzione del Nobel per la Pace a María Corina Machado, leader dell’opposizione di destra al governo post-chavista di Nicolás Maduro.
Con ciò, non si intende di certo sintetizzare un’analisi assai complessa, né sminuire l’insieme di contraddizioni, anche gravi, rappresentato da un governo come quello di Maduro, che, ad esempio, ha inteso rilanciare l’esperimento politico partecipativo delle comunas e ha parimenti mantenuto agli arresti un numero imprecisato di persone – spesso, senza che fossero noti i capi di imputazione – tra i quali, da più di dodici mesi, il cooperante italiano Alberto Trentini (con aumentata apprensione, in questi giorni, a causa della destabilizzazione politica e militare in corso). Allo stesso tempo, altre accuse di Maduro sulla stampa liberale internazionale – come ad esempio l’accusa trumpiana all’intero Venezuela di essere una sorta di “narco-Stato”[1] – risultano allo stato attuale meno credibili, ma hanno nondimeno contribuito alla costruzione dello stereotipo di una nazione intera intrappolata in un ciclo apparentemente infinito di autoritarismo politico e di dipendenza economica, a ogni livello, dalle proprie risorse petrolifere[2].
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2026 – Un anno di guerra?
di Francesco Cappello
Guerra e declino economico statunitense. La debacle della Moneta a debito e gli squilibri delle bilance commerciali conducono inevitabilmente alla guerra. Gli USA intendono frenare l’avanzamento della cooperazione commerciale cinese in Sudamerica e in generale l’avanzata dei BRICS in Sudamerica e in Medioriente. Gli USA mirano a utilizzare la forza militare e il protezionismo dei dazi per garantire la sopravvivenza del dollaro, costringendo il mondo a finanziare il debito americano con la ricchezza reale estratta dalle nuove colonie
Le prime vittime dell’attacco al Venezuela
Guerra e declino economico statunitense
Nella condizione di de-industrializzazione e de-dollarizzazione in cui si trovano gli Stati Uniti la gestione dei loro diversi tipi di debito risulta assai difficile. Gli Stati Uniti devono trovare compratori dei loro titoli di Stato. Soprattutto devono convincere i finanziatori del debito americano di essere ancora affidabili, ossia di avere le ricchezze necessarie a restituire i capitali prestati agli Stati Uniti con i relativi interessi. Poiché il vero sottostante del dollaro statunitense è sempre stato il suo sistema militare con 800 basi sparse per il mondo, ecco che gli Stati Uniti ricorrono come da tradizione alla rapina delle risorse altrui Manu militari (Venezuela ora e in prospettiva Nigeria e Iran così come Canada e Groenlandia per il controllo delle risorse dell’artico).
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Quando è troppo è troppo!
di Alberto Bradanini
1. Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).
Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.
In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.
È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare.
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Le basi politico-economiche dell’aggressione al Venezuela
di Leonardo Bargigli
Per comprendere gli eventi drammatici dei giorni scorsi, è saggio seguire il giusto invito a ricercare le basi materiali della guerra, applicandolo al caso dell’aggressione statunitense contro il Venezuela. Sebbene sia del tutto ovvio che si tratti di una guerra per il petrolio, non possiamo fare a meno di osservare che sui mercati c’è abbondanza di offerta e che gli USA sono da anni tornati a essere grandi produttori di greggio. Perché il petrolio venezuelano è così importante?
Le caratteristiche del greggio venezuelano (che è pesante) si adattano alla capacità di raffinazione statunitense (senza dimenticarsi che il governo statunitense ha già rubato le raffinerie di proprietà venezuelana presenti sul proprio territorio).
Pur essendo gli Stati Uniti un esportatore netto di petrolio, le qualità estratte all’interno dei propri confini sono leggere e quindi sono di preferenza esportate piuttosto che consumate in loco. Questo rende necessario importare greggio pesante che, al momento, proviene principalmente da Canada e Messico.
Quest’ultimo paese ha però recentemente deciso di tagliare le proprie esportazioni, verosimilmente a causa del calo della produzione e della preferenza accordata alla raffinazione interna. Le importazioni canadesi sono aumentate, ma le relazioni con questo Paese sono tese a causa dell’aggressività trumpiana, per cui l’amministrazione statunitense, presumibilmente, preferisce non dipendere unicamente da esse.
