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Quando la sinistra ha smesso di capire il mondo
di Massimiliano Civino
C’è un momento, nella storia delle idee, in cui la politica smette di interpretare la realtà e comincia soltanto a inseguirla. È lì che nasce la sua miseria.
Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva:
“Nella discussione scientifica si dimostra più ‘avanzato’ chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che dev’essere incorporata nella propria costruzione.”
Per Gramsci, essere “avanzati” non significa essere più puri o più estremi, ma più capaci di capire, di includere nella propria visione anche ciò che l’avversario esprime, magari in forma distorta o regressiva. È uno sguardo radicale, nel senso etimologico di radix (radice), che scava nella profondità dei processi storici invece di fermarsi alla superficie degli eventi. Essere radicali, dunque, non significa essere estremisti, ma andare alla radice delle cose, e questa capacità di sguardo radicale è proprio ciò che la sinistra ha progressivamente smarrito.
Le opposizioni alle destre populiste non interpretano più la società: la subiscono. Reagiscono invece di analizzare, denunciano invece di comprendere. Parlano di diritti e uguaglianza, ma con un linguaggio svuotato, incapace di toccare la vita reale di chi si sente abbandonato. Così si spiega perché tanti lavoratori scelgano chi promette “ordine”, o perché minoranze discriminate sostengano leader che le disprezzano. Non è ignoranza: è disconnessione. È la conseguenza di una politica che ha smesso di fare i conti con la complessità del reale.
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Verso l’israelizzazione dell’occidente?
di Francesco Fantuzzi
In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole di Torino se in realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico, militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico perpetuo. Un emblematico dual use.
La grande Israele potremmo dunque, in un futuro tutt’altro che remoto, essere noi occidentali, senza esserne consci e magari biasimandola pure a parole. Il modello israeliano è, per vari aspetti, un concentrato non solo territoriale delle questioni di cui si è discettato in questi ultimi sei anni, impregnati di un costante e opprimente clima emergenziale. Esattamente il clima che Israele vive dalla sua fondazione.
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Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente
di Alessandro Visalli
Il libro di Pino Arlacchi[1] tenta un’impresa di notevole ambizione, fornire un quadro generale dell’Universo Cina partendo da una prospettiva storica comparativa e accedendo, nella Seconda e Terza parte, ad analizzarne le specificità interne di lungo e breve periodo. Il punto di partenza dell’autore è molto noto: la Cina e l’India, prese nel loro insieme, sono sempre state nel corso della storia umana il centro gravitazionale centrale per così dire ‘oggettivo’, solo da duecento anni sono divenute periferia e ora stanno ‘riemergendo’. Al contrario, solo per periodi limitati (come durante la fase apicale dell’Impero romano) quello che chiamiamo, con formula che contiene in sé il confronto e la polarità, “Occidente”[2] ha potuto confrontarsi alla pari con lo splendore “orientale”, fino a che negli ultimi trecento anni ha preso il sopravvento, seguendo un percorso che gradualmente ha acquistato energia a partire dalla ‘scoperta’ cinquecentesca dell’America e dal dominio dei commerci di lunga percorrenza e poi delle colonie. Per la gran parte del tempo, migliaia di anni, questo è stato, invece, economicamente, demograficamente e in termini culturali, periferia.
Fino al 1820, il polo orientale vedeva presenti, in un’area tutto sommato ristretta, oltre la metà del genere umano e della produzione (soprattutto dopo i massacri americani condotti in America da spagnoli, portoghesi e anglosassoni ai danni di circa un quarto della popolazione mondiale dell’epoca). A quella data solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5% nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita, ci racconta Arlacchi, era superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia, come mostrano diversi autori[3], era più avanzata sotto molti profili, salvo quella militare. Tale condizione cessò negli ultimi anni del XVII e primi del XIX secolo e furono ratificati dalle guerre dell’oppio (1840 e 1860)[4], è ciò che normalmente viene definito la “Grande divergenza”[5].
Concentrandosi sulla Cina, i fattori che la resero stabile per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico non-capitalistico. Questi tre fattori sono oggetto specifico del libro.
A questa stabilità plurimillenaria che attraversa invasioni e sostituzioni di dinastie, fasi di oscuramento e anarchia, rivolte enormemente sanguinose (come quella dei Taiping), conservando il percorso culturale, si oppone un’esperienza del tutto diversa.
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Il disastro ambientale segreto di Israele
di Kit Klarenberg - kitklarenberg.com
Il 23 settembre, l’ONU ha pubblicato un rapporto passato sotto silenzio che mette in luce un aspetto quasi sconosciuto dell’Olocausto del XXI secolo a Gaza: il fatto che il genocidio perpetrato dall’entità sionista sta causando un devastante impatto ambientale non solo sulla Palestina occupata, ma più in generale sull’Asia occidentale, Israele compreso. Il danno è incalcolabile perché l’aria, le fonti alimentari, l’acqua e il suolo sono ampiamente inquinati, in misura fatale. Il recupero potrebbe richiedere decenni, se mai avverrà. Nel frattempo, la popolazione rimasta a Gaza ne pagherà il prezzo, in molti casi con la vita.
Nel giugno 2024, l’ONU aveva pubblicato una valutazione preliminare sull’impatto ambientale del genocidio di Gaza. Aveva riscontrato che la barbarica aggressione dell’entità sionista aveva avuto un profondo impatto sulla popolazione di Gaza e sui sistemi naturali da cui essa dipende. A causa di “vincoli di sicurezza” – vale a dire i continui assalti di Israele – l’ONU non aveva potuto “valutare la portata complessiva del danno ambientale [sic]”. Ciononostante, l’organismo era stato in grado di raccogliere informazioni secondo cui “la portata del degrado era immensa” ed era “peggiorata in modo significativo” dal 7 ottobre.