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Smontiamo la montatura
di Sergio Cararo
Una montatura politico/giudiziaria che deve essere smantellata. Questo è il caso dell’arresto di Mohammed Hannoun e degli altri palestinesi attivi in Italia.
In essa sono fin troppo evidenti sia le contraddizioni giuridiche che le ingerenze e gli obiettivi politici.
Non può essere liquidato come un dettaglio il fatto che 88 delle 306 pagine dell’ordinanza che ha portato agli arresti siano state di fatto scritte dagli apparati di intelligence dello stato israeliano. Si tratta di una ingerenza evidente quanto inaccettabile, che ipoteca tutto il resto.
In secondo luogo, l’aver criminalizzato la raccolta in Italia di fondi destinati a istituzioni palestinesi di Gaza e in Cisgiordania avviene contemporaneamente alla decisione del governo israeliano di espellere o vietare l’ingresso a trentasette ong e organizzazioni umanitarie da Gaza.
Non solo si continua così ad affamare e ad aggravare le condizioni di vita dei palestinesi, ma si vuole anche impedire che questa articolazione del genocidio avvenga senza più testimoni sul campo.
Bloccare i finanziamenti dall’estero e spazzare via ogni presenza internazionale è il combinato disposto genocida che Israele intende applicare cinicamente e sistematicamente.
Dopo aver cercato di cancellare i palestinesi sul piano politico (il politicidio) e militare (bombardamenti e uccisioni di massa), adesso si vuole eliminare anche la stessa dimensione umanitaria della questione palestinese, facendola apparire come disdicevole, sospetta, inutile.
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I controsensi del bullimperialismo
di comidad
Purtroppo Trump non ha potuto motivare il suo bombardamento natalizio in Nigeria con la dottrina Monroe, poiché pare che all’ultimo momento lo abbiano informato che la Nigeria non si trova in America Latina. Pagliacciata per pagliacciata, Trump poteva tirare fuori la dottrina Kipling, cioè quel “fardello dell’uomo bianco” celebrato nella famosa poesia del 1899. Il “messaggio” del bombardamento è abbastanza scontato: gli USA ribadiscono che vanno a colpire chi gli pare col pretesto che gli pare, e il bersaglio di turno non troverà nessun protettore disposto a rischiare per lui. Ciò era ben chiaro già nel novembre scorso, quando il bombardamento americano venne annunciato. Il comunicato del ministero degli Esteri cinese è stato affidato a un portavoce, il che è di per sé il segnale di un basso profilo; ma la dichiarazione cinese, al di là della rituale esortazione agli USA di non cercare pretesti religiosi per la sua ingerenza su altri paesi, faceva soprattutto capire che Pechino non avrebbe mosso un dito per proteggere la Nigeria, come pure non sta muovendo un dito per difendere il Venezuela; a parte, ovviamente il vendere i soliti droni.
Il bullo agisce in base a uno schema comportamentale teso a dimostrare che tutti gli altri sono delle merde e che nessuno avrà le palle per sfidare il suo racket. Si dice spesso, ed erroneamente, che le guerre hanno motivazioni economiche; la Nigeria, come il Venezuela, ha grandi riserve di petrolio, e gli USA vorrebbero disporne. Ma il petrolio, di per sé, non giustifica i costi e i rischi di una guerra, dato che si può ottenere tutto il petrolio che si vuole con pratiche commerciali; anche i contratti per l’estrazione possono essere ottenuti con normali tecniche di corruzione.
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La pace (quasi impossibile) in Ucraina
di Gianandrea Gaiani
Pur di difendere il suo negoziato per raggiungere la pace in Ucraina, Donald Trump utilizza da giorni toni morbidi e il linguaggio cauto della diplomazia. Parla di obiettivo quasi raggiunto dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky nella sua residenza a Mar-a-lago anche se deve ammettere che resta lo scoglio non proprio irrilevante delle cessioni territoriali che Kiev deve accettare per fermare l’offensiva russa.