Ad esempio, l’Olocausto del XXI secolo di Tel Aviv ha “degradato in modo significativo le infrastrutture idriche, con il risultato di un approvvigionamento idrico gravemente limitato e di bassa qualità per la popolazione”. L’ONU ritiene che ciò “stia causando numerosi effetti negativi sulla salute, tra cui un continuo aumento delle malattie infettive”. La contaminazione delle acque sotterranee è dilagante, con implicazioni catastrofiche “per la salute ambientale e umana”. Nessuno degli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza è operativo, mentre “la grave distruzione dei sistemi di canalizzazione e il crescente utilizzo di pozzi neri per i servizi igienico-sanitari hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e costiere”.
Di conseguenza, il genocidio “ha praticamente eliminato i mezzi di sussistenza dei pescatori di Gaza”.
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Primi passi verso un nuovo ordine mondiale?
di Vincenzo Comito
Ormai sembrano quasi tutti d’accordo sul fatto che il vecchio ordine mondiale, varato nel dopoguerra e governato da allora dagli Stati Uniti con un corteo di vassalli – dai paesi dell’Unione Europea, a Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud –, non solo traballa, ma sembra perdere pezzi consistenti ogni mese che passa, grazie anche all’accelerazione impressa al processo dallo stesso Trump. Per altro verso, si percepisce chiaramente il fatto che viviamo in un’epoca di difficile transizione, periodo nel quale il vecchio ordine non riesce più a governare le cose e uno nuovo non riesce ancora, dal canto suo, a emergere adeguatamente, ciò che porta a disordini e confusione. Si può a questo proposito ricordare ad esempio che la crisi del 1929 fu causata almeno in parte dal fatto che la Gran Bretagna non aveva ormai più la forza necessaria per gestire gli avvenimenti, mentre gli Stati Uniti non l’avevano ancora. Bisognerà attendere la seconda guerra mondiale perché il passaggio delle consegne si verifichi e perché gli Stati Uniti abbiano ormai la capacità necessaria a governare le cose del mondo.
Riconoscendo tutti che viviamo un periodo di transizione, meno d’accordo ci si trova su verso quale indirizzo ci stiamo comunque dirigendo e su quale dovrebbe o potrebbe essere il nuovo assetto del potere mondiale. Da più parti ci si rende comunque conto che il futuro non si dovrebbe configurare almeno completamente come il secolo della Cina, paese pure in forte crescita sui fronti commerciale, economico, tecnologico, militare; e questo anche per la grande riluttanza, anzi lo scarso interesse, del paese asiatico verso l’ipotesi di diventare il nuovo paese dominante, sostituendo gli Stati Uniti. Una delle poche cose su cui quasi tutti sono di nuovo d’accordo è invece che, in ogni caso, di fatto nei prossimi decenni Cina e Stati Uniti saranno ancora e di gran lunga le potenze più importanti del mondo, forse con l’aggiunta dell’India, che dovrebbe, tra 10-15 anni, superare anch’essa il PIL degli Stati Uniti, utilizzando almeno nel calcolo dello stesso PIL il criterio della parità dei poteri di acquisto.
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Rostislav Ishchenko avverte della rapida avanzata russa e dell’imminente collasso delle difese ucraine
di William Moore - voennoedelo.com
L'analista politico Rostislav Ishchenko afferma che l'offensiva russa si sta espandendo rapidamente, mentre il fronte ucraino tra Chernihiv e Kherson rischia il collasso totale
L’analista politico russo Rostislav Ishchenko ha pubblicato un’analisi approfondita su Military Affairs [l’originale è sul portale russo cont.ws] sostenendo che l’offensiva russa in Ucraina non solo sta acquistando velocità, ma sta anche ampliando la sua portata geografica. Egli scrive che le forze russe hanno iniziato a sondare le difese intorno a Kherson e che, una volta che i combattimenti si svolgeranno nella regione di Chernihiv e nel settore settentrionale della regione di Kiev, il fronte assomiglierà effettivamente alla configurazione osservata alla fine di marzo 2022, al culmine dell’avanzata iniziale, quando le unità russe controllavano quasi il 35% del territorio ucraino.
Ishchenko invita i lettori a confrontare le lunghe ed estenuanti battaglie per Bakhmut, Chasiv Yar e Avdeevka con le operazioni molto più rapide attualmente in corso vicino a Pokrovsk e Mirnograd. Egli osserva che, mentre nel 2022 le forze russe non erano riuscite a penetrare nelle vicinanze di Seversk, oggi la città è sotto attacco e le fonti ucraine sono già scettiche sulla capacità di Kiev di mantenerne il controllo a lungo. La situazione intorno a Kupyansk è simile: dopo quasi due anni e mezzo di tentativi di raggiungere la città, è iniziato un assalto su vasta scala e i rapporti ucraini avvertono che Kupyansk potrebbe cadere nel giro di poche settimane o giorni.
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Il rapporto all’ONU di Francesca Albanese inchioda i complici del genocidio a Gaza
di Forum Palestina
Se il clima di “normalizzazione” imposto dal Piano Trump vorrebbe mettere sotto il tappeto i crimini commessi contro la popolazione palestinese a Gaza, il nuovo rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese non denuncia il genocidio solo come un’azione unilaterale di Israele, ma ne descrive la natura di “crimine collettivo”, reso possibile grazie alla rete di sostegno e complicità da parte di oltre sessanta Paesi. La tesi esposta nel rapporto afferma esplicitamente che senza il sostegno militare, diplomatico, economico e ideologico di Stati terzi, l’operazione israeliana non avrebbe potuto reggere nel tempo.
Il primo pilastro della complicità è quello diplomatico. Gli Stati Uniti hanno usato sette volte il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare risoluzioni sul cessate il fuoco, coprendo Israele sul piano internazionale. Attorno a Washington si è mossa una costellazione di potenze occidentali — Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Germania e Paesi Bassi — che con astensioni, bozze annacquate e mancanza di volontà politica hanno creato l’illusione di un’azione diplomatica, rallentando in realtà qualsiasi pressione efficace.
Questa copertura è stata rafforzata dal discorso mediatico occidentale che, secondo Albanese, ha interiorizzato e amplificato le narrazioni israeliane, cancellando ogni distinzione tra combattenti di Hamas e popolazione civile palestinese e legittimando l’uso della forza in nome della “difesa della civiltà”.
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Sono felice solo quando manifesto
di Antonio Semproni
Su uno dei tanti cartelloni che ho visto a Roma durante le manifestazioni contro il genocidio campeggiava la scritta “avremmo dovuto liberare la Palestina/invece è stata la Palestina a liberare noi”. Facendo affidamento sulle plurime accezioni del verbo “liberare”, possiamo concludere che questo slogan imperniato su un banale gioco di parole è vicinissimo al vero. La libertà che abbiamo sperimentato durante le manifestazioni è stata la condizione per percepire una felicità quasi inedita nell’epoca delle liberaldemocrazie (o tecnocrazie) capitaliste.
Scommetto che questa constatazione valga non solo per il sottoscritto, ma anche per voi che leggete e avete manifestato: sotto la spessa scorza della giusta rabbia, ho intuito la felice libertà di moltissimi, e credo di averne avuto conferma parlando con più di qualche partecipante, fra amici, conoscenti e anche sconosciuti. Alla base di questa felice libertà c’è sicuramente un’esperienza estetica non indifferente: a prima vista, marciare in mezzo a tante persone verso una direzione ben precisa (che sia La Sapienza o la sopraelevata della tangenziale) o semplicemente incamminarsi assieme a loro è un’azione che capovolge il quotidiano e risignifica lo spazio urbano, dove ciascuno si dirige per conto proprio verso una distinta meta. Comporre insieme agli Altri la folla, costituire un pezzetto di quel gigantesco puzzle che invade le strade e le piazze ci fa accantonare le preoccupazioni individuali e persino quelle corporali: è come se il nostro corpo (con le sue energie individuali) confluisse in quelli di tutti gli Altri e viceversa.
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Milizie armate da Israele per eliminare Hamas, mentre Trump appalta la ‘Nuova Gaza’
di Alessandro Avvisato
Un’approfondita inchiesta di Sky News, accompagnata da dichiarazioni e video rilasciate all’emittente, ha mostrato quello che era già noto a tutti: ci sono milizie di mercenari e collaborazionisti con Israele che operano nella Striscia di Gaza. La novità, semmai, è che escono allo scoperto per rivendicare un progetto di governo alternativo ad Hamas.
Il nodo delle bande di criminali al soldo di Tel Aviv, che hanno partecipato all’occupazione della Striscia e sono state la manovalanza che spesso ha trafugato aiuti umanitari per affamarne la popolazione, è emerso all’attenzione pubblica appena firmata la fragile tregua, qualche settimana fa. Hamas ha cominciato a liberare la Striscia dai collaborazionisti, come sempre è successo alla fine di ogni conflitto.
Inizialmente, il presidente statunitense Trump si era lasciato sfuggire la realtà, chiarendo che, in sostanza, Hamas stava affrontando dei criminali. Poi, però, è tornato a difendere la narrazione sionista che vuole la Striscia sottoposta alla violenza arbitraria dell’organizzazione islamica. E questo perché, ora, le bande di mercenari possono assumere un ruolo politico nuovo.
Se la tregua (durante la quale, comunque, Israele continua a uccidere palestinesi impunemente) ha di certo raffreddato lo scontro diretto tra i militanti della resistenza palestinese e l’IDF, Israele ha continuato a combattere una battaglia interna alla zona della Striscia da cui le sue forze armate si sono ritirate attraverso milizie collaborazioniste.
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Anticapitalismo e antifascismo. Parte II
di Nico Maccentelli
In questa seconda parte affronto l’origine e la storia del fascismo nella prospettiva di una lotta antifascista che non può non essere anticapitalista e vedremo il perché. Ad avvalorare questa ipotesi c’è l’ottimo contributo di Carlo Modesti Pauer apparso il 21 ottobre scorso sul nostro web, dal titolo: Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni…
Modesti Pauer scrive:
«Il punto cruciale è che, dopo la guerra, il “nuovo” capitalismo yankee non ha – apparentemente – più bisogno dei fascismi storici, così come se ne servì nel primo dopoguerra. La democrazia parlamentare entro certi limiti (anticomunismo ad ogni costo), diventa funzionale al nuovo ordine economico e geopolitico sorto con la Guerra fredda. Come noterà Bobbio, la “democrazia liberale è fragile ma si rivela adattabile: non un ostacolo, ma una forma di governo che il Capitale sa usare”. Tuttavia, le vicende complesse degli ultimi trent’anni, dalla dissoluzione dell’Urss in poi, hanno trasformato profondamente lo scenario geopolitico, mentre si imponeva un’economia globale di stampo neoliberista: deindustrializzazione nei paesi maturi, delocalizzazione produttiva, privatizzazioni, vendita di imprese pubbliche e riduzione dello Stato sociale; concentrazione della ricchezza, erosione dei diritti, crisi ricorrenti, tagli alla spesa pubblica, collasso dei welfare europei; omologazione giuridica al modello anglosassone, erosione della sovranità nazionale. La mattanza alla Diaz, la violenza feroce della repressione a Genova (G8-2001), doveva mettere a tacere chi indicava il nuovo orrore della teologia economica: il Capitale, nella sua autoriproduzione, si pone come realtà ultima, come principio di ogni senso, come Assoluto immanente che non tollera esterno né differenza. Il valore non rimanda più a nulla: è puro esser-presente, pura parusia del denaro che si moltiplica.»