Nelle ultime 72 ore Zelensky non ha fatto molto per favorire il successo del negoziato. Ha ribadito che la presenza di truppe straniere in Ucraina è una parte necessaria delle garanzie di sicurezza che l’Occidente deve offrire all’Ucraina e che per Kiev dovrebbero avere una validità estesa fino a “30, 40 o 50 anni” contro i 15 anni offerti da Trump.
Richiesta che cozza con la posizione russa che ha sempre preteso l’assenza sul territorio ucraino di truppe e armi di paesi aderenti alla NATO per negoziare la pace.
Benché 850 mila maschi ucraini in età d’arruolamento si nascondano per non essere reclutati, 650 mila restino all’estero e almeno 300 mila abbiano disertato solo nel 2025, Zelensky sostiene che la gran parte della popolazione è contraria al ritiro dal Donbass.
“La gente vuole la pace”, ha spiegato in un’intervista a Fox News. “Ho visto un sondaggio che dice che l’87% degli ucraini vogliono la pace ma allo stesso tempo l’85% è contrario al ritiro delle truppe dal Donbass. Tutti vogliono la pace, ma una pace giusta“, ha dichiarato Zelensky.
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Chi definiamo, oggi, terrorista?
di Lavinia Marchetti*
Abu Mohammad al Jolani, per anni nome da taglia dell’FBI, oggi circola come Ahmad al Sharaa, presidente siriano ricevuto alla Casa Bianca con onori da Donald Trump, con sponde diplomatiche che fino a ieri parevano impensabili.
Bello vero? Da terrorista da top 5 dei ricercati a “attendibile” partner del presidente USA. Strana la vita. Strane le definizioni. Il Regno Unito ha appena rimosso Hayat Tahrir al Sham dalle organizzazioni bandite, e Reuters ha raccontato la logica politica esplicita di quel gesto. (leggetelo, è interessante, importante: Il Regno Unito rimuove la designazione di terrorismo per l’HTS siriano, https://www.reuters.com/…/uk-removes-terrorism…/…
Queste metamorfosi rendono visibile un meccanismo che in Europa si preferisce lasciare implicito: l’etichetta “terrorista” vive anche di liste, deroghe, opportunità diplomatiche, scelte di potenza, anzi vive soprattutto di queste. La parola entra nei codici penali, poi scivola nel linguaggio comune, poi torna al diritto come un’ombra che ritiene attuazione, pure penale.
In sede ONU il punto resta incandescente, perché la definizione giuridica condivisa resta oggetto di stallo. Un resoconto dell’Assemblea generale lo dice con chiarezza: «In assenza di una definizione specifica di terrorismo, ha sottolineato la necessità di distinguere tra il terrorismo … e gli atti di resistenza nazionale contro l’occupazione straniera».
La lotta armata, sotto occupazione, è LEGITTIMA. Trovate che esiste una situazione che meglio calza con questa definizione di Israele e Palestina? Io no. Quindi in base a quale diritto si definisce Hamas un’organizzazione terroristica? Mistero! Ci piace? No, Hamas non ci piace. Ma il giudizio non è né etico, né estetico, semmai penale.
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Venezuela, colpo di Stato dal cielo: dalla Dottrina Monroe alla Dottrina Trump
di Mario Sommella
Nella notte di Caracas: quando il “cortile di casa” prende fuoco
Alle 2 del mattino del 3 gennaio, ora di Caracas (le 7 in Italia), il cielo sopra la capitale venezuelana si è illuminato di missili. Fuerte Tiuna, La Carlota, obiettivi strategici lungo la costa tra La Guaira e lo Stato di Miranda: una serie di esplosioni, sorvoli a bassa quota, blackout. Poco dopo, fonti statunitensi hanno fatto filtrare la notizia del rapimento di Nicolás Maduro e di sua moglie, trasferiti all’estero come ostaggi di guerra.
Non è solo un raid “mirato”. È la combinazione, in un’unica notte, di bombardamento e decapitazione forzata della leadership politica: un golpe travestito da operazione di polizia internazionale.
Donald Trump ha rivendicato politicamente l’operazione incastonandola dentro una nuova versione della dottrina Monroe, ribattezzata con sfacciato narcisismo “Dottrina Trump”: l’America Latina come cortile di casa da disciplinare, punire, ricolonizzare con sanzioni, blocchi, bombardamenti e sequestri di capi di Stato. Un mondo diviso tra chi comanda e chi deve solo subire.