E ancora:
«Il volto nuovo del fascismo non ha la forza né la necessità di costruire un ordine alternativo come nel 1932. Non organizza corporazioni, non genera un nuovo modello di Stato.
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Sull’escalation repressiva di queste ore. Il governo Meloni ordina, le questure eseguono
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Il brutale pestaggio operato sabato mattina dalle forze dell’ordine della questura di Napoli dentro la Mostra d’Oltremare a danno dei manifestanti che protestavano contro la presenza di Teva al PharmaExpo, conclusosi con l’assurdo arresto di Mimì, Dario e Francesco, costituisce un salto di qualità repressivo tanto clamoroso quanto inquietante nelle modalità di gestione dell'”ordine pubblico” da parte degli apparati dello stato durante le manifestazioni e le iniziative di protesta.
Ripercorrere il reale andamento dei fatti di sabato (come è avvenuto già domenica mattina durante il presidio-conferenza stampa fuori ai cancelli della Mostra d’oltremare), è quanto mai necessario, non solo per inquadrare i termini e le implicazioni politiche di questa escalation, ma anche per ribaltare il fiume di falsità e di calunnie messe in giro dalle veline della Questura e riprese integralmente e senza alcuna verifica da alcuni organi di stampa locali e nazionali (vedi il vergognoso articolo de Il Mattino di domenica 26 ottobre).
Sabato mattina era stato indetto un presidio unitario promosso dalla Rete Sanitari per Gaza, dal movimento BDS e dalla rete Napoli per la Palestina per protestare contro la presenza della multinazionale farmaceutica israeliana TEVA all’interno della rassegna PharmaExpo organizzata alla Mostra d’oltremare di Napoli.
Tale iniziativa avveniva in continuità e in coerenza con una campagna di boicottaggio internazionale nei confronti di TEVA, non solo e non tanto per essere una multinazionale sionista, ma anche e soprattutto per la sua complicità attiva nel genocidio del popolo palestinese, in primis attraverso finanziamenti diretti all’esercito israeliano, in secondo luogo per mezzo di un vero e proprio embargo sanitario sul popolo palestinese, a cui vengono applicati prezzi enormemente maggiorati per l’acquisto dei farmaci TEVA e a cui viene negato l’accesso ai vaccini.
Nonostante la Mostra d’Oltremare sia un luogo pubblico ad accesso libero (previo pagamento di un biglietto simbolico di 1 euro a persona), il varco d’accesso corrispondente al luogo del presidio (sul viale Kennedy) veniva chiuso e presidiato da un ingente spiegamento di forze di polizia in tenuta antisommossa.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Diciannovesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE IX
l. I sindacati nelle campagne
La questione più importante fra quelle che il futuro riserverà al lavoro sindacale sarà quella dell’attività dei sindacati nelle campagne. Dopo l’ultimo Congresso del partito abbiamo assistito a un lavoro abbastanza vivace ed energico delle diverse organizzazioni sindacali nelle campagne. In virtù di ciò, oggi abbiamo abbastanza elementi per valutare, verificare, se il percorso da noi fatto sia stato quello giusto, ovvero portando i metodi e il lavoro sindacali nelle campagne nella stessa misura in cui li avevamo fino ad allora praticati. Possiam già subito dire che questi metodi e queste forme, come lo slogan gridato a gran voce “tutti i sindacati nelle campagne!” («все профсоюзы в деревню») si sono rivelati sbagliati.1
Con questo incipit si apre un’altra pagina dell’intervento di Tomskij. Consideriamo che, nel 1925, solo un abitante su quattro era cittadino. Gli altri tre vivevano nelle campagne, non appartenevano alla “avanguardia operaia”, molti non erano neppure iscritti al partito. Ecco allora che la questione delle campagne assumeva un’importanza veramente strategica, tale da dover influenzare, nelle intenzioni del segretario, la linea sindacale in maniera veramente rilevante. Per questo, per motivi sostanziali, e non per il gusto di fare pulci, anche in questo caso Tomskij si sente in dovere di muovere obiezioni e sottolineare come, l’approccio adottato dall’ultimo Congresso, fosse sostanzialmente errato. Perché “questi metodi e queste forme” si erano rivelati errati?
Si sono rivelati errati, perché quello che noi ci aspettavamo dal lavoro sindacale nelle campagne, ovvero lo stabilirsi di un legame (смычок) fra il proletariato urbano (городский пролетариат) e i contadini poveri (бедняк) e gli strati intermedi (середняк) nelle campagne, ebbene questo obbiettivo non è stato raggiunto. Ci sono andati “tutti i sindacati nelle campagne”. Si, ma come ci sono andati? Tenendo in una mano il Codice delle leggi del lavoro (Кодекс законов о труде) e, in un’altra, i contratti collettivi, tutte le sue ordinanze, le sue istruzioni, eccetera. Persino nelle condizioni di un’economia contadina, nelle condizioni di una situazione contadina, essi han finito coll’impiegare i metodi, le pratiche, le forme di organizzazione del lavoro tipiche del sindacato urbano.
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Burevestnik: il game changer della Russia
di Giuseppe Masala
Putin ieri ha annunciato al mondo l'introduzione di un nuovo missile da crociera a gittata illimitata perché alimentato da un mini reattore nucleare. Un missile formidabile che cancella lo stesso concetto di gittata e di spazio, rendendo peraltro strategicamente inutile per gli USA lo spazio europeo e la stessa Nato
Nel 2016, all'annuncio del primo test del missile ipersonico russo Zircon capace di volare a mach 5, scrissi un articolo per megachip nel quale spiegavo che eravamo di fronte a un'arma game changer, ovvero in grado di cambiare gli equilibri soprattutto negli oceani visto che si trattava di un missile sostanzialmente progettato per la guerra in mare e capace di mettere a repentaglio la superiorità marittima degli Stati Uniti che – come sappiamo – possono vantare una enorme flotta suddivisa in potenti gruppi d'attacco guidati da una super portaerei ma che non hanno difese contro missili che volano a velocità ipersoniche.
Quell'annuncio, a mio modo di vedere fu il primo campanello d'allarme per l'iperpotenza egemone americana: esistevano paesi in grado di infliggerle danni enormi in una guerra convenzionale, e dunque, senza avere la necessità di minacciare l'utilizzo di armi nucleari.
Aggravante ulteriore, era quella legata al fatto che lo Zircon minacciava (e minaccia) la superiorità americana nei mari che è la chiave di volta della potenza militare americana: non a caso gli studiosi di geopolitica hanno da sempre definito gli Stati Uniti come una Talassocrazia, ovvero una potenza che si fonda sul dominio commerciale e militare dei mari.
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Il colonialismo di insediamento e la Palestina: la lettura radicale di Angela Lano
introduzione di Pino Cabras
𝐼𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑜𝑐𝑖𝑑𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝐺𝑎𝑧𝑎 ℎ𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑓𝑖𝑜𝑟𝑖𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑢𝑜𝑣𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙’𝑎𝑟𝑔𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑡𝑖𝑡𝑜𝑙𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜𝑛𝑜 𝑣𝑒𝑡𝑟𝑖𝑛𝑒 𝑒 𝑠𝑐𝑎𝑓𝑓𝑎𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑙𝑖𝑏𝑟𝑒𝑟𝑖𝑒 𝑒 𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑐𝑜𝑝𝑒𝑟𝑡𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑡𝑎𝑟𝑑𝑖𝑣𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑡𝑒𝑚𝑎 𝑠𝑐𝑜𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒. 𝐴𝑙𝑐𝑢𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑙𝑖𝑏𝑟𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑜̀ 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑠𝑐𝑜𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎, 𝑝𝑒𝑟 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑓𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖 𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑎 𝑖𝑝𝑜𝑐𝑟𝑖𝑠𝑖𝑎 𝑒 𝑎 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑎 𝑡𝑖𝑚𝑖𝑑𝑒𝑧𝑧𝑎 𝑚𝑜𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑢𝑎𝑙𝑒. 𝐻𝑜 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐𝑜𝑛 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒𝑟𝑒 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑜𝑑𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑂𝑙𝑜𝑐𝑎𝑢𝑠𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑙𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑒𝑠𝑒 (𝑒𝑑𝑖𝑧. 𝐴𝑙 𝐻𝑖𝑘𝑚𝑎), 𝑢𝑛 𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑎𝑐𝑢𝑚𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜, 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝐴𝑛𝑔𝑒𝑙𝑎 𝐿𝑎𝑛𝑜, 𝑑𝑖𝑟𝑒𝑡𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒 𝑑𝑖 𝐼𝑛𝑓𝑜𝑝𝑎𝑙.𝑖𝑡. 𝑉𝑖 𝑟𝑖𝑝𝑟𝑜𝑝𝑜𝑛𝑔𝑜 𝑞𝑢𝑖 𝑙’𝑖𝑛𝑡𝑟𝑜𝑑𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒. 𝐵𝑢𝑜𝑛𝑎 𝑙𝑒𝑡𝑡𝑢𝑟𝑎!
* * * *
Tra le molte pubblicazioni che in questi anni hanno cercato di raccontare la tragedia palestinese, questo libro di Angela Lano si distingue per una qualità essenziale: non concede spazio ai malintesi, alle mezze misure, alle spiegazioni accomodanti che spesso finiscono per smarrire il nocciolo della questione. Non è un testo che si limita a denunciare gli ultimi massacri, né un esercizio di solidarietà retorica. È, piuttosto, un antidoto contro la grande incomprensione del fenomeno del Sionismo, incomprensione che può nascere anche in ambienti sinceramente sensibili al tema dei diritti dei palestinesi, ma che finiscono per ridurre la loro attenzione a un gesto episodico, a una bandiera contingente da sventolare nella moda politica del momento.
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Il quadro finanziario e geopolitico mondiale in un momento di imminente disordine
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Il tentativo di Trump di costruire uno “scenario Budapest” – ovvero un vertice Putin-Trump basato sulla precedente “intesa” in Alaska – è stato annullato unilateralmente (dagli Stati Uniti) tra le polemiche. Putin aveva avviato la telefonata di lunedì, durata due ore e mezza. A quanto pare, conteneva dure dichiarazioni di Putin sulla mancanza di preparazione degli Stati Uniti a un quadro politico, sia per quanto riguarda l’Ucraina, ma soprattutto per quanto riguarda le più ampie esigenze della sicurezza della Russia.
Tuttavia, quando è stata annunciata dalla parte americana, la proposta di Trump era tornata (ancora una volta) alla dottrina di Keith Kellogg (l’inviato statunitense per l’Ucraina) di un “conflitto congelato” sulla linea di contatto esistente prima di qualsiasi negoziato di pace, e non viceversa.
Trump doveva sapere ben prima che i colloqui di Budapest venissero discussi che questa dottrina Kellogg era stata ripetutamente respinta da Mosca. Allora perché ha ribadito la sua richiesta? In ogni caso, lo scenario del vertice di Budapest ha dovuto essere annullato dopo che la telefonata di “impostazione” concordata in precedenza tra il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Segretario di Stato Marco Rubio si è scontrata con un muro. Lavrov ha ribadito che un cessate il fuoco in stile Kellogg non avrebbe funzionato.