Dalla Monroe alla “Dottrina Trump”: due secoli di ingerenze
La notte di Caracas non nasce dal nulla. È l’ultimo capitolo di una lunga storia in cui la dottrina Monroe – proclamata nel 1823 per ribadire che l’emisfero occidentale doveva restare sotto influenza statunitense – si è tradotta in colpi di Stato, invasioni, “esportazioni di democrazia” a colpi di baionetta.
Basta scorrere qualche tappa:
Guatemala 1954: l’Operazione PBSuccess della CIA rovescia il presidente democraticamente eletto Jacobo Árbenz, colpevole di voler riformare la proprietà agraria.
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Due secoli di russofobia e rifiuto della pace
di Jeffrey D. Sachs
L‘Europa ha ripetutamente rifiutato la pace con la Russia nei momenti in cui era possibile raggiungere un accordo negoziato, e tali rifiuti si sono rivelati profondamente controproducenti.
Dal XIX secolo a oggi, le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza non sono state trattate come interessi legittimi da negoziare nell’ambito di un ordine europeo più ampio, ma come trasgressioni morali da contrastare, contenere o ignorare.
Questo modello è rimasto invariato anche sotto regimi russi radicalmente diversi tra loro – zarista, sovietico e post-sovietico – suggerendo che il problema non risiede principalmente nell’ideologia russa, ma nel persistente rifiuto dell’Europa di riconoscere la Russia come attore legittimo e paritario in materia di sicurezza.
La mia tesi non è che la Russia sia stata del tutto benigna o affidabile. Piuttosto, è che l’Europa ha costantemente applicato due pesi e due misure nell’interpretazione della sicurezza.
L’Europa considera normale e legittimo il proprio uso della forza, la creazione di alleanze e l’influenza imperiale o post-imperiale, mentre interpreta il comportamento analogo della Russia, specialmente vicino ai propri confini, come intrinsecamente destabilizzante e illegittimo.
Questa asimmetria ha ridotto lo spazio diplomatico, delegittimato il compromesso e reso più probabile lo scoppio di una guerra. Allo stesso modo, questo circolo vizioso rimane la caratteristica distintiva delle relazioni tra Europa e Russia nel XXI secolo.
Un errore ricorrente nel corso della storia è stata l’incapacità, o il rifiuto, dell’Europa di distinguere tra l’aggressività russa e il comportamento russo volto alla ricerca della sicurezza. In diversi periodi, azioni interpretate in Europa come prova dell’intrinseco espansionismo russo erano, dal punto di vista di Mosca, tentativi di ridurre la vulnerabilità in un contesto percepito come sempre più ostile.
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Venezuela. Il precedente: quando i nazisti rapirono Horty
di Davide Malacaria
Quanto avvenuto in Venezuela ha un precedente non eccessivamente edificante, quando i nazisti catturarono il reggente dell’Ungheria, l’ammiraglio Miklós Horthy, per vanificare l’armistizio che questi aveva siglato con l’Unione sovietica nell’ottobre del ’44. Horty, fu catturato con un blitz ordinato da Hitler per ricondurre l’Ungheria sotto il proprio giogo e farle proseguire il conflitto. L’ammiraglio invitò i suoi a non resistere, ma ci fu ugualmente uno scontro a fuoco limitato. Poche vittime, Horty arrestato, l’Ungheria piegata.
La differenza è che in Venezuela il governo chavista è rimasto in carica, guidato dalla vicepresidente Delcy Rodríguez. E non è poco. Com’è avvenuto per gli attacchi ai siti nucleari iraniani, Trump ha subito dichiarato vittoria, aggiungendo che la Rodríguez collaborerà con gli Stati Uniti per lo sfruttamento delle risorse venezuelane da parte delle imprese statunitensi. Questo il senso della sua bislacca risposta sul futuro del Paese latinamericano: “governeremo noi”.