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L’isolamento di Israele
di Francesco Pallante
Intervenendo alla Knesset lo scorso 13 ottobre, Donald Trump ha sostenuto che, grazie al suo piano di pace, «ora il mondo ama di nuovo Israele». Per poi aggiungere – con parole rivolte direttamente a Benjamin Netanyahu – «che se foste andati avanti con la guerra e le uccisioni non sarebbe stato lo stesso» (cioè, il mondo avrebbe continuato a odiarvi).
Naturalmente, come spesso capita, anche in questa occasione il presidente degli Stati Uniti ha sovrapposto i propri desideri alla realtà. Il mondo continua a essere sgomento al cospetto della violenza scatenata, e ostentata, da Israele contro gli inermi di Gaza (e, sempre più, anche della Cisgiordania); e nessun credibile segnale mostra mutamenti nella ripulsa con cui l’opinione pubblica mondiale continua – giustamente – a considerare Israele. È, tuttavia, significativo il fatto che Trump abbia ritenuto di dover intervenire sulla reputazione dello Stato ebraico, anche perché le sue parole non sono figlie di una considerazione estemporanea. Secondo quanto riportato dal Financial Times, già durante l’estate, il 31 luglio, il presidente statunitense aveva toccato l’argomento in una conversazione privata intrattenuta con un influente donatore della sua campagna elettorale, al quale aveva confessato: «il mio popolo sta iniziando a odiare Israele». Ciò induce due considerazioni.
La prima considerazione è che dalla guerra dell’informazione Israele è uscito sconfitto, a dispetto delle enormi risorse economiche profuse in propaganda e della pletora di media, giornalisti e influencer assoldati al suo servizio.
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Pfizergate: chiusi i conti correnti a Frédéric Baldan, l’uomo che ha denunciato von der Leyen
di Enrica Perucchietti
«Le banche si sono arrogate il diritto di chiudermi i conti bancari senza alcuna motivazione». Frédéric Baldan, autore del saggio Ursula Gates. La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles, si è visto chiudere tutti i conti bancari, personali e aziendali, compreso il conto di risparmio del figlio di cinque anni. Le banche belghe Nagelmackers e ING hanno comunicato la rescissione dei rapporti senza motivazioni plausibili, chiedendogli la restituzione delle carte di credito. Un caso di “debanking” politico che colpisce chi ha osato toccare il cuore opaco del potere europeo: il cosiddetto caso Pfizergate. Baldan, ex lobbista accreditato presso la Commissione UE, è l’uomo che ha denunciato Ursula von der Leyen per gli SMS, inviati tra gennaio 2021 e maggio 2022, mai resi pubblici con l’amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla. Ora, oltre all’isolamento istituzionale, subisce l’esclusione finanziaria.
Raggiunto da noi telefonicamente, Baldan ci ha spiegato che «le banche hanno iniziato a crearmi problemi simultaneamente, pur non comunicando tra loro. L’unica spiegazione plausibile è che esista un elemento scatenante: penso si tratti di un ordine impartito dai servizi segreti dello Stato belga, su pressione dell’Unione Europea, di trasmettere tutte le mie transazioni finanziarie». Al contempo, Baldan ha espresso la sua determinazione a non lasciarsi intimidire: «Sul mio account X, l’annuncio di questa informazione è stato visualizzato 600.000 volte in 24 ore.
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Trumpeggiando in Latinoamerica
Bolivia, Ecuador e Perù, fatto. Venezuela e Colombia, da fare
di Fulvio Grimaldi
Bolivia, suicidio assistito dal padre della patria
Nel giro di vent’anni salvatore e affossatore della patria. Il percorso di Evo Morales, fondatore del Movimento al Socialismo (MAS), presidente della Bolivia dal 2006 al 20019 culmina nell’autodafè della rivoluzione. Nel secolo fattosi largo all’insegna del riscatto latinoamericano con il Venezuela di Chavez, l’Ecuador di Correa, l’Argentina dei Kirchner, il Messico di Obrador, in continuità con i padrini Cuba e Nicaragua, la Bolivia rappresentava uno degli esempi più riusciti di socialismo alla bolivariana. Il che rende tanto più incomprensibile e doloroso un declino iniziato qualche anno fa e che culmina in quel rogo di conquiste e speranza, alimentato eminentemente dal suo stesso taumaturgo.
Le mie frequenti visite nel paese che, non per nulla, ha vissuto e tradotto in realtà la liberazione tentata dal Che Guevara, mi offrivano l’esperienza di un ininterrotto cammino di emancipazione: la riforma agraria, l’acqua sottratta alle multinazionali USA, la nazionalizzazione delle risorse, dal gas al litio e la conseguente equa distribuzione della ricchezza, lo Stato binazionale nel quale gli indigeni erano assurti a protagonisti del progresso, l’antimperialismo propagandato e operato a livello domestico e internazionale.
Una crepa si apre nel 2019. Il dettaglio di questo processo involutivo l’ho già raccontato sull’AntiDiplomatico. Qui parliamo di come è andata a finire.
Evo Morales, con alle spalle tre mandati presidenziali, sfida il divieto della costituzione e rivendica la candidatura al quarto. Un referendum glielo nega. Lui insiste. Degli smarrimenti e delle contraddizioni così innescate approfitta il settore dei grandi terratenientes e imprenditori industriali, nostalgici di regimi autocratici che, insieme al padrinaggio degli USA, gli garantivano libertà di manovra economica fondata sull’emarginazione e sullo sfruttamento soprattutto dei nativi Quechua e Aymara. Il colpo di Stato del novembre 2019, che portò al potere la parlamentare conservatrice Jeanine Anez, fu spazzato via da una sollevazione popolare che, resistita a una sanguinosa repressione con decine di vittime, ha potuto imporre, l’anno dopo, nuove elezioni e la travolgente vittoria del MAS.