Una prospettiva che non deve essere piaciuta affatto a Marco Rubio, che questa aggressione ha desiderato ardentemente. Soprattutto perché la dichiarazione è arrivata insieme alla doccia fredda su Maria Corina Machado, che questi e i neocon già pregustavano alla guida del Paese. Trump l’ha trattata come una Guaidò qualsiasi: “Non ha nessun sostegno né gode di rispetto nel suo Paese” (peraltro, Rubio aveva sostenuto la candidatura della donna al Nobel per la pace e nell’ultimo anno era rimasto in contatto con l’opposizione venezuelana che a lei fa riferimento). Anche il Washington Post, che da tempo spinge per l’intervento, nell’editoriale di ieri ha criticato Trump per aver scartato la Machado.
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La strategia della rapina
di Dante Barontini
L’appetito vien mangiando. Se qualcuno aveva frainteso la nuova “Strategia di sicurezza” statunitense interpretandola come un “delirio” ora dovrà convincersi che si tratta effettivamente di una svolta strategica, per quanto “piena di furore e nulla”.
Il presidente Nicolàs Maduro non era ancora arrivato a New york dopo il rapimento che già l’amministrazione Trump preannunciava altri attacchi o “interessamenti” contro Messico, Colombia, Iran e naturalmente Cuba e persino la Groenlandia.
Proprio quest’ultimo territorio, di proprietà della fedelissima Danimarca e quindi di fatto exclave dell’Unione Europea, mai attraversato da impulsi “antimperialisti” e tanto meno dal “narcotraffico” (meno di 60.000 abitanti sparsi in un continente ghiacciato che ospita peraltro diverse basi yankee) chiarisce che la nuova strategia Usa è totalmente incentrata sull’accaparramento di risorse naturali. Con qualsiasi mezzo.
Fa parziale eccezione Cuba, povera di risorse ma da sempre spina nel fianco imperiale, da 65 anni resistente ad ogni pressione, embargo, attacchi militari e/o diplomatici.
Economia e odio politico si intrecciano e sovrappongono, come sempre, ma la scelta di non mascherare più con “sacri principi” la corsa all’accaparramento bruto di ricchezze destabilizza la “narrativa” euro-atlantica che fin qui aveva provato a presentare come “giuste”, anche sul piano del diritto o quantomeno dei “valori” (già più vaghi e quasi sempre indefiniti) certe pretese imperiali.
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L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla
di Emiliano Brancaccio
Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.
A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, come fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.
Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazione che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera?
Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone.
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La scommessa di Caracas rischia di destabilizzare il cortile di casa di Trump
di Gianandrea Gaiani
Il blitz della Delta Force a Caracas che ha portato al sequestro del presidente Nicolas Maduro con la moglie e gli attacchi militari statunitensi al Venezuela si prestano a diverse valutazioni.
Sul piano politico-strategico si conferma “l’eccezione” statunitense, cioè la piena determinazione degli USA, indipendentemente da chi li governa, di poter fare con le armi ciò che vogliono; bombardare ovunque, effettuare “regime changes”, stabilire chi siano o meno dittatori, sequestrare e processare fuori da ogni legittimazione chiunque ritengano un avversario o un ostacolo ai loro interessi etichettandolo sempre come “terrorista”.
Non è una novità, Trump applica questo principio come hanno fatto altri presidenti prima di lui (indicativo che i suoi modelli siano Ronald Reagan e Theodore Roosevelt), forse mettendoci una più spinta e compiaciuta arroganza. Del resto Stati Uniti e Israele da decenni uccidono e attaccano nel mondo chiunque li ostacoli, con una spregiudicatezza resa possibile solo dalla sudditanza con cui il resto del mondo lo accetta, anche se sempre più a fatica.
L’imbarazzo degli “alleati” europei è palpabile e manda in soffitta l’insulsa contrapposizione “aggressore-aggredito” su cui giustificano da quattro anni l’ostracismo verso la Russia e il sostegno all’Ucraina.
Nonostante Biden li abbia portati sull’orlo della guerra con la Russia e Trump li abbia umiliati e bastonati per lasciarli poi soli di fronte a Mosca, gli europei continuano in parte ad approvarne contro voglia l’operato degli USA (perché Maduro era un “dittatore”, termine ormai applicato a chiunque non piaccia al cosiddetto Occidente) e in parte a criticarlo ma con moderazione.
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