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Legge di Bilancio 2026-2028 | La manovra della stabilità: quando il rigore diventa la sola politica
di Roberto Romano e Andrea Fumagalli
Con l’approvazione della Legge di Bilancio 2026-2028, il governo italiano ha scelto di non scegliere, adeguandosi ai dettami e ai vincoli imposti dal nuovo Patto di Stabilità e Crescita europeo.
Si conferma così la linea di questo governo impavido: una linea fondata su grandi proclami ideologici (tutto va bene!) e promesse di riforme strutturali a cui non segue una capacità decisionale degna di tal nome. D’altra parte, il non fare è il sistema migliore per non sbagliare e mantenere un riconoscimento elettorale, soprattutto in presenza di una stampa compiacente e di una opposizione inconcludente.
Nel campo macroeconomico si rinuncia così di esercitare il potere discrezionale della politica economica. È una legge che non governa l’economia, ma la registra; non apre prospettive, ma le rinvia. Nel più classico stile neoliberista, che vede ogni intervento pubblico di indirizzo una bestemmia contro il mercato.
Dopo il Documento di economia e finanza e la Nota di aggiornamento, il trittico della programmazione pubblica si chiude con un bilancio che, al netto del Piano nazionale di ripresa e resilienza, equivale a una manovra “a saldo zero”. Le risorse aggiuntive effettive sono limitate: solo 900 milioni nel 2026. Si tratta di numeri che, nella sostanza, descrivono un bilancio statico, coerente con il nuovo quadro europeo che impone la riduzione graduale del debito e un avanzo primario crescente, ma del tutto privo di un progetto di sviluppo autonomo.
- Il ritorno del Patto e la politica dell’obbedienza
Il nuovo Patto di Stabilità e Crescita, negoziato nel 2024, rappresenta il compromesso tra la richiesta dei Paesi “frugali” di tornare al rigore e il tentativo, soprattutto da parte della Francia e Germania, di introdurre margini di flessibilità per gli investimenti pubblici e la transizione verde e sottotraccia la difesa. Ma nella pratica, il suo impianto resta quello di sempre: l’equilibrio dei conti prevale su ogni altra priorità economica o sociale.
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L'Antropocene è stato cancellato?
di Ian Angus
Ian Angus fa luce sulle motivazioni politiche alla base della decisione dell' Unione Internazionale di Scienze Geologiche di non riconoscere l'Antropocene come epoca geologica ufficiale. Nel ripercorrere il dibattito, egli analizza come l'organizzazione abbia minato le conclusioni dei migliori scienziati, per opporsi all'istituzione dell'Antropocene come nuova epoca geologica e sminuire le sue implicazioni nel dibattito pubblico sulla crisi planetaria
Circa 2,8 milioni di anni fa, il livello di anidride carbonica nell'atmosfera terrestre diminuì, dando inizio a un'era glaciale. Da allora, i cambiamenti a lungo termine nell'orbita e nell'inclinazione della Terra, chiamati cicli di Milankovitch, hanno prodotto oscillazioni della temperatura globale ogni 100.000 anni circa. Nelle fasi glaciali (fredde), calotte di ghiaccio spesse chilometri coprivano la maggior parte del pianeta; nei periodi interglaciali (caldi) più brevi, il ghiaccio si ritirava verso i poli. Negli ultimi 11.700 anni abbiamo vissuto in un periodo interglaciale che i geologi chiamano Epoca Olocenica.
In circostanze normali, i ghiacciai e le calotte polari starebbero ora crescendo lentamente. Come dimostrano recenti ricerche, «se non fosse per gli effetti dell'aumento di CO2, l'inizio della glaciazione raggiungerebbe il tasso massimo entro i prossimi 11.000 anni».[1] Invece del riscaldamento globale, il futuro della Terra sarebbe il congelamento globale, ma solo in un futuro lontano.
Tuttavia, come sa chiunque sia anche solo leggermente consapevole delle questioni ambientali, i ghiacciai e le calotte polari del mondo non si stanno espandendo, ma si stanno riducendo rapidamente. Tra il 1994 e il 2017, la Terra ha perso 28 trilioni di tonnellate di ghiaccio e il tasso di declino è aumentato del 57% dagli anni '90.[2] Anche se le emissioni di gas serra venissero rapidamente ridotte, le condizioni che impediscono il ritorno delle calotte glaciali continentali persisteranno probabilmente per almeno 50.000 anni. Se le emissioni non cessano, il ghiaccio non tornerà per almeno mezzo milione di anni.[3]
In breve, come conseguenza diretta delle emissioni di gas serra causate dall'attività umana, l'era glaciale è stata annullata.
Questa è la prova concreta di una delle conclusioni più radicali della scienza del XXI secolo: «La Terra ha ormai abbandonato la sua epoca geologica naturale, l'attuale stato interglaciale chiamato Olocene. Le attività umane sono diventate così pervasive e profonde da rivaleggiare con le grandi forze della natura e stanno spingendo la Terra verso una terra incognita».[4]
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“Così potete sfruttare la guerra mondiale per sconfiggere USA e Ue”
L’insegnamento di Lenin
di OttolinaTV
In tempo di guerra non si può agire e pensare come in tempi di pace: qui non servono più le idee maturate durante la lunga, ipocrita e sanguinosa pace occidentale, ma servono analisi e idee nuove (e, soprattutto, efficaci) che prendano atto del fatto che gli Stati capitalistici si stanno militarizzando verso l’esterno e verso l’interno, e che non possiamo più cavarcela con qualche post su Facebook o litigata al bar con l’amico meloniano; in questo periodo storico, andarsene a giro a ribadire al mondo la propria identità politica è un esercizio del tutto inutile e, anzi, un massimo segno di impotenza. La radicalità di questa fase e la radicalità delle trasformazioni sociali richieste, prima che sia troppo tardi e la guerra capitalista deflagri senza più rimedio, dovrebbe indurci a vivere con una sola domanda fissa in testa: come rimanere fedele ai propri principi di trasformazione radicale del sistema esistente e, al tempo stesso, convincere chi la pensa diversamente da noi? Ecco: chi è stato maestro in questo – e, cioè, a pensare politicamente in tempi di guerra e a riuscire a convincere milioni di persone a seguire i propri principi, se pur tra mille compromessi e mediazioni – è sicuramente Vladimir Lenin: alcune delle analisi di Lenin sono oggi più importanti che mai per chiunque voglia agire politicamente in maniera efficace e all’altezza dei tempi.
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"Chiamiamo i popoli del mondo a venire a difendere il Venezuela”
Geraldina Colotti intervista il Capitano Diosdado Cabello
Durante la conferenza stampa settimanale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), abbiamo avuto l'opportunità di porre tre domande al capitano Diosdado Cabello, vicepresidente del PSUV e Ministro del Potere Popolare per le Relazioni Interne, Giustizia e Pace. Le riportiamo di seguito.
* * * *
Geraldina Colotti: Buonasera, Capitano, un saluto alla Direzione del partito.
Diosdado Cabello: Come sta lei, Geraldina?
Geraldina Colotti: Grazie, bene. Quando il clarino della rivoluzione chiama, persino il pianto della madre tace... Dunque, eccoci di nuovo qui. Ho tre domande, se posso.
Diosdado Cabello: Sì, certo.
La prima è la seguente: Il presidente Maduro ha lanciato un appello ai popoli indigeni dicendo che, sebbene si augurasse di no, se ci sarà un attacco al Venezuela, tutti i popoli originari di tutte le latitudini possono venire a difendere il Venezuela. La domanda è: dal partito, dalla sua struttura internazionale, si potrebbe lanciare un appello ai popoli del mondo, alle rivoluzionarie e ai rivoluzionari per organizzare qualcosa di simile a quanto avvenne nella Guerra Civile Spagnola con le brigate internazionali per difendere il Venezuela, difendere la pace del Venezuela, la Rivoluzione?
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La guerra come spettacolo e menzogna
di Elena Basile
Il mese durante il quale si ebbero maggiori vittime statunitensi durante la Seconda guerra mondiale fu aprile, uno degli ultimi prima della fine del conflitto. La guerra in Ucraina, che secondo molti strateghi militari non è lontana da una soluzione sul campo di battaglia, sarà accompagnata anche nelle sue ultime fasi da un aumento delle vittime. Il numero giornaliero di soldati ucraini caduti è enorme in una guerra di attrito. Si dovrebbe ricordare ai politici europei, agli analisti, ai giornalisti che la decisione di continuare una guerra suicida, sulla pelle degli ucraini, a cui tutti loro, con una propaganda elementare, contribuiscono, non è un giochino di società ma implica ulteriore sangue versato, di cui, se fossimo in democrazia, dovrebbero essere considerati responsabili.
Siamo abituati, purtroppo, ad attori sul piano internazionale come George W. Bush e Tony Blair che, dopo aver scatenato con menzogne ormai provate una guerra priva di obiettivi strategici e mirata alla destabilizzazione del Paese, malgrado la morte di 500.000 civili, sono impegnati a tenere lezioni di politica internazionale e ad arricchirsi con prestigiosi incarichi. Sarkozy, artefice della guerra in Libia che ha creato un nuovo Stato fallito, viene celebrato come un eroe in Francia, malgrado la condanna penale subita.
Immagino che le signore in tailleur e gli uomini che, con le loro facce perbene, si alternano sugli schermi per spiegarci come una soluzione diplomatica dei conflitti sia impossibile e come sia importante che gli ucraini, popolo da loro amato, continuino a sacrificarsi, non subiranno alcuna conseguenza per le azioni intraprese a sostegno di una carneficina di innocenti.
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Aggressività e autolesionismo di un’America al crepuscolo
di Roberto Iannuzzi
Con un’economia minacciata dal debito fuori controllo e dalla rischiosa bolla dell’IA, Washington continua a promuovere futili e pericolose azioni militari, e misure “boomerang” in ambito commerciale
Presentatosi alle presidenziali come un “candidato di pace” che voleva chiudere il capitolo dell’avventurismo americano all’estero, il presidente Donald Trump ha invece impostato un mandato all’insegna di minacce militari e ricatti commerciali.
Il suo slogan “America First” si è in effetti tradotto in un maldestro tentativo di ristabilire l’egemonia americana su un mondo che è ormai sempre più inequivocabilmente multipolare.
Tale tentativo si è concretizzato in una serie di azioni belliche inconcludenti (nello Yemen, in Iran) quanto sanguinose (il sostegno allo sterminio israeliano a Gaza), a cui sono seguite le recenti minacce al Venezuela.
In Ucraina, dove Trump ha cercato di persuadere la Russia ad accettare un congelamento del conflitto piuttosto che una sua reale soluzione, la pace rimane lontana quanto la possibilità di un’affermazione militare occidentale.
Sul fronte economico, la guerra dei dazi avrebbe dovuto persuadere gli altri paesi a stringere accordi commerciali e investimenti vantaggiosi per gli Stati Uniti allo scopo di evitare la tagliola delle tariffe. L’obiettivo della Casa Bianca era ridare ossigeno all’economia e alle disastrate finanze americane.
Malgrado le entrate derivanti dai dazi, il debito nazionale statunitense ha toccato i 38 trilioni di dollari, essendo salito di 11 trilioni in cinque anni.
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Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

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Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

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Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
